“Conosco

la tua fatica” (Ap 2,2)

Franco Cagnasso

Incominciamo tenendo conto della fatica di entrare nel silenzio, in un ritmo di vita insolito, di interiorizzare, riferendo a se stessi e non ad altri (ministero, ecc.). Non siamo fatti a compartimenti stagni, né abbiamo interruttori per passare di colpo da una condizione all’altra. Conviene dunque “accompagnare” noi stessi in modo convinto, ma graduale dentro il clima di queste giornate, dentro il nostro mondo interiore e verso un più consapevole e prolungato colloquio con Dio.
L’efficacia di questo passaggio, oltre che a essere favorito dalla nostra buona volontà, dalla persuasione che esso è solo un altro modo di vivere ciò che viviamo abitualmente. Pur distaccandocene psicologicamente e fisicamente, noi portiamo in noi stessi persone, problemi, speranze e preoccupazioni... anche qui siamo pastori della nostra gente. Pur cercando di entrare in una dimensione di maggiore consapevolezza del nostro rapporto con Dio, noi non ci accostiamo a lui come uno che non ci conosce, uno estraneo al nostro quotidiano che ora ci attende qui (come potrebbe essere un monaco a cui si va per un consiglio, una preghiera...).
Per questo ho scelto come tema o come filo conduttore di queste giornate un versetto dell’Apocalisse. Il libro della “Rivelazione di Gesù Cristo, che gli fu data da Dio, affinché mostrasse ai suoi servi le cose che debbono accadere... (perché) il tempo è vicino” (Ap 1,1.3b) si apre con lettere scritte alle sette chiese, per le quali c’è una parola che attualizza il messaggio del Vangelo, applicandolo alla loro condizione concreta. La Parola che è eterna si riformula quasi, per risuonare dentro la storia di ciascuna chiesa, ciò che essa ha vissuto, vive, attende, spera, sbaglia... Ciò vale per ogni chiesa e per ogni individuo.
L’Angelo, lo Spirito applica a ciascuno la Parola che lo salva, cogliendolo nella sua condizione concreta di peccato o di impegno, di tiepidezza di lotta, di fede o di paura, ecc. Natan è profeta non perché dice che Dio condanna l’ingiustizia, ma perché dice a Davide: “Sei tu quell’uomo!” (IISam 12,7), cioè porta la Parola dentro la storia di Davide perché la illumini e in questo caso faccia emergere il suo peccato.
L’attualizzazione, la profezia di Apocalisse sulle sette chiese, ha un punto di partenza comune a tutte. L’angelo inizia scrivendo: “Conosco le tue opere... Conosco la tua tribolazione... So che abiti dove Satana ha il suo trono... (e ancora) conosco le tue opere...” (cfr Ap 2,3).
In particolare, alla prima chiesa cui si rivolge, quella di Efeso, l’angelo scrive: Ap 2,1-6.
Chi di noi ha una formazione tradizionale, forse collega immediatamente il pensiero della presenza di Dio, di un suo conoscerci personalmente, da vicino, con il pensiero di un giudizio. Uno sguardo vigile al quale non sfuggono le colpe. Questo è certamente vero. Tuttavia, sarebbe riduttivo e in fondo sbagliato limitarsi a questo aspetto. Questo “conosce” che l’angelo scrive ha un significato molto più ampio, è il “conoscere” di chi non è mai stato assente, ha preso a cuore, ama e perciò segue. Quando una persona ci viene a parlare e noi possiamo dire: sì, ti ricordo, conosco la tua situazione, so chi tu sei... il dialogo è subito avviato.
Vi invito dunque ad entrare in questo tempo di esercizi accogliendo e facendo vostro questo messaggio che la Scrittura propone: il Signore conosce, sa.
Arriviamo qui con le nostre stanchezze, con il nostro carico di fatica, forse con il desiderio di un po’ di riposo e di tranquillità, forse con inquietudine e scetticismo (... non cambio niente...) o semplicemente che “bisogna fare” anche gli esercizi. Forse c’è qualcosa di irrisolto, qualcosa che ci pesa dentro e non sappiamo bene se guardarlo in faccia o lasciarlo a fianco, sperare che non ci dia fastidio... Forse c’è tanto desiderio di pace, di impegno, di ripresa... troppo per i pochi giorni che abbiamo davanti a noi.
Quale che sia il nostro stato d’animo (forse non ancora decifrato da noi stessi), non nascondiamocelo! Il primo passo da fare è di prendere coscienza, senza la pretesa di prescindere volontaristicamente da esso. Mi trovo in questa condizione; e il Signore conosce.
E’ la conoscenza di Colui che ci ha accompagnato in ogni istante della nostra vita, di Colui che ci crea, ci sceglie, ci ama fino all’ultima fibra del nostro corpo, del cuore, della mente. Colui che prima di essere nostro giudice dallo sguardo indagatore, è creatore, redentore e padre.
Lasciamo risuonare in noi il Salmo che ben conosciamo, e che ci può accompagnare in un progressivo rientrare in noi stessi, in un prenderci in mano, non però nella solitudine, ma sotto lo sguardo di Colui che è “più intimo a me di me stesso” (Salmo 139).
Questo sguardo di Dio che conosce è rivelato da Gesù, di cui il Vangelo di Giovanni dice che “conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo” (Gv 2,24-25).
E’ una conoscenza critica e severa a volte, che chiede conto di ciò che i discepoli cercavano di tenere nascosto: “Di che cosa discutevate per via?” (Mc 9,33) chiede, ben sapendo che parlavano dei primi posti. “Gesù era a conoscenza dei loro pensieri”, dice Luca 6,8, quando nella sinagoga i farisei si chiedono se fare la guarigione di sabato dell’uomo dalla mano inaridita.
E’ conoscenza del cuore più penetrante e vera di quella della stessa persona conosciuta, come il cuore di Pietro. Lui dice: “Con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte”, e il Signore risponde: “Non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi”. Basterà poi uno sguardo per ricordare a Pietro quanto fosse stato cieco, e quanto il Maestro conoscesse di lui (cfr. Lc 22,33-34. 61-62). Lo sguardo misterioso che stupisce Natanaele: “Come mi conosci” (Gv 1,48) e che porta il giovane ricco ad una decisione purtroppo triste, forse proprio perché non ne sa accettare la profondità (Mc 10,21). Gesù “conosce le sue pecore” (Gv 10, 14).
Conosce la loro fatica e quindi dà uno sguardo di compassione come in Mt 9,36: “Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano come pecore senza pastore”, perciò si sentivano “non conosciute”. Lo sguardo del padre che “da lontano” vede il figlio che ritorna (Lc 15,20), perché il Padre “sapeva” che sarebbe tornato. Lo sguardo del samaritano che si ferma a curare l’uomo ferito sul ciglio della strada (Lc 10,33ss).
E’ il “conoscere” di uno che ha sperimentato e perciò non ci è estraneo.
Cristo - dice la lettera agli Ebrei - “sa compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi” (Eb 4,14-5,8). E’ vero che da questo “ogni cosa” è escluso il peccato, tuttavia del peccato Cristo si è caricato fino a sentirne l’angoscia molto più di noi, dunque possiamo dire che “conosce” il peccato non perché lo commette, ma perché ne vive ogni conseguenza esteriore e interiore.
Prendere coscienza di questo “conoscere” del Signore nei nostri riguardi ci permette:
1. di non lavorare da soli
2. di non barare, di sapere quanto sia ridicolo cercare di nasconderci
3. di far coincidere il lavoro su noi stessi con il dialogo con Dio. Non dobbiamo prima mettere a posto le cose in casa, poi andare da lui. Al contrario, crescendo nella conoscenza e nella consapevolezza di noi stessi, noi incontriamo Dio che già era là, già ci conosceva e ci attendeva. E’ Pietro che deve scoprire la sua debolezza, Giovanni ne era già consapevole
4. di affidarci pienamente, perché è - appunto - un “conoscere” che ama, perdona, crea e ricrea, attira. Il vero dramma sarebbe di non essere conosciuti, come nel caso di chi dice “Signore, Signore”, ma non fa la volontà del Padre (cfr. Mt 7,21-23), e nella parabola delle dieci vergini o in Lc 13,27, parabola della porta stretta.
Il Signore dunque ci viene incontro oggi con questa parola: “Conosco la tua fatica”, “So dove abiti”, “Ho visto”... E’ un venirci incontro amichevole, che ha certo qualcosa o molto da correggere, ma è motivato dall’amicizia e dalla capacità di comprendere per aver sperimentato. Lasciamoci afferrare da questa verità per poter gradualmente arrivare ad un pieno e rigenerante abbandono in lui e alla sua volontà.

Ricordati di tutto il cammino!

Il Signore conosce la nostra fatica. Pensieri, attese, peccati, impegni... ci viene incontro come colui che ha accompagnato il nostro cammino. Non dobbiamo avvicinarci e spiegargli, perché ci è già vicino e sa.
Ciò che occorre in realtà è che noi prendiamo coscienza di noi stessi. La stanchezza della fatica che il Signore conosce può annebbiare la mente e appesantire il cuore fino al punto di non sapere (o almeno di non percepire) più bene chi siamo e dove siamo. Ma non è bene proseguire così; perciò oggi e domani ci fermeremo su questo aspetto, con calma, perché è un aspetto fondamentale. Spesso più che aggiungere qualcosa o mettere in rilievo qualche particolare, abbiamo bisogno di fare il punto, di fermarci per guardarci attorno e dentro per riprendere pieno contatto con la realtà attorno a noi e in noi.
Leggiamo un passo che farà da riferimento per la meditazione: Deut 8, 1-6. 12-18.
Sappiamo bene che la nostra fede è un’attesa, ci proietta sul futuro e alla luce del futuro trasforma profondamente l’oggi. Tutto ciò si basa sul ricordo, sulla memoria. Abramo parte dalla terra degli idoli alla ricerca di una memoria perduta, la memoria di un Dio unico e amico che dialoga con Adamo nel giardino, che promette di non distruggere la terra. Dopo, ci sarà la memoria dei Patriarchi, per sostenere nel nome del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Questa memoria risvegliata fa compiere al popolo il passo di uscire dall’Egitto e attraversare il mare. E anche questo diventerà oggetto di memoria; l’Esodo fonderà la speranza e gli impegni, darà identità a intere generazioni. Esodo, patto, esilio... fino a Gesù, il quale lasciandoci dona il gesto supremo della memoria: “Fate questo in memoria di me”.
Questo “fare memoria”, che prima poteva sembrare solo un motivare, risvegliando energie e speranze (per quanto forti ed efficaci) ora è chiaramente un cancellare il tempo e lo spazio per renderci presenti all’evento della nostra salvezza, per farcene partecipi qui e ora, così come lo furono gli apostoli.
Un “fare memoria” di popolo, collettivo, sui grandi avvenimenti della nostra salvezza ci dà identità e forma la nostra fede.
Questo brano che abbiamo letto pone in bocca a Mosè proprio un momento di presa di coscienza, una catechesi sul fare memoria. Il momento è grave, determinante. Il popolo sta per attraversare il Giordano ed entrare in una terra che è stata desiderata e cercata per 40 anni ed allo stesso tempo è ignota e temuta... Deve fidarsi, entrare nelle acque che sono pericolose, e inoltrarsi su terreni e fra genti sconosciute. Dove trovare forza e fede per farlo? Nella memoria.
“Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere”.
E’ un ricordo che ha tanti aspetti: fame e manna, sete e acqua, tanta strada eppure il piede è ancora sano e il vestito non è logoro; serpenti e scorpioni in un deserto spaventoso e la mano di Dio che salva. Tutto ciò è stato “prova”: prova “per sapere quello che avevi nel cuore”, ma anche garanzia “che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”. Diventa conoscenza di sé, umiliazione perché libera dalla presunzione, e conoscenza di Dio che è fedele e che può salvarci e guidarci anche nelle difficoltà più grandi.
La mancanza di memoria, il non ricordare ha conseguenze gravi.
Può inorgoglire, come dice questo passo. Se non ricordi, dirai che le ricchezze sono frutto del tuo ingegno, le terre conquista delle tue armi. Diventi autosufficiente, ti ritieni capace di bastare a te stesso, e questo ti condannerà all’isolamento e alla sconfitta.
Può paralizzare, lasciare indifesi davanti al futuro: come faccio? chi mi aiuterà? con quali mezzi?
Può far piombare nello sconforto e non permettere di capire ciò che accade.
Per questo il “far ricordare” è opera dello Spirito Santo. Gv 14,26: “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto”, e Gv 16,4: “Vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato”.
Questo ricordare avviene, ma a fatica. In Gv 2,22 si dice che: “Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla Parola detta da Gesù”; ricordarono cioè che aveva parlato di distruzione e risurrezione del tempio. Altrove però questo ricordo non è così scontato. Tutto l’episodio dei discepoli di Emmaus lo pone in evidenza. Un ricordo solo generico e intellettuale non scalda il cuore, non libera dalla delusione e dal ritorno sui propri passi, lontano da Gerusalemme. “Fare memoria” con il Signore invece “apre gli occhi” (Lc 24,13-35).
La fatica del deserto ha fatto dimenticare a Israele l’opera di Dio (così come la ricchezza e il benessere fanno dimenticare), occorre un recupero che li accompagni a rileggere gli avvenimenti perché si dispongano ad attraversare il Giordano. Così i due di Emmaus (come a tutti, compresa Maria di Magdala), il dolore della morte del Signore ha fatto dimenticare il suo volto, ha portato lontano la forza delle sue parole, la bellezza delle sue opere.
Anche Pietro non ricorda le parole di Gesù mentre discute con la serva, nel cortile del sommo sacerdote, e lo rinnega. Sarà il suo sguardo a “far ricordare” e suscitare il pentimento, il ritorno a lui.
In un momento di grande importanza per il cammino della chiesa nascente, quando lo Spirito scende su Cornelio e sui suoi famigliari, Pietro “ricorda” quella parola del Signore che diceva: “Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo”, e questo ricordo gli fa compiere la scelta di battezzare i pagani, con le enormi conseguenze che ne derivano (At 11,16).
In Deuteronomio però non c’è solo il ricordo di ciò che è accaduto, ma anche quello delle promesse e quindi delle attese. Perché abbiamo faticato e lottato tanto? Perché umiliazioni, fame, prove, pericoli? Perché quel Dio che ti ha chiamato e poi condotto e messo alla prova, vuole “farti entrare in un paese fertile”. C’è una meta da “ricordare”, anche se è nel futuro. Ricordare nel senso che essa è stata identificata e desiderata sulla Parola del Signore, quella parola che tante prove ha già dato della sua potenza e fedeltà.
Ricordare fa rinascere la speranza, e i due di Emmaus tornano a Gerusalemme, si fanno testimoni. Ricordare mantiene nella fedeltà umile a Dio, senza attribuire a noi ciò che è buono, ciò che ha avuto successo. Tutto ciò è dimensione, forma della nostra fede, che legge la storia di Israele, di Gesù, della chiesa.
Credo che occorra poi fare un passo un più e leggere allo stesso modo la nostra storia personale, per risvegliare una fede esistenziale, viva.
Non siamo numeri di un esercito che forma il popolo di Dio, né spettatori di storia di salvezza. Essa si attua nelle persone e quindi in ciascuno di noi. Ciascuno di noi ha la possibilità di “ricordare” in modo distratto e stolto, come se tutto fosse occasionale e slegato, vivendo alla giornata sulla base di impressioni più o meno positive; o addirittura di non ricordare. Quante volte consoliamo le persone - o veniamo consolati - semplicemente ripetendo cose note, persino scontate. L’essere accanto e l’aiutare a ricordare attualizzano il mistero di Dio che si mette accanto a noi e ci ricorda ciò che lui ha fatto per noi, ciò che ha promesso. Per questo, se vissuti con fede, hanno forza di consolazione. Per questo anche noi preti abbiamo bisogno di chi ci dice ciò che già sappiamo.
Ciò significa vivere da estranei alla fede che predichiamo. Parliamo di perdono e lo amministriamo, ma non ricordiamo il perdono ricevuto, non ci sentiamo partecipi di questo evento che ogni giorno accade nella chiesa e nel mondo. Perché ci sentiamo giusti, o perché non ci lasciamo veramente toccare da questo dono di grazia: ce ne sentiamo indegni, o temiamo le sue conseguenze. Parliamo di amore di Dio e non ci sentiamo amati; parliamo di speranza e non sappiamo bene che cosa sperare.
“Conosco la tua fatica”. Il popolo è stato aiutato da Mosè a fare memoria per rimettersi in cammino; Gesù si è accostato ai due di Emmaus; lo Spirito Santo è inviato a ciascuno di noi per “ricordarci”. Non le parole di Gesù scritte nei libri, ma la sua parola rivolta a ciascuno di noi. Parola che ci ha liberati; che ci ha promesso, affascinandoci; che ci ha messo in cammino. Parola di cui ci siamo fidati, ma non poche volte ci ha fatto soffrire. Parola che forse ci pare priva della sua forza, promesse che paiono sempre più lontane, mentre noi, pur continuando ad essere seguaci, ci sentiamo sempre meno toccati interiormente, sempre meno trasformati.
Vi invito dunque a meditare Deuteronomio 8 per fare allo stesso modo memoria del vostro deserto e delle vostre attese.
Ricordare in modo dettagliato, chiaro. Ripercorrere la storia della propria vita, come ciascuno è giunto qui attraverso esperienze e passaggi che il Signore conosce e che noi dobbiamo riportare alla nostra coscienza, perché questo è il fondamento di un rapporto giusto, personale e profondo con il Signore. Rapporto fondato sulla verità, non quella astratta dei libri (che serve come riferimento), ma quella di chi è ciascuno di noi è e come è davanti a Dio. Ricordare ha alcuni obiettivi, che in questa meditazione si possono iniziare a delineare, ma li riprenderemo:
- accogliere se stessi e il proprio passato
- fare pace con questo passato, non seppellendolo, ma mettendolo alla luce di Dio
- riconoscere i propri limiti
- riscoprire le promesse, le attese, il fascino della meta che cerchiamo
- riconoscere la grazia di Dio nel nostro cammino, in tutti i suoi aspetti
- fare Eucaristia, cioè lode, ringraziamento, offerta
- attingere forza e fiducia per ciò che si attende.

Che fai qui, Elia?

“Che ci faccio qui?”: domanda che mi sono rivolto spesso, in situazioni imbarazzanti, o a seguito di impegni assunti e poi rivelatisi onerosi e difficili, o attraversando momenti di smarrimento, appena entrato in seminario e poi specialmente all’inizio della mia missione in Bangladesh, ho davvero sentito martellare in me a lungo l’interrogativo: ma perché sono venuto? che faccio? perché resto? Lingua... povertà insanabile e urtante... estraneità religiosa... disinteresse...
Proprio perché così impellente in me, ho notato che questa domanda si trova nella Bibbia, rivolta da Dio stesso al più grande dei profeti: “Che fai qui, Elia?” (IRe 19,10.13) per ben due volte. Domanda che ha ottenuto per due volte la stessa, desolata risposta.
Mi ha incuriosito, perché Elia è profeta, ed è giunto all’Oreb grazie al pane che Dio stesso gli ha dato; e l’Oreb è il monte di Dio, dell’incontro con lui. Che senso dunque ha questo interrogativo? Cercherò di darne una lettura, un’interpretazione che è possibile collocandoci nel contesto della vita e delle opere di Elia, cioè nei capitoli 17-19 del IRe. Ne richiamo brevemente i fatti, che sono noti. Regna Acab, il quale “fece ciò che è male agli occhi del Signore, peggio di tutti i suoi predecessori (...), prese anche in moglie Gezabele, figlia di Et Baal, re di quelli di Sidone, e si mise a servire Baal e a prostrarsi davanti a lui” (IRe 16,30-31). Erige un altare e un palo sacro, permette che si sacrifichino i figli di Chiel per ricostruire Gerico (costume non del tutto scomparso neppure oggi!). Tempi iniqui e amari dunque...
Elia predice la siccità, vive sul torrente Cherit con pane e carne portati dai corvi, poi va a Sarepta dove compie il miracolo della farina e dell’olio nella giara della vedova che gli dà da mangiare, e le ridà il figlio che era morto. Seguono l’incontro con Acab e la terribile sfida del monte Carmelo, con una brillante vittoria e il massacro dei sacerdoti di Baal; dopo il quale Elia predice la fine della siccità e così avviene. Poi la scena cambia completamente. Gezabele lo minaccia ed Elia ha paura, fugge. Attraversa il deserto e giunge all’Oreb, dove Dio gli rivolge appunto la domanda su cui vogliamo soffermarci.
Abbiamo troppo pochi elementi per delineare bene la figura di Elia e capirla. E’ certo però che è il profeta della fede forte e radicale. Sfida il potere politico perché tradisce il compito di governare in nome di Dio e secondo la legge, si compromette e prostituisce all’idolatria. Sfida la gente che subisce passivamente. Non ha, o pare non avere paura, perché è convinto della forza di Dio e convinto di essere dalla parte giusta. Con la stessa sicurezza promette alla vedova che non mancherà la farina, e deride i sacerdoti di Baal che ha provocato; prevede la siccità e annuncia la pioggia. Non ha cura di sé, va dove Dio lo manda; chiede e ottiene tutto perché si è dato totalmente.
E’ difficile intuire come vivesse interiormente questi fatti straordinari. Possiamo però pensare che fosse molto umile tanto da lasciarsi afferrare così da Dio, e che ogni esperienza fosse per lui la conferma della grandezza di Dio e perciò della sua vittoria finale. “Ora so che tu sei un uomo di Dio e che la vera parola del Signore è sulla tua bocca”, gli diceva la vedova (I Re 17,24). Certo crescevano in lui stupore, gratitudine a Dio, desiderio di essere strumento di cose sempre più belle e grandi per la sua gloria.. la strada era giusta, si trattava di continuare.. Certo Elia ha sentito che era giunto il momento quando la folla prima dubbiosa e apatica prorompe nel grido: “Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!” (18,40) e si getta con entusiasmo sui falsi profeti. Che cosa sperava? Forse che Acab cambiasse, forse che il popolo si ribellasse, che Gezabele fosse finalmente svergognata. Invece Gezabele non cambia di un millimetro, anzi lo minaccia.
E qui qualcosa si spezza, l’uomo di fede forte e coraggioso, sicuro di sé perché sicuro di Dio “impaurito si alzò e se ne andò per salvarsi” (19,3). Dove sono le folle? dove la fiducia? Elia non sa più cosa vuole Dio, perché non porta a compimento la sua opera, per questo ha paura, sente di non potersi più fidare e cerca di salvarsi almeno la vita.
E’ una crisi, un’esperienza di deserto profonda e amarissima. Il versetto 4 del cap. 19 ce lo fa intravedere. E’ scappato per salvarsi e ora vuole morire. Il cammino nel deserto gli ha permesso di scorgere, oltre la paura, il fallimento. Aveva pensato di restaurare la legge là dove si era insediata l’idolatria; aveva sperato che fosse giunto qualcosa di nuovo e il cuore del popolo fosse tornato a Dio... invece tutto era rimasto come prima. Che cosa aveva fatto di più e di meglio degli altri? E dove sfuggire ora che le speranze erano svanite nella paura, le certezze nella confusione? Elia scopre la sua debolezza di uomo di poca fede, e anche l’inefficacia della sua azione profetica. Almeno la forza di Dio trionfasse nella sua debolezza, come in Gedeone, in Davide; ma su di lui vince l’intrigo e l’ostinazione di una donna, che non si arrende neppure davanti ai miracoli e al massacro dei suoi sacerdoti! La gente che ha applaudito ora è scomparsa ed Elia si sente mortalmente stanco, incapace di proseguire verso qualsiasi parte.
S’addormenta. Un angelo per due volte lo sveglia e gli offre il pane. Che differenza fra questo e quello portato dai corvi o quello cotto dalla vedova! Là era Elia a testimoniare che Dio provvede, qui deve essere svegliato e quasi costretto a mangiare. La forza che riceve non lo toglie dall’angoscia; è un pane che nutre, ma non viene gustato come la manna “cibo troppo leggero” e che nausea. Va all’Oreb. Torna alle origini, a cercare quel Dio che non sa più riconoscere e di cui perciò non si fida più. Il deserto è sofferenza, tentazione, rimpianto di una vita normale, tiepida, ma sicura, senza slanci di fede che tormentano e deludono. E’ così per gli Ebrei e per Gesù.
Sull’Oreb Elia entra in una grotta. Cerca Dio, ma ne ha paura, si protegge. E’ nella notte. All’apertura del VI sigillo - dice Ap 6,15: “I re della terra e i grandi, i capitani, i ricchi, i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti e dicevano ai monti e alle rupi: “Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono”. Mentre è lì, nascosto e impaurito e cerca riposo, gli giunge come una beffa la domanda: “Che fai qui, Elia” Ha camminato tanto e ora si chiede: che cosa sono venuto a fare? perché sono qui? a che serve? E’ una domanda che rivela il vuoto e lo smarrimento, l’angoscia e il senso di inutilità che lo abitano.
La risposta è ancora un parlare a se stesso, un rivendicare le sue ragioni. Sono qui per te e mi chiedi che faccio? Chi altri se non tu mi ha condotto qui? E’ forse per me stesso che ho lottato tanto? Ma tutto è stato inutile, perché “gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita” (IRe 19,10). “Sono rimasto solo” perché non posso appoggiarmi a nessuno, e perché Dio - come un estraneo - mi domanda che faccio; invece di sostenermi, mi interroga e io sento che la mia solitudine è colpa sua, e non posso più reggerla.
Segue l’invito ad uscire. Mi pare un parallelo del racconto di Dio che chiede ad Adamo dove sia, perché si nasconda. Elia non deve restare nella grotta, deve “stare fermo sul monte alla presenza del Signore”, e invece non esce. Quanto dura la sua resistenza, la sua lotta? Elia cerca quel Dio che già conosce, che lo ha guidato finora: un Dio che è forza di vento, terremoto, fuoco. Sono tutte immagini vere di Dio, che la Bibbia usa perché espressive di aspetti veri di Dio che si rivela. Dio, in altri passi, è nel vento, è nel terremoto, è nel fuoco. Ma ora Elia non lo trova, non c’è. Questi segni rimangono muti. Tutta quella forza che gli ha fatto compiere miracoli ora è solo caos interiore. Elia resta solo, Dio gli è estraneo.
Finchè sente “il mormorio di un vento leggero”. La prova si placa. Nell’animo del profeta forse entra una rassegnazione a cui non è abituato, la convinzione che in tutto quanto è accaduto è stato comunque guidato dal Signore. Forse ora è libero dalla pretesa di sapere tutto di Dio, di esserne l'interprete, di poterlo sempre capire. Si mette nelle sue mani ed entra in lui la pace, convinto che non è lui il salvatore del mondo ma solo lo strumento, servo inutile di un progetto più grande che ha tempi, logiche, passaggi, metodi che gli sfuggono e appartengono solo a Dio stesso. Non è lui il difensore di Dio, al contrario ha bisogno di essere difeso e consolato. Dall’ebbrezza della vittoria alla delusione amara, alla rabbia per la sconfitta fa seguito una placata disponibilità ad ascoltare e a capire in modo nuovo.
Tornano allora la stessa domanda e la stessa risposta, ma si può supporre che le medesime parole suonino in modo assai diverso ora che Elia ha riconosciuto il Signore, è uscito e si è fermato alla sua presenza, coperto solo dal mantello. Elia dà ancora la stessa lettura, interpretando ciò che gli è successo, ma ora è pronto ad ascoltare altro. Forse non c’è più delusione e smarrimento, ma vera disponibilità, interrogativo nuovamente fiducioso che rimette il bilancio del passato nelle mani di Dio.
Infatti, in un cuore pacificato e rinnovato torna a risuonare un invio missionario. Sempre, riconoscere il Signore significa subito ricevere un incarico, rimettersi in movimento. Dio non sconfessa il passato di Elia, piuttosto gli fa capire che non ha saputo leggere il suo vero piano. Si credeva solo, mentre ben settemila sono le persone ancora fedeli; voleva morire mentre deve ancora ungere due re, e il profeta che prenderà il suo posto. Credeva che tutto fosse finito, che il braccio del Signore si fosse accorciato, divenuto impotente, invece il suo progetto continua, e con settemila persone che Elia non ha saputo riconoscere perché troppo pieno delle sue delusioni, rivolto solo al suo progetto fallito, piuttosto che al progetto di Dio.
Elia ha riscoperto Dio. Lascia l’Oreb non per tornare a casa o per fare l’eremita, ma per riprendere la sua missione profetica. Si ributta nella mischia con l’ardore e l’intransigenza di prima. Vedrà vittorie e sconfitte finchè andrà con serenità e piena consapevolezza incontro a Dio che lo prende con sé, dopo aver preparato il successore Eliseo che lo accompagna fino all’ultimo.
Lo spunto offerto da Deut. 8 era l’attraversamento del Giordano: un passaggio arduo, che ha richiesto di “ricordare” con attenzione per trovare il coraggio di procedere.
Lo spunto di meditazione su Elia è l’Oreb. Un corso di esercizi è sempre un cercare Dio, raccogliersi davanti a lui, andando in un luogo dove ciò sia più facile. Andiamo portando le nostre fatiche che Dio conosce e la nostra storia di cui iniziamo a fare memoria. Lì il Signore ci chiede: “che fai qui?”.
Elia è figura eccezionale, ma non è improprio ispirarsi a lui, mettere a confronto la nostra esperienza con la sua. Infatti seguiamo Gesù e ogni profeta anticipa, come ogni santo ripete, i tratti fondamentali dell’esperienza di Gesù.
Ho già detto che la domanda fondamentale è: “Che fai qui, Elia?”, udita sul monte di Dio a seguito di una lunga esperienza di missione, e poi di crisi e di deserto. Poniamola a noi stessi, collocando il nostro nome al posto di quello di Elia, e tentiamo di dare la nostra risposta.
Credo di non sbagliarmi tuttavia se dico che certamente che tutti voi potete rispondere la stessa cosa che ha risposto Elia: “Sono pieno di zelo per il Signore”. Se siete diventati preti, e se avete vissuto il vostro servizio pastorale in questi anni è perché avete ricevuto un dono e avete accolto questo dono e quindi avete uno zelo per il Signore. Diventando preti voi volevate fare qualcosa di bello, di grande e anche di buono per il Signore. Qualcuno forse in maniera più esplicita aveva dei sogni, dei desideri, ma comunque è sempre grande quello che un prete fa, consapevole di cosa vuol dire il presbiterato: annunciare il Signore, farlo conoscere, farlo amare, aiutare tanta gente, essere portatore di speranza, correggere dagli errori, rimettere i peccati, consolare, confortare... Queste sono cose grandi, anzi grandissime, più grandi che non certe sfide di cui si parla nel racconto di Elia.
Non solo siete pieni di zelo, perché siete partiti su una strada che il Signore vi ha indicato e avete perseverato fino ad oggi, ma certamente avete fatto delle cose che sono miracolo, segno che il Signore vi ha accompagnato. Primo fra tutti quello della vostra perseveranza nella fede, nella vocazione. Dio ha mostrato in voi la sua forza tenendovi legati a sé. E voi siete segno di questa forza efficace della parola e dell’amore di Cristo, che chiama uomini del nostro tempo a seguirlo su una strada così difficile e ardua come quella del servizio presbiterale. E quindi voi avete fatto dei miracoli. Innanzitutto i segni sacramentali che avete amministrato: battesimi, eucaristia, perdono di Dio... E poi il segna della vostra fedeltà, del vostro impegno. Siete andati dove il Signore vi ha mandato, magari attraverso l’obbedienza al Vescovo, al parroco, avete girato anche voi come ha girato Elia. Qualcuno è rimasto a lungo nello stesso posto, qualcuno è stato trasferito più volte, avete parlato nel nome del Signore: quante omelie, quante catechesi, quante esortazioni, quanti consigli dati alle persone. Avete affrontato difficoltà e contrasti, avete anche affrontato i profeti dell’idolatria, perché non c’è bisogno di andare in Cina o in India per trovare gli idolatri. Vi siete confrontati con coloro che hanno fatto del denaro, oppure del piacere, o del prestigio o della comodità i loro idoli e che vi invitavano a seguirli su quella strada. Forse anche noi qualche volta abbiamo sentito la stanchezza che ha sentito Elia, perché stare sempre sulla breccia è difficile, è un ruolo per cui la gente in un certo modo ci chiede esattamente ciò che pensiamo essere giusto. A volte le persone chiedono al prete le cose giuste, a volte no. A volte gli chiedono quasi di essere disumano e allora questo può stancare. Attraverso tutte queste esperienze voi siete andati avanti, avete cercato di rinnovare tutto il vostro impegno; vi siete chiesti che cos’altro bisogna fare per essere efficaci, per rendere più comprensibile il messaggio, per trasformare i cuori e le coscienze. Avete cercato di cambiare le cose che non andavano bene, avete chiesto ad altri dei gesti di fede anche esigenti, senza tirarvi indietro. E sono sicuro che il vostro rammarico è sempre stato soprattutto quello di non avere più fede, più speranza, più coraggio, di non saper essere abbastanza radicali, abbastanza santi; che è un rammarico bello, giusto, se non diventa un’ossessione. Ecco per tutte queste ragioni credo che sia giusto che noi diamo questa prima risposta al Signore: “Ecco, Signore, sono qui, pieno di zelo per te!”. Ma anche noi forse lo diciamo, o possiamo dirlo, o lo abbiamo detto, avendo nel cuore quell’altra espressione che Elia aveva pronunciato dopo la prima giornata di cammino nel deserto: “Basta Signore! Prendi la mia vita, perché non sono migliore dei miei padri!”.
Possiamo infatti avere sperimentato o sperimentare ora la depressione e lo scoraggiamento. La depressione in senso proprio (anche se diversamente descritta e definita) che colpisce anche i preti con il suo bagaglio di sofferenza difficile o impossibile da capire e da descrivere, con i suoi tunnel oscuri e senza fine, con l’incapacità a comunicare, le tentazioni strane fino a quella del suicidio. E’ uscita qualche tempo fa la testimonianza offerta da un superiore generale che ha vissuto questa croce quando ancora era superiore, portandola e uscendone - almeno in parte - restando nel suo incarico. E’ molto illuminante, sia sul fenomeno in sé della depressione e come affrontarlo, sia sulla necessità di fare onestamente e apertamente i conti con la nostra umanità, i suoi pesi e i suoi condizionamenti, le sue leggi che non si possono ignorare. Oppure, anziché la depressione a farci pronunciare quelle parole: “non sono migliore dei miei padri...” o altre simili può essere stata l’esperienza della nostra debolezza e del peccato. Pensavo di..., e invece eccomi qui, caduto di colpo... sorpreso di me stesso, stordito! Credevo di poterne uscire, di vincermi; ho negato la realtà a me stesso finché non ce l’ho fatta più. Non sono migliore degli altri che hanno anche loro sbagliato, che hanno dato scandalo, che hanno ingannato... e adesso?
Oppure queste parole sono espressione di un senso di delusione apostolica, del senso dell’inefficacia di ciò che facciamo. Tante omelie, tante catechesi, tante esortazioni, tanti gruppi, tanti consigli, tante riunioni e quanti hanno dato ascolto alla parola del Signore? Che cosa siamo riusciti a cambiare? Forse qualcosa! Sì, forse alcuni di voi, o molti, possono dire “ho realizzato questo, ho realizzato quello, questo gruppo, quell’altra attività”, però se certamente avete questo zelo per il Signore, avete anche la sensazione che i risultati sono molto lontani da quello che vorreste, da quell’anelito che il vostro cuore ha dentro. Avete toccato con mano che desideriamo in grande, ma poi abbiamo paura, siamo incapaci di tradurre questi desideri grandi in cose concrete. Avete toccato con mano come è facile lasciarsi prendere dalla tiepidezza, dal compromesso, essere accomodanti davanti alle nostre stesse meschinità e addirittura scoprirne di nuove e inattese. Certe forme, certi modi di accomodamento, ce li troviamo dentro, quasi senza accorgercene. Questa tentazione riemerge con sfumature diverse nelle varie età della vita.
Dopo avere dato la sua risposta, Elia si sente dare un ordine: “Esci, fermati alla presenza del Signore!”, perché, come abbiamo detto, Elia era in una grotta. E la grotta è simbolo del nascondersi a Dio, del crearsi uno spazio dove Dio non ci raggiunga.
E allora, ecco il terzo passo Nell’immagine della caverna collocherei quella tentazione che tutti noi abbiamo di farci un angolo nostro, di farci una vita accomodata. Diventiamo un po’ cinici, ci proteggiamo dalla sofferenza. Dopo aver avuto delle delusioni, diciamo: forse è perché avevo delle illusioni! Per questo: non ne voglio avere più. Rinuncio a pensare grande, rinuncio a un po’ dello zelo, mi accomodo, mi accontento. In questa grotta noi viviamo anche un’esperienza di buio. Non è bello stare in una grotta! Ci crogioliamo in una condizione da cui non abbiamo il coraggio di uscire! Magari abbiamo ripetuto il nostro sì, il sì che abbiamo detto quando siamo diventati preti ma l’abbiamo ripetuto ridimensionandolo. Sì vado avanti, che altro devo fare adesso? Ho capito qualcosa di più della vita, che non sono migliore dei miei padri, che bisogna essere realisti, perché tanto le cose non cambiano; e quindi mi porto dietro i miei problemi e mi gestisco meglio che posso! Magari mi porto dietro la sensazione che chissà se ho fatto proprio bene a fare questa scelta. Forse la vita del celibato non era quella fatta per me! Magari mi porto dietro una fede intiepidita, sulla quale non ho più voglia di confrontarmi e di lottare! E’ un deserto che è nello stesso tempo grotta: non il deserto della prova di fede, ma il deserto che ci costruiamo noi con le nostre mani. Appunto per proteggerci dalle sofferenze, dalle delusioni, dalla fatica di dover sempre ricominciare. Con la scusa che ormai siamo grandi, che non vogliamo più vivere delle illusioni, che non dobbiamo lasciarci emozionare troppo per non soffrire troppo. Lasciamo che la gente con i suoi problemi ci sfiori, perché se ci lasciamo coinvolgere dai suoi problemi ci fa soffrire, ci fa paura, non sappiamo risolverli. Diventiamo come si usa dire dei professionisti e l’amore di Dio, la sua sequela, il Vangelo sono come filtrati attraverso il giusto equilibrio, il buon senso, l’abitudine. Anche la preghiera che magari continua con una fedeltà formale, è però più che un incontro con Dio, è un parlare a qualcosa. Non penso che dobbiamo essere troppo preoccupati se non riusciamo a pregare bene, pur tentandoci; dobbiamo essere preoccupati quando non ci interroghiamo più su come è la nostra preghiera, quando la facciamo regolarmente, ma va bene così; quando la preghiera non ci scomoda più, è una cosa da fare e la facciamo!
Quello che il Signore ci dice: “Esci da questa grotta!”, non pensare che sia definitiva! Il deserto può durare a lungo, ma alla fine si arriva al momento in cui si è sfidati a passare il Giordano. Si arriva a un momento in cui, se vogliamo, possiamo uscirne, non per evitare tentazioni e sofferenze, ma per dare una prospettiva diversa alla nostra vita.
Allora esci, non cercare più nessun riparo davanti al Signore; mettiti davanti a lui, sii crudelmente sincero perché il Signore conosce, perché questa operazione di spogliarsi davanti a lui, di prendere coscienza che ogni fibra del nostro essere è conosciuta, che ogni nostro problema e peccato gli è noto, è un’operazione che può essere dolorosa, ma che finisce nel ricostruirci umanamente. Esci e fermati! Fermati, perché dopo tanto cammino siamo delle trottole, che abbiamo la tentazione di sfuggire, di non afferrarci bene e solidamente per lasciarci guardare dal Signore, per guardare noi stessi, per guardare lui. Questo “fermati” vuol dire: smetti di girare, guarda dentro te stesso! Ciò che viene alla luce del tuo deserto, delle tue difficoltà va considerato con calma, senza scappare, senza nasconderlo con un rapido pentimento, troppo rapido! Se si tratta di peccato o con un rapido buon proposito, troppo rapido per essere serio, per essere vero! Dì bene a te stesso chi sei, qual è il tuo problema, che cosa vuoi? Ma fallo alla presenza del Signore; perché può succedere di pregare, di meditare per tanti anni, di parlare di Dio, di camminare con la forza del suo pane, come ha fatto Elia nel deserto, senza mai percepire davvero di essere alla sua presenza, semplicemente stare alla sua presenza, spoglio di ogni programma e di ogni difesa, di ogni predica da preparare, nella fragilità più completa nella sua incomprensibilità, perché quando stiamo davanti a Dio ne percepiamo davvero il mistero, nel suo silenzio. Elia ha sperimentato il silenzio del terremoto, del vento, del fuoco e poi ha percepito la parola del venticello leggero. Davanti a lui con la fiducia del bambino che non sa soltanto piangere dei suoi sbagli, ma anche rallegrarsi. Stare davanti al Signore con questa stabilità, con questo star fermo dà frutti. Lo dà in Elia, ma lo dà anche a noi.
Stare davanti a Dio per scoprire ciò che non va, ma anche per lasciare che il Signore ci guardi con il suo amore e che dica: “sono contento di te, nonostante tutto; coraggio, continua!”. E anche per ritrovare il mistero di Dio. Elia non ha più trovato Dio dove era abituato a trovarlo e l’ha trovato dove non era abituato a trovarlo, perché Dio era presente anche nel fuoco, nel terremoto, nel vento, dove lui l’aveva conosciuto e ora non si fa più sentire lì. Si fa sentire laddove lui non l’aveva ancora conosciuto. Ecco anche noi abbiamo bisogno di fare queste esperienze. Parliamo tanto di Dio, di Gesù, del Vangelo, ma qual è la nostra esperienza di lui? Spesso il prete è considerato una persona buona da chi è benevolo nei nostri confronti, una persona equilibrata, di fiducia, che dà dei buoni consigli; non so se è considerato veramente come un maestro di spirito, come una persona che ha sperimentato Dio davvero. Come una persona da cui si va in piena fiducia per dirgli: accompagnami! Non perché sai tutto, ma perché hai una esperienza. Oggi c’è bisogno di trasmettere l’esperienza su Dio! E allora abbiamo bisogno noi di fare l’esperienza di Dio, di stare davanti a lui, di sentirne il mistero, di lasciarci interrogare, di passare dei periodi in cui non lo troviamo e prendiamo coscienza che non lo troviamo e continuiamo a celebrare, parlare di lui, consapevoli che non sentiamo nulla di lui, che ci sembra lontano e scomparso e come poveri a mendicare un suo ritorno, una sua manifestazione a noi nuova, diversa, se ne abbiamo bisogno. Non abbiamo paura di questo, altrimenti rimaniamo un po’ bambini. Lo stare fuori della caverna fermi non è solo per ritrovare noi stessi, ma soprattutto per permettere a lui di rivelarsi di nuovo, farci riscoprire tutte quelle cose belle che ci hanno chiamato alla fede, al nostro essere preti, ma che non possiamo semplicemente guardare come erano una volta; ritornare ad esse come si ritorna a delle vecchie fotografie. Abbiamo bisogno che le foto vengano scattate nuovamente ancora con le stagioni della vita che cambiano. E allora magari scopriremo Dio laddove pensavamo di avere sperimentato solo solitudine e fallimento. Ci renderemo conto che gli siamo sfuggiti tante volte, che tante volte ci ha cercato, atteso, sostenuto, richiamato. Riconosceremo il suo volto con i tratti del volto di Cristo, che ci ha chiamati, ma anche in maniera più adeguata al tempo che viviamo. Quando avremo obbedito a chi ci invita a uscire dalla caverna, a stare alla presenza di Dio con tutta la nostra storia, allora potremo sentire di nuovo quella domanda: “Che fai qui?”, che sarà una domanda che ci manderà in missione rinnovati, ci manderà al nostro ministero rinnovati, così come è successo a Elia. Come rinnovati? non lo so! perché il Signore ha un progetto rinnovato per ciascuno di voi.

Che cosa vuoi che io faccia per te?

Da uno sguardo in un certo senso retrospettivo, che ripercorrendo la storia di ciascuno, voleva condurre ad una presa di coscienza del “dove sto” e “chi sono” oggi, vorrei passare ora ad una domanda che dobbiamo mettere bene a fuoco dentro noi stessi: “che cosa desideri?” Volevo essere prete e lo sono diventato, dopo anni di preparazione, ho iniziato a vivere ciò che volevo essere.
Ma adesso: “che cosa voglio?”.
Il desiderio secondo me è importante, ed è una dimensione specifica dell’uomo. L’animale ha l’istinto che lo porta ad appagare, a realizzare ciò che è sopravvivendo e continuando la specie. Un animale può essere appagato. L’uomo invece va oltre l’immediato, il bisogno, l’istinto, perché è un “progetto aperto” e in divenire. E’ capace di insoddisfazione, di uscire da sé, di progettare, sperare. Ciò grazie ai desideri, che lo aprono a tentare di superare se stesso per cogliere il nuovo, il meglio, il differente e soprattutto per accogliere l’orizzonte del mistero e del divino.
Gesù è un uomo che desidera intensamente: “Sono venuto a portare fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere e come sono angosciato finché non sia compiuto!” (Lc 12,49-50). Non è un uomo spento, senza ansie, attese, impazienze. Desidera intensamente di fare la volontà del Padre come un affamato desidera il cibo (Gv 4,34), anche se consapevole che ciò comporta un passaggio doloroso. “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi!” (Lc 22,15). Questo suo modo di essere (così lontano da certe proposte di religiosità e di spiritualità che si diffondono oggi) viene annunciato e proposto pure ai suoi.
Certe spiritualità mi sembrano spesso una ricerca di pace “come la dà il mondo”, cioè chiudendosi nel proprio cerchio, cercando il proprio appagamento, lasciando il mondo fuori, al massimo avvolto da un vago senso di “compassione”. Gesù non predica una fuga dalla sofferenza e da ciò che la genera, quasi azzerando la propria interiorità. Predica un’interiorità capace di affrontare la sofferenza, di lottare con essa, di farne dono giungendo ad una pace e ad una gioia che sono frutto di amore, e che generano energie, nuovo desiderio.
Gesù torna spesso sul tema della vigilanza. Chi vigila è attento, attende qualcosa (forse bello, forse temibile, forse entrambe le cose assieme) e desidera che arrivi. Esempio: la venuta dello sposo nella notte. Chi non desidera non si prepara, si addormenta e resta fuori (cfr. Mt 25,1-13). La veglia è desiderio, che non deve assopirsi, ma acuirsi quando la realizzazione ritarda. “L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora” (Salmo 130,6). La notte è lunga, la stanchezza si fa sentire, la sentinella scruta l’orizzonte per cogliere i primissimi segni di luce. Il profeta è come una sentinella a cui viene chiesto “quanto resta della notte?”, per due volte (Is 21,11), quanto ancora si dovrà attendere nel buio e nell’incertezza?
Una parte notevole del ministero di Gesù consiste nel risvegliare desideri sopiti o ignorati, nel correggere quelli meschini, nello stimolare a desiderare, a non accontentarsi di un quotidiano pesante, gretto, privo di orizzonti, proprio perché il desiderio apre il cuore, mette in movimento e dispone all’incontro.
Un’immagine del rapporto tra Dio e il suo popolo (e l’umanità) è quella degli amanti del Cantico, che sviluppa il gioco continuo e sempre nuovo del desiderio e dell’appagamento: l’amore ha bisogno di risposta ma anche di non essere totalmente appagato, di desiderare ancora, altrimenti si spegne.
Gesù guida la samaritana da una quotidianità piatta che si è adattata anche al peccato, ad un desiderio più profondo e nuovo o rinnovato: “dammi di quest’acqua!” (Gv 4).
La domanda che ci poniamo in questo corso di esercizi spirituali, è bene dunque che passi attraverso questo percorso. “Che prete sto diventando?”. Posso rispondere se so dare una risposta a quest’altro interrogativo: “Che cosa desidero?” “Che cosa spero?” “Che cosa prego?”. Risposta che si può dare solo in dialogo con il Signore, che risveglia i desideri giusti, corregge quelli sbagliati, ci fa coscienti di ciò che dobbiamo desiderare per essere davvero noi stessi, non alienati, perché all’inseguimento di desideri sbagliati, estranei alle nostre scelte o velleitari e non ridotti a larve perché privi di desideri.
Gesù conduce il paralitico dal desiderio della guarigione a quello del perdono dei peccati, che lo guarisce dall’interno (cfr. Mc2 1-12); così come Pietro e Giovanni in Atti conducono lo storpio che chiede l’elemosina alla “Porta Bella” a desiderare e ottenere molto di più di un po’ di denaro (cfr. Atti 3,1ss.).
Vediamo tre passi del vangelo di Marco, che mettono a confronto i desideri degli uomini e la risposta di Gesù. Sono i passi che suggerisco per la lectio, che potrete fare leggendo tutto il cap.10.
Noi ora leggiamo Mc 10, 17-22. 35-40. 46-52.
Si mettono in rapporto con Gesù tre tipi: un “tale” che, lo veniamo a sapere dopo, “aveva molti beni”; due discepoli, fratelli fra di loro, che sono anche apostoli; Bartimeo un mendicante cieco.
Il “tale” è pieno di ardore: corre incontro a Gesù, gli rende onore mettendosi in ginocchio e gli fa la domanda giusta che va all’essenziale. E’ un uomo religioso, che fa il suo dovere, che cerca Dio intensamente, con sincerità e osserva i comandamenti. Nulla da eccepire, non forse una considerazione troppo umana, un elogio che sembra distrarre dalla limpidezza della ricerca. Gesù lo riprende: nessuno è buono se non Dio solo, ma il discorso continua positivamente. Gesù vuole che il “tale” prenda coscienza di sé. Rispondendo: “Tutto questo l’ho già fatto”, implicitamente dice: “cerco qualcos’altro, voglio qualcosa di più, sono in grado di fare un altro passo e voglio sapere quale sia”.
I figli di Zebedeo ci fanno invece scendere con i piedi per terra. Vogliono qualcosa di cui un po’ si vergognano. Gesù ha appena parlato in questo capitolo di povertà, di sofferenza e di umiliazione: va a Gerusalemme per essere arrestato e ucciso. I dodici hanno paura e non capiscono; lo seguono lo stesso, ma proprio come reazione a queste nubi oscure che si stanno addensando, i due vogliono qualche garanzia.
Nella versione di Matteo i due mandano avanti la mamma (Mt 20,20ss.). Pietro non è riuscito a far cambiare idea a Gesù, in altre occasioni; poco prima è riuscito almeno a farsi promettere che le loro rinunce saranno ricompensate (vs. 28-31), ma le modalità non sono chiare.
Formulano allora il desiderio che hanno dentro in modo indiretto, contorto: non dicono che cosa vogliono, ma chiedono che Gesù faccia quello che vogliono. Mettono le mani avanti: non puoi dirci di no! Forse c’è in loro la consapevolezza che non dovrebbero chiedere e nemmeno desiderare quello che in realtà vogliono intensamente. Gli altri dieci infatti si arrabbiano (vs. 41), e in Lc 9,45 e 22,24 si dice che fra loro discutevano chi fosse il più grande e Gesù li rimproverava di questo. In Mc 9, 23-27 si dice che discutevano fra loro, e quando Gesù li interroga, tacciono. Si vergognano, sanno che non è bene, vorrebbero tenere il Maestro fuori di queste beghe... alle quali però non rinunciano. Tuttavia forse pensano che, anche se questo desiderio non è fra i più graditi al Maestro, è meglio non farsi fregare dagli altri; e pensano pure di avere diritti. “Abbiamo lasciato tutto”, dice Pietro; “siamo sempre dietro a te, pronti a seguirti fino a Gerusalemme”, pensano i figli di Zebedeo. “Ti ho sempre servito e non mi hai dato un capretto”, dice il figlio maggiore della parabola (cfr. Lc 15,11-32), “abbiamo lavorato tutto il giorno con il calore”, dicono i lavoratori pagati tutti allo stesso modo (cfr. Mt 20,1-16).
Mi sembra che qui Giacomo e Giovanni si facciano portatori di modi di pensare e di sentire molto comuni. Il primo è quello che ci pone come creditori davanti a Dio. Lo sentiamo tante volte ben esplicitato dalla gente, con rabbia o con pena: “prego, faccio il mio dovere, il Signore deve aiutarmi... perché non mi ha aiutato?” “A che serve fare il bene, se poi...”. Noi forse non siamo così diretti e semplici, però in fondo riteniamo di aver diritto a qualche privilegio da parte del Signore... almeno un capretto per far festa!
Il secondo tratto è quello di tenere dentro desideri che si sanno impropri. A volte non li diciamo neppure a noi stessi, non li lasciamo emergere, ma ci sono (un’invidia, un’ambizione anche molto precisa, un desiderio di rivincita...). Altre volte li conosciamo e li conserviamo, ma non diventano aperti, restano come ai margini della nostra vita, anche se la influenzano: come i discepoli che “discutevano per via” e poi davanti a Gesù tacciono, camminiamo portandoceli dietro, ma senza farli entrare nel nostro rapporto con Dio: sono ben custoditi in noi, ma non nel salotto buono, bensì nella stanza di servizio.
Gesù vuole che si esprimano, che parlino chiaro: è questo che vogliamo! Infatti la domanda si esprime: avere i primi posti. Così come si esprime, sollecitato da Gesù, anche il “tale” che cerca la vita eterna: “io sono buono, ho sempre osservato tutto fin dalla mia giovinezza”.
Ma passiamo al terzo personaggio, il mendicante cieco.
Diversamente dagli altri, non è alla ricerca di perfezione nel contesto di una vita già buona, né avanza dei diritti verso il Maestro, né vuole essere il primo. Nemmeno ha il diritto di rivolgersi a Gesù, tant’è che lo sgridano, perché taccia: sta facendo una cosa inopportuna, disturba, interrompe... lui lo sa, e forse per questo il suo grido non ha contenuti specifici: non chiede istruzioni per la vita eterna, né dice: “devi fare ciò che chiedo”, urla “abbi pietà”. Nessun diritto, solo la consapevolezza di aver bisogno e la fiducia che in qualche modo Gesù non farà come gli altri, lo ascolterà.
Confronta il racconto di C. Coccioli da “Uomini in fuga”. Il magistrato alcolizzato che trova la forza di farsi aiutare solo quando smette di dire a Dio come aiutarlo e si arrende a dire: “aiutami come tu vuoi”.
Gesù si ferma, lo fa chiamare. Anche lui si rivolge con una domanda, e questo può essere curioso: che altro poteva volere il cieco? Non lo sappiamo. Forse chiedeva molto meno, ma proprio l’attenzione di Gesù lo porta ad osare, a capire che cosa davvero vuole, come è accaduto alla samaritana. Bartimeo deve essere cosciente di ciò che vuole e ciò che chiede, e lo dice davanti a tutti, perché è il desiderio cosciente e limpido che rende capaci di ricevere.
“A volte mi chiedo che cosa faccio al mondo e vorrei morire - mi disse una volta una vecchia indù mezza cieca e sola - ma poi capisco che mi fa aspettare perché vuole che lo desideri di più”.
Il cieco fa una richiesta apparentemente analoga a quella dei due discepoli: chiede per sé, per il proprio bene. Non “cosa devo fare” come il “tale”, ma “dammi”. C’è però una differenza abissale. I due credono di vedere e meritare e chiedono qualcosa in più rispetto agli altri, qualcosa che non li fa crescere, ma li suppone già cresciuti. Il cieco invece chiede luce, per essere capace di riconoscere il Signore, di essere nella verità, di camminare dietro a lui. Chiede la sapienza, lo Spirito che il Padre non rifiuta mai (Lc 11,13). Ciò non significa far domande “solo” spirituali o generiche. Significa piuttosto desiderare intensamente che dentro la mia realtà si compia la volontà di Dio, venga il suo regno, si realizzi la sua misericordia. Significa desiderare di essere afferrati da Dio e condotti a lui. Salomone chiede sapienza per essere ciò che già è, ma secondo Dio. E’ già salito, ma sa di essere sordo, cieco, muto, povero davanti al suo compito, a ciò che davvero conta, che non sono denaro e vittoria, ma giustizia (Sap 9).
Chiariti i desideri Gesù che cosa fa?
Torniamo indietro al primo personaggio. Gesù ama questa persona perché coglie la sincerità di ciò che dice, come in Natanaele, e lo chiama. Prende sul serio il suo desiderio e ne mostra le conseguenze: allora lìberati e vieni! Tristemente, il “tale” se ne va. Desiderava davvero; ha capito bene, ma credeva che la strada fosse un’altra. Forse s’aspettava qualche regola in più, indicazioni ascetiche, un modello di spiritualità, giorni di digiuno, preghiere, letture... invece deve lasciare e non se la sente. Gesù dice una cosa troppo semplice e troppo radicale (e spesso mi è capitato di trovare persone in queste condizioni, trattenute dai soldi ma anche da altre cose. Il “tale” ha buone intenzioni, però il suo non è un “voglio”, ma un “vorrei”. Mettete allora accanto ai desideri che non vogliamo ammettere a noi stessi, e a quelli noti, ma custoditi “a parte” dalla nostra vita di fede, anche questi: desideri giusti, belli, ma vaghi, velleitari ed inefficaci perché soffocati da altro.
Con i due apostoli carrieristi, Gesù ricorre alla presa in giro: “Non sapete quello che voi dite”. Avete criteri lontanissimi dai miei, incompatibili con la mia logica (che Gesù poi spiega a tutti nei vs. 41-45), voi ponete il Regno al vostro servizio anziché voi stessi a servizio del Regno, non vi fidate del Padre, ma fate mercato, baratti con lui. In particolare non lo sapete perché ancora vi rifiutate di accettare ciò che vado dicendo, cioè che bisogna passare attraverso le sofferenze e la croce, “ bere un calice” che io stesso troverò amarissimo. Gesù Cristo però non si ferma a questa ironia tagliente. Come in tante altre occasioni, anche questa stupidaggine appena detta viene colta da lui per far fare un passo avanti, come ha fatto con la samaritana e con Pietro.
La samaritana credeva di poter dare l’acqua, che lei stessa prendeva per sé, e di aver bisogno solo di un po’ di riposo, di un pozzo più vicino e comodo; Gesù la conduce a scoprire la sua sete profonda, repressa, e insieme la possibilità di estinguerla. Pietro credeva di poter difendere Gesù, di essergli fedele in qualsiasi situazione; Gesù lo conduce a scoprirsi più miserabile di Bartimeo, ma da questa miseria fa compiere il passo della scoperta che lui ama: “Sì, Signore, io ti amo!” (cfr. Gv 21).
Marta si credeva utile e importante, Gesù le fa accogliere positivamente l’inutilità di sua sorella...
Con i due apostoli Gesù usa un metodo curioso: la sfida. Volete il primo posto? Dovete conquistarvelo: berrete il calice e vivrete il battesimo...? Per forza rispondono di sì, anche se è pure questa una risposta insensata come la fiera sicurezza di Pietro. Gesù sa che da soli non ce la faranno, ma sa pure che alla fine percorreranno davvero la strada della croce, e allora gliela garantisce. Si realizza così un paradosso: Gesù garantisce loro (e loro acconsentono?) ciò che non volevano, mentre non promette nulla di ciò che avevano chiesto. Dopo il calice amaro ci sarà certo vita e gioia, ma il quando, il come e il posto non hanno rilevanza. La fede è un affidarsi al Signore, non un calcolo per garantirsi un posto; è cammino con il Signore che porta la croce, non raccomandazione per non portarla. Porterete la croce, il resto si vedrà...
Bartimeo, portato in mezzo a quelli che volevano farlo tacere, si sente chiedere che cosa vuole. Come dicevo, questa domanda gli fa forse fare il salto di qualità, gli dà il coraggio di desiderare ciò che non osava. Può infatti capitare che i nostri desideri non siano né cattivi, né sbagliati, né velleitari, ma semplicemente troppo timidi e piccoli. Non osiamo sperare, certe cose ci sembrano troppo belle per desiderarle davvero e per chiederle, abbiamo paura di essere delusi. Invece la fede ci deve rendere audaci. Il dono dello Spirito è trasformante, e se siamo liberi da noi stessi, dalla paura di far brutte figure, di fallire, di impegnare il Signore, ci fa fare molto di più di ciò che osiamo pensare, intrecciando il piano della nostra santificazione personale con quello del nostro servizio apostolico.
Un finale triste con il ricco zelante, un finale a sorpresa con i figli di Zebedeo, un lieto fine (che è l’inizio della sequela) per Bartimeo. Riprendiamo ancora queste tre storie, sempre leggendole nell’ottica del desiderio, della domanda di Gesù: “Che vuoi che io ti faccia?”.
Tre anni fa mi sono trovato a vivere un periodo di grande stanchezza e confusione interiore. Sono andato a pregare in un monastero vicino ad Assisi, ma non riuscivo ad ingranare, mi sentivo davvero scoraggiato. Poi mi sono chiesto: scoraggiato di che cosa? che cosa voglio? perché mi sto impegnando? Ho ripercorso con queste domande la mia storia recente e mi sono lasciato interrogare dal Signore: allora, adesso che cosa vuoi?
Il mettere ordine nei miei desideri è stato davvero rigenerante. La confusione che a volte ci affligge nella nostra vita interiore ed esteriore, certi sensi di insoddisfazione generale, di frustrazione, di incertezza possono trovare la loro spiegazione proprio qui: non so che cosa voglio veramente, o voglio certe cose diverse da quelle che vorrei. Anche il nostro impegno pastorale ne soffre. Se non so cosa voglio, come verificare ciò che faccio e come confrontarmi con i collaboratori? Quando il responsabile ha idee e desideri confusi, o in realtà vuole altro da ciò che dice di volere, sono guai per chi collabora.
Spesso questa mancanza di chiarezza conduce a tirarsi dietro nella vita pesi proprio inutili, o dannosi. Ci sono persone che a 40-60-70 anni ancora tirano fuori amarezze per un desiderio inappagato, un torto subito, un’obbedienza non digerita. Se avessi studiato, ma non mi hanno lasciato... Alla base c’è probabilmente l’immaturità della persona, ma anch’essa va in qualche modo affrontata. A che serve rimasticare i “vorrei”, “avrei potuto”, ecc..? E’ possibile che la mia vocazione, la mia pienezza e gioia di uomo e di credente siano davvero bloccate, impedite, tarpate da queste cose? O non sono forse io di ostacolo a me stesso, perché non dico con coraggio: voglio perdonare, voglio andare avanti, voglio accogliere ed amare la mia storia e me stesso? Sono così sicuro che quello che avrei voluto o potuto sarebbe davvero stato meglio per me?
Queste recriminazioni amare che fanno male solo a noi stessi sono forse un modo per non prendere atto della nostra povertà: sono e faccio poco, ma la colpa è dell’educazione ricevuta, dei superiori, della gente, ecc... Invece chi ottiene più dal Signore è proprio Bartimeo, cieco e mendicante, che continua ad urlare spudoratamente: “abbi pietà”. Gesù, dà quando si è coscienti di un bisogno, e lui stesso parte con la samaritana manifestando un suo bisogno: “Dammi da bere!”. Forse qui è solo un tratto pedagogico, però sappiamo che Gesù ha veramente condiviso la nostra povertà. Dio, in lui, si fa bisognoso, chiede aiuto per fare il cammino della redenzione. E’ questa la sua logica, anche psicologica, e deve essere anche la nostra.
Noi vogliamo servire, dare, renderci e sentirci utili. E’ bello, ma in un certo senso è facile. Difficile è scoprire poco a poco o traumaticamente che si ha poco da dare, che si è davvero poveri. E’ però un passaggio prezioso perché ci pone fra quelli che chiedono, desiderano, si fanno aiutare e noi possiamo trovare un equilibrio importante anche per il nostro rapporto con gli altri e per il nostro apostolato. Perché Dio non solo dà, ma anche chiede, da povero. Povero di mezzi (Betlemme, Nazaret, Gesù che vive di quanto gli danno), ma anche di altro. Gesù chiede di pregare, perché da solo non ce la fa a raccogliere tutta la messe; chiede di pregare e di vegliare con lui nel momento della prova. Gesù è bimbo, e il bimbo è colui che ha bisogno di tutto. Dio ci è Padre, si fa nostro Fratello, ma si fa anche Figlio dell’Uomo, nostro figlio e impara questo suo essere uomo.
Bisogno, carenza, desiderio, debolezza sono presenza e rivelazione di Dio, luoghi di rivelazione dell’amore. Dio vive la dimensione di ricevere perché noi possiamo dare. L’aver bisogno è condizione necessaria per entrare in comunione con l’altro. Ciò vale non solo per il singolo, ma anche per la chiesa tutta. La missiologia lo sta scoprendo, e apre prospettive bellissime. La chiesa è sacramento di salvezza non solo quando dà, ma anche quando chiede, accoglie, cerca. La chiesa in missione completa la sua umanità e scopre così meglio il volto di Cristo povero, che ha bisogno, che impara e cresce, che vuole - come dice Col 1,24 - che si “completi” ciò che manca ai patimenti di Cristo. L’autosufficienza soffoca e porta alla sclerosi.
Sapere che cosa vogliamo significa infine dare verità alla nostra preghiera. Essa deve essere momento unitario con tutti gli aspetti del nostro vivere, non può essere generica e astratta, né troppo sicura di sé e petulante, né deve riguardare solo la parte bella della nostra vita. Si prega senza maschere, mettendoci in Dio come siamo... Allora essa purifica e corregge i desideri, li porta al concreto, li rafforza e ci fa giungere a quella confidenza totale che Gesù esprime quando dice di pregare “senza dubitare” (cfr. Mt 21,21). Almeno ci conduce alla condizione di Giacomo e di Giovanni che si trovano cambiate le carte in tavola, dicono sì senza capire, ma continuano il loro cammino con Gesù. Se sapessimo bene tutte le conseguenze di ciò che desideriamo e chiediamo, forse certi “sì” non li diremmo. L’importante è dire sì al Signore, fidandoci che alla fine sarà lui a cavarci dai guai.

Sapete ciò che vi ho fatto?

Abbiamo detto al Signore ciò che vogliamo che faccia per noi. Lui stesso ci invita a comprenderlo e dirlo, per poter essere trasparenti con lui e con noi stessi, per aprirci a ricevere i doni che ci vuol fare e che vanno oltre le nostre attese, le quali spesso, se esaudite, ci farebbero male, o che non ci costruirebbero, o che sono troppo timide e meschine.
Oggi lasciamo che sia lui a dirci che cosa desidera. Lui stesso ci ha insegnato a pregare il Padre, dicendo “sia fatta la tua volontà”, ma non ha lasciato la preghiera nel vago. Con tutta la sua vita, oltre che con le sue parole, ci ha guidato a conoscere questa volontà del Padre, che è anche la sua e che si esprime anzitutto e in modo eminente - unico - nella sua vita.
Per capire i suoi desideri meditiamo un episodio che ancora una volta può essere imperniato su una domanda: “Sapete che cosa vi ho fatto?”. E’ l’inizio del commento che Gesù stesso fa al momento solenne, alla “liturgia” del lavare i piedi ai suoi.
Riascoltiamo l’episodio: Gv 13,1-20.
Questo passo delinea un completo capovolgimento del modo normale di concepire i rapporti sociali e religiosi, più radicalmente addirittura capovolge la nostra visione di Dio e di conseguenza il nostro rapporto con lui.
Come sappiamo, è un passo fondamentale, che si apre offrendo una forte sottolineatura a proposito del momento in cui l’episodio accade: la Pasqua, festa solenne, e più precisamente la Pasqua in cui “viene l’ora” per la quale il Vangelo di Giovanni ha creato un’attesa, una “suspance”. In quest’ora così attesa e determinante, Gesù che ha sempre amato i suoi, li ama “fino alla fine”, nel modo più totale e pieno: fino alla fine e fino in fondo, radicalmente. Quest’amore emerge ancora più forte e limpido, per contrasto:
- Gesù sa che uno dei suoi lo tradisce - e tuttavia ama.
- Gesù sa che tutto è nelle sue mani - e tuttavia ama in quel modo.
- Gesù ha consapevolezza piena della sua origine divina e del suo tornare al Padre; più avanti dirà a Filippo: “Chi ha visto me ha visto il Padre”, quindi chi vede ciò che ora Gesù fa, vede il Padre che lo fa - ci rivela Dio stesso.
Tradito dai suoi, avendo tutto nelle sue mani, ed essendo uno con il Padre, Gesù lava i piedi. Questa introduzione significa che non si tratta di un gesto fra tanti, per quanto bello e significativo; è piuttosto un gesto di sintesi, che raccoglie e ripresenta gli elementi fondamentali della persona di Gesù, della sua opera, della sua rivelazione.
Come l’Eucaristia. Infatti la lavanda dei piedi occupa in Giovanni il posto della narrazione dell’istituzione dell’Eucaristia, data per conosciuta.
Gesù dunque si cinge un asciugatoio e lava i piedi, silenziosamente. Pietro si ribella, non vuole. Gesù insiste: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”. Non spiega, chiede solo di lasciar fare. Così come, predicando la passione, non dice il perché: “deve accadere” e basta. Quando Pietro obietta la risposta è “togliti di mezzo, lasciami proseguire e stai dietro” (Mt 16,21-23). Gesù è consapevole che ci sono cose che i suoi non capiscono, che non possono cogliere, né sopportare; per questo - come ho già ricordato - annuncia un “Consolatore” che ricorderà e spiegherà. “Consolatore” forse perché le cose che non si possono (vogliono) capire sono penose, dolorose, e si possono affrontare solo grazie alla forza consolatrice dello Spirito di amore (cfr. Gv 16,7. 13).
Io credo che questo non sia accaduto allora e poi basta. La storia di ognuno di noi ripete questo tracciato: una sequela affascinata, la perplessità e la paura, il rinnegamento, la venuta dello Spirito. Noi abbiamo già ricevuto lo Spirito, tuttavia ciò che abbiamo in nuce deve svilupparsi, dobbiamo percorrere la strada perché alle svolte e nel momento giusto possa guidarci “alla verità tutta intera”. Un mio confratello molto stimato e santo, vissuto tanti anni in missione, colpito da tumore e con grandi sofferenze diceva: la teologia della croce si può fare solo quando si soffre, quando si sta sulla croce.
Che cosa Pietro non può capire e perché non potrà aver parte con Cristo se non lo lascia fare?
Non sono certo in grado di esaminare la ricchezza di questo passo. Offro come risposta solo due punti:
1) Il lavare i piedi è un gesto di servizio. Già prima Gesù aveva servito i suoi, prodigandosi in mille modi per loro: predicazione, segni, notti di preghiera, guarigioni, vita precaria e povera... e aveva detto: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mt 20,28). Tutto ciò non aveva sollevato obiezione, ma ammirazione, stupore, riconoscenza; e aveva affascinato i suoi. Si trattava di un modo diverso, nuovo, insieme autorevole e umile di essere maestro, guida, capo. Gesù infatti richiama tutto ciò: “Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene perché lo sono” (Gv 13,13). Il gesto che compie ora però va oltre. E’ un gesto umiliante, un gesto da schiavo. Non è un servizio dall’alto dell’autorità e autorevolezza che Gesù ha, è un servizio “dal basso”. Lavando i piedi Gesù “tocca il fondo” della condizione umana, si fa ultimo. Pietro non capisce l’umiliazione.
2) Inoltre, lavare i piedi è del tutto inutile. Nessun altro avrebbe potuto servire predicando come Gesù, sanando come lui. Ma chiunque altro avrebbe potuto lavare i piedi allo stesso modo. Gesù compie un servizio che non serve, in realtà, un servizio “qualunque”. Pietro non capisce l’inutilità.
In questi due aspetti, questa è profezia della croce, come lo è l’Eucaristia. Il pane spezzato e il vino dato come corpo e sangue preannunciano la morte per noi. La lavanda preannuncia l’umiliazione e anche l’incomprensibilità della croce che Gesù accetta per noi. Gesù deve toccare il fondo, essere all’ultimo posto se vuole raccogliere tutti, salvare tutti: il peccatore crocifisso con lui, lo schiavo disprezzato, colui che lo rinnega. Charles de Foucauld per stare vicino a Gesù voleva il penultimo posto, perché l’ultimo è già occupato da lui...
Finchè questa discesa nell’umiliazione non è compiuta, la missione di Gesù non è completa, e Pietro non può aver parte. Pietro deve lasciarsi salvare, non però come vorrebbe lui, ma come vuole il Padre, cioè dalla morte e dal servizio umiliante ed inutile.
Gesù deve diventare grande, essere innalzato nella gloria, ma questo può avvenire non esercitando il potere e dominando, bensì facendosi servo e schiavo (Mt 20,24-27). Il volto del servo sofferente è irriconoscibile, confonde, lo si ritiene rigettato da Dio, percosso e umiliato, e invece salva molti. Pietro non può riconoscere il maestro in uno schiavo, tuttavia ciò è necessario, deve lasciarsi salvare così.
Così facendo Gesù solleva il velo sul mistero di Dio Padre che “si ritrae” per fare spazio a noi e alla nostra libertà, anche la libertà di crocifiggere suo Figlio. Pietro deve imparare questa lezione difficile e nuova: l’uomo è chiamato a crescere, a diventare grande; per farlo, insegue un modello umano che è quello di dilatare il proprio io occupando lo spazio degli altri, come Caino. Di qui guerre, gelosie, menzogne, sopraffazioni sempre allo scopo di andare oltre il proprio limite. Il criterio divino è invece opposto: facendosi piccolo fino a servire e a morire dilata gli spazi dell’amore, del dono, della comunione. Invece dell’appropriazione c’è il dono, invece della chiusura la comunione, invece della ricerca di sé l’amore, invece del dominio il servizio. Quanto più “scompare” tanto più fa spazio all’espressione del suo amore per gli altri e anche all’amore degli altri, si fa amare. Forse è anche questo il significato della parola di Gesù: “E’ bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado non verrà a voi il Consolatore” (Gv 16,7).
Il ritorno di Gesù al Padre apre lo spazio alla presenza dello Spirito d’amore. Pietro questo non lo può capire: “per il momento non siete capaci di portarne il peso”, dice ancora Gesù (Gv 16,12). Nemmeno noi possiamo capire. Come le beatitudini, questo gesto e la croce non vanno spiegati, vanno accolti nella fede, sulla fiducia che abbiamo in Gesù, e poi scoperti progressivamente nell’esperienza di vita cristiana, secondo il dono, la misura di grazia che ci è data. Colti nello Spirito e vissuti, parlano da sé, oltre i tentativi di spiegazione razionale o di addolcimento, di annacquamento.
Infatti ad un Pietro che non può capire Gesù dice: “Sapete ciò che vi ho fatto? Io, il Signore e il Maestro ho lavato i vostri piedi” Questo è un fatto, non una teoria, così come è un fatto la croce. Deve stamparsi nella memoria dei discepoli perché mai più cerchino il dominio, i primi posti. E’ un discorso “duro”, come quello fatto nei capitoli precedenti sul cibo e la bevanda che Cristo è per noi. Va accettato o rifiutato, è discriminante.
Forse Pietro non voleva che Gesù gli lavasse i piedi non solo per non vedere l’umiliazione del Maestro, ma anche perché intuiva ciò che sarebbe venuto dopo: questo gesto è paradigmatico. I discepoli dovranno seguire il Maestro su questa strada, lavarsi i piedi diventerà il loro stile.
Per noi che siamo preti e abbiamo nella chiesa un ruolo di “leadership”, questo messaggio di Gesù assume un’importanza particolare. Gesù lava i piedi senza rinunciare al suo ruolo di Maestro. Anzi, è proprio in questo ruolo che lo fa, così come in tutta la sua regalità sale sulla croce, patibolo degli schiavi. Noi “saremo beati, se metteremo in pratica queste cose”. Questo è ciò che il Signore ci chiede, desidera da noi: “Sapete ciò che vi ho fatto, fatelo!”.
“Sapete”. Dobbiamo “sapere” che Gesù ci lava i piedi, e lasciarlo fare per aver parte con lui. Questo suo percorso, come quello della croce, deve costituire per noi un punto di riferimento contemplativo. E’ attraverso il “guardare” più che attraverso il ragionare, che i discepoli imparano a vedere Gesù nel povero, nel carcerato, nel sofferente; che si lasciano attrarre dal fascino della croce, che si chinano a lavare i piedi. Ma senza scorciatoie. Sarebbe una scorciatoia pericolosa ascoltare il suo comando, saltando la parte precedente, non “sapendo” che anche noi siamo serviti dal Signore. Così come non possiamo metterci a fare il buon samaritano che soccorre, se prima non crediamo che noi siamo l’uomo lasciato mezzo morto, e Cristo il Samaritano che ci soccorre.
Con il suo gesto e con la sua morte in croce, Gesù non solo insegna, ma salva, non solo salva ma ci conquista. Anzi, dice Pietro, ci “compra”: “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come agnello senza difetti e senza macchia” (I Pt 1,18-19); e in I Cor 6,19-20 si legge: “Non appartenete a voi stessi, siete infatti stati comprati a caro prezzo”.
E’ bene dunque interrogarci sul nostro servizio, quale che esso sia. Non però a partire da un modello astratto, o da una serie di norme morali e ascetiche, ma come sequela del Signore. Come amici suoi, la cui amicizia è costata umiliazione e sangue, noi ci onoriamo a vicenda, ci serviamo, poniamo tutte le nostre capacità e i talenti a frutto perché questo servizio sia buono e ben fatto - sempre “a partire dal basso”. Cioè, liberandoci dalla preoccupazione della nostra persona e solo con il desiderio di lasciare in qual che modo trasparire attraverso di noi il mistero dell’amore di Cristo e dell’umiltà di Dio. Il testimone, per essere tale, non deve preoccuparsi di sé. Di che cosa dirà nei tribunali, di come lo trattano e lo considerano.
Diamo il meglio, anche umanamente, però sappiamo che il giorno in cui vengono a noi umiliazione, croce, inutilità, allora queste cose - vissute in Cristo - sono davvero il meglio, sono ciò che testimonia l’amore e la forza di Dio, un Dio che rinuncia alla sua potenza per aprire a noi gli spazi della vita e dell’amore.

Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu?

Pietro riceve solennemente la missione di pascere gli agnelli, coloro che Gesù ama e per i quali dà la vita. Coloro che in minima parte sono raccolti, perché ci sono altre pecore che non sono di quest’ovile, ma Lui è per tutti Pietro lo riceve come missione, dopo che c’è stata un’altra domanda, che propongo alla vostra meditazione di oggi. Gesù lo prende da parte e gli chiede: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene più di costoro?”. Vorrei imperniare su questa domanda la riflessione che faccio, ma queste cose che cercherò di dire possono anche essere messe in relazione con un tema di attualità nella chiesa e nel rapporto fra le religioni: quello di Gesù unico Salvatore.
Già la Redemptoris Missio, l’enciclica missionaria di questo papa ne aveva parlato; adesso recentemente c’è stato un altro documento che ha fatto discutere e ha ribadito un dato teologico e di fede, che accolgo volentieri, ma dopo averlo accolto occorre un ulteriore lavoro di grande importanza. Bisogna che ciascuno di noi dica con altrettanta serena certezza: sì, Gesù è Salvatore di tutti e perciò lo credo mio Salvatore. Può sembrare sciocco fare questa specificazione: se è di tutti è anche mio, ma c’è una differenza pratica, esistenziale molto importante fra l’affermazione generale e il Salvatore di tutti, che è un’affermazione di carattere teologico-dogmatico e l’affermazione: Gesù è il mio Salvatore, cioè il calare in me questa verità.
Già la RM, al numero 11, aveva detto agli interrogativi: perché la missione? noi rispondiamo con la fede e con l’esperienza della chiesa che aprirsi all’amore di Cristo è la vera liberazione. E questa fede e questa esperienza devono continuare affiancate nella nostra vita fino a farci dire con la prima lettera di Giovanni: “Quello che abbiamo veduto, udito e toccato lo annunciamo anche a voi, perché siate in comunione con noi e la nostra gioia sia perfetta”. E dunque è su questa ottica che cerco di riflettere sulla domanda che Gesù fa a Pietro, sulla risposta di Pietro e sul contesto in cui questa domanda avviene. La missione nasce da questa fede amorosa, accolta personalmente, senza la quale non regge o regge su un’impostura. E’ una propaganda, non è missione.
Poiché gli apostoli accolgono Gesù come Maestro, insegnano. Poiché riconoscono in lui il Figlio di Dio vivente, annunciano. Poiché credono nella sua forza divina, fanno segni e miracoli. Poiché seguono Gesù, lasciando tutto, sono mandati e fanno altri discepoli. Se il nostro discepolato non è autentico, la nostra missione è “percorrere il mare e la terra”, fare un solo proselito rendendolo figlio della Geenna il doppio di noi” (cfr. Mt 23,15).
Bisogna che Cristo sia per me Maestro unico, fonte della mia vita, linfa vitale, Parola di vita eterna, acqua che disseta, cibo che nutre, amico che perdona, che si offre e muore per me, risurrezione e speranza, consolazione e forza, medicina e fiducia.
Scrive il teologo indiano T. Mampra: “L’evangelizzazione consiste nel condividere in profondità la propria consapevolezza o coscienza a proposito di Cristo: Gesù viene proclamato così come è stato sperimentato e vissuto... E’ una realtà viva, che dev’essere toccata e sperimentata dal missionario, e conseguentemente condivisa. Come Gesù ha condiviso con la gente la sua coscienza del Padre (Gv 7,16), così il missionario deve parlare alla gente della sua coscienza di Gesù stesso e del grande mistero del Padre. Quando Gesù predicava il Regno di Dio “vicino”, voleva dire che l’amore di Dio non è più un’idea da contemplare e di cui dobbiamo attendere la realizzazione, ma è già una realtà che si è fatta presente qui e ora. Per questo ha detto che il Regno di Dio è fra noi. E’ una realtà che si attua qui e ora e tu sei invitato a prendervi parte. Il missionario che predica Gesù deve essere un altro Cristo, con la sua stessa coscienza, e ripetere ciò che Gesù ha detto, specialmente che il Regno è ora fra i suoi ascoltatori. Dicendo ciò, il missionario vuol dire che l’amore di Dio sta già visitando il suo popolo. Nel terzo millennio se vogliamo portare credibilmente Gesù agli altri, dovrà essere un Gesù di nostra esperienza personale, un Gesù che abbiamo conosciuto non studiando pagine di storia, ma sperimentandolo come realtà viva nella profondità del nostro essere”.
Tra i molti passi che si potrebbero scegliere su questo argomento, ho scelto Gv 21,1-19.
Il contesto è noto. Gesù risorto appare sul lago ai discepoli tornati a pescare infruttuosamente. Si ripete il miracolo della pesca abbondante, Giovanni lo riconosce e Pietro si butta a nuoto per incontrarlo. Gesù li accoglie a riva e mangia con loro, poi si rivolge a Pietro. Due annotazioni basilari:
• Gesù si mette in cerca dei suoi per risvegliarne la fede. La lontananza di Gesù, l’offuscarsi della coscienza della sua presenza, il dubbio e lo scetticismo, il non riconoscerne la presenza sembrano essere condizioni frequenti nella Chiesa. Dalla tempesta sul lago (Gesù non c’è e li raggiunge camminando sulle acque, o c’è ma dorme) ai discepoli di Emmaus, i discepoli restano tali, non tradiscono, ma si sperimentano soli, devono lottare con le proprie forze contro la tempesta o contro la stanchezza e lo scetticismo. Gesù entra in questa condizione umana così comune a tutti i credenti e non si fa vicino con gesti che interpellano, che pongono interrogativi, che suscitano timori. E’ più facile credere a un Dio lontano e muto che a un Dio vicino che ci parla, aderire a un’idea che a una presenza viva. Maria di Magdala al sepolcro piange, ma non riconosce Gesù perché lo cerca “fra i morti” (Gv 20,11ss e Lc 24,5). Tommaso non crede perché si è isolato; qui i discepoli “non osavano domandare chi sei?, perché sapevano bene che era il Signore”. Perché dovrebbero domandare ciò che già sanno? Perché la domanda farebbe giungere a livello di piena consapevolezza; è un rischio: quello di risvegliarsi da un sogno (credevo che fosse lui, mi sono sbagliato!...) o di entrare in una realtà nuova e imprevedibile (il Signore è veramente risorto, Lc 24,34). La domanda toglie dall’ambiguità, dallo sfumato e costringe a esprimersi o a prendere atto. Quasi sempre, queste rivelazioni del Signore coincidono con la presa di coscienza che Gesù “era già lì”, come nel famoso sogno di Giacobbe che conclude: “Il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo” (Gen 28,16). Leggere la presenza di Dio nella propria vita è elemento fondamentale della fede, sempre da riscoprire. Quanto ho detto prima, sull’esperienza di Cristo come realtà viva da annunciare, è certamente qualcosa che ci deve stimolare a un di più e a un meglio, a una conversione, ma punto di partenza di questo più e meglio e del cambiamento è la presa di coscienza che Gesù è già qui. Già ha condiviso la mia vita, traversato il lago con me, mi ha atteso sulla spiaggia, ha camminato verso Emmaus mentre rimurginavo la mia solitudine, i miei dubbi e le mie delusioni. Il risveglio della fede consiste nell’aprire gli occhi e dire con Giovanni: “E’ il Signore!”, con la Maddalena: “Maestro!”. Ciò deve avvenire nella nostra vita, nel nostro quotidiano, nel nostro intimo, nella nostra comunità.
• Pietro è un uomo che ha percorso una lunga strada (come molti di noi). Ha vissuto la normalità, poi l’entusiasmo, poi l’ebbrezza della fede, la fatica di lasciare tutto, l’amarezza del contrasto e del non capirsi con Gesù, la tentazione, l’estasi mistica, il fallimento, la paura, la desolazione totale esterna ed interiore, frutto del suo rinnegamento, la gioia confusa del Signore ritrovato. Ma ciò che più gli pesa ora è la coscienza dolorosa del suo tradimento. Sa che Gesù lo ha perdonato e questo lo consola, ma come può ancora credere a se stesso? Come può ancora guardare negli occhi, discutere con lui? Come può pensare rivolte a sé le parole dell’Ultima Cena: “Non vi chiamo più servi, ma amici”? (Gv 15,15). Come può pensare di ricambiare in qualche modo quell’amore di Gesù che è giunto ad un perdono così radicale? Pietro forse vive la tentazione che un po’ sentiamo anche noi, quella di non osare. E’ stato presuntuoso ed ha sbagliato clamorosamente (Mc 14,31); ora non può più aspirare all’intimità con Gesù. Gli sarà fedele e riconoscente, lo predicherà e annuncerà, lo servirà con tutte le sue forze, ma tra loro resterà sempre come un vetro, un’ombra, il ricordo di quel rinnegamento, la paura di osare un’altra volta troppo e perciò ricadere nell’abisso. Spiritualmente è la stessa situazione sperimentata quando tenta di camminare sulle acque e dopo un po’ si accorse che affondava. Ma proprio come quando lo ha preso per mano salvandolo dall’affondare nelle acque (Mt 14,31) Gesù interviene salvandolo dall’affondare in se stesso, nel limbo di una spiritualità timorosa e rattrappita. Non lo fa con rimproveri ed esortazioni ma con una domanda semplice, immediata, precisa, che porti a galla la verità che c’è in lui: “Simone di Giovanni”. Non lo chiama Pietro, il nome nuovo. Lo chiama per nome perché l’interrogativo è personale, diretto e giunge al cuore; col nome antico perché Pietro ritorni indietro a ripercorrere la propria storia, a ritrovarsi senza eventuali sovrastrutture, “senza condizionamenti” diremmo noi. Vi invito a far risuonare questo appello anche in voi perché anche psicologicamente cada ogni difesa, ogni velo. “Maria”, dice il Risorto, e pronunciando il nome lei ritrova il Maestro e se stessa. “Simone, figlio di Giovanni”... “Franco...”, “Mi ami?”. “Mi”. Non c’è formula indiretta (ami tu il Figlio dell’uomo? Ami tu il tuo Signore?), ma personalizzata al massimo. Quale che sia la tua opinione o definizione su Gesù, ora Gesù vuol sapere se tu ami lui. “Ami” non è la fede che manca a Pietro, né la stima e la riconoscenza al suo Maestro. Deve confermare i fratelli nella fede, dopo il ravvedimento (Lc 22,32), ma questo è già avvenuto. Pietro ora ha bisogno di liberarsi da un involucro e prendere coscienza che lui, proprio lui, ora, con tutto ciò che è successo, ama Gesù. “Più di costoro”. Perché questo particolare? Pietro di fatto non risponde ad esso. Gesù ha sempre detto di non misurarsi più degli altri, di non cercare i primi posti, come può contraddirsi ora? Può, perché Pietro era presente quando in casa del fariseo la peccatrice aveva sparso piangendo l’unguento sui piedi di Gesù, che aveva dato una lezione al padrone di casa: “Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco” (cfr. Lc 7,36-50). Pietro sa che ha bisogno di molto perdono, Gesù ora gli dice che proprio per questo può e perciò deve amare molto. Se ha peccato di più, può amare di più. Gli altri forse più buoni di te, mi amano - ma tu non aver paura della tua indegnità, perché conoscendola puoi trasformarla in un più grande amore accolto e donato, e perciò puoi prenderti cura di loro come il primo, proprio ora sai che sei l’ultimo. Tre volte la domanda finchè Pietro rimette totalmente a Gesù anche il giudizio su di sé. Non osava guardarsi dentro, è stato accompagnato a farlo. Vi ha scoperto un amore che non osava neppure più sperare, ma anche su questo non si ferma. Libero, può riaffidarsi a Cristo totalmente: “Tu sai tutto”. Tu sai chi io sono, e io sono chi tu mi fai essere. Simone di Giovanni è ora maturo per la pienezza della vocazione, per la profezia sul martirio a cui è chiamato: “Seguimi”. In Giovanni, Pietro non è stato formalmente chiamato con un “vieni e seguimi”. Seguimi nel servizio, nella disponibilità totale, nella morte.

Avrete forza dallo Spirito Santo

Il breve passo che propongo alla vostra riflessione è uno di quelli che presentano il “mandato missionario” di Gesù. E’ Atti 1,6-11 e poi 2,1-13. Il primo ha i suoi paralleli in Matteo 28, 16-20 e Mc 16, 14-20. Ci sono ambientazioni diverse e anche sottolineature diverse. Scelgo Atti perché forse è il meno ricordato, anche se - a mio parere - è quello che più facilmente incontra la mentalità ecclesiale di oggi, quello di più immediata comprensione, ed è direttamente collegato con il racconto della Pentecoste (At 2,1ss). Si parte dalla domanda formulata dagli apostoli: “E’ questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. Nella risposta si rimanda al Padre la questione dei “tempi e momenti” di questa ricostituzione. In questo gli Apostoli non hanno nulla da dire né da fare, il discorso è chiuso. C’è però ben altro che li aspetta, e su questo ci soffermiamo.
Gesù li manda, e che questo invio sia una cosa seria è evidente poco più avanti, quando “due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” (At 1,10-11). Gesù tornerà, ma il tempo fra oggi e questo ritorno è tempo di missione, non di attesa passiva.
La missione non è intesa, finalizzata a restaurare il Regno, ma ad altro. Gesù lo spiega brevemente unendo alla spiegazione una promessa: lo Spirito Santo scenderà e darà forza, e allora voi sarete testimoni “fino ai confini estremi della terra”.
Il fulcro che propongo sta nella promessa: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi”, e lo Spirito Santo sta in strettissima relazione sia con l’essere testimoni sia con i confini del mondo.
Lo Spirito Santo - dice la Redemptoris Missio - “è il protagonista della missione”. Più volte in questi giorni siamo tornati sulla sua missione di “spiegare” parole ed eventi di Gesù per condurre alla verità tutta intera e per consolare. Qui è visto come una “forza”, forza che entra nel Cenacolo, trasforma il gruppo che è lì in preghiera, li fa uscire a parlare con franchezza, rendendo testimonianza.
“Fa uscire”. La missione che Gesù affida ai suoi è una forza dinamica. Attrae (cfr. At 2,48), e mette in movimento, non lascia fermi a guardare il cielo. Gesù non si ferma mai troppo in un villaggio perché altri attendono, così Paolo nelle sue comunità. Ci offre l’immagine del pastore che “va in cerca” dando attenzione a chi è smarrito, anche se uno solo. Mangia con i peccatori, anche scandalizzando i benpensanti, perché è venuto per salvare loro, e quindi li cerca. Manda i suoi ad annunciare e guarire, perché si moltiplichi attraverso di loro il suo annuncio e la sua opera.
E’ però un andare guidato dallo Spirito, non da strategie umane. Gli Atti sono percorsi da questa fiducia viva nella guida dello Spirito che chiude certe porte per aprirne altre, che trasforma le persecuzioni in occasioni per spargere la semente in altri posti, che illumina la comunità di Antiochia a mandare Paolo e Barnaba, che prepara Pietro a entrare nelle case dei pagani e prepara Cornelio a invitare Pietro e poi a ricevere il Battesimo.... Una cosa è certa in Atti: lo Spirito opera dentro i missionari, ma anche prima di loro. E’ prorompente, va oltre i loro progetti. Lo stesso Paolo, apostolo delle genti, capisce che questa è la sua missione, grazie alle sue difficoltà con le sinagoghe: lo Spirito lo orienta altrove. Nella Pentecoste lo Spirito Santo opera allo stesso tempo in chi parla e in chi ascolta. Sono certo che questo avviene anche oggi. Ad esempio: l’indebolirsi della chiesa in occidente ci costringe a percorrere nuove vie, nuove occasioni...
Abbiamo bisogno di una fede che abbia questa freschezza, che creda nella fantasia dello Spirito. Esso opera efficacemente nei sacramenti, ma essi non lo racchiudono e non lo esauriscono. Anzi, la loro azione deve essere come il momento forte di un’opera che noi sappiamo diffusa, costante e anche imprevedibile.
La missione come è presentata qui in Atti, consiste nell’essere testimoni. Anche questo è opera dello Spirito Santo. Troppo spesso noi confondiamo la testimonianza con il buon esempio e pretendiamo di calcolarne l’efficacia in base a criteri di efficacia umana. Sbagliamo! Chi ha un buon carattere e non s’arrabbia, non dà alcuna testimonianza, semplicemente ha un punto in più per farsi accettare come uomo e per tenere buoni rapporti. La testimonianza si dà quando emerge che ciò che si dice, si fa e si è, lo si dice, fa ed è nel nome del Signore e con la forza dello Spirito. Gli apostoli credono grazie allo Spirito Santo e parlano con franchezza - loro che sono ignoranti - con la stessa forza, per questo le loro parole non sono un’opinione, ma un atto di fede che testimonia. Pietro e Giovanni dicono allo storpio: “Nel nome di Gesù, cammina”, per questo testimoniano attraverso quella guarigione. Stefano parla e poi perdona nel nome di Gesù e con la forza dello Spirito Santo, per questo la sua morte è testimonianza come la morte in croce di Gesù.
Paradossalmente, là dove ci sono più difficoltà e più fragilità - e quindi una minore efficacia o una totale inefficacia umana - la testimonianza è più forte e limpida, perché emerge con chiarezza che lì opera lo Spirito, che ciò che si fa è solo nel nome di Gesù. La riscoperta dei martiri nel nostro tempo.
Dunque, credere nello Spirito che guida e precede, testimoniare senza preoccuparsi dei risultati, ma piuttosto della “qualità evangelica”, del nostro essere, parlare, operare. I risultati della testimonianza non si calcolano e non si prevedono. I martiri sono sì “seme di cristiani”, ma quando, dove e come spesso non si può dire né prevedere. Gesù in Atti cap. 1 sembra dire: non preoccuparti di questo, tu sii testimone.
Preòccupati piuttosto di giungere “ai confini della terra”. Nei primi anni era chiaro che si trattava di dare segni, testimonianza fino ai confini, non di conquistare tutti. I confini poi hanno un significato ampio: l’orlo estremo del grande disco che è la terra, ma anche il luogo dell’esilio (salmo 61,3: dai confini della terra io t’invoco), i luoghi della diaspora ebraica e pure Roma, capitale dell’impero e quindi del paganesimo, dove Paolo giunge proprio offrendo un segno di quella diffusione della Parola. Io credo poi che questa espressione vada ulteriormente approfondita ed estesa, specie oggi, quando si fa il giro del mondo in poche ore. “confine dell’umano” si potrebbe dire, là dove il nostro essere uomini perde le sue connotazioni fondamentali, non può esprimersi né crescere, pone interrogativi radicali, là dove non giunge alcun segno di salvezza intesa nel suo significato più ampio, e dove Dio sembra del tutto assente, muto, distorto, sostituito dal demonio muto, dagli idoli, dal vuoto, dal divisore che genera odio, dal menzognero che lo scimmiotta, dandogli un volto demoniaco oppressivo: luoghi di sofferenza di alienazione, di totale insofferenza, di schiavitù a forme religiose oppressive e idolatre.. sono confini esterni ma anche interiori: le profondità insondabili della follia, della solitudine, della disperazione.
Lì dobbiamo essere testimoni, e lo stesso andare lì nel nome del Signore è testimonianza. Andare come seminatori, proponendo a tutti, sapendo che ovunque c’è qualcuno che il Signore ha chiamato. “Paolo è apostolo per chiamare alla fede gli eletti” (così inizia la lettera a Tito) e Atti 2,39 dice: “Per voi è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro”. Quanti sono? Dove sono? Tanti, ovunque, ma lo sapremo dopo: ora è tempo di andare, cercare, seminare, testimoniando l’annuncio.
Tutto ciò dovrebbe essere l’orizzonte della nostra missione. I confini del mondo, e quindi “le genti” sono il contesto in cui immergerci, se vogliamo dare alla nostra fede e al nostro ministero l’ampiezza di respiro che devono avere, e tutta la prospettiva di mistero e gratuità che merita. Se vogliamo operare nello Spirito; spesso invece ho l’impressione che siamo troppo presi dai nostri programmi e dalle nostre preoccupazioni (anche giuste) per accorgerci di ciò che lo Spirito opera.
Avere per orizzonti i confini del mondo ci fa meglio percepire che la chiesa è immersa in una realtà più ampia. Non c’è la chiesa e poi, là fuori, il mondo. C’è il mondo in cui, fra tante altre comunità e religioni, vive e opera la chiesa. Questo orizzonte conferisce alla nostra fede la giusta percezione della sua originalità, il senso di una missione come popolo fra i popoli, lo stupore di sapersi scelti e privilegiati senza merito e per servire.
Aprendo le finestre si vedono errori, ingiustizie, idolatrie, ma si scoprono anche Giobbe, Naaman, la Cananea, il Centurione. Ci si accorge che Dio si preoccupa di quella Ninive che a me è antipatica, che vorrei distruggere. Perché lo stesso Spirito che opera in me, è all’opera ovunque. Non è un altro, non ha altri piani. Opera mandato da Cristo e per ricondurre tutto a Cristo in tempi e modi che non sta a noi conoscere. Noi possiamo e dobbiamo cercare, scoprire, obbedire (Pietro battezza Cornelio quasi controvoglia!), lodare Dio.
La chiesa è missione e fa molto per obbedire al mandato di Gesù, ma si pensa ancora poco come missione ampia, totale. Verso i confini del mondo siamo ancora poco attenti, li consideriamo poco più di un’appendice, un luogo dove lo Spirito opera e ci chiama.
Tuttavia non è nei termini di ripartizioni matematiche o di affannoso senso del dovere che dobbiamo impostare il discorso, bensì in quelli di una più gioiosa e serena fiducia nell’opera di Dio.
La nostra responsabilità non è quella di convertire tutti, è quella di liberare il messaggio, di riproporlo continuamente come giudizio e insieme come misericordia che risana e dà vita; è quella di non soffocare lo Spirito effuso dopo l’avvenimento della Pasqua, di seminare a piene mani perché i frutti possano venire da tutti i terreni, anche quelli finora mai coltivati.
E, seminando, accorgerci che Dio era già là, contemplarlo in ciò che ha già compiuto, scoprirlo sempre oltre, sempre più grande, sempre più imprevedibile delle nostre attese e dei nostri schemi.
Le genti, se sappiamo vederle, ci interpellano in tanti modi:
• con le loro domande sulla vitalità della nostra fede, sul significato dei nostri riti e delle nostre parole, sull'autenticità della nostra carità;
• con il loro stesso esistere come miriadi di esseri umani a cui Cristo non è stato annunciato - perché? con la loro muta domanda sul mistero della chiamata divina all’incontro con Cristo;
• con le loro fedi spesso autentiche, impegnate, profonde, che ci fanno arrossire della superficialità con cui ci poniamo di fronte al mistero di Dio e dell’uomo; e che possono, se vogliamo, farci scoprire sempre meglio quella Verità che in Cristo già ci è data come vita;
• con le molte deformazioni della religiosità: fanatismi, magie, orgoglio di salvarsi, strumentalizzazioni di Dio e della religione. Deformazioni che chiedono liberazione e allo stesso tempo ci invitano a vedere in noi stessi e nelle nostre chiese i rischi (e non solo i rischi) di essere allo stesso modo, riducendo Cristo Salvatore ad un idolo.
Concepire così la missione vuol dire anche riscoprire in termini più intensi, più ampi, più vibranti il senso di coloro che celebrano l’Eucaristia.
L’offerta del sacrificio che è unico e non ha confini di nazioni, razze, lingue deve essere per il presbitero il punto di forza della sua missionarietà in mezzo alle genti.
Offrire il sacrificio con la comunità è il compito che può e deve compiere a nome di tutti, in una chiesa sontuosa e con una liturgia ben curata, come in un carcere della Cina o in un villaggio polveroso del Sahel. E’ di lì che parte la missione ed è lì che essa arriva, sempre: non può esserci una “messa missionaria”, distinta da una messa che resti una faccenda fra noi e per noi credenti.
L’Eucaristia deve essere ciò che nutre e ciò che raccoglie la nostra spiritualità di preti per il mondo. Un segno di vita, di riconciliazione, di speranza posto consapevolmente e gioiosamente in mezzo ai mille segni contraddittori della storia; un’offerta di ogni cosa buona, perché certo viene da Dio, anche se non è nostra; un flusso di misericordia che scende sul nostro piccolo gregge sì, ma per inondare il mondo.
Anche il sacramento della riconciliazione è missionario, è per il mondo. Questo perdono che scende su di me quando io mi confesso è un perdono che deve ridondare sugli altri. Dio non perdona me perché sono più bello, ma come segno della sua misericordia su tutti e io devo viverlo come qualcosa che accolgo perché sugli altri scenda la sua misericordia, perché anche gli altri la capiscano.
Credo che questi confini del mondo che sono i confini dell’umanità debbano farci credere che la missione è molto stare accanto al mistero della sofferenza. La RM dice che la missione conduce ai piedi della croce. Noi celebriamo il nostro Profeta scomunicato e ucciso fuori delle mura della città, nudo, impotente e solo davanti agli uomini e davanti a Dio.
E’ il mistero dei confini dell’umanità, Gesù li ha raggiunti i confini dell’umano. Che confine di disumanizzazione è la sua morte da scomunicato sulla croce. E questa è la più radicale, concreta proposta di comunione che Dio potesse fare agli uomini. Sulla croce Gesù non ha più nessuna divisa ed è rifiutato dal suo sistema politico, dalla sua cultura, dal suo sistema religioso. Resta muto nella sofferenza e così ci mostra che Dio si mette a disposizione di ogni uomo, senza chiedergli nessun passaporto per lasciarsi incontrare. Incontrare l’uomo nella sofferenza significa incontrarlo nella sua maggiore verità, nella sua nudità.
Cristo crocifisso è “spettacolo” per le genti, che se ne stupiscono, si scandalizzano, lo rifiutano - così come anche noi, quando lo incontriamo nella concretezza della nostra esperienza umana, continuamente siamo tentati di stupirci, scandalizzarci e rifiutarlo.
Noi che lo celebriamo ogni giorno non possiamo ignorare che egli è oggi in milioni di crocifissi, non possiamo rivestirlo e renderlo immaginetta devota di una religione fra le altre. Dobbiamo avere alta e insieme profonda in noi, direi scolpita a fuoco nella nostra fede la persuasione che egli spalanca le braccia per tutti, non è di nessuno perché deve attirare tutti a sé, che davanti a lui dobbiamo batterci il petto e proclamare - come il centurione - “Veramente quest’uomo è figlio di Dio!” (Mc 15,39).
Noi accogliamo la croce, non la possediamo. Cristo sul Calvario, fuori della città, è là per dire a tutti che è per tutti e noi siamo quelli che seguono la croce, quelli che ci credono. Ma siamo anche quelli che dobbiamo dire: la croce è anche per te; non è soltanto per me che ci credo!
Il crocifisso è il segno del nostro essere cristiani, ma guai se diventasse discriminazione, demarcazione preconcetta; al contrario, è accoglienza fino all’ultimo respiro, è occasione di salvezza aperta a tutti, al centurione che guida il manipolo dei crocifissori come al ladro crocifisso, che sperimenta l’amarezza del dolore e della morte per le sue colpe.
Le genti hanno diritto di incontrare dei presbiteri che siano là sul Golgota, ai piedi della Croce, con Maria e Giovanni - non chiusi nelle stanze del tempio; hanno diritto a incontrarci fuori del Cenacolo, non radunati per paura fra le sue mura.
Chiedo al Signore di farci così ogni giorno, e sempre di più. E’ veramente il dono più grande che sempre possiamo avere noi, il dono di una profonda libertà interiore che Dio ci fa, di una profonda fiducia, di una profonda serenità e nello stesso tempo è il dono più grande che possiamo fare agli altri di noi stessi e della vocazione che abbiamo.