Che prete

sto diventando?

Esercizi spirituali per presbiteri

Franco Cagnasso


È il tema scelto per queste giornate di ritiro. I primi anni dopo il seminario sono infatti gli anni in cui ciò che noi siamo, chi siamo, in realtà, emerge davvero, perché non più condizionato da schemi e tempi particolari. Per quanto la formazione oggi sia aperta e includa momenti significativi di esperienza e di servizio, resta tuttavia sempre un tempo in cui non ci si esprime pienamente in ciò che si vuole essere, un tempo in cui si può sempre rinviare a dopo certi problemi del nostro modo di essere; si sente una responsabilità ancora relativa o per lo meno differita, si sa che la decisione ultima verrà.
Poi si fa il salto e ci si trova immersi in una realtà nuova, con responsabilità non più future, ma in atto, con una decisione presa: questa è la mia vita, qui mi gioco tutto. E molto dipende proprio dalle prime battute, da come si reagisce e interagisce in questo primo tratto di strada. E’ utile allora fermarsi e chiedersi: Dove sto andando? E’ questo che volevo? Come sto?
Perché la vita possa realmente essere in mano nostra e della grazia di Dio, e che non avvenga mai di lasciarci vivere e travolgere o soffocare o uccidere o storpiare da ciò che ci circonda e da ciò che facciamo.
Giorni di ritiro, cioè trascorsi “in disparte” per poter prendere le distanze e incontrare noi stessi, riprendendo più viva coscienza di Dio. Non sono giorni di ripiegamento su se stessi. Mentre cerchiamo con serietà il silenzio, sappiamo che attorno a noi continua, pulsa forte la vita con le sue gioie e con i suoi drammi.
L’esperienza della notte nella foresta amazzonica. Nel buio si sente di più attorno a sé il pulsare della vita, affascinante e paurosa. Così nel buio di un isolato villaggio bengalese. Ci si sente più fragili, esposti, veri; tutto diventa più intenso: la percezione, la coscienza di sé emerge forte, come una piccolissima realtà immersa in una vastità: il buio, isolandoti, ti fa sentire di più il tutto attorno a te. Il silenzio è come un buio della comunicazione (black out), per sentire con più intensità e verità se stessi, facendo cadere l’illusione di essere noi al centro, plasmatori di realtà.
In questi giorni di ritiro ne diventiamo più lucidamente consapevoli e partecipi, senza il chiasso che noi stessi facciamo e che spesso copre la realtà più vera delle persone e delle cose.
Per questo mi piace dedicare i miei ritiri a qualcuno fuori, qualcuno che mi faccia da riferimento psicologico, da aggancio alla realtà di cui faccio parte, pur essendo ora un po’ appartato da essa.
Dedico dunque questa giornata ai preti giovani in genere, di tutti i paesi, da Roma a tutta l’Italia, l’Europa, l’Occidente e tutti i continenti. Preti che vivono nelle condizioni più disparate e con gli stati d’animo più diversi. Fra loro ne ricordo in modo particolare tre:
1. Padre Mauro, 34 anni. Un incidente dopo pochi anni in missione. Una paralisi agli arti inferiori. In carrozzella. Per lui la domanda “che prete sto diventando” si è riproposta in modo del tutto inatteso e non voluto. Questi significa accettazione faticosa di una realtà contro cui non si può lottare, per cogliere dentro di essa un senso per la vita, per il ministero e per la missione. Una grande fede, un cammino in salita...
2. Padre Pietro. Dopo tre cambiamenti in tre anni, con goffi tentativi di trovare scorciatoie facili per evitare un confronto serio con gli ambienti in cui si è trovato; dopo innamoramenti e fughe; dopo accuse e pentimenti, ora è fermo al palo. Tre partenze false e ora? chi sono? che voglio? che faccio? dove vado?
3. Don Carlo. Dotato, entusiasta, aperto. Molta passione per il suo ministero, e molta capacità di accoglienza e di guida dei giovani, qualche buona esperienza di contatto con i lontani, ma anche la penosa e crescente sensazione che tutto attorno a lui lo freni, che gli sia chiesto di entrare solo nella routine, di gestore di ciò che già c’è senza uscire dal seminato. Ora è parroco di periferia, il più giovane della sua diocesi, perché il Vescovo lo stima e vuole dargli spazio. Una svolta delicata fra ideali e realismo, fra carisma e istituzione, fra novità e tradizione...
Con loro e con tutti gli altri ci affidiamo a Maria perché interceda per noi il dono dello Spirito in questi giorni, lo Spirito che ci configura a Cristo, ci guida sulle vie della missione e ci conduce al Padre.

1. Accogliere la realtà

Vi siete mesi in cammino, dopo l’Ordinazione, passando da una realtà immaginata a una realtà attuale: siete preti, diocesani, con un incarico. E avete percorso, da allora, un pezzo di strada più o meno lungo, vi siete fatti un’esperienza. Per capire “ che prete sto diventando” mi sembra sia importante chiedersi quale sia stato e sia tuttora l’impatto con la realtà. Tutti noi siamo in larga misura plasmati dalla realtà che ci circonda e dal nostro modo di starci dentro. Famiglia, ambiente, scuola, esperienze, conoscenze, amicizie, traumi... la nostra stessa fisicità (maschi / femmine, alti / bassi, magri / grassi, in buona salute o fragili....) tutto gioca un ruolo che non possiamo ignorare se vogliamo in qualche modo essere padroni di noi stessi e delle nostre scelte. Ignorarlo vuol dire lasciarsi inconsapevolmente condizionare.
Per riflettere e pregare su questo argomento, ho scelto un brano evangelico che faccia da scenario. Non ne faccio l’esegesi, né una lettura spirituale, lo tengo semplicemente come sfondo per dare plasticità a ciò che voglio dire.

Lc 10, 25-37.
Gesù con questa parabola risponde alla domanda “chi è il mio prossimo?”, dietro la quale sta un’altra domanda che non va dimenticata: “che devo fare per ereditare la vita eterna?”. Colloca il racconto nello scenario di una strada, con personaggi che la percorrono: “un uomo”, i briganti, il sacerdote, il levita, il samaritano, e c’è poi l’albergatore. Prendo questa strada come simbolo della realtà, una realtà che esiste prima di noi e sulla quale bisogna avviarsi, con la quale bisogna fare i conti se si vuole raggiungere la meta: tutti i personaggi la percorrono, ma il loro modo di porsi in essa è molto differente.
C’è un uomo (l’umanità?) che viaggia, non sappiamo perché. Forse sa che la strada è pericolosa, forse no. Certo vuole arrivare a Gerico, ma non ce la fa. Per lui la realtà si rivela nemica, ostile, insuperabile. I briganti lo sorprendono, lo picchiano e lo derubano, lo lasciano mezzo morto. Non ce la fa più a proseguire.
Ci sono i briganti: Per loro la strada non conduce a una meta: sono meta se stessi.  La strada è il terreno su cui esercitare il loro dominio, i passanti non hanno un volto e un nome, ma solo un portafoglio. Una strada vale l’altra, un passante vale l’altro. Non sono dentro la realtà, ne sono gli avvoltoi predatori.
Ci sono il sacerdote e il levita, uno dopo l’altro. La strada è la medesima per “l’uomo” e per il sacerdote, ma questi passa dall’altra parte. Pare di vedere il gesto di chi s’accorge, trasale, si scosta e prosegue in fretta senza più guardare. Sono coloro che “sanno dove vanno”. Hanno una meta, hanno fretta, sentono che non possono porre a rischio le cose importanti che li attendono. Uomini dalle idee chiare... che hanno assoluta necessità di non metterle in discussione, di non confrontarsi, perché tutto potrebbe crollare e così lasciarli senza meta. Hanno paura di incontrare l’uomo, perché è ferito e non saprebbero che fare: meglio passare oltre dall’altra parte.
C’è il samaritano, a cui molte cose andrebbero rimproverate, proprio perché è samaritano. E’ un lontano, che però sa “vedere” e sa “avere compassione” (cfr. Mt 9, 36: Gesù, “vedendo le folle, ne sentì compassione”). Sa dove va e ha fretta, non cambia meta, però prosegue solo dopo essersi fatto carico dell’uomo. Se ne prende cura, ma non lo lega a sé, non ne fa un suo debitore. Conduce “l’uomo” là dove trova rifugio e salvezza, poi prosegue.
Chiediamoci ora com’è stato il nostro rapporto con la strada che abbiamo iniziato a percorrere. Una strada desiderata, programmata, per la quale ci siamo lungamente preparati. Chi siamo noi ora lungo questa strada?
Potremmo essere “l’uomo”. Partiti per metterci a servizio, per essere guide e annunciatori, per aiutare e sostenere, non è impossibile che ora ci troviamo ai margini, “mezzi morti” e incapaci di proseguire, Certo, si sa che esistono i briganti, e si cerca di attrezzarsi per aiutarli e difendersi, ma essi vengono nel modo e nel tempo che non aspetti e qualche volta si soccombe: “Se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti...” (Lc 12, 39-40). Lo spirito immondo - dice Gesù - torna alla casa da cui è uscito, la trova spazzata e vi si installa meglio di prima (Lc 11, 24-26). Forse, vi sentivate forti, ma è venuto uno più forte di voi e s’è impadronito del bottino (Lc 11, 21-22). La realtà in cui ci siamo immersi può essere stata come i briganti, o può averceli fatti incontrare, con tanti possibili volti diversi che mi limito a esemplificare:
a) un incarico non desiderato, una destinazione accolta controvoglia e mal digerita, che ha creato e fatto crescere in noi frustrazione e rabbia...
b) un ambiente troppo difficile (indifferente, ostile, troppo tradizionale, esigente per il troppo lavoro...)
c) la solitudine: ci si sente usato, sbattuto a fare qualcosa e qualcos’altro con gente (e altri preti) pronti solo a chiedere, criticare, pretendere; si dà a piene mani e alla fine si resta vuoti e incapaci di trovare un senso, un po’ di respiro, la gioia...
d) la nostra fragilità: il salto nel ministero e nella vita di prete ha portato a galla aspetti che prima non volevamo guardare in faccia o che neppure conoscevamo e che ora ci pesano addosso come macigni: scarsa stima di noi stessi, difficoltà di relazione con gli altri; carenze affettive, paure, presunzioni, inconsistenza della nostra personalità. Non si regge, ma non si sa come fare...
e) gelosia, incomprensioni, calunnia: siamo forse partiti bene, anche troppo e ci pare di essere in gamba, ma gli altri (preti?) non ci capiscono, hanno invidia, si sperimenta l’amarezza del muro di gomma del fariseismo clericale, l’inafferrabilità di chi ci sorride e poi sparla, ci loda e poi ci stronca; si arriva al punto che ci fa ribrezzo quell’ambiente in cui abbiamo voluto entrare e non lo amiamo più. Ma come si continua senza amore?
Forse non siamo proprio “mezzi morti” e il cammino non s’è del tutto interrotto; forse sono altre e varie le cause! Ma se sentiamo che si fatica e non c’è gioia, guardiamo in faccia le cause di questa fatica e di questa tristezza.
Potremmo essere i briganti. Sì, noi giovani preti! Come? Si è briganti quando più o meno consapevolmente si fa ruotare tutto attorno a sè, e questo non è impossibile per un prete, specialmente se è in gamba ed è dotato. L’apostolato è strumento per emergere e forse per far carriera. Si “usano” abilmente le persone che approvano e si scartano quelle che non applaudono. E’ possibile predicare e lavorare per vanagloria, fare del ministero il proprio sgabello. E’ possibile perfino crearsi una corte, plagiare, corrompere grazie all’autorità (e all’immunità) che ci viene dal nostro essere preti. E’ possibile essere “lupi rapaci” (S. Agostino). L’obiettivo non è percorrere una strada verso una meta, ma farsi uno spazio (un nido o un castello...) dove sentirci padroni, anziché viandanti. La descrizione che Gesù fa degli scribi, dei farisei e dei dottori della legge è tagliente e sempre attuale: “dicono e non fanno; amano i primi posti e gli onori; si fanno chiamare maestri” (cfr. Mt 23, 1-12). E’ il brigantaggio ecclesiastico, che lascia innumerevoli vittime “mezze morte” lungo la strada della loro fede troppo debole per reggere a questi scandali, mentre i briganti continuano impunemente...
Potremmo essere il sacerdote e il levita. L’uomo cioè che si aggrappa alla legge, al ruolo, alle cose da fare per non incontrare “l’uomo”. Può essere un cinico, ma forse è semplicemente un debole che ha paura di guardare in faccia la realtà, paura del confronto. Cammina occupando (e forse è molto indaffarato) gli spazi di campana di vetro che si porta dietro come un guscio di lumaca, e cerca di convincersi che se qualcuno è nei guai è perché è andato a cercarseli, perché ha in qualche modo trasgredito; e comunque, anche se non è così, non ci si può far nulla. Lui ha le messe, la catechesi, i funerali, il suo impegno sociale e caritativo, segue e aiuta i missionari, studia... che altro può fare? Si arriva così a 50 anni di messa come una fotocopia ingiallita del primo anno, si vive senza imparare nulla, si parla senza comunicare, si prega senza uscire da se stessi e senza ascoltare Dio, si predica senza lasciarsi toccare dalla parola che si annuncia... Oppure ci pare di essere circondati da “sacerdoti e leviti” di questo stampo, e pur non essendo ancora “mezzi morti” lungo la via, si sente che questo tipo di compagnia sta uccidendo in noi la vitalità del Vangelo e la nostra stessa umanità. Percepiamo (a torto?) questa atmosfera di incapacità o disinteresse a guardare “l’uomo” perché ci sono cose più importanti da fare, idee da diffondere, istituzioni da far funzionare o da salvare, o semplicemente la propria tranquillità e i propri progetti da rispettare, e ci pare che gradualmente quest’aria malsana sta invadendo i nostri polmoni. Nessuno ci lascerà “mezzi morti” per le bastonate, arriveremo alla meta; ma arrivati là ci accorgeremo di non aver fatto ciò che è necessario “per avere la vita eterna” (Lc 10, 25) e con nostro grande stupore ci sentiremo dire: “non vi conosco, non so di dove siete” (Lc 13,25), anche se abbiamo mangiato e bevuto in sua presenza (Lc 13, 22-30). Si può arrivare sani e salvi a Gerico, ma “aver corso invano!” (Fil 2,16).
Il discorso fin qui fatto è un primo passo per rispondere alla domanda che costituisce il tema di queste giornate: “Che prete sto diventando?”. Il passo si compie non guardando a modelli teorici di preti, né ad immagini approssimative di noi stessi e del nostro ministero. Occorre poter dire con lucidità: “ Chi sono io, qui e ora, dopo i primi anni del mio ministero”. Non per assolversi o per condannarsi, ma per capire, perché qualsiasi buon proposito, qualsiasi progetto è destinato a fallire se non poggia sulla solida piattaforma della realtà.
Alla realtà di noi stessi, spesso ci conduce o può condurci proprio la realtà attorno a noi, l’esperienza. Ho provato in me stesso e ho rivisto tante volte nei miei confratelli, che cosa vuol dire inserirsi in un ambiente nuovo, in una realtà sconosciuta (quando si parte come missionari) con ritmi di vita non sperimentati prima. Studio della lingua, estraneità al clima, altri modi di comunicare, reagire, essere guardati... Tutto questo mette davanti a se stessi in modo nuovo, si scoprono aspetti sinora sconosciuti o conosciuti diversamente della propria persona. Capacità, doti, forze... ma anche debolezze, paure, inconsistenze, vuoti... C’è il rischio di restarne spaventati e di non farcela ed è necessario un faticoso processo di riscoperta di sé, di riappropriazione di sé. Processo però preziosissimo, che ci fa rinascere, ci libera e dà umile concretezza al cammino da compiere. Processo che non si deve compiere a partire dalla valenza morale o moralistica, che spesso è una scorciatoia sbagliata. Non basta riconoscere affrettatamente un errore, bisogna leggerlo bene, altrimenti è certo che noi lo ripetiamo fino a non dargli più peso. E’ più semplice confessare cento volte: ho perso la pazienza con il prossimo, che capire le ragioni della mia impazienza (paura del confronto? voglia di dominare? insicurezza?); è più facile riconoscere cento cadute che prendere onestamente atto di una immaturità affettiva sempre negata a se stessi, e del bisogno di farsi aiutare veramente per venirne fuori.
Può accadere che non ci interroghiamo mai seriamente su noi stessi, e che viviamo con un’immagine di noi stessi del tutto fasulla, troppo idealizzata o troppo riduttiva, pessimista, ma comunque non vera. Scoprire “chi” siamo (o come gli altri ci vedono) è spesso doloroso e fa paura. Prendere coscienza di limiti, fatiche, nodi interiori non risolti è cosa a cui molti sfuggono. Eppure è un processo indispensabile del nostro vivere, specie se siamo pastori e guide di altri. La gioia, relazioni sane e costruttive con gli altri si vivono solo all’interno di un rapporto “vero” e non alienato con la realtà e con noi stessi. Come credenti possiamo essere quelli che con più coraggio guardano in faccia la realtà, perché crediamo nel Signore che vi entra e la salva. Il Vangelo procede proprio attraverso la presa di coscienza di essere ciechi, sordi, paralizzati, peccatori e nello stesso tempo liberati da tutto ciò dalla forza del Signore. Ma se non c’è la presa di coscienza, non c’è liberazione. “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato, ma poiché dite: noi vediamo, il vostro peccato rimane” (Gv 9,41). Dicevo che la presa di coscienza della realtà esterna a noi e su noi stessi è spesso faticosa, ma indispensabile. Si parla spesso di obbedienza e di croce. Credo che la prima e più fondamentale forma di obbedienza sia proprio questo: un “sì” alla realtà. Sì a ciò che abbiamo intorno, sì a noi stessi, alla nostra storia, alle persone; sì al sole che ogni mattina illumina una situazione forse diversa da quella che vorremmo, e tuttavia non eludibile. Il sì di p.Mauro al suo essere in carrozzella, di p.Pietro alla scoperta delle sue fragilità, di don Carlo alla necessità di cercare uno spazio. Vivere “come se” non paga, e non paga neppure portarsi dietro rabbie o paure continuamente rimosse. Se voglio diventare un prete che mi convince, di cui posso avere stima, devo sapere dove sto, chi sono, come ho impostato il mio cammino.
Potremmo, infine, essere il samaritano. Lo è anzitutto Gesù, che percorre le strade della storia umana per fermarsi a sanare cuori e corpi spezzati, per farsi carico della fatica e della tragedia di essere uomini e per pagare la salvezza, pur continuando ad essere considerato in certo modo “estraneo”, straniero, diverso, fino al punto da essere crocifisso “fuori della città”. Bisogna ricordarlo anzitutto a noi stessi: quale che sia la nostra attuale condizione sulla strada che abbiamo iniziato a percorrere (siamo mezzi morti, o briganti, o sacerdoti e leviti, o un po’ tutto ciò assieme?), su questa stessa strada sta passando il samaritano Gesù, il quale non vuole “passare oltre dall’altra parte”, ma farsi vicino a noi per mettere olio e vino sulle ferite, o per chiamarci a conversione dal nostro banditismo come Matteo-Levi o l’adultera o per darci uno Spirito capace di rinnovare il nostro cuore come a Nicodemo. La strada è pericolosa, ma non siamo soli, ed è importante ri-decidere di avere Gesù come soccorritore, compagno di viaggio e guida. Dico “ri-decidere” perché ora la decisione deve essere nuova, più consapevole e più concreta; è la ripresa di una decisione già fatta, ma con una chiara e precisa evoluzione: niente fotocopia! Il samaritano Gesù passa attraverso samaritani suoi discepoli, che mettono in pratica la parola conclusiva della parabola: “Va’ e anche tu fa lo stesso!” Lc 10, 37). Prima di chiederci se noi lo siamo e come, chiediamoci se abbiamo incontrato qualcuno che per noi è buon samaritano. Ci sono certamente periodi anche lunghi nella vita in cui si deve camminare o rialzarsi solo con la forza che ci viene da Dio, ma certamente ce ne sono altri in cui questa forza si manifesta attraverso persone precise, concrete, che noi dobbiamo riconoscere. C’è infatti il rischio, a volte, di andare incontro ai banditi con il sorriso sulle labbra, o di accompagnarsi volentieri a sacerdoti e leviti, trascurando o addirittura rifiutando il samaritano che ci avvicina. Siamo autori del nostro male o cultori dei nostri scoraggiamenti e cadute, non vogliamo essere aiutati e guariti per orgoglio, presunzione, o paura di guardare in faccia la nostra vera condizione. E’ dunque opportuno chiedersi chi sono i samaritani del nostro cammino, chi mi sta aiutando a trovare il volto di Cristo lungo la strada che percorro; chi mi ha aiutato o mi può aiutare a rialzarmi, o a non camminare invano, con l’abito esteriore ma senza il cuore del Vangelo... Infine, noi vogliamo essere samaritani. Terremo questo obiettivo, questo modello davanti a noi nei prossimi giorni, quindi ora non mi dilungo e offro solo qualche tratto fondamentale. Essere samaritani non significa ignorare o trascurare una meta, porla continuamente in dubbio, indugiare per il gusto di farlo. Nemmeno significa che si devono risolvere tutti i problemi di tutti: feriti, banditi, leviti ecc. C’è un limite alla nostra capacità di capire, agire, farci carico. Significa però che noi ci lasciamo interpellare dagli uomini, che non passiamo accanto, ma andiamo verso, che non imponiamo ritmi e tappe, ma sappiamo proseguire con il passo di un ferito o malato. Neppure ci leghiamo con coloro che accostiamo, o li leghiamo a noi. La condizione di viandante non muta, ma è un viandante che “vede” e si fa compagno, proprio come Cristo che si fa nostro compagno, senza toglierci alla nostra condizione umana. Giovanni Paolo II ha parole e immagini bellissime su questo: l’uomo come via della Chiesa. E’ l’uomo che noi cerchiamo e tutto il resto dev’essere relazionato all’uomo. Organizzazioni e strutture mutano, qualcuno può disfare ciò che noi abbiamo fatto, ma ciò che di evangelico abbiamo portato nell’uomo non va perduto, non è mai reso vano se non dalla forza del demonio e del peccato.

2. Come imparo ad amare?

Testi di riferimento: Mt 19, 1-12; Mt 26,6-13; I Cor 7, 25-40; Gen capp.1 e 3.
Finchè si è in formazione si cammina per certi aspetti come tutti gli altri giovani cristiani seri e impegnati. Poi ognuno prende la sua strada. Il giovane impegnato trova (speriamo!) una giovane impegnata, i due si vogliono bene, e l’uno con l’altro, poi verso i figli vivono una grande parte della loro capacità di amare e del loro bisogno di affetto. Certo non tutto, ma una grande parte. E anche le altre parti sono profondamente “informate” da come l’amore è vissuto in famiglia.
Il prete invece si trova solo, e da solo va avanti.
Come ama allora un prete? E come trova risposta al suo bisogno di amore?
Io, anche se non ho mai faticato a immaginarmi sposato e mi sarebbe piaciuto (solo quando sono depresso penso che non sposandomi ho salvato una donna dal grave rischio di avermi come marito... ma lei non lo sa neppure!) considero la mia vita celibe molto ricca e bella umanamente e ne sono contento. Tuttavia non mi piace partire di qui, dagli ideali pur bellissimi. Preferisco partire dall’obiezione che mille volte ho sentito dai musulmani per i quali il matrimonio è metà della religione (Corano). Come fai tu a dire che sei un uomo di Dio, se poi rifiuti quello che Dio ha stabilito nella sua legge?
Voglio impostare il discorso da come in realtà lo vedono la maggior parte degli uomini: il celibato è una povertà. Oggi poi ci sono molti laici che si preoccupano molto di liberarci da questa condizione che considerano “disumana”, “crudele”.
La rivelazione ci dice: “ Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2, 18) e quando incontra Eva, Adamo grida di gioia: finalmente ha trovato colei che è simile a lui ma gli sta di fronte, colei nella quale si riconosce non nell’identità, ma nel dialogo che fa uscire dalla solitudine, con lei potrà progettare e operare nel creato e i due diventeranno fecondi di opere e di figli, così nel dialogo, nell’amore fecondo e nelle opere saranno immagine di Dio. Tutto questo dice la Bibbia, non va pensato in modo ingenuo, paradisiaco. Di fatto il peccato ha toccato proprio questo aspetto più bello della creazione, rendendo il rapporto uomo-donna profondamente contraddittorio, ambiguo, carico di incognite. Può essere un vero segno dell’amore di Dio e del rapporto di Cristo con la sua Chiesa, ma può essere anche devastante per entrambi, in un matrimonio non riuscito e nei rapporti scorretti, dispersivi, strumentalizzanti fuori dal matrimonio.
Tuttavia, anche tenendo presente questa visione realistica, noi sappiamo che il piano di Dio non è mutato. L’avventura umana che nella vita cerca senso, gioia, amore,, continuità passa attraverso questa attrattiva, questa scoperta dell’altra e di se stesso nell’altra. Sentirsi amati è una potenzialità umana enorme, amare è un esprimere se stessi in una pienezza insuperabile. La sessualità è una componente della persona non secondaria, e l’esperienza della sessualità vissuta nell’amore è di grande arricchimento umano. Per non dire della gioia della paternità, e di come sia incisiva l’educazione che i figli danno ai genitori. Sì, i figli ai genitori! Mio fratello ha smesso di fumare grazie al figlio... L’uomo può imparare dai figli la tenerezza, la responsabilità. Ma c’è molto di più, cioè un completamento dell’esperienza umana nel suo scorrere naturale, l’uscire da sé nel dono spesso sofferto, il distacco che è necessario quando i figli crescono, l’umiltà del sentire che colui che esiste grazie a te ti sta di fronte, e forse ti contesta e comunque non dipende più da te e fa la sua strada...
La coppia matura poi è capace di comprensione e di accoglienza, ha una saggezza umile e concreta, sa affrontare i problemi e le difficoltà senza drammatizzarli, ha senso pratico. Italo Alighiero Chiusano descrive come sua moglie gli ha “insegnato” a ridere, a giocare, a incontrarsi con i suoi sentimenti...
Tutto ciò mi fa dire senza esitazione che il celibato ci pone in condizione di povertà radicale, perché non tocca ciò che abbiamo, ma ciò che siamo, nella nostra carne e nel nostro sangue, nella persona. L’uomo è due, e il celibato ci chiede di essere uno. Povero dunque di quella gioia che è il rapporto dei corpi e che dà senso insieme di pienezza e di identità di sé: “come sposo che esce dalla stanza nuziale”, dice il salmo (19,6) per descrivere lo splendore del sole nascente. Ma povero anche di tutti gli altri aspetti che nascono dalla relazione precisa, piena di responsabilità, ma anche di prospettive, come un “tu” che è tuo, in una reciprocità di dono e di possesso.
A non saperlo si parte male, si diventa ciechi o presuntuosi. Del resto il Vangelo non va tanto per il sottile quando parla del celibato: dice che si è “eunuchi per il Regno”, e l’eunuco è impoverito nella sua stessa integrità fisica! Se non ricordiamo questo, non ci rendiamo conto che spesso può emergere prepotente il nostro bisogno di affetto, da ricevere e dare, la nostra carne può gridare con forza, il nostro futuro senza figli ci può apparire desolatamente vuoto e triste. Ciechi come quel prete che caduto occasionalmente in un rapporto con una donna, giustificava la sua intenzione di sposarsi, dicendo di non aver mai pensato di dover rinunciare a una cosa così bella. Presuntuosi perché non si tiene conto di ciò che ci manca e ci riteniamo autosufficienti, formati in tutto, rischiando di diventare solo scorbutici zitelloni, col cuore inaridito, o di cercare infinite, piccole e grandi compensazioni: c’è chi sposa, invece che una donna, la sua autorità, il suo prestigio, il suo denaro, le sue idee... se stesso, specchiandosi come narciso. Oppure si diventerà giocolieri. Si ritiene che sia possibile con un po’ di abilità far star su un tavolo con due sole gambe e ci si prova, con la propria abilità. Una sfida a se stessi, parete in arrampicata libera. Può funzionare per un po’, ma attenzione - non solo al rischio - ma a quanto dicono i Padri della chiesa che mettono vigorosamente in guardia contro l’orgoglio del celibato e della verginità, che è demoniaco!
Dev’essere dunque Dio a sostenerci con la sua grazia. Ma come?
Certo non come un surrogato; non possiamo attribuire al Signore e al suo Regno il compito di farci da sostituto della moglie. Occorre portare il discorso su un altro piano. Il celibato è un dono, una grazia, che noi non sappiamo descrivere. E’ un modo diverso di esprimere ciò che ci dice il Vangelo.

Leggiamo Mt 19, 1-12.
Il celibato è un dono particolare, e non tutti lo capiscono (inutile scandalizzarsi o stupirsi), perciò anche chi ha il dono può non riuscire esattamente a spiegarlo, a metterlo a fuoco. E’ molto più che un surrogato della moglie, e ciò che ci viene dato non è un puntello per sostenere il tavolo, ma una grazia intima, personale, ineffabile.
Su quale piano si ponga questa grazia credo si possa descrivere riferendoci al brano letto, e in particolare all’obiezione dei discepoli. Essi non pensano al celibato, pensano piuttosto che se il matrimonio è come dice Gesù, allora è una fregatura. Gesù proibisce il ripudio, perché è la contraddizione più evidente del piano di Dio sull’uomo e sulla donna, che devono essere l’uno per l’altra “un aiuto simile a sé”, nudi e cioè aperti alla comunicazione senza ombre né aree di egoismo. Il ripudio è l’arma con cui l’uomo domina la moglie, è il momento più evidente del peccato che stravolge il piano di Dio: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Gen 3, 16b).
Gesù vuole un matrimonio dove l’uomo non è padrone della donna, per questo i discepoli fanno l’obiezione: “ Se non comando più io, non vale la pena sposarsi!”. Come molte altre volte, Gesù invece di aggiustare, mitigare, persuadere, porta alle estreme conseguenze: “ E’ vero, nella logica del peccato, della carne, del dominio, non vale più la pena; anzi rendetevi conto che è talmente diverso ciò che vi chiedo, che si può arrivare a vivere il rapporto uomo-donna solo per il Regno, e come anticipazione di ciò che sarà “alla risurrezione”, quando “ non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli del cielo” (cfr. Mt 22, 23-32). Mi pare allora che questa parola di Gesù debba rimanere lì dove è nata, cioè nel contesto del rapporto uomo-donna. Gesù non dice: lascia stare la moglie e pensa al Regno. Dice: colloca nel contesto del Regno i tuoi rapporti, di marito e - per chi è chiamato - da celibe. L’uno e l’altro non sono “angeli”, ma devono cercare un rapporto libero e liberante che non è oppresso da una sessualità stravolta dal peccato della passione e del dominio, ma espresso in una sessualità redenta fino al punto da apparire trasfigurata. Il Regno sul quale giochi tutto e per il quale devi vendere tutto, ha la forza di trasformare il rapporto uomo-donna nel matrimonio, e anche di rendere il matrimonio non più necessario. Si tratta dunque di un insegnamento che riguarda il Regno, le relazioni umane, il rapporto uomo-donna, l’amore.
La grazia di Dio ci fa entrare profondamente nella logica del Regno, logica di comunione, di libertà, di gratuità, da cercarsi per chi può capire nel matrimonio e nel celibato. Da cercare come sequela di Gesù. Questa grazia infatti ci pone nella stessa condizione umana di Gesù, che ha annunciato il Regno senza avere una moglie, ma vivendo e proponendo rapporti davvero nuovi e liberanti con le donne. Lui stesso, come uomo, ha arricchito la sua umanità grazie agli incontri con loro, e ha espresso un’umanità capace di dialogare con loro, capace di affetto, di correzione, di gesti liberanti, di accoglienza dei doni (l’unzione di Betania).
Mt 26, 6-13: Il celibato è la “forma” della nostra sequela e del nostro modo di amare, ed è certo la più vicina a quella che Cristo stesso ha vissuto.
Questo è il nostro modello di celibato. La grazia di questa sequela, di questo modo di viverla, ci fa mirare alto.
Lasciatemi citare a questo proposito una persona di cui ho molta stima e che ho avuto la fortuna di conoscere, Dom Luciano Mendes de Almeida, già presidente della Conferenza Episcopale del Brasile:
“Ci sono persone che sembrano, a prima vista, vivere sole. Eppure posseggono un equilibrio affettivo, una costanza nella sofferenza, una tranquillità nelle vicissitudini, che poco alla volta rivelano la presenza interiore di Qualcuno. Ci sono uomini e donne che hanno presente Dio nel loro intimo, come il Padre era presente in Gesù. E’ Dio stesso che è vivo nella loro coscienza, da quando si alzano a quando vanno a dormire. E’ una presenza di amicizia interpersonale, ma più intima e persino più profonda della presenza affettiva che risulta dalla consacrazione coniugale. E’ un amore sponsale, immediato, totale verso Dio che permette una possibilità inaspettata di integrazione del proprio io, là dove non può penetrare nessun amante umano. Non c’è altro amore di mediazione tra questo amore profondo e Dio”.
Mi piacciono queste parole perché sono convinto che non siano teoria. Sono evidentemente un obiettivo alto, e questo mi introduce ad un aspetto chiave della nostra riflessione.
Che ne direste di un parroco che dicesse a un giovane appena sposato: non andare con altre donne, non masturbarti e il matrimonio è a posto? Entrare nella vita matrimoniale significa fare un cammino di amore: conoscersi, aiutarsi, sopportarsi, perdonarsi, adattarsi... Il fidanzamento deve aiutare a imboccare questa strada che è tutta da percorrere; il “no” ad altre donne è solo un aspetto importante, ma in sé negativo e del tutto insufficiente. Analogamente il tempo del seminario è preparazione ad un sì, che non può significare semplicemente un “no” al matrimonio e all’esercizio del sesso. Ovviamente c’è questa parte, ma essa va vista in una dinamica di crescita positiva, di apprendimento. Vorrei dire che non si è ma si diventa celibi per il Regno, imparando gradualmente ad amare e a relazionarsi in questa condizione e con questa grazia. Si può sperare che appena sposato un giovane sia un buon marito; certo però non privo di punti deboli; ed è ingenuo sperare in un matrimonio senza problemi, difficoltà e crisi. La coppia non può amarsi allo stesso modo nel giorno del matrimonio, dopo dieci anni e dopo cinquanta. L’amore avrà la stessa intensità, o forse di più, ma la sua modalità, espressioni, profondità, saranno diverse.
Così è anche per il nostro vivere la vocazione celibataria.
In questo processo di apprendimento e crescita, ci sono punti di forza e di riferimento e pericoli, zone ignote. Tento di indicarne alcuni.
Un aspetto sempre aperto e dinamico è quello della integrazione della sessualità nel complesso della persona. Il sesso non è una variante staccata, che si può reprimere e attivare senza con ciò influire sul resto. Non basta e non è corretto reprimere rimuovendo, escludendo, isolando. La natura si rifà in altri modi, con compensazioni più o meno dirette. Nemmeno il sesso ha una forza e un significato tale da farne un idolo. Oggi pare che il così detto diritto alla felicità sia anche un diritto a godere del sesso quasi esso non avesse altro influsso sulla nostra persona che quello di dar piacere e di liberare. E’ una trappola, ma ci cascano molti, dispersiva e logorante. La nostra ricerca è quella di una disciplina seria, a volte crocifiggente, perché tutta la nostra persona sia orientata ad amare comunicando con la sua maschilità, ma senza cercare la “partner”.
Il celibato per il Regno è un amore che non possiede, ma non per questo è meno intenso; è un amore che “si fa da parte”.
In questa ricerca di armonia fra sesso, personalità e amore, si può anche scoprire che la nostra identità sessuale non ci è del tutto chiara. E’ ancora adolescenziale, incerta, ha bisogno di riconoscersi, oppure si riconosce come attratta solo, o anche, dallo stesso sesso. L’omosessualità è problema oggi molto dibattuto. Credo che non si debba nascondere il problema, né demonizzarlo. Va anch’esso ricondotto al discorso di Gesù, che non si lascia intrappolare dalla logica di una sessualità usata per dominare e per avere piacere, e la riporta invece a quella del dono e del servizio. Chi si scoprisse omosessuale, non dovrebbe né sprofondare nella vergogna né sentirsi autorizzato a seguire altre regole e criteri - magari da gestire nell’ombra. Anche lui è chiamato a una condizione di dono per il Regno che non tutti capiscono perché è grazia. Ciò vale comunque, a prescindere dai giusti interventi anche professionali che uno può e deve richiedere per capire la propria identità sessuale ed eventualmente correggerla.
Voler amare da celibi può anche farci toccare con mano la nostra poca capacità di amare. Si è affettivamente sregolati, fragili. Ci si attacca, si attira a sé, si ha bisogno di gratificazione. Si può arrivare ad abusare della propria autorità morale per usare gli altri o le altre. In modo grave o in modo meno evidente ma anch’esso scorretto: si gioca con gli affetti e le intimità altrui, si prende e si lascia. A questo proposito, a volte si sente dire: “ma che male c’è?” e si cerca qualcuno che giustifichi uno spingersi sempre più in là in affettuosità anche fisiche, in ammiccamenti... Il mio criterio è forse elementare, ma credo che funzioni: se tu fossi sposato, che direbbe tua moglie di questo?
Ora, il celibato non ci garantisce affatto che non ci innamoriamo, né che gli altri non si innamorino di noi. L’innamoramento, secondo qualche psicologo, è un trucco della natura per avviare le coppie, ma come tale non dura. L’amore è altra cosa, e dura. Ciò non toglie che l’esperienza dell’innamorarsi possa essere assai difficile da gestire, insieme bella e lacerante. D’altra parte non va drammatizzata e messa a carico del celibato come tale, quasi fosse un segno che non siamo chiamati ad esso. Anche un uomo sposato può innamorarsi di un’altra, ma non per questo - se è serio - lascia la moglie e la famiglia. Passare attraverso questo fuoco è possibile se ci si fa aiutare, e può essere crocifiggente, ma anche un’esperienza che arricchisce.
Se ci si fa aiutare, e se facciamo emergere in noi il senso vivo dell’attesa, dell’ “escaton”, del Regno, che ci dà una vista lunga sulle cose e su noi stessi: le lettere paoline pongono il celibato in questa prospettiva (I Cor 7, 25-40). Se si vive la preghiera come ricerca e incontro sincero con Dio. Se si è capaci di disciplina di sé.
A fronte di questa fragilità affettiva sta una grande potenzialità del celibato. Nel rapporto uomo-donna spesso ci sono mille ambiguità, ci si usa a vicenda e qualche volta è difficile fidarsi. L’uomo limpidamente celibe, l’uomo casto, taglia corto su tutto questo. E’ vero, rinuncia a quel potente mezzo espressivo e di comunione che è l’unione dei corpi, ma può andare oltre le pesantezze che ad essa sono legate, per vivere rapporti profondi, veri, liberanti per sé e per gli altri. La prostituta va da Gesù, gli bagna i piedi con le sue lacrime, perché sa bene che Gesù non le chiederebbe mai una “prestazione”, né abuserebbe del suo affetto. Per lui, lei non è una donna di malaffare, ma una figlia di Abramo, e la castità limpida del Signore è un punto fermo che permette di arrivare lì, che la libera. Il sesso può essere schiavitù pesantissima, può catalizzare tutto di un rapporto; il celibato casto spezza questa catena o barriera, e può aiutare altri ad uscirne.
Una visione positiva e dinamica del sesso e del celibato ci permette anche di non drammatizzare errori e cadute, e di non lasciarcene avvilire, o di adagiarci in esse. Come per ogni altro aspetto del nostro vivere e del nostro operare, bisogna mettere in conto anche possibili sconfitte, magari pesanti e umilianti.
Le debolezze in questo campo non vanno sottovalutate, fino alla possibilità di vivere come su due binari, fino ad una vita doppia. Non vanno coperte o giustificate ambiguamente, specie trascurando il danno che possono fare ad altri. Ma nel contesto di una vita sincera, di impegno nel Signore e nel dono di sé, non sono neppure da esasperare. Possono essere un campanello d’allarme per altri problemi, frustrazioni, infantilismi, traumi e paure. Dentro il contesto del cammino della persona e del nostro rapporto con il Signore (col quale si può parlare di sesso finchè si vuole, non è un puritano!) anche questi aspetti vanno corretti e armonizzati, ci si può riuscire.
E’ anche giusto chiedersi come sono i nostri rapporti con le donne. Il Papa che ha pagine molto belle sulla donna e che trova ancora poco ascolto nel suo insistere perché essa possa trovare nuovi e più adeguati spazi nella chiesa, parla anche di questo rapporto tra il prete e la donna in una sua lettera. Propone al prete il modello del rapporto di fraternità-sororità, che unisce un affetto personale intenso con la chiara percezione di intangibilità. A me pare bella e giusta questa proposta, e cerco di viverla anch’io. Fra l’altro, io vi sembrerò presuntuoso, ma nella mia relazione con Maria di Nazaret, la Madonna, gusto molto di più il sentirla come mia sorella che come madre. Forse questo deriva dalla mia esperienza familiare, nella quale l’affetto per mia madre ha avuto più l’esperienza di un mio essere un appoggio per lei che non lei per me. Ma non ha importanza! Io sento Maria come sorella nella fede, nei timori, nel non capire e custodire nel cuore, nello stare accanto a Gesù che soffre, e in lui a tutti i sofferenti, nel suo essere insieme educatrice di Gesù al quale dà molto, e sua discepola, nel suo pregare e accogliere lo Spirito. Questa sorella mi introduce in casa e mi fa conoscere suo marito, Giuseppe, con il quale sono meno familiare ma nel quale contemplo la bellezza del suo rapporto di affetto, di responsabilità, e di intangibilità nei confronti di Maria.
Sorelle dunque, come “sento” Maria di Nazaret; ma anche madri, quelle più anziane e mature di me, e figlie. Tuttavia bisogna guardarsi dagli stereotipi, da astrazioni, luoghi comuni, idealizzazioni. Non esiste la “donna” e noi non ci incontriamo con un modello, ma con donne, una diversa dall’altra e che vanno conosciute e accolte come sono. E’ possibile l’idealizzazione ingenua. In Brasile ho sentito una battuta che da quando un uomo e una donna si sposano, lei vede i difetti di lui e spera che con il matrimonio cambierà; invece lei cambia e lui no...
E’ possibile essere troppo condizionati dalla fisicità e noi ce ne lasciamo attrarre o la temiamo.
E’ possibile (e facile tra il clero) vedere le donne come ancella, appoggio, e che ascolta e fa, o colei che deve essere guidata e sostenuta e che ci tiene a esserlo. Oppure la donna “mamma”, che mi capisce, mi accetta, mi aiuta benevolmente e a cui posso chiedere tutto. O la donna dalla personalità forte, che domina, sicura di sé e della sua femminilità di fronte al maschio intimidito e confuso.
Stereotipi, dicevo, o tipi reali che noi cogliamo così (o che loro stesse sono e si presentano così) riducendo il rapporto a questi elementi senza mai riuscire ad andare oltre.
Bisogna non stupirsi di questo e non negarlo, ma lavorarci su. Dobbiamo imparare a incontrarci come persone, come “figli di Abramo” prima di tutto. L’essere donna o uomo non è certo insignificante per questo, ma è ancora solo una modalità. Paolo dice che: “Non c’è più né giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa” (Gal 3,28-29).
Questi modi di essere non sono irrilevanti: Paolo stesso si fa greco coi greci..., perché sa che altrimenti non li incontrerebbe. Però sono “vie” al cuore delle persone che in Cristo è amato e salvato. Purtroppo noi ci fermiamo spesso al ruolo, alle appartenenze nazionali, culturali, religiose e anche sessuali.
Così la castità è un elemento educativo forte per andare al cuore delle persone, naturalmente accogliendole e comprendendole come sono: donne o uomini, giovani o anziani, medici o casalinghe...
Voi capite che tutto questo non è scontato e non s’impara di colpo. E’ una faticosa ma bella esperienza di crescita umana guidata dalla fede, di amore umano mosso dall’amore di Dio per noi.
Di tutto questo - mi pare - si parla troppo poco. Si parla di apostolato e ministero, si parla di spiritualità;  ma troppo poco di chi fa ministero, e di “ in chi e in quali situazioni” si vivono gli ideali e le linee guida di spiritualità. Il nostro essere celibi non può essere dato per scontato, silenziosamente. Sto scoprendo in questi anni quanto ci sia bisogno di parlarne, portando alla luce sia le cose belle e incoraggianti, sia difficoltà, dubbi e problemi. Parlarne con il proprio direttore spirituale e senza zone d’ombra, ma anche fra noi.
Infine e con questo vi do l’ultimo punto, il celibato è un’esperienza che si vive secondo le diverse stagioni della vita. Spesso c’è il mito della giovinezza. Bisogna invece scoprire la bellezza di incontrarsi con ed essere noi adulti, e poi anziani...
Già vi dicevo di sentire che ho meno mamme e più figlie, ebbene non ho rimpianti in questo. Oggi mi pare di saper amare più e meglio di ieri, e questo mi rende contento. E spero domani di saper amare più e meglio di oggi.

3. Collaboratori dello Spirito

Apro un altro tema nel cammino di ricerca su “ Che prete sto diventando?”. La domanda potrebbe essere: “Come sto dentro il mio ministero?”. La risposta va cercata con riferimenti ben concreti. Io sarò anche questa volta attento agli atteggiamenti di fede, alla mentalità con cui ci si accosta al servizio presbiterale, piuttosto che agli aspetti pratici del servizio stesso.

Testo di riferimento: Atti 10 - 11,18.
Prima di esaminare la storia di questo testo, riprendo però alcune citazioni di Redemptoris Missio. Anzitutto l’espressione che intitola il cap. III: “Lo Spirito Santo protagonista della missione”. Cioè, primo agente, colui che dà il via, che dirige, a cui gli altri si riferiscono. “Al culmine della missione messianica di Gesù lo Spirito Santo diventa presente nel mistero pasquale, in tutta la sua soggettività divina, come colui che ora deve continuare l’opera salvifica. Senz’altro quest’opera viene affidata da Gesù a uomini, agli apostoli, alla Chiesa, tuttavia in questi uomini e per mezzo di essi, lo Spirito Santo rimane il trascendente soggetto protagonista delle realizzazioni di tale opera, nello spirito dell’uomo e nella storia del mondo”.
Parlando di spiritualità missionaria, RM 87 dice che: “Tale spiritualità si esprime, innanzitutto, nel vivere in piena docilità allo Spirito: essa impegna a lasciarsi interiormente plasmare da lui, per divenire sempre più conformi a Cristo”.
Al n. 21 della RM: “ Lo Spirito Santo opera per mezzo degli apostoli, ma nello stesso tempo anche per mezzo degli uditori”.
Gli uditori sono tali perché resi tali dallo Spirito: “ Lo Spirito si manifesta in particolare nella chiesa e nei suoi membri, tuttavia la sua presenza e azione sono universali, senza limite né di spazio, né di tempo”, anzi “ la presenza e l’attività dello Spirito non toccano solo gli individui, ma la società e la storia, i popoli, le culture, le religioni”.
Si può riassumere così: Lo Spirito plasma e conforma a Cristo; opera negli apostoli come primo agente della missione; opera negli uditori; li prepara remotamente, ovunque, a diventare tali.

Veniamo allora ad Atti 10,1-8.
Appare l’angelo e tutto comincia, pare. Invece no: a chi appare? A un militare delle truppe di occupazione, già toccato dalla grazia, preparato anche se fuori da schemi. Cfr. il centurione di Lc 7, 1-10: “ama il nostro popolo e ha costruito la nostra sinagoga”.
Uomini in ricerca anche fuori di Israele, spazio non vuoto, ma occupato dallo Spirito.
Pietro e la Chiesa non erano pronti a capire e accogliere l’opera di Dio “fuori”, perciò lo Spirito opera anche in Pietro per prepararlo. Pone in dubbio i suoi schemi troppo stretti, lo rende perplesso, aperto a qualcosa che deve accadere per fargli capire. Confronta la prima persecuzione dei credenti a Gerusalemme, che apre la missione alle altre regioni, i fallimenti di Paolo con i Giudei. Gli emigranti cinesi in Canada... Le lunghe discussioni fra i missionari su se e come essere in Cina...

Atti 10, 17-23a:
E’ la preparazione prossima anche per Pietro. E’ perplesso su ciò che è accaduto, ed ecco arrivano a lui persone “impure”, che tuttavia gli dicono cose interessanti. Mosso dalla grazia, Pietro fa il passo e li ospita. E’ questo un gesto già di rottura, una novità. Ospitare e farsi ospitare significa condividere e compromettersi in questa condivisione. Il fatto che poi Pietro vada a casa loro diventerà capo di accusa contro Pietro da parte dei “fratelli” (11,3).

Atti 10,23b -33:
Notare gli atteggiamenti pieni di buona volontà ma impropri, goffi di Cornelio. Li accosto allo stile dell’altro centurione che rende onore a Gesù secondo gli schemi della sua cultura militare: non venire da me, dà ordine che si faccia ciò che vuoi. Gesù accetta. Sta nascendo un rapporto, ma c’è da compiere il passaggio culturale che è composto di gesti, parole, atteggiamenti, sensibilità. Bisogna essere coscienti di questo. Inevitabilmente noi abbiamo espressioni e stili molto caratteristici, tipici, che ci sono familiari, ma non lo sono gli altri. Il disagio dei missionari quando tornano dopo qualche anno si trovano “spiazzati”; il disagio di chi proviene da un’altra cultura o “subcultura”, ed è di formazione laica, non ha familiarità con la Bibbia, ecc... Se questo è inevitabile, occorre però stare sempre molto attenti perché ciò non metta a disagio e costituisca un ostacolo.
Bisogna essere attenti a coloro che ritengono che il peccato originale sia un po’ strano, diverso dagli altri: un peccato veramente “originale”!
Che si chiedono come mai Gesù “rimette”, cioè “mette di nuovo”, i peccati al povero paralitico! Per i musulmani la figura di Cristo in croce è chiaro segno che doveva essere un malfattore; per i buddisti è chiaro segno di sadismo dei cristiani che contemplano il loro profeta proprio nel momento in cui soffre...
Bisogna saper cogliere e accettare i contenuti anche di linguaggi diversi, saper relativizzare il proprio, ascoltare “oltre le parole”.

Atti 10, 34- 43:
Pietro scopre e proclama la volontà di Dio su queste persone. Dice una cosa di enorme portata: Israele e la Chiesa non sono detentori della salvezza, “ chi teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto”. La Chiesa fa emergere, spiega, vive come comunione e mette a frutto questa salvezza che viene da Cristo, ma non ne ha il monopolio. Il senso qui può sembrare solo: si può predicare anche ai pagani, allargando i confini. Non è così. Più volte i profeti dell’Antico Testamento rinfacciano a Israele che Dio non ha bisogno di lui; può cercarsi e di fatto trova, altri sacrifici a lui graditi in mezzo ad altri popoli. Gerusalemme emerge fra le nazioni, ma tutte le nazioni sono del Signore.
Noi siamo appunto segno, sacramento, messaggeri di questo rapporto di Dio con l’umanità.
Il Vaticano II, con la teologia e il magistero che lo seguono, spiegano poi che questo “temere e praticare la giustizia” che è accetto a Dio, lo è perché è pure esso correlato a Cristo, frutto della sua grazia, opera dello Spirito.

Atti 10, 44 -48:
Lo Spirito è impaziente, teme che Pietro non capisca ancora bene e pensi poi di essere lui a portarlo lì. Lo interrompe mentre ancora parla e scende sui presenti. A questo punto cadono tutti i dubbi e curiosamente, l’Apostolo non dà un Battesimo per il quale è affaticato a cercare, persuadere, istruire, ma perché non può fare a meno: “ non si può proibire che siano battezzati”.
Poi dovrà render conto nel passo che segue e che completa l’immagine di una chiesa quasi trascinata per i capelli a incontrare i pagani e a riconoscere l’opera di Dio. Nella Pentecoste lo Spirito butta fuori dal Cenacolo perché si vada a predicare. Qui spinge dentro una casa di pagani per scoprire che non sono degli impuri e degli immorali, ma persone che “temono Dio e praticano la giustizia” anche se in parte hanno lingua, gesti, religioni diversi e non sono circoncisi. Solo più tardi, dopo che Paolo avrà preso tante batoste, si farà un altro passo e si deciderà di “andare verso” i pagani.
Anche oggi lo Spirito opera così e ci precede. Opera in noi, usando tutto il materiale possibile per plasmare in noi Cristo, anche i peccati e le esperienze negative; opera in noi spingendoci a uscire, a incontrare il cuore delle persone, a non spaventarci del nuovo e dell’ignoto; opera in noi remotamente, facendosi percorrere strade che a noi paiono casuali e invece conducono agli incontri di grazia. Opera negli altri: negli “uditori” (RM), ma non solo quando sono seduti buoni buoni ad ascoltarci, anche fuori, nella loro vita. Anche in chi non ci conosce; cerca persone che accettino la grazia, pur non sapendo darle un nome preciso, e quindi “temano Dio e pratichino la giustizia”.
La missione, il ministero non sono dunque opera nostra, e nemmeno solo opera nostra con l’aiuto di Dio, e nemmeno solo opera di Dio attraverso di noi. Sono l’incontro tra persone toccate e trasformate da Dio, come Maria ed Elisabetta, perché ne possa scaturire il Magnificat.
Nei giorni scorsi ci siamo interrogati sulla realtà, dentro e fuori di noi. Oggi interrogatevi su una realtà invisibile eppure altrettanto e più vera. Cercate la storia di Cornelio nella vostra vita. Pensate al vostro ministero come avvolto in tutti i suoi aspetti, anche i più estranei, dall’instancabile opera dello Spirito. Certo, c’è chi non risponde, rifiuta: è l’esperienza di Paolo e degli Atti degli Apostoli. Ma il seminare del nostro ministero deve essere fatto nella fiducia che, se noi siamo docili, riusciremo a trovare coloro che Dio ha preparato e che hanno accettato.
Il mondo è pieno di tenebra, di male, di peccato, di sofferenza insensata, di errori, di menzogna. Tuttavia non è maledetto e abbandonato da Dio. Confronta come certi convertiti parlano dello loro famiglie non cristiane...
La missione nasce, deve nascere dalla contemplazione: sempre più questo concetto viene ripetuto. Non solo “nasce da”, ma “è”, nel senso che l’apostolo deve saper contemplare l’opera di Dio in lui e negli altri. Deve parlare, ma soprattutto tendere l’orecchio come Elia che nella brezza sente Dio e si accorge che non è affatto rimasto solo come pensava, ma Dio ha riservato a sé ben 7000 persone! (I Re 19,18).

4. Che prete diventerò?

Testo di riferimento: Colossesi 1; II Timoteo 2,1 -13

Ho esitato a lungo per scegliere il tema e il titolo di quest’ultima meditazione: vorrei ancora dire tante cose! Alla fine ho scelto questo tema, in piena continuità con le giornate precedenti.
Abbiamo camminato sul filo della domanda: “Che prete sto diventando?”, mi pare che come ultimo passo prima di tornare al nostro ministero possiamo domandarci: “ Che prete diventerò?”. La risposta più vera e sicura è nel cuore di Dio, che in Gesù ci ha detto di vigilare, ma anche di non affannarci per il domani. Ci poniamo dunque la domanda in modo pacato e sereno, sapendo fin dall’inizio che non cerchiamo sicurezze umane che il Signore non dà a nessuno, ma orientamenti per vivere bene il tempo che ci è dato, che è suo.
Tra le mille possibili risposte alla domanda ne affronto subito una che certamente avete nel cuore e che a sua volta è un interrogativo, preoccupato: forse anch’io, come altri, diventerò un ex-prete?
Ce l’avevo anch’io in cuore prima dell’ordinazione, e per molti anni dopo, e ne avevo avuta un’altra simile che era diventata una vera crisi. Poche settimane prima del diaconato, andai dal Rettore e dissi: “Vorrei andare avanti, ma ho una grande paura. Chi mi garantisce che non diventerò un prete come “quelli”? Non giudico il loro cuore e la loro storia, saranno migliori di altri - davanti a Dio; ma ciò che si vede non va, e come faccio a non diventare così?” Salutarmente mi ero reso conto che accanto ai molti modelli positivi di missionari che avevo conosciuto, ce ne erano altri: strani, spenti a 50 anni, vocazionalmente in crisi, brontoloni e scostanti, mentalmente disturbati...
Tanto per ridere: pochi anni dopo alcuni nostri seminaristi che studiavano vicino a Firenze, mi dissero della “giornata vocazionale” di un anziano parroco di paese dove andavano per l’apostolato: “Cari fedeli, oggi è la giornata delle vocazioni e del seminario, e di questo dovrei parlarvi. Ebbene, se mandate i vostri figlioli in seminario, fate bene; però, considerate come sono conciato io!..”. Fine dell’omelia!
La risposta del Rettore fu limpida: “Non ti posso garantire nulla; però, se il loro cuore è malato, dipende da te giorno dopo giorno di non diventare così, se il loro cuore è bello agli occhi di Dio, allora devi accettare anche la possibilità di diventare così, se il Signore permette”.
Mettiamo dunque insieme questi due interrogativi: come diventare un prete senza ideali e senza entusiasmo, magari con una vita doppia, o come non lasciare del tutto la strada su cui mi sono messo per obbedire al Signore?
A rendere più pertinente la questione c’è la cultura moderna occidentale, ma diffusa anche altrove, pur con tratti in parte diversi. Cultura del provvisorio e cultura della ricerca di sé. Non mi dilungo su questi aspetti, senz’altro ben noti, se non per dire che entrano anche nella nostra mentalità, in modo sia esplicito sia implicito e subdolo. La persona, anche nel servizio, cerca di “star bene” - uno “star bene” o “sentirsi bene” molto individualistico e a corta portata, che ha come unico punto di riferimento il “sentire” momento per momento. C’è un aspetto giusto in questo, perché se una persona vive e lavora con disagi profondi, rabbie, frustrazioni, deve chiedersi perché e deve tentare di uscirne; ma c’è anche un pericolo grave, quello di fuggire alla fatica del vivere, alle responsabilità, al prendersi sul serio. Non si è capaci a volte, anche se preti, di ancorare la nostra vita a qualche cosa di fermo e solido, la si àncora solo a se stessi lasciando Dio come pallido riflesso sullo sfondo.
A questo si aggiunge che nella Chiesa si è passati (quasi ovunque) ad una posizione più comprensiva, aperta e caritatevole con chi lascia. La prassi delle “dispense” considera casi di persone ordinate validamente, ma inopportunamente a causa di loro gravi fragilità, impreparazione, ecc... A prescindere da questo, l’ “ex” non è più ostracizzato e guardato come il peggiore dei traditori. Ciò è giusto, ma come ogni cosa umana può avere un effetto collaterale negativo, quello di dar l’impressione che in fondo lasciare non sia tanto grave e quindi sia giustificabile nell’ottica di quel “sentirsi bene” di cui dicevo. Si dice: l’importante è che sia sereno!...
Ci si può chiedere: sì, di questo sono convinto, ma lo erano anche altri come me, che poi dopo pochi anni hanno cambiato idea, e allora?
Nel mese di settembre ho predicato ai giovani del PIME che poi sono stati ordinati diaconi il 2 ottobre. Con loro ho trattato questo argomento a partire da un episodio che mi era accaduto poche settimane prima. E’ venuto a trovarmi un “ex” italo-americano, con il quale mi ero “incrociato” in seminario per un anno, e poi per alcuni mesi a Roma. Missionario nelle Filippine sotto la dittatura di Marcos. Anni di sofferenza, lotte, espulsioni, forti tensioni nella chiesa. Era uscito sbattendo la porta, arrabbiato con il PIME, la chiesa, il mondo intero... Parliamo a lungo, l’imbarazzo iniziale scompare; prima di lasciarmi mi invita a fare qualcosa per una riconciliazione con lui e con altri che ne sentono il bisogno, e mi consegna un foglietto di carta molto sottile, ingiallita, scritta a mano:  “Era nel breviario di P. Bonaldo. L’ho sempre tenuto con me, ora ne tengo fotocopia, ma lo do al PIME come è giusto, e anche come piccolo segno di pace”. Datato 1934, portava i propositi scritti da questo padre la vigilia dell’ordinazione, propositi in vista della perseveranza. C’era scritto fra l’altro: leggerò ogni mattina questi punti, prima della Messa. Non so se proprio abbia rispettato questo, ma per gli altri punti ne sono sicuro. Non erano molti, ma tutti ruotavano attorno ad un concetto molto chiaro: contemplare, amare, appoggiarsi a Cristo Crocifisso.
E’ quello che posso dire a voi, come pilastro portante di una riflessione e una preghiera sulla perseveranza. Dal passo che vi suggerisco (II Tim 2, 1-13), cito solo due versetti di raccomandazione a Timoteo: “Insieme con me prendi anche tu la tua parte di sofferenza, come un buon soldato di Cristo Gesù” (vs. 3) e “Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo” (vs. 11b-12a).
“Perseverare con lui” significa seguirlo a Gerusalemme e sul Calvario, perché, come dice la RM al n° 88: “La missione percorre la sua stessa via e ha il suo punto di arrivo ai piedi della croce”. Lo sfondo, non scenario illusorio ma reale è la risurrezione; ma alla croce non si può girare attorno per evitarla.
Con lucida semplicità il Cardinal Bernardin ci ha comunicato il suo pensiero in proposito: tutti devono affrontare la sofferenza, e noi preti come gli altri. La nostra grande grazia è che possiamo affrontarla con Cristo. E’ difficile amare la croce, ma possiamo amare Cristo in croce per tutto l’amore, la fedeltà che esprime. Direi per tutto il realismo che essa dà alla fede. Senza la croce il cristianesimo sarebbe una “pappetta insapore” e credo che non esiterei a considerarlo intercambiabile con altre religioni o spiritualità. Se ci viene voglia di compiangerci, pensiamo alle mille e mille croci di cui Cristo si fa carico con questo supremo gesto di coerenza. La croce è l’estrema perseveranza dell’amore.
E’ giusto desiderare la gioia, e ritenere che l’uomo sia fatto per la felicità. Ma Gesù ci promette una gioia vera, non effimera, frutto della radicalità della sequela. Se imbocchiamo la strada dei compromessi, delle piccole soddisfazioni “perché anch’io ho diritto”, del giorno settimanale libero dal Vangelo...... siamo sulla direzione opposta a quella della gioia vera, che è la gioia aspra ma solida della coerenza, della vita affrontata con coraggio, della solidarietà, della fiducia in Dio.
Ho parlato di “solitudine abitata”, non solo di “silenzio abitato”. Spesso non la sentiremo così. Sarà abitata, ma non ce ne accorgeremo e ci sembrerà un deserto buio. Questa è l’esperienza dell’uomo, sposato o celibe, credente o non credente. Amici cari, siate uomini, vivetela la vita! O volete un Cristo, un ministero, una fede che vi risparmi l’essere uomini? Ma Dio stesso ha voluto esserlo e fino in fondo, fino alla morte più dura, sola, ingiusta. La lettera agli Ebrei ricorda: “Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta” (12,4). “Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo” (12,3).
Dico queste cose con molta convinzione, ma anche con timore. Perché anch’io ho paura della croce e so quanto desidero fuggirla, e perché so che nonostante tutto ciò che si può fare e tentare, la croce a volte schiaccia e sconfigge. C’è anche fra i credenti chi non riesce più a sentire speranza e conforto anche guardando il crocifisso. Lo sappiamo bene per la croce di una sofferenza fisica o di un’esperienza di oppressione. P. Levi nel libro “I sommersi e i salvati” dice che la vera storia dei lager nazisti non può essere raccontata da nessuno, perché chi si è salvato e può parlarne è sfuggito alla parte finale, alla resa; e chi ha attraversato questa barriera è stato definitivamente sommerso e con lui la storia del suo dolore e delle sue umiliazioni.
Esistono casi in cui la fragilità della persona rende il ministero e lo status presbiterale un peso realmente insopportabile, e allora il discorso di affrontare con coraggio la croce non fa breccia, non viene colto se non come un’insopportabile sofferenza in più. Paradossalmente quello che è un discorso duro ma vero e liberante, invece di aiutare, schiaccia. Anche in questo caso io ripeto: abbiamo l’umiltà e la saggezza di farci aiutare. Esistono, e stanno crescendo in numero e qualità, comunità, persone, e strutture di aiuto a preti e religiosi che hanno difficoltà gravi, vocazionali o di altro genere. Conosco la Fraternità di Genova e i Servantes of the Paraclete degli stati uniti. Non vanno guardate come una prigione o una possibile macchia sulla propria forma. Ci sono ottimi preti che hanno attraversato crisi gravi, dolorose e prolungate e ne sono usciti migliori di prima. Altri lasciano, ma lo fanno non da soli, e dopo aver onestamente messo in atto i mezzi possibili per verificarsi, capirsi, sostenersi. Molto si può risolvere, tutto no. Ho letto recentemente un libro dello psicologo da cui sono andato durante gli anni di seminario. Parla proprio di situazioni non risolte da lui, conosciute in tanti anni di professione; poi fa parlare due persone, un uomo e una donna, che dopo anni di cura si considerano e sono da considerare come “mentalmente disturbati”. Credente lui, non credente lei, entrambi colti e lucidissimi, vivono un’infelicità e una dissintonia con la realtà e con gli altri che è risultata inguaribile. Come certi casi di anoressia... Il titolo è “Il serraglio dei vinti”, a indicare una specie di mondo a parte dove questi “vinti” mettono se stessi e sono messi dagli altri, ritenuti saggi, equilibrati e felici. Ma da questo serraglio giungono voci di verità che si dovrebbero ascoltare e rispettare. Sono i “sommersi” di cui parla Primo Levi e sono i più vicini a Cristo, perché Cristo è davvero colui che ha spezzato quella barriera fra i sommersi e i salvati. Lui è stato sommerso, definitivamente sconfitto e totalmente annientato - ed è tornato a dirci che è risorto prima di tutto proprio per i vinti e gli sconfitti della vita. Se nel nostro cammino di preti incontriamo questo “serraglio dei vinti”, magari anche di altri preti o ex preti, o se un giorno ci dovesse toccare di sentirci noi in quel serraglio, cerchiamo di ricordarcelo: la croce è discorso duro ed esigente, ma alla fine Cristo si lascia sconfiggere anche su questo, e muore per chi a questa esigenza non è davvero capace di dare altra risposta che una nuova sconfitta.
L’amore per Cristo crocifisso ci dà la forza anche di affrontare un particolare tipo di difficoltà, che rischia di farci diventare proprio ciò che non vogliamo, cioè preti arrabbiati e rancorosi, o cinici, o magari che se ne vanno sbattendo la porta. Il peccato c’è nella Chiesa. Non sarà mai estirpato e prima o poi dobbiamo fare i conti con esso. Non il sacrestano che ruba le offerte, e neppure solo la coppia impegnata che divorzia, ma anche l’avarizia, la gelosia, l’orgoglio, la divisione, la menzogna che possono sfalsare tutti i rapporti interni e mettere a rischio gli ideali più belli. Avrete notato come il vero accusatore del Cardinal Bernardin non fosse un povero giovane psicolabile e malato di AIDS, ma un prete che lo ha strumentalizzato. Arrivismo, polarizzazioni ideologiche, distanze abissali fra ciò che si predica e ciò che si fa, in temi come la giustizia, il perdono, la carità. Anche a questo proposito, la risposta può venire solo dall’amore e dalla croce.
L’amore vede e parla chiaro, ma non giudica. Spesso i peccati che vediamo in altri non sono che una somma, un “accumulo” di peccati che anche noi facciamo. Ho notato per esempio che spesso coloro che sono più preoccupati del buon nome, di ciò che si dice di loro, dei pettegolezzi altrui, sono quelli più pettegoli. E’ difficilissimo persuadere un pettegolo che l’unica cosa da fare è tirare dritto e non dare orecchio ai pettegolezzi altrui. E spesso il male che vedi negli altri lo vedi perché ha affinità con quello che c’è in te. Ricordo sempre il pensiero di una ebrea morta nei campi di concentramento, che ha scritto: “Quando vedi il male attorno a te e lo vuoi combattere, uccidilo in te”.
L’amore sa porre orecchio sul bene, valorizzarlo, solidarizzare con esso anziché insistere sul male. L’amore sa avere pazienza e perdonare. A me pare che non sia del tutto esatto distinguere il soffrire “per” e “dalla” chiesa: le sofferenze che vengono dalla chiesa sono pure esse per la chiesa. Per purificarla e purificarci. La croce è l’incontro del male e del peccato con l’amore. Se non incontrano l’amore, male e peccato distruggono; se lo incontrano, diventano occasione di redenzione.
Il prete che persevera, e persevera “vivo”, sereno portando con Cristo le sue pene e amando la gente, è testimone della fedeltà di Dio. Dobbiamo credere a questa fedeltà. Cristo “rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (II Tim 2, 13).
La fedeltà perseverante è il segno più limpido e anche immediatamente intuibile della paziente fedeltà di Dio, dei suoi tempi che sono tempi, per noi e per gli altri, in cui si deve compiere la nostra crescita, purificarsi il nostro desiderio.
Non vorrei dare a questa meditazione un tono cupo e negativo. Serio sì, perché si toccano temi seri, ma di una serietà serena e colma di prospettive. E’ la serietà che io ritengo derivi proprio dal vivere e operare immersi nella grande opera dello Spirito in noi, nella chiesa, nel mondo.
Serietà perché è in gioco il mistero dell’esistenza e della salvezza, perché Dio si fida di noi e gli uomini hanno diritto di chiederci molto. Insieme però matura in noi un profondo senso di libertà gioiosa e di gratuità. Non dobbiamo esser noi a “fare nuovo tutto”; siamo una scintilla piccola e breve nel grande fuoco della storia, una scintilla amante.. Siamo “servi inutili” e questo ci rende pieni di gioia perché ci assicura che il Signore ci chiama perché ha gusto di lavorare con noi, perché cerca il nostro cuore, non le nostre opere. Dio ha mille altre strade per fare quello che chiede a noi, ma la nostra persona è unica e lui vuole quella, e non la scambia con altri: “Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo” (Lc 15, 31), dice stupefatto e addolorato il Padre al figlio maggiore che ha lavorato tanto, ma non ha capito niente. “Vi ho chiamato amici”, dice Gesù ai suoi, a noi (Gv 15,15).
Allora noi amiamo la gente, ci spendiamo per loro, non perché “ se no che cosa succede”, ma perché il Signore la ama e ci dice: vai tu fra loro, vai tu che sei mio amico e dì loro che li amo. Anche Gesù ha trovato poca rispondenza, per questo s’è arreso sulla croce, prova suprema di amore ma anche suprema richiesta di amore: popolo mio, che cosa ti ho fatto? in che cosa ti ho contristato?
Come amici suoi carissimi noi ci lasciamo condurre dallo Spirito a gustare la gioia, la fatica, la noia, la sofferenza e le sorprese dell’apostolato, sicuri che la sua opera è molto più grande, che il suo amore e la sua misericordia sono davvero infiniti e non contenibili in nessun nostro schema; contenti perché ci ha chiamati a lavorare per qualche giorno nella sua vigna.
Operare non come protagonisti, ma collaboratori umili, inutili e liberi dello Spirito, ci dà la capacità di educaci alla lode e al ringraziamento. Siamo cercatori di pepite d’oro o di diamanti, contemplativi di Dio nei cuori delle persone. Tutto ciò va trasformato in lode, sempre più semplice e spontanea. Educarci ed educare alla riconoscenza! E’ dall’educarci a questa contemplazione e a questa lode che vengono i preti positivi e propositivi, che hanno e danno fiducia, che guardano al futuro, anche a quello della Chiesa, con realismo ma senza scoraggiamento preventivo, paure, profezie nere. Non sappiamo quale sarà il futuro. Gesù ha persino detto: “Ci sarà ancora fede sulla terra?”, ma ha pure detto: “Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi” (Mt 28,20).
Questa è una promessa e io mi fido. L’altra è una domanda che lui ha fatto; lascio a lui la risposta: io non me ne intendo.
Essere impegnati e seri ma liberi e gratuiti, essere contemplativi delle opere di Dio vuol dire anche capovolgere quella nota un po’ cupa che poco fa ho espresso sulla chiesa. Nella chiesa c’è e ci sarà sempre il peccato. Ma nella chiesa c’è e ci sarà sempre la santità. La Chiesa, quella concreta di uomini e donne con volti precisi, è anche un campo con tanti frutti buoni, anche se a volte nascosti. Si parla di “religiosità popolare”, parliamo anche di “santità popolare”. Il prete che è pastore la sa scoprire, la mette prima dei suoi pur giusti programmi e attività, ed essa diventa alimento per la sua stessa vita di fede e il suo equilibrio umano. Quanto amore silenzioso ed eroico in certe famiglie. Lì si vive il Vangelo, prima e più che nelle attività parrocchiali.
Ci sono anche tanti buoni preti ed è bello incontrarli. Allora lasciamo spazio all’amicizia libera, adulta, gioiosa, anche se ciò significa fare qualche chilometro e togliere qualche ora al lavoro. Dono di sé e croce, amicizia, comunione e lode... tutto questo non è Eucaristia? Il prete celebra, ma soprattutto vive, è Eucaristia.
Tutto questo e tante altre cose ancora, s’imparano! Qualcuno di voi mi dice che ama il suo ministero, ma stenta a prendere le misure: preghiera, rapporti pastorali, affettività, riposo... Niente paura. Se siamo onesti e limpidi, capaci di interrogarci e correggerci, gradualmente cresce un equilibrio personale, nostro, che solo noi possiamo trovare. Conosciamo meglio noi stessi, il lavoro, la gente; la grazia di Dio e tanti buoni samaritani ci aiutano, e noi “prendiamo forma”, la forma di un vero prete e di un uomo vero, capace di amare e di soffrire, di perdonare e di lasciarsi perdonare.


(Rocca di Papa 15-19 novembre 1999)