L’accompagnamento

di giovani preti

Un’esperienza

Franco Brovelli

 

Nel quadro vasto e articolato dell’Esortazione Apostolica Pastores dabo vobis, il capitolo conclusivo («Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te»), è dedicato interamente a «La formazione permanente dei sacerdoti». Al suo interno, i nn. 76-77 delineano un suggestivo tracciato per «ogni età e condizione di vita», sullo sfondo di una consapevolezza dichiarata con forza: «La formazione permanente, proprio perché “permanente”, deve accompagnare i sacerdoti sempre, quindi in ogni periodo e condizione della loro vita, come pure ad ogni livello di responsabilità ecclesiale...» (n. 76). E a proposito della stagione degli inizi del ministero afferma: «La formazione permanente è dovere, anzitutto, per i giovani sacerdoti: deve avere quella frequenza e quella sistematicità di incontri che, mentre prolungano la serietà e la solidità della formazione ricevuta in seminario, introducono progressivamente i giovani a comprendere e a vivere la singolare ricchezza del “dono” di Dio - il sacerdozio - e ad esprimere le loro potenzialità e attitudini ministeriali, anche mediante un inserimento sempre più convinto e responsabile nel presbiterio, e quindi nella comunione e nella corresponsabilità con tutti i confratelli.
Se si può comprendere un certo senso di “sazietà” che può prendere il giovane prete appena uscito dal seminario di fronte a nuovi momenti di studio e di incontro, si deve respingere come assolutamente falsa e pericolosa l’idea che la formazione presbiterale si concluda con il terminare della presenza in seminario.
Partecipando agli incontri della formazione permanente i giovani sacerdoti potranno offrirsi un reciproco aiuto con lo scambio di esperienze e di riflessioni sulla traduzione concreta di quell’ideale presbiterale e ministeriale che hanno assimilato negli anni del seminario. Nello stesso tempo la loro attiva partecipazione agli incontri formativi del presbiterio potrà essere di esempio e di stimolo agli altri sacerdoti che sono più avanti negli anni, testimoniando così il proprio amore all’intero presbiterio e la propria passione per la chiesa particolare bisognosa di sacerdoti ben formati.
Per accompagnare i sacerdoti giovani in questa prima delicata fase della loro vita e del loro ministero, è quanto mai opportuno, se non addirittura necessario oggi, creare un’apposita struttura di sostegno, con guide e maestri appropriati, nella quale essi possano trovare, in modo organico e continuativo, gli aiuti necessari a iniziare bene il loro servizio sacerdotale.
In occasione di incontri periodici, sufficientemente lunghi e frequenti, possibilmente condotti in un ambiente comunitario, in modo residenziale, saranno loro garantiti momenti preziosi di riposo, di preghiera, di riflessione e di scambio fraterno. Sarà così per loro più facile dare, fin dall’inizio, un’impostazione evangelicamente equilibrata alla loro vita presbiterale. E se le singole chiese particolari non potessero offrire questo servizio ai propri giovani sacerdoti, sarà opportuno che si uniscano tra loro le chiese vicine e insieme investano risorse ed elaborino programmi adatti.
Le note che seguono si situano precisamente a questo livello. Facendo riferimento all’esperienza che sto vivendo dalla fine del 1986 come responsabile dell’ISMI (= Istituto Sacerdotale Maria Immacolata), la struttura che nella diocesi di Milano accompagna i giovani preti lungo i primi cinque anni del ministero, mi propongo di illustrare metodo, stile e finalità che un servizio di questo tipo è andato assumendo; nel farlo, mi sento in diretta connessione, del resto, con le sottolineature che il documento pontificio sopra ricordato evidenziava con chiarezza [1].

1. Il quadro e i diversi cammini

La dimensione molto vasta della diocesi di Milano (si estende sul territorio di cinque provincie della Lombardia, con una popolazione superiore ai 5 milioni di abitanti, 1144 parrocchie distribuite in 73 decanati all’interno di 7 zone pastorali, e 2283 preti diocesani) impone necessariamente un lavoro articolato. Sapendo che in questi anni la media di ordinazioni presbiterali si aggira attorno alle 30 per anno, si è rivelato opportuno ed efficiente, in particolare, il criterio del continuare a privilegiare - anche se non in un modo rigido, come affiorerà più chiaramente da queste pagine - la suddivisione per classi di ordinazione [2].
Sotto il profilo dei ritmi, il primo anno contempla un momento residenziale di quasi due giorni settimanali (dalla cena del lunedì al pranzo del mercoledì, per una ventina di settimane comprese tra ottobre e maggio); i rimanenti quattro anni prevedono invece 8/9 giornate residenziali tra ottobre e maggio (dalla cena del mercoledì alla cena del giovedì).
All’interno di un quinquennio pensato con queste scansioni, i cammini dei singoli gruppi presentano anche dei tratti specifici, accanto, com’è ovvio, a numerose analogie. Il primo anno, in particolare, ha un volto singolare: esso intende favorire primariamente l’inserimento nel ministero e accompagnare l’impatto con le responsabilità e i ritmi richiesti dalla situazione della comunità alla quale il giovane presbitero è stato inviato (in diocesi, pressoché tutti, salvo una destinazione allo studio, iniziano il loro ministero in parrocchia, con l’incarico prioritario del lavoro pastorale con ragazzi, adolescenti e giovani). Alternando tempi di preghiera, di riposo, di dialogo, di lavoro personale, si crea uno spazio consistente anche per una riflessione comune, articolata su aree diverse e svolta, in genere, anche con l’aiuto di esperti (laici e pastori): la ripresa “riflessa” del ministero che si sta vivendo (guida della comunità, presidenza della preghiera liturgica, servizio della Parola); un’attenzione specifica agli ambiti dentro i quali si situano primariamente le responsabilità pastorali d’un giovane prete (oratorio, pastorale giovanile nel suo insieme, scuola...); uno sforzo di interpretazione di alcuni aspetti salienti dell’evoluzione della società civile che abbiano incidenza sul costume di vita e sulla mentalità della gente; infine il dialogo su esperienze di vita pastorale e su tematiche di attualità, sia ecclesiale che civile.
L’esperienza sul campo ha aiutato a comprendere una possibile e naturale specificità del secondo anno: esso, in effetti, vede - dopo una prima conoscenza globale della comunità - l’avvio effettivo del lavoro pastorale organico e pensato su tempi prolungati e, insieme, richiede un primo assestamento globale della propria vita nella situazione che è radicalmente nuova.
In questa prospettiva, siamo stati aiutati a ritrovare momenti di approfondimento e di verifica in una duplice direzione: elaborando, da una parte, le condizioni e le coordinate per costruire un progetto pastorale per un cammino di comunità; riflettendo, dall’altra, su ritmi e modalità di vita imposti dalla nuova responsabilità, così da aiutarsi a costruire una adeguata esperienza di unità nonostante il quadro di frammentazione dentro il quale ci si muove.
Durante il terzo e quarto anno è divenuto naturale programmare insieme, dopo un ampio scambio di pareri, l’attenzione da dare ad alcuni poli tematici ritenuti particolarmente significativi, per poi affrontarli con l’aiuto di maestri, ma anche con un coinvolgimento personale di tutti: sia sul versante propriamente pastorale (temi dibattuti, ad esempio, sono stati l’azione pastorale in parrocchia, l’educazione dei giovani alla fede e le condizioni di appropriazione personale della proposta di vita cristiana, l’itinerario pastorale della diocesi, le problematiche dell’età dell’adolescenza...), sia su quello di una comunicazione sapienziale relativa ai modi e allo stile del continuo “divenire prete” in un contesto pastorale e culturale come quello odierno e all’esperienza spirituale che vi è connessa.
Il quinto anno si pone ovviamente in continuità con questo orientamento. Di specifico esso aggiunge lo spazio ampio conferito alla rilettura globale dell’esperienza dell’intero quinquennio, sia sotto il profilo del lavoro svolto in comunità, sia a livello della progressiva appropriazione personale del ministero diocesano in un vissuto che lo traduca correttamente. Questa istanza di sintesi trova uno spazio specifico e ampio nella “settimana residenziale” conclusiva del cammino dell’ISMI [3] e una sua espressione particolarmente autorevole nell’incontro personale con l’Arcivescovo [4].
Come è facile intuire, il cammino comune ha un suo impianto teorico e dei riferimenti costanti; esso prende forma però attraverso un dialogo “dal basso” che consente di coinvolgere un po’ tutti nelle scelte di programmazione, assumendo una fisionomia complessiva assai diversa dalla scuola, dai corsi di aggiornamento, dall’approfondimento per settori della riflessione teologica [5]. E parrebbe rivelarsi efficace e gradito; non ripete il seminario, né anticipa alcune espressioni della formazione permanente che saranno consuete negli anni successivi.

2. Un insieme di linguaggi

Trovo estremamente opportuno l’invito del documento post-sinodale sopra ricordato a privilegiare la forma residenziale per gli incontri. Essa infatti favorisce l’esprimersi di numerose possibilità: non solo il lavoro di ascolto e di confronto, ma anche la preghiera comune, il riposo, il dialogo amico, il “chiacchierare” informale. Se ci si riunisse solo per poche ore, dal mattino al pomeriggio, si impoverirebbe di molto l’arco delle potenzialità e ci si ridurrebbe inevitabilmente ad un incontro, sia pure utile.
Accanto a questo rilievo, vorrei però far notare il duplice “registro” per la comunicazione che presiede alla scelta dei temi di lavoro. Da una parte, esso percorre il sentiero ampiamente collaudato che privilegia gli ambiti propri del lavoro pastorale, le sue espressioni fondamentali, e mette a fuoco alcuni rilevanti capitoli che toccano da vicino l’esercizio del ministero. Dall’altra, però, si coltiva l’attenzione a riflettere sul ministero in atto e, più in particolare, su noi stessi coinvolti nel servizio al Vangelo. Vado constatando continuamente come questo ulteriore sentiero, che potremmo connotare come “sapienziale”, faccia emergere con forza la dimensione propriamente spirituale, qualifichi la comunicazione tra presbiteri e renda produttivo il lavoro comune; prova ne è anche il fatto che l’attesa verso questo stile di incontri cresce e che la partecipazione si fa più profonda.
In questo senso, rivelano un grande valore alcuni momenti simbolici vissuti lungo l’anno e partecipati da tutti i gruppi insieme: alcuni ritiri spirituali con personalità ricche di esperienza, la partecipazione annuale agli Esercizi (distribuiti con tre possibilità di date lungo l’anno), la tregiorni di ascolto d’una esperienza spirituale significativa. Quest’ultima, in particolare, si configura come un momento forte, anche perché vissuto con l’Arcivescovo e sotto la sua guida; portandoci in luoghi significativi, ci facciamo interrogare dal messaggio spirituale che li connota, con l’attenzione a mostrare le connessioni che esso può avere con la vita di chi oggi è nel ministero. Le vedo configurarsi come autorevoli e comuni punti di riferimento, spesso vissuti e ripresi come tappe di grande risonanza a livello personale e di gruppo [6].

3. Numerose e importanti connessioni

Nello svolgimento del lavoro di accompagnamento dei giovani preti, si manifesta sempre più importante l’attenzione per un insieme di collegamenti che facilitino il rapporto tra ciò che per essi la diocesi propone autorevolmente e le persone e situazioni che sono particolarmente rilevanti per l’esercizio del loro ministero.
Sono convinto infatti che debba essere evitata qualsiasi forma, o anche solo impressione, di isolamento del lavoro dell’ISMI dall’insieme della diocesi e del presbiterio in particolare. In effetti ciò che si realizza con i giovani preti non è configurabile come un capitolo a se stante, quasi fosse una sorta di “iniziazione” segreta; è parte invece di una cura più vasta che la diocesi intende avere.
La scelta del Vescovo di incaricare a tempo pieno un responsabile - sono ora coadiuvato da un altro prete, per il continuo crescendo del lavoro in una diocesi come la nostra - si iscrive su questo sfondo.
Alcuni aspetti, in particolare, mi sembrano particolarmente rilevanti al riguardo.
Innanzitutto la collaborazione diretta che si stabilisce tra i responsabili e le singole comunità dentro le quali i preti giovani operano. Per un prete che inizia, infatti, la relazione fondamentale è quella che si stabilisce in questo ambito: con il parroco soprattutto (e altri presbiteri nel caso di parrocchia o di comunità molto popolose), con i collaboratori laici, con i responsabili del decanato, con la gente nel suo insieme. Per parte nostra abbiamo stabilito una forma di collaborazione - incontri con i parroci, giornate trascorse in parrocchia per predicare o animare momenti di studio e di ritiro, colloqui personali... - che consenta un dialogo continuativo e un confronto [7].
Analogamente, va tenuto un legame continuativo con gli educatori del Seminario. Per esprimerlo, i modi ci paiono diversi e tra loro complementari: dalla possibile presenza degli educatori nelle diverse occasioni di incontro; al fecondo dialogo con i giovani preti (ad esempio, alla fine del primo anno e al termine del quinquennio stesso) sull’iter formativo percorso, letto alla luce dell’impatto con il ministero, così da favorire utili “ritorni”; ad alcuni momenti di sintesi che come responsabili della formazione viviamo con l’équipe educativa del Seminario con ritmi regolari. C’è poi un terreno diretto in cui questo legame significativamente si esprime: ed è quello della pastorale vocazionale, che ha assunto in diocesi forme variegate e assai stimolanti. Sia perché i giovani preti si avvalgono abitualmente della proposta formulata dal Seminario in merito, sia perché essi mostrano, in genere, grande cura per accompagnare i cammini vocazionali di ragazzi e di giovani.
La vastità della diocesi impone d’avere una cura specifica anche per i rapporti più “istituzionali” tra i responsabili dell’ISMI, il Vescovo e i suoi immediati collaboratori. Anche su questo versante l’esperienza va maturando l’opportunità di alcune specifiche attenzioni: dal diretto e periodico rapporto con l’Arcivescovo e il Vicario Generale, alla collaborazione con i Vicari episcopali delle sette zone pastorali (facilitato anche dal fatto che il rettore dell’ISMI partecipa normalmente agli incontri settimanali del Consiglio episcopale e di quello dei Vicari), al rapporto con i responsabili di quegli uffici e iniziative diocesane (Caritas, pastorale giovanile, ufficio catechistico, ufficio per la famiglia, scuole per operatori pastorali e di formazione socio-politica...) che più direttamente hanno attinenza con gli ambiti di ministero nei quali opera un giovane prete.
Il guadagno più rilevante che vedo connesso con l’insieme di questi rapporti è situato ad un livello di indubbia importanza. Un giovane ha la percezione di essere conosciuto e accompagnato personalmente in modo vero: sia per il rapporto personale che si stabilisce, sia perché si sente situato in quell’intreccio di riferimenti che sono costitutivi del suo operare come prete diocesano. E vedo la concreta possibilità che tutto ciò avvenga con modalità che tengano bene in equilibrio, da una parte, la confidenza e la discrezione necessarie per un rapporto personale, e, dall’altra, il realismo del sapersi muovere in dialogo con il concreto tessuto della vita diocesana e con coloro che autorevolmente la conducono.

4. Nell’insieme del presbiterio

Proseguendo in questa stessa direzione, si evidenzia come sempre più opportuna l’attenzione a coordinare la cura che la diocesi esprime per i preti più giovani con una più globale e vasta preoccupazione per la “formazione permanente” di tutto il presbiterio diocesano. Per parte mia, sono pienamente convinto che sia il fatto di essere prete oggi a meritare un insieme di attenzioni puntuali e pertinenti da parte della diocesi: appare logico, poi, che la stagione degli inizi del ministero abbia tratti singolari che legittimano ampiamente un investimento specifico di risorse. In questo intreccio non posso ora addentrarmi, neanche per illustrare la forma che va prendendo in diocesi la complessiva proposta di formazione permanente del clero [8].
Mi limito a qualche cenno relativo ai modi con cui questa attenzione all’insieme del presbiterio si traduce in scelte operative nella programmazione del lavoro dell’ISMI. Un livello minimale, ma non per questo meno importante, è quello che impegna ad articolare tutta la sua proposta formativa con modalità e ritmi che siano oggettivamente compatibili con un serio e continuativo radicamento dei giovani presbiteri nella vita della comunità cui sono destinati, nelle strutture pastorali del decanato e della zona, nel più ampio progetto pastorale di cammino diocesano.
Da noi si rende opportuna anche la valorizzazione dell’attività di alcune istituzioni particolarmente significative (si pensi, in particolare, alla sede centrale della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale, all’Università Cattolica del Sacro Cuore) [9].
Un livello ulteriore, e senz’altro più decisivo, è quello legato alla qualità della proposta formativa in quanto tale; se il suo prioritario riferimento è costituito dall’attenzione al concreto esercizio del ministero oggi, e solo secondariamente il fatto che ad esercitarlo siano, nel caso dell’ISMI, dei giovani che iniziano ad essere preti, la garanzia di una continuità con il seguito del lavoro formativo per il presbiterio diventa realmente plausibile [10]. Un passaggio dell’omelia dell’Arcivescovo in occasione del Giovedì santo del 1992, a commento della Pastores dabo vobis, lo dice con chiarezza: «Sono certo che la cura per i primi anni di ministero - tanto raccomandata dall’Esortazione del Papa - verrà interpretata da tutti come attenzione emblematica all’intero presbiterio, non come un privilegio di pochi, come stimolo e possibilità di grazia per tutti. Infatti, vivere l’accoglienza ai preti più giovani è per un presbiterio occasione singolare di rinnovamento, che richiama gioiosamente alle radici del ministero. Non va dunque a scapito dell’unità di formazione, perché i suoi frutti sono resi accessibili a tutti e perché nei decanati il lavoro rifluisce in comune» [11].
In effetti, la linea di tendenza che ispira il recente orientamento diocesano in proposito, tentando di coniugare armonicamente l’attenzione alle età e ai ruoli dei presbiteri, fa emergere come realmente percorribile il sentiero di una cura per l’insieme del presbiterio con l’indubbio vantaggio di proposte di formazione più specifiche e puntuali [12].

5. Senso e finalità

Lascio intenzionalmente al termine questi cenni sintetici che pur avrebbero meritato il primo posto. Penso infatti che la descrizione fatta, anche se sobria ed essenziale, aiuti a cogliere meglio che cosa la diocesi investa - come risorse e come speranza - nell’attività dell’ISMI.
Dai primi passi nel lontano 1953, essa andò prendendo progressivamente forma, anche per l’impulso di autorevoli maestri (ricordo i tre rettori che mi hanno preceduto: mons. Giulio Oggioni, mons. Angelo Mascheroni, mons. Luigi Serenthà). Il sinodo diocesano XLVI nel 1972 - immediatamente precedente a quello in corso in questi mesi - ne sintetizza così la fisionomia: «L’ISMI ha il compito di perfezionare la formazione ricevuta in seminario, di guidare il progressivo inserimento dei presbiteri stessi nell’attività pastorale, di individuare le attitudini proprie di ciascuno, allo scopo di prepararli meglio alle diverse specializzazioni del ministero» (Cost. 39).
Il cammino continuò coerentemente con queste prospettive, pur scegliendo di adattarsi alle novità insite naturalmente in un’evoluzione cronologica di un tempo come il nostro; sotto il profilo istituzionale, ad esempio, ricordo solo l’aggiunta di un sesto anno nell’iter seminaristico che anticipava molte delle tematiche che costituivano l’oggetto di studio dei programmi dell’ISMI. È vero, d’altra parte, che l’esperienza sta mostrando come, per un insieme di elementi non secondari - pastorali, culturali, sociologici - costituisca indubbiamente una scelta sapiente quella di continuare ad avere (e possibilmente di incrementarla) grande attenzione per gli anni iniziali del ministero. Prenderne atto costituisce un criterio importante della diocesi, capace di avviare un conseguente ed adeguato investimento di risorse. Puntualizzando sistematicamente l’esperienza che sto vivendo, scrivevo poco tempo fa delle parole che vado ogni giorno riscoprendo sempre più vere: Il senso complessivo dell’ISMI appare piuttosto quello di offrire l’esperienza di un modello significativo di formazione per il clero. Sotto questo profilo, se i ritmi e le modalità sono pensati per accompagnare chi è solo agli inizi del ministero, la proposta come tale, nella varietà dei suoi linguaggi, si radica primariamente nel fatto che si è presbiteri, e solo subordinatamente presbiteri giovani. La struttura pertanto non ha primariamente lo scopo della custodia o della tutela; essa si premura piuttosto di stimolare, di far nascere un’esigenza di formazione, di favorire la verifica perché il realizzarsi del ministero presbiterale avvenga secondo le coordinate più oggettive e profonde e non si esponga ai rischi dell’arbitrarietà e del soggettivismo incontrollato, e che prenda volto in ritmi sapienti e armonici di vita personale e di comunità.
Tutto ciò credo che possa rivelare il volto d’una Chiesa e d’un presbiterio che hanno cura di chi si dedica a tempo pieno al servizio del Vangelo. Nasce da una stima per il dono che il Signore fa alla comunità intera attraverso la chiamata di giovani al ministero ordinato; sa anche affrontare la fatica del come ritrascriverlo oggi in modalità che tengano viva una tradizione ricca che si eredita; e non evita di misurarsi con le domande nuove provenienti da un contesto in radicale trasformazione» [13].

NOTE

1 Ne ho riassunto un primo profilo, accompagnato da una serie di riflessioni di respiro più ampio, nell’intervento Preti giovani oggi. Per aiutare un dialogo, «La Rivista del Clero italiano» 72 (1991), n. 11, 724-753.
2 In particolare: 30 nel 1982, 27 nel 1983, 27 nel 1984, 35 nel 1985, 29 nel 1986, 43 nel 1987, 46 nel 1988, 10 nel 1989 (a causa dell’introduzione del sesto anno di teologia), 32 nel 1990, 34 nel 1992, 38 nel 1993: per un totale di 381 presbiteri.
3 Si sta rivelando felice la formula di pensare questa settimana residenziale in una casa situata in una chiesa locale diversa dalla nostra: programmata per tempo, essa consente infatti sia la riflessione di sintesi sul cammino fatto che un incontro significativo con persone, luoghi, esperienze che facciano entrare in dialogo con il cammino di un’altra diocesi.
4 Durante il sesto anno di teologia, da diaconi, ognuno aveva già avuto alcuni giorni di convivenza, a gruppetti, con l’Arcivescovo, nella sua casa; questo “richiamo” fa da coronamento della fase di avvio del ministero.
5 Si è imposta come naturale, in questa direzione, la creazione di una équipe di lavoro composta da una quindicina di presbiteri giovani appartenenti a diverse classi di ordinazione; essa raccoglie gli stimoli emersi dagli incontri, propone più puntualmente la riflessione per il lavoro di gruppo, e a volte giunge a qualche esito più compiuto attraverso la pubblicazione del proprio lavoro nelle collane di cui si dirà più avanti.
6 Per aiutare a comprendere: ad Assisi l’esperienza di Francesco ci ha suggerito il confronto con il discorso della montagna; Camaldoli ha favorito la riflessione sul tema dell’unità di vita che sta al cuore dell’esperienza monastica; Ars (e Taizé) sull’itinerario di una possibile trasfigurazione nel ministero; Loyola ha provocato un ascolto di come Dio formi le sue guide per tempi difficili, sullo sfondo dell’esperienza spirituale di Ignazio. Prossimamente il contesto sarà invece legato alla figura di Maria.
7 Vorrei segnalare, in particolare, la fecondità di una iniziativa annuale che vede realizzarsi, in ciascuna delle sette zone pastorali, un incontro, presieduto dal Vicario generale e dal Vicario episcopale di zona, tra i responsabili dell’ISMI e tutti i preti del primo quinquennio, i loro parroci e decani (alcuni fascicoletti della collana “Aspetti di vita”, di cui si parlerà più avanti ne sono la eco fedele). Dopo quattro anni di esperienza, vedo che questa opportunità aiuta a tener viva una mentalità di collaborazione e uno stile di attenzione ad aspetti particolarmente importanti nel cammino pastorale e spirituale.
8 Posso solo rimandare, per un abbozzo dell’insieme, alla lettera dell’Arcivescovo per il Giovedì santo 1992: C.M.
MARTINI, Il tesoro dello scriba. La formazione permanente del presbitero, Centro Ambrosiano, Milano 1992. L’ampia Appendice (pp. 27-45), a firma del Vicario generale e della Giunta diocesana per la formazione permanente del clero, presenta nel dettaglio il quadro di «Formazione permanente del clero» proposta all’intero presbiterio.
9 Alcune determinazioni più puntuali consentono il concreto realizzarsi di questi criteri di insieme: ricordo, ad esempio, la scelta di non far iniziare mai l’insegnamento della religione cattolica nella scuola al primo anno di ministero (dal secondo anno sono assai numerosi i preti che invece ne avviano l’esperienza, in genere nel territorio della loro parrocchia); la non sovrapposizione tra le attività dell’ISMI e gli incontri di decanato; il contenimento del numero delle ore di insegnamento settimanale in un tetto compatibile con l’insieme degli impegni del ministero...
10 Si inscrive soprattutto in questa logica la scelta di dar vita anche a delle pubblicazioni di alcune delle attività dell’ISMI; in questo modo, sono favoriti una conoscenza ed un coinvolgimento di molti altri presbiteri, tanto più che esse stanno trovando di fatto una buona accoglienza. Ritengo utile riportare i titoli dei volumi sinora usciti presso l’editrice Àncora di Milano, suddivisi in tre collane: - Testi spirituali: 1. L. SERENTHÀ, Il Regno di Dio è qui. Il discorso della montagna, 1988.
2. C.M.MARTINI, Coenae Tuae. Itinerario sacerdotale, 1988.
3. C.M.MARTINI, Paolo nel vivo del ministero, 1989.
4. R. CORTI, A servizio dell’Alleanza. Meditazioni sul ministero presbiterale, 1990.
5. C.M.MARTINI, Il Vangelo alle sorgenti. Meditando ad Assisi il Discorso della Montagna, 1990.
6. AA.VV., Dalla dispersione all’unità. L’esperienza monastica interroga il cristiano, 1991.
7. P. STANCARI, I passi di un pellegrino. I Canti delle ascensioni (Salmi 120-134), 1992.
8. AA.VV., Nel mistero della Trasfigurazione. Giornate di spiritualità ad Ars e Taizé, 1992.
9. AA.VV., Guide nel deserto. Mosè, Pietro, Ignazio e... noi, 1993.
- Contributi per l’azione pastorale: 1. AA.VV., Scommessa sulla parrocchia. Condizioni e percorsi dell’azione pastorale, 1989.
2. AA.VV., Educare i giovani alla fede, 1990.
3. AA.VV., Percorsi di Chiese. Un cammino pastorale: Milano 1980-1990, 1990.
4. C.M. MARTINI E COLLABORATORI, Il Vangelo per la tua libertà. L’itinerario vocazionale del “Gruppo Samuele”, 1991.
5. F. BROVELLI (a cura di), Comunità cristiana: la cura per ragazzi, adolescenti e giovani. L’Oratorio oggi, 1991.
6. F. BROVELLI - G. BUSANI - R. TAGLIAFERRI, L’iniziazione cristiana oggi. Riflessioni dall’esperienza, 1992.
7. AA.VV., Il seme e la terra buona. Giovani e fede: per un cammino di “appropriazione”, 1993.
- Aspetti di vita: 1. R. CORTI - F. BROVELLI, Servire insieme il Vangelo. La condivisione del lavoro pastorale da parte dei presbiteri, 1990.
2. R. CORTI, In dialogo con giovani preti, 1991.
3. R. CORTI - G. GIUDICI - F. BROVELLI, Lo sguardo sulla Chiesa. Un presbiterio che “rende visibile la Chiesa universale”, 1991.
4. C.M.MARTINI, “Camminare sulla seta”. La comunicazione nel ministero pastorale, 1991.
5. G. GIUDICI - F. BROVELLI - F. GALLIVANONE, Divenire apostoli. Note sull’esercizio del ministero oggi, 1992.
6. G. GIUDICI - F. BROVELLI - F. GALLIVANONE, Tra memoria e consegne. Al cuore della vita apostolica, 1993.
7. F. BROVELLI, Camminare nella luce. Dialogo sulla vita del prete oggi, 1993 (in preparazione).
11 C.M.MARTINI, Il tesoro dello scriba..., cit., p. 18.
12 Rimando all’Appendice di cui alla nota 7 (in particolare, alle pp. 33-42).
13 F. BROVELLI, Preti giovani oggi..., cit., pp. 732-733.

“Seminarium”, A. XXXIII (1993), n. 3, pp. 387-397.