Adolescenza

e senso di colpa

Come educare al senso del peccato

Carlo Bresciani

Ogni educatore non di rado incontra difficoltà notevoli nell’educazione dell’adolescente. La letteratura in merito è quanto mai estesa, tanto che è difficile pensare di riuscire a dire qualcosa di nuovo sul tema. Anche l’educazione morale dell’adolescente ha ricevuto molta attenzione sia dalla pedagogia che dagli studi psicologici [1] Qui si vorrebbe fermare l’attenzione su un aspetto dell’educazione morale dell’adolescente: l’accompagnamento all’acquisizione di un più realistico senso del peccato, partendo dal fatto, che cercheremo di giustificare, che nell’adolescente è generalmente molto forte il senso di colpa e che spesso è proprio questo che sembra ostacolare un progresso sereno verso la maturità morale.

La situazione evolutiva dell’adolescente oggi

Il conflitto proprio dell’adolescenza secondo Erikson è quello dell’identità - Dispersione [2]. La situazione attuale dell’adolescente risente molto, oltre che da problematiche intrinseche dello sviluppo verso l’età adulta, del contesto sociale in cui tale evoluzione avviene. Il modo in cui i rapporti familiari e la stessa famiglia si presentano nel dato momento storico-civile, la cultura generale e la stessa organizzazione della vita civile possono agire sul normale processo evolutivo ostacolandolo, facendo emergere in maniera nuova difficoltà e conflitti oppure favorendo quell’acquisizione di identità in un mondo adulto che può essere sinteticamente indicata come il compito evolutivo principale di questo periodo della vita.
Con molta lucidità già R. Guardini aveva indicato i due motivi della crisi interiore propria dell’adolescente; essa è provocata «dall’irruzione di due impulsi fondamentali costituiti dall’autoaffermazione individuale e dall’istinto sessuale» [3].
La crisi di autoaffermazione inizia con il destarsi della persona, cioè con la consapevolezza di voler essere qualcuno diverso dagli altri. Ciò porta con sé un’attenzione spiccata nell’affermare la propria autonomia e personalità nei rapporti con gli altri [4]. Il pericolo è che l’adolescente «non compia il passo verso l’autonomia e rimanga dipendente, o che persista nella ribellione e non impari che cos’è l’ordine liberamente accettato» [5]. I limiti della propria personalità, di cui forse per la prima volta prende veramente coscienza, vengono vissuti con senso di colpa e con l’ansietà di non essere accettato come vorrebbe da coetanei e adulti.
Il destarsi dell’impulso sessuale è determinato dal processo di maturazione fisica che si scontra in qualche modo con l’immagine di sé dell’adolescente e con l’opposizione dell’ambiente circostante. Da una parte, l’impulso sessuale non è ancora completamente capito e non ancora integrato nella totalità dell’esistenza personale, dall’altra, l’adolescente, che ha raggiunto la maturità sessuale dal punto di vista fisico, manca ancora di quella maturità sociale necessaria per assumersi la responsabilità e l’impegno di relazioni eterosessuali e un po’ tutti si danno da fare a ricordarglielo. «Si forma così un atteggiamento di segretezza tale da fargli perdere il contatto con l’ambiente e che comporta fantasticherie e simulazioni» [6]. Anche per questo, si crea nell’adolescente un ambito in cui può rendersi forte il senso di colpa non solo per suoi atteggiamenti e comportamenti particolari, ma anche per l’esperienza dello stesso impulso. Il pericolo è «che [l’adolescente] non trovi il coraggio di fare il passo decisivo e diventi incapace di farsi padre oppure madre nel senso pieno della parola, oppure che egli soccomba all’istinto sessuale e vi si abbandoni» [7]. Un’altra possibilità è che il senso di colpa porti a forme repressive della sessualità con conseguenti varie disarmonie dello sviluppo.
Un autore che in tempi recenti ha studiato a fondo la realtà dell’adolescenza nella nostra cultura è G. Pietropolli Charmet [8]. Egli descrive l’adolescente come colui che cerca «con lealtà e masochistica devozione» una verità su di sé attraverso le rappresentazioni che a lui sono proposte dalle molteplici relazioni significative della sua vita. Charmet indica in tre i compiti che si pongono al ‘nuovo’ adolescente: la soggettivazione delle relazioni infantili; la costruzione mentale dell’immagine del suo nuovo corpo; la costruzione di nuovi rapporti sociali e affettivi.
Il primo compito, la soggettivazione delle relazioni infantili, trova oggi un ostacolo particolare nella figura specifica del padre che la nostra cultura è andata elaborando: un padre che si presenta più sullo stereotipo materno, vale a dire con accentuazione delle modalità affettive analoghe a quella materne. I genitori tendono a favorire nei figli la percezione di sé come idoli, ai quali tutto è dovuto e ogni contrasto e contraddizione della vita deve essere risparmiato. Il distacco adolescenziale da tale immagine e da coloro che l’hanno protetta e favorita non è certo facile, anche per le resistenze dello stesso genitore che vive nel distacco del figlio una specie di rifiuto di tutto quanto è stato compiuto per stabilire un legame affettivo molto intenso con lui. Non improbabile che i genitori facciano sentire il figlio in colpa per una sorta di ingratitudine nei loro confronti presente nel distacco affettivo che l’adolescente sta vivendo.
Il secondo compito, la costruzione mentale dell’immagine del suo nuovo corpo, trova oggi particolari ostacoli in una cultura in cui i generi tendono ad essere indeterminati con ricadute sulla costituzione dell’identità di genere che è compito proprio dell’età adolescenziale. L’imporsi in qualche modo alla coscienza della relazione con l’altro sesso e della dimensione sessuale della propria vita viene facilmente vissuto come una ferita al narcisismo infantile del ragazzo. Le difficoltà nel rapporto con la propria identità corporea risultano evidenti nei modi in cui oggi l’adolescente attira attenzione sul proprio corpo: martoriandolo con molteplici modalità (piercing, tatuaggi, ecc.) fino all’estremo dell’anoressia. La costruzione mentale dell’immagine del proprio corpo come corpo sessuato è un cammino in cui gli ostacoli, le incomprensioni e i fallimenti non mancano.
Il terzo compito, la costruzione di nuovi rapporti sociali e affettivi, viene affrontato attraverso le svariate forme di vita di gruppo in cui l’adolescente si inserisce, ma trova difficoltà sue proprie nel modo in cui la nostra cultura porta inevitabilmente a una adolescenza prolungata. Infatti, prima che l’adolescente possa entrare nel mondo degli adulti, con una sua professione o con la formazione di una famiglia propria, si richiede un lunghissimo tempo di apprendistato (che non di rado può giungere fino ai 26-28 anni). Ne deriva un prolungato periodo di dipendenza dai genitori, almeno dal punto di vista economico, e una qualche difficoltà ad una piena affermazione del sé nei rapporti sociali.
Tutto ciò dice che con adolescenza indichiamo una età della vita in cui il vissuto soggettivo ha molto a che fare non solo con il particolare ragazzo e i compiti di sviluppo inerenti alla sua età, ma anche con il contesto generale in cui egli è inserito.

Il senso di colpa e la sua dinamica psichica

Più volte si è già fatto riferimento al senso di colpa di cui l’adolescente potrebbe essere affetto. È necessario, a questo punto, cercare di chiarire che cosa intendiamo quando parliamo di senso di colpa.
Il concetto è molto usato in psicologia e purtroppo non sempre vengono fatte le debite distinzioni dal senso del peccato, ingenerando così confusioni che hanno delle ricadute di tutto rilievo nell’educazione morale degli adolescenti.
Con «senso di colpa» si intende uno stato emotivo conseguente a un giudizio negativo su di sé dato dal soggetto. In quanto stato emotivo, è molto simile al senso del peccato ed è per questo che spesso si fanno confusioni [9]. Sono molti, tuttavia, i motivi per cui uno può arrivare a dare un giudizio negativo su di sé, e non tutti giustificati dalla realtà oggettiva. Il senso di colpa è generato dalla percezione di una sorta di indegnità morale nella quale il soggetto sarebbe caduto per causa propria. Si differenzia, quindi, dalla vergogna o dalla paura [10]. Si tratta allora di capire se tale indegnità morale percepita dal soggetto è fondata su effettivi comportamenti sbagliati di cui il soggetto è responsabile o invece su altri fattori che poco o nulla hanno a che fare con un’effettiva sua responsabilità o con violazioni di valori morali oggettivi.
L’adolescente, come si è detto, coltiva un’immagine di sé ancora abbastanza legata a quella infantile sia dal punto di vista corporeo, sia dal punto di vista sociale.
Lo sviluppo lo proietta in tante forme necessarie di distacco da quell’immagine. Le prospettive che si aprono esercitano attrattiva su di lui, ma portano con sé anche costi emotivi e tante incertezze. È tutt’altro che impossibile che egli si senta colpevole dei cambiamenti che avvengono in lui e che si giudichi negativamente o per le nuove mete che gli si prospettano attraenti (per esempio, attrazioni sessuali), o per i mezzi che deve percorrere per giungere ad esse (i turbamenti sessuali che tolgono la tranquillità fino a quel punto vissuta e il distacco da un certo tipo di rapporto affettivo con i genitori vissuto fino a quel momento).
Il criterio fondamentale per distinguere il senso di colpa dal senso del peccato sta nella sua irrazionalità, cioè nella mancanza di fondazione nell’oggettiva responsabilità del soggetto o nell’oggettiva negatività di ciò di cui il soggetto si sente colpevole. Egli può sentire così senso di colpa non tanto per comportamenti in sé sbagliati, ma per l’esperienza di limiti della personalità che si presenta non più come perfetta come facilmente era da lui immaginata all’interno del nido protettivo della famiglia. La ferita narcisistica dell’immagine di sé porta a un senso di colpa che può tradursi in un rifiuto dell’immagine corporea o della dimensione sessuale che viene sentita come indegna della purezza idealistica fino a quel momento coltivata.
Gli effetti del senso di colpa sono stati giustamente stigmatizzati nella letteratura psicoanalitica e non. Tanto più forte è il senso di colpa irrazionale, tanto maggiore è il disturbo che esso può portare alla personalità, fino a bloccarne l’armonioso sviluppo verso la maturità. Giustamente, quindi, si è spesso sottolineata la necessità di liberare dal senso di colpa e spesso la stessa terapia psicologica si trova a dover fare una tale opera di liberazione.
Ma se è vero che l’adolescente, come d’altra parte ogni essere umano, ha bisogno di essere liberato dal senso di colpa irrazionale di cui si è detto, non è vero che deve essere liberato anche da ogni senso di colpa morale. In caso contrario, noi saremmo di fronte a persone insensibili sia verso la costruzione (rispettivamente distruzione) della propria personalità morale, sia verso ciò che di male esse provocano agli altri. Lo psicopatico dice a chiare lettere che tipo di mondo sarebbe il nostro senza il senso di colpa. «Non siamo esseri umani se non abbiamo acquisito la capacità di sentirci in colpa» [11]. La maturità morale esige la capacità del soggetto di dare un giudizio corretto e il più possibile obbiettivo sul suo modo di vivere e di relazionarsi agli altri. Non si dà la possibilità solo di un giudizio irrazionale sul proprio essere e sul proprio agire, ma anche quella di un giudizio razionale, e quindi giustificato, su un comportamento obiettivamente scorretto compiuto dal soggetto stesso. Sentirsi in colpa per una mancanza obiettivamente compiuta è un aspetto positivo e necessario della personalità matura che mantiene un rapporto adeguato con la propria realtà. È vero che anche in questo caso il soggetto prova tensione e disagio per il giudizio negativo che dà di se stesso, ma questi diventano spinte verso un maggior impegno nella costruzione graduale della propria personalità adulta.

Le reazioni dell’adolescente al senso di colpa

Il senso di colpa è uno stato emotivo disagevole per colui che lo prova e spinge, come ogni emozione, ad azioni tese a sollevarne la tensione. Se esso è di natura irrazionale, risulta difficile, se non francamente impossibile, al soggetto intraprendere azioni che siano costruttive della personalità matura. Non di rado le reazioni autodistruttive dell’adolescente sono adottate sotto la pressione di tale senso di colpa. L’irrazionalità non può che portare o spingere verso forme distruttive di comportamento.
È noto che il senso di colpa spinge ad azioni autopunitive che potrebbero avere un significato positivo quando fossero volte a cambiare in meglio il proprio comportamento. Ma il senso di colpa irrazionale porta ad autopunizioni che sono più che altro uno sfogo di rabbia contro se stesso o contro gli altri e che hanno spesso come risultato quello di confermare sia il soggetto nel giudizio negativo su di sé sia gli altri nel giudizio negativo su di lui.
Visti in questa luce, molti comportamenti ostentatamente trasgressivi dell’adolescente possono trovare una loro comprensibilità. Perfino un certo comportamento punitivo del corpo (bulimia, anoressia, piercing, ecc.) o un certo modo molto trasandato di vestirsi o un certo modo violento di affrontare la sessualità potrebbero essere una forma di proiezione esterna dell’immagine negativa di sé che l’adolescente si è fatto. Mentre la rifiuta e soffre per essa, sembra fare di tutto perché ne risulti confermata. Non di rado cerca solidarietà nella formazione di gruppi che condividano la stessa forma di trasgressività. Se la situazione e i comportamenti sono condivisi, minore o nullo il senso di colpa. Si tratta di manifestazioni dell’irrazionalità del senso di colpa che l’adolescente non sa come orientare e spesso il giudizio negativo affrettato dell’adulto su di lui lo porta a confermarsi sia nella propria rabbia contro se stesso e contro gli altri, sia nei modi inadeguati di esprimerla.
Tutto ciò complica le sue relazioni sia con la famiglia, sia con il mondo adulto in generale e spesso anche con l’ambito ecclesiale in cui è stato formato fino a quel momento. Egli rischia di bloccarsi in uno stadio della crescita nel quale non riesce a trovare la giusta distanza dal mondo infantile senza perdere la relazione con le figure educative di cui ha ancora bisogno.
Anche solo da questi brevissimi, e certamente fin troppo fugaci accenni, è possibile comprendere quanto sia importante aiutare l’adolescente a passare da un senso di colpa irrazionale a forme più razionali di affrontare le proprie colpe reali e i propri limiti che fatica a sopportare.
Educare al senso del peccato Da ciò consegue che, se è corretto togliere il senso di colpa irrazionale dell’adolescente, non altrettanto corretto è togliergli ogni senso di colpa razionale.
L’educazione cristiana trova qui un compito molto importante: educare a un corretto senso del peccato. Per senso del peccato, distinguendolo dal senso di colpa psicologico (lo stato emotivo conseguente al giudizio su di sé razionale o irrazionale) di cui si è parlato fin qui, si intende quel senso di colpa oggettivamente fondato su una mancanza reale del soggetto, su una sua infrazione del valore morale riletto alla luce del rapporto dell’adolescente con Dio. Viene chiamato senso del peccato per due motivi: primo, per la mancanza reale (anche solo in una intenzione liberamente coltivata di compiere tale mancanza) e perché questa mancanza reale ha un significato religioso, intacca cioè il rapporto con Dio in quanto rompe l’ordine creaturale (con se stessi, con il prossimo, con Dio stesso o con l’ambiente donato da Dio all’uomo) e genera un male reale, il male morale appunto. Un’educazione cristiana dell’adolescente non può che porsi lo scopo di aiutarlo a passare da un senso di colpa psicologico a un senso del peccato che è richiesto da un realistico rapporto con il Dio dell’amore e della misericordia.
A questo punto si pone la questione di come sia possibile accompagnare l’adolescente su questa strada e di quali strumenti/interventi siano da adottare tenendo presente lo stadio specifico di sviluppo che l’adolescente sta vivendo. Non sarà qui possibile trattare tutte le aree di sviluppo, ma solo alcune tra quelle che più sembrano influire sul suo senso di colpa irrazionale. Poiché esso è collegato in qualche modo a ferite narcisistiche dell’immagine di sé, le aree importanti sembrano essere quelle del rapporto con il proprio corpo, con i propri ideali e con le relazioni interpersonali, tra cui va posta la relazione con Dio come tipo del tutto particolare di relazione. Cercheremo di prenderle in considerazione una per una. L’educazione cristiana non può accontentarsi di un senso di colpa razionale, ma deve portare a un genuino senso del peccato.

L’area del rapporto con il proprio corpo

È un’area nella quale l’adolescente si trova ad affrontare conflitti notevoli a causa dei cambiamenti repentini che lo sviluppo corporeo-sessuale introduce e che lo costringono di fatto a cambiare l’immagine di sé. Evidentemente non c’è nulla di negativo in questo, ma dipende da come l’adolescente vive tali cambiamenti che almeno nelle prime fasi introducono disarmonie nell’aspetto fisico e forse anche nel controllo degli impulsi sessuali.
È necessaria un’opera di informazione puntuale e preventiva così che l’adolescente possa avere criteri oggettivi di riferimento. Essi, mentre gli chiariscono le mete di sviluppo, nello stesso tempo riducono l’ansietà e la tensione in quanto aiutano l’adolescente a comprendere cosa gli sta succedendo e come farvi fronte in modo costruttivo. L’ignoto desta sempre più ansietà del noto.
L’adolescente non ha, tuttavia, solo bisogno di informazione sui fatti fisicosessuali, ma anche, e soprattutto, sui loro significati. Non gli basta capire i fatti, vuole capire quale ne sia il senso umano, vale a dire il senso per la sua vita presente e futura. È proprio su questo aspetto dei significati che si distingue un intervento di semplice abreazione del senso di colpa («non ti preoccupare non c’è nulla di male») da un’educazione che porti ad una capacità di valutare se stessi su parametri oggettivi e su prospettive valoriali e religiose che aprono a un futuro significativo.
Solo se si danno prospettive significative di futuro, il senso di colpa, che blocca al passato, alla perdita subita e allo stato emotivo sperimentato, può essere superato.
Il futuro meritevole di essere costruito è possibile se si aiuta l’adolescente a comprendere che esso non viene meno neppure per il comportamento sbagliato dell’uomo, se l’uomo non vuole rimanere nel proprio errore. Poiché il senso del peccato si ha solo in rapporto con Dio, occorre aiutare l’adolescente a comprendere che mentre Dio accusa di peccato, Egli offre anche una via di uscita, in quanto Dio è colui che fa conoscere il peccato all’uomo solo perché egli possa conoscersi in verità e aprirsi, quindi, all’accoglienza del suo perdono onde poter intraprendere un cammino su strade di novità di vita.
Se l’adolescente tende a sentire in modo prevalente la ferita narcisistica dell’immagine di sé, egli ha bisogno di essere riportato alla realtà delle molteplici relazioni che lentamente e gradualmente si trova a dovere costruire su basi più realistiche e alle quali lo stesso sviluppo, che sta esperimentando in sé, lo orienta.
Non basta dire all’adolescente che è normale il cambiamento del suo corpo o che è normale che senta dentro di sé determinate pulsioni sessuali, e magari addirittura spiegargli come soddisfarle perché tanto non c’è nulla di male, mentre lui sente forte il senso di aver perso qualcosa e non riesce a darsi un nuovo equilibrio.
Occorre aiutarlo a stabilire un rapporto personale positivo con quell’uomo che sta nascendo in lui e perché questo avvenga è necessario decentrarlo dall’attenzione sui limiti del presente e di se stesso e aiutarlo ad introdursi nelle nuove modalità di relazione esperimentando sia l’accettazione da parte degli altri (amici e familiari) della sua nuova realtà, sia l’assunzione di impegno e di responsabilità verso di loro.
Occorre rassicurarlo che quello che sta vivendo è solo un momento di passaggio; lentamente, ma non senza il suo impegno, le cose cambieranno e lui stesso vedrà con maggiore chiarezza e apprezzerà quel futuro che ora gli sembra tanto incerto. Egli ha bisogno di solidarietà e non di complicità, di sentirsi capito nelle sue difficoltà e non rifiutato, ma nello stesso tempo di essere incoraggiato in quella faticosa ricerca della propria identità che sta affrontando. «Abbi pazienza, vedrai che passerà e alla fine avrai guadagnato molto anche dalla tua fatica»: può essere il tipo di rassicurazione che stimola e rimotiva l’adolescente, se nel contempo gli si prospettano mete a lui raggiungibili, anche se limitate, e si condivide con lui la gioia del loro raggiungimento.
Più che colpevolizzare con sterili forme di accusa per comportamenti sbagliati è utile stimolare e comunicare fiducia sulla sua capacità di crescere verso il meglio, spostando l’attenzione dagli aspetti materiali che rischiano di diventare univoci (corpo bello, sesso, ecc.) agli aspetti più propriamente umani, ai significati e alle mete raggiungibili nei compiti della vita. In questi ambiti l’adolescente deve poter esperimentare una qualche gratificazione nel constatare la sua effettiva capacità di acquisire competenza e nel sentire che gli viene riconosciuta. Egli, nonostante quello che a volte sembra affermare con sprezzo, è un affamato di stima e di apprezzamento, non solo dei compagni, ma anche del mondo adulto, soprattutto di quel mondo che per lui è significativo e in modo particolare da parte dei genitori.
Per favorire il passaggio dal senso di colpa al senso del peccato si richiede che si tengano uniti i due momenti: quello critico per ciò che non va ancora e quello positivo della comunicazione di stima e di fiducia nella sua persona. Questi due momenti non possono essere scissi, pena, da una parte, l’induzione solo di un senso di colpa che rende difficili le relazioni e il rapporto con se stesso dell’adolescente (deve mantenere una stima fondamentale di sé), dall’altra, una incapacità dell’adolescente ad uscire dal narcisismo che tende a farlo sentire un piccolo dio che deve essere sempre e comunque ammirato e approvato, qualunque sia il suo modo di vivere e di comportarsi. Da una parte avremmo l’irrealismo del senso di colpa, dall’altra l’irrealismo di una presunta onnipotenza che rivendica il diritto a tutto senza minimamente preoccuparsi di quello che effettivamente dà a sua volta.
Dio adotta un analogo atteggiamento nei confronti del peccatore: mentre gli fa conoscere il suo peccato, gli comunica anche tutta la sua fiducia nella possibilità che il peccatore ha di superarlo, per questo non gli fa mancare mai l’aiuto del suo amore, se il peccatore vuole accoglierlo.
In tal modo non viene meno il senso di responsabilità dell’adolescente, e quindi anche la valutazione di se stesso in modo positivo o critico, ma rispetto a mancanze oggettive nella costruzione del proprio futuro in costante relazione d’amore con Dio.
Mentre il senso di colpa irrazionale ripiega su di sé, il senso del peccato comporta, analogamente al senso di colpa razionale, un giudizio negativo su di sé per determinati e specifici comportamenti, ma non richiude il soggetto su di sé, bensì lo proietta verso la possibilità di un futuro diverso, reso possibile proprio dalla capacità di autovalutazione realistica acquisita dall’adolescente e dalla consapevolezza di poter contare sull’amore misericordioso di Dio che non lo rifiuta mai.
L’adolescente aumenta così progressivamente e in modo realistico l’affermazione della propria autonomia, che è una delle mete dello sviluppo e percepire che in questo cammino Dio è un suo alleato. Ciò che sta avvenendo nei cambiamenti del suo corpo e della sua sessualità, lungi dall’essere una rottura della perfezione cristiana desiderata, è il manifestarsi progressivo di un progetto di amore di Dio su di lui, che egli deve assecondare e da cui dipende la propria futura felicità.
Si tratta di raggiungere un’autonomia nell’assumere e svolgere i compiti della vita, non autonomia dagli stessi.

L’area del rapporto con i propri ideali

Perché si possa passare dal senso di colpa al senso del peccato deve cambiare anche il rapporto dell’adolescente con i propri ideali religiosi nei quali facilmente proietta un’immagine di sé che risente fortemente dell’onnipotenza infantile che fatica a lasciare. Egli coltiva non di rado ideali di perfezione cristiana per quello che è e fa senza troppa consapevolezza di quanto sia lungo il cammino e di quante lotte siano necessarie per raggiungerli. Tende quindi a colpevolizzarsi più di quanto lo sia nella realtà non solo per i limiti che va via via scoprendo in sé, ma anche per i reali fallimenti nel perseguimento degli ideali che coltiva con ardore.
Per aiutarlo a passare da un senso di colpa, che alla fine può portarlo a rinunciare agli ideali (come la volpe della favola di Fedro che sentenzia che l’uva è acerba e quindi non mangiabile), non si tratta di distruggerglieli - gli ideali sono il motore della vita, senza un qualche valido ideale si spegne la speranza e quindi la volontà di impegnarsi - quanto di aiutarlo a gustare il realizzarsi progressivo dell’ideale attraversi piccoli passi compiuti. Nel frattempo, proprio alla luce dei passi che via via si manifestano possibili al soggetto e sono stati effettivamente compiuti, si realizzerà una valutazione della pertinenza dell’ideale stesso rispetto alla propria concreta realtà.
Si va così attuando non tanto l’abbandono o un abbassamento dell’ideale, ma un suo modo personale di incarnare l’ideale alla luce di quelle capacità che ha scoperto in sé. La tensione tra l’ideale e il reale è una tensione intrinseca all’essere umano, siamo sempre al di qua di quello che vorremmo essere e siamo sempre costretti a riconoscere molti limiti senza doverci accusare di mancanze particolari dovute a nostra specifica responsabilità. Imparare a portare questa tensione, senza lasciarci opprimere da sensi di colpa irrazionali, è assolutamente necessario per un sereno cammino verso la maturità morale. Colpevolizzandosi si può inconsciamente arrivare a credere di possedere un potere che permette di tenere tutto sotto controllo, si può addirittura dirsi che si preferisce sentirsi colpevoli, piuttosto che impotenti e non autorevoli.
Ora è possibile portare la tensione tra ideale e reale solo se vengono poste mete concrete e realisticamente raggiungibili, sulle quali l’adolescente possa confrontarsi e valutarsi sia in senso positivo (le piccole vittorie che danno il gusto del cammino), sia in senso negativo (i fallimenti, le cadute di impegno, ecc.) il tutto alla luce del manifestarsi progressivo delle effettive possibilità del soggetto. La maturazione del senso del peccato si accompagna ad una capacità di tenere insieme positivo e negativo della propria vita: il positivo senza esaltarsi al punto da continuare a pensarsi con la prospettiva narcisistica del bambino; il negativo senza abbattersi al punto da non ritenersi più capace di nulla.
Sostenere un corretto rapporto con Dio permette e dona proprio questa possibilità di tenere assieme i due poli, positivo e negativo, senza negare né l’uno né l’altro, proprio perché, mentre rende consapevoli delle proprie mancanze, comunica stima e amore per le possibilità positive che nel suo amore sono donate a colui che accetta la relazione con lui. In Dio l’adolescente si scopre simultaneamente ancora lontano dalla meta (in analogia a qualunque essere umano) a causa dei suoi limiti e delle sue colpe, ma nello stesso tempo fiducioso di poter continuare a camminare significativamente verso di essa a causa delle energie che l’amore da Dio comunicatogli destano in lui.
L’amore di Dio ha un indubbio effetto terapeutico: mentre rende consapevole del peccato, perdona, incoraggia e stimola verso ulteriori mete possibili nel perseguimento degli ideali che il Lui sono stati scoperti. È, quindi, importante dal punto di vista pedagogico far incontrare l’adolescente con il pieno volto di Dio: giusto e misericordioso nello stesso tempo.

L’area dei rapporti interpersonali

È un’altra delle aree in cui il senso di colpa dell’adolescente può manifestarsi con una certa vivacità, soprattutto quando si tratta delle relazioni amicali. Egli sente molto il senso di colpa nei confronti degli amici, fino al punto da rendersi totalmente dipendente da essi e succube di veri e propri ricatti affettivi. Per questo viene spesso trascinato ad azioni che da solo non avrebbe mai commesso. Solo che, dopo averle commesse, si sente come in un vicolo chiuso: da una parte, si sente in colpa (spesso anche verso i genitori) per quello che ha fatto, dall’altra, avverte che, se non l’avesse fatto, si sentirebbe in colpa verso gli amici dai quali riceve gratificazione affettiva attraverso il senso di appartenenza che gli viene offerto e di cui sente di avere molto bisogno.
La solitudine, se è pesante per ogni persona, lo è in modo particolare per l’adolescente che sta aprendosi al mondo e deve affrontare il distacco dalla famiglia.
Il gruppo degli amici è per lui molto importante, sia perché gli permette il confronto tra pari, che diventa rassicurante sui dubbi e le insicurezze circa quello che sta vivendo, sia perché lo aiuta a decentrare l’attenzione su di sé, sia perché costituisce un passo fondamentale nella percezione non solo della realtà sociale, ma anche della propria responsabilità verso gli altri come modo di vivere la carità.
È, quindi, opportuno sostenerlo in questo suo rapporto di amicizia, che ha un alto valore in ordine alla maturazione affettiva, relazionale ed ecclesiale dell’adolescente, ma è anche importante sostenerlo nel trovare amicizie che operino nella linea di una dipendenza (che l’adolescente non può non vivere in qualche modo) che sia promotrice di autentici valori relazionali.
Solo così potrà lentamente affrancarsi da un’amicizia dalle caratteristiche spiccatamente adolescenziali verso un’amicizia più adulta con una maggiore capacità di indipendenza. Perché questa evoluzione si realizzi è necessario che l’adulto segua con attenzione discreta le amicizie dell’adolescente, ma senza intromissioni e invadenze che provocherebbero soltanto reazioni aggressive e accentuerebbero una ricerca precoce di indipendenza dall’adulto cui l’adolescente non è ancora preparato.
Inoltre, una tale dinamica aggressiva provocherebbe anche senso di colpa verso i genitori, il quale può a sua volta spingere a una dipendenza eccessiva dagli amici e dai loro comportamenti trasgressivi. Si creerebbe quel circolo vizioso del senso di colpa che, da una parte, rinforza l’aggressività dell’adolescente verso se stesso (è un po’ sempre arrabbiato con se stesso e insoddisfatto di sé), dall’altra, rinforza anche l’aggressività verso i genitori i quali non possono più dirgli nulla.
Portare dal senso di colpa al senso del peccato, richiede di sostenere l’adolescente nel suo cammino di distacco dai genitori e di progressivo inserimento nella società, senza rimproveri inadeguati, approvandolo nelle amicizie che va maturando (magari offrendo loro anche accoglienza in casa), ma nello stesso tempo affiancandolo nel discernimento delle richieste che da esse provengono. Ciò può essere fatto se si offrono all’adolescente criteri di giudizio e si stimola la sua capacità di valutare le richieste e gli impegni amicali, ma nello stesso tempo lo si affranca gradualmente dalla sua istintiva paura di non essere accettato dagli altri quando deve prendere qualche distanza da loro. Occorre anche fargli percepire che è lui che deve decidere nell’assunzione di responsabilità nelle relazioni aiutandolo a valutare i pro e i contro.
Fatto questo, di fronte a decisioni sbagliate assunte dall’adolescente, sarà necessaria una valutazione critica delle stesse, senza cadere in critiche globali dell’adolescente stesso, del tipo «non sei buono a nulla», «ti lasci sempre condizionare dai tuoi amici», ecc. Queste svalutazioni globali provocano una reazione emotiva aggressiva che porta a un rifiuto della collaborazione dei genitori nella ricerca di una maggiore oggettività, a un senso di incapacità e inadeguatezza personale e a una chiusura nei confronti della necessaria valutazione critica delle decisioni assunte. Nell’un caso e nell’altro la libertà della relazione nella giusta dipendenza viene ad essere, se non altro, frenata.
L’adolescente, come tutti noi, ha bisogno di sentirsi accettato e stimato, anche nel momento in cui deve eventualmente ammettere di essersi lasciato condizionare in modo sbagliato dagli amici o di aver assunto decisioni sbagliate.
Ha bisogno, in modo analogo, di sentirsi accettato da Dio anche nel momento in cui deve ammettere di aver sbagliato. È secondo il progetto di Dio, corrisponde alla progressiva crescita nella capacità di vivere la carità, che l’adolescente si apra a vivere con gioia l’amicizia. E questo va detto all’adolescente. Il suo desiderio di fare del bene agli amici, di star bene insieme a loro è da sostenere e approvare. Si tratta di introdurlo a una valutazione sempre più attenta di che cosa sia il vero bene dell’amico e, quindi, anche il modo più adeguato di vivere la carità nei suoi confronti. Questo lo libera da una dipendenza che proviene dal senso di colpa (dipendenza senza libertà) e lo orienta verso una libertà di dipendere.
Conclusione Se si vuole educare l’adolescente occorre fare in modo che il messaggio cristiano venga a contatto con le dinamiche evolutive che egli sta vivendo e farlo interagire con i problemi che occupano la sua ricerca di vita in modo che esso offra ai suoi occhi soluzioni credibili e liberanti verso quella identità matura e autonomia che egli sta cercando, ma per le quali fatica a trovare la strada giusta da percorrere.
Sono molte le problematiche attorno alle quali lotta l’adolescente. Forse si può riassumere dicendo che egli lotta per una libertà interiore che sia in grado di accettare la giusta dipendenza dal bene, dagli altri e da Dio. Imparare la giusta dipendenza dal bene è la condizione per essere liberi. L’adolescente, nell’entusiasmo per l’affermazione della propria autonomia rischia di dimenticare che, senza la giusta dipendenza dal bene, non c’è strada possibile e percorribile verso l’autonomia. La parabola del Padre misericordioso di Lc 15, 11-32 ha già messo chiaramente in luce gli esiti di un tal modo di cercare l’autonomia.
L’adolescente deve essere educato a una sana dipendenza dal bene, affinché possa acquisire un’autonomia e un’identità matura. Questa dipendenza dal bene porta ad accettare anche una dipendenza dagli altri (genitori, amici, Dio…) che non ha nulla di immaturo o di patologico. In quanto filtrata dal proprio giudizio di coscienza, essa promuove una solida identità personale che non teme di cogliere i giusti suggerimenti, indicazioni, precetti che vengono dagli altri, in quanto essi sono accettati solo se conformi a quel concetto o ideale di sé che l’adolescente sta cercando di costruire.
Si tratta, quindi, di aiutare l’adolescente ad uscire dal conflitto autonomiadipendenza, non eliminando uno dei due poli, ma accettando di vivere una feconda tensione tra di essi, mai completamente risolta. Si tratta di una lotta per la necessaria coniugazione di autonomia e dipendenza che la persona matura deve affrontare per tutta la vita. Non è lotta contro qualcuno, ma per il raggiungimento di quel bene in cui è nascosta la propria identità.
Non è tanto importante che l’adolescente debba riscontare delle sconfitte, analogamente a quanto deve fare ognuno di noi. Ciò che è importante è essere in grado di riconoscerle per quello che sono, chiamandole con il proprio nome, perché solo così si recupera la giusta dipendenza dal bene e si può riprendere la paziente costruzione della propria matura identità.
Risulta evidente, a questo punto, che dall’esito di questa lotta per il bene, dipende anche la comprensione del rapporto con Dio (il Bene) e, quindi, il cammino verso una maturità di fede.

NOTE

1 Cf A. Manenti, C. Bresciani, Psicologia e sviluppo morale della persona, EDB, Bologna 1992; E.
Giammancheri, M. Peretti (a cura di), L’educazione morale, La Scuola, Brescia 1977; E.H. Erikson, I cicli della vita, Armando, Roma 1999.
2 E.H. Erikson, Infanzia e società, Armando, Roma 1995.
3 R. Guardini, Le età della vita, Vita e Pensiero, Milano 1992, p. 42 (si tratta della pubblicazione di lezioni tenute nel 1952).
4 «Ne derivano la possibilità di sentirsi ferito nel proprio orgoglio giovanile; l’eccessiva enfatizzazione di sé, che mette in evidenza come l’io sia ancora insicuro; la costante ribellione contro l’autorità da parte dell’adolescente; la sfiducia verso quanto gli altri dicono, semplicemente perché sono gli altri che lo dicono. Peraltro, si verifica anche l’inclinazione a lasciarsi sedurre dai pensieri più folli non appena questi riescono a sfociare in tendenze che l’adolescente sta vivendo» (Ibid., p. 43).
5 Ibid., p. 45.
6 Ibid., p. 44.
7 Ibid., p. 45.
8 G. Petropolli Charmet, I nuovi adolescenti, Cortina, Milano 2000.
9 Cf G. Sovernigo, Senso di colpa, LDC, Leumann (Torino) 1980; ID., Senso di colpa, peccato e confessione. Aspetti psicologici, EDB, Bologna 2000; J.W. Glaser, «Coscienza e superio», in A. Manenti, C. Bresciani, Psicologia e sviluppo morale della persona, cit, pp. 264-272.
10 Cf J.L. Janis, «Paura, vergogna e colpa», in Ibid, pp. 273-284.
11 J. Viorst, Distacchi, Frassinelli, Gallarate (VA) 1987, p. 136 (corsivo mio).


(Tredimensioni 1(2004) 2, 142-157)