Madeleine Delbrêl

(1904-1964)

Luciano Luppi

maddelbrel


Il 24 ottobre 2014 si sono festeggiati i cento e dieci anni della nascita di Madeleine Delbrêl (1904-1964), poeta, assistente sociale e mistica. Si tratta di una delle grandi figure spirituali del XX secolo. Nata e vissuta in Francia, dopo la sua morte la sua figura ha cominciato ad essere sempre più conosciuta anche all’estero, attraverso le traduzioni dei suoi scritti in moltissime lingue. Teologi di grande valore – come Fessard, Congar, De Lubac, Bouyer, Journet, Balthasar, Cottier, Guerra, Neufeld, Moioli, il card. Martini, Sequeri - hanno attirato l’attenzione sulla ricchezza e originalità del suo pensiero. Tesi di laurea e studi scientifici le sono stati dedicati in Francia, in Germania, in Italia.
Venti anni fa - nel gennaio 1995 - è stata introdotta a Roma la causa di beatificazione presso la Congregazione dei Santi. I Vescovi francesi, nel rapporto sulla fede di qualche anno fa, la citano insieme a S. Teresa di Lisieux, segnalando la straordinaria attualità della sua testimonianza nella prospettiva della nuova evangelizzazione. Nell'anno del centenario sono state avviate molte iniziative per farla conoscere, soprattutto in Francia e in Germania, che continuano anche in questi mesi.
Ma chi era questa donna che affermava: Credere in Gesù Cristo è stato tutto per me dal momento che ho creduto in Dio. A Lui ho donato la mia vita e non me ne sono mai pentita? Alla fede Madeleine arriva a vent'anni (1924).
Nata a Mussidan (in Dordogna, nel sud-ovest della Francia) il 24 ottobre 1904, Madeleine riceve nell'infanzia una marcata educazione letteraria e artistica, e una formazione cristiana tradizionale.
Attorno ai quindici anni, tutta dedita alla musica, alla pittura e alla poesia, si allontana dalla fede, fino a dichiararsi "strettamente atea".
Ascoltiamo un testo che la Delbrêl scrisse all’età di 17 anni, dal titolo Dio è morto, viva la morte:

DIO È MORTO… VIVA LA MORTE (1922)

Si è detto "Dio è morto”.
Poiché è vero, bisogna avere l’onestà di non vivere più come se vivesse. Si è regolata la questione con lui: resta da regolarla con noi.
Ora siamo fissati. Se non conosciamo la misura esatta della nostra vita, sappiamo che sarà piccola, che sarà una vita piccolissima. Per alcuni l’infelicità ne occuperà tutto il posto. Per altri la felicità ne occuperà più o meno. Non sarà mai una grande infelicità o una grande felicità, perché sarà tutta contenuta nella nostra piccolissima vita.
L’infelicità grande, indiscutibile, ragionevole, è la morte. È davanti ad essa che bisogna diventare realisti, positivi, pratici. Dico “ diventare ”. Io sono stupita dalla generale mancanza di buon senso. E' vero che non ho che diciassette anni e che mi resta ancora molta gente da incontrare.
I rivoluzionari m’interessano, hanno però capito male il problema: essi possono ordinare il mondo al meglio… ma occorrerà sgomberare! Gli scienziati sono un po’ bambini: credono sempre di uccidere la morte: invece uccidono soltanto i modi di morire, la rabbia, il vaiolo. La morte, lei, sta benissimo.
Ho molta simpatia per i pacifisti, ma sono deboli in calcolo. Se nel 1914 fossero riusciti a mettere la museruola alla guerra, tutti coloro che la guerra non avrebbe ucciso, nel 1998 sarebbero stati definitivamente sistemati nei loro cimiteri personali.
La gente perbene mi sbalordisce per la sua sicurezza: manca di modestia. Sono sicuri di lavorare per la felicità degli altri. È almeno discutibile: più la vita è buona, più è duro morire. La prova: la gente si ammazza da sé quando viene ammazzata la loro ragione di vivere.
Gli innamorati sono radicalmente illogici e restii a ragionare: "Ti amerò per sempre…". Non vogliono prendere coscienza del fatto che saranno infedeli per forza; e che questa infedeltà si avvicina ogni giorno di più…, senza contare la vecchiaia, questa morte a rate. Io non vorrei restare accanto all’uomo che dovessi amare: egli vedrebbe i miei denti cadere, piegarsi la mia schiena, il mio corpo mutarsi in un otre o in un fico secco... Se amerò, sarà come in istantanea, come in un attimo di tregua, in fretta e furia.
Le madri, poverette, fanno fatica a non dire, a non fare follie: "Il mio bambino, vorrei tanto che fosse felice…". Sarebbero capaci d’inventare la felicità pur di poterla donare al loro piccolo. Ci sono quelle che non vogliono fare della carne da cannone – ma andate a raccontare loro che faranno sempre carne da morte… Io non voglio avere bambini. Mi basta seguire tutti i giorni in anticipo i funerali dei miei genitori.
I più logici sono forse i muratori, i falegnami, i fotografi, gli artisti, i poeti. Fanno delle cose che durano e fanno durare qualcosa della gente. I re sono morti, le loro poltrone restano nei musei.
Avere la propria fotografia in qualche luogo, è un modo di esistere. I monumenti tengono bene. La Gioconda non avrebbe più la sua testa da parecchio tempo se non gliene avessero fatto il ritratto.
Quando in classe si recita una favola di La Fontaine, quel che lui pensava continua un poco a vivere.
Poi ci sono coloro che si divertono, che ammazzano il tempo aspettando che il tempo ammazzi loro… Io sono una di questi. Le persone serie ci disprezzano in nome delle loro occupazioni serie.
Ah! Ma intanto non è stata liquidata la successione di Dio. Ha lasciato dappertutto delle ipoteche di eternità, di potenza, di anima… E chi ne è stato l’erede? La morte… Egli durava: non c’è più che lei a durare; egli poteva tutto, a capo di tutto e di tutti viene lei. Egli era spirito - non so troppo che cos'è - ma lei è dappertutto, invisibile, efficace; dà un colpetto e toc! L’amore cessa di amare, il pensiero di pensare, un bimbo di ridere… e non c’è più nulla.
Una volta qualcuno ha detto: “ noi danziamo su un vulcano ”. Va bene, io danzo. Ma voglio sapere che è sopra un vulcano. Vicino ai vulcani ci sono ville e capanne, giovani e vecchi, genii e imbecilli, malati e campioni; bene-amati e mal-amati; quando il vulcano erutta non c’è più che fuoco: come diciamo, non si vede più che del fuoco.
Siamo tutti vicinissimi alla sola vera sventura: abbiamo o non abbiamo il fegato di dircelo? Dirlo? E con che? Anche le parole Dio ha schiantato… Si può dire a un morente senza mancare di tatto: “ Buongiorno ” o “ Buonasera ”? Allora gli si dice “Arrivederci ” o “ Addio ”…finché non avremo imparato come dire “ A nessun luogo ”…“ Al niente assoluto ”…

L'incontro con dei giovani cristiani rimette in discussione le sue convinzioni. Riconosce che non può più escludere razionalmente la possibilità dell'esistenza di Dio e perciò, con la massima onestà intellettuale e disponibilità, sceglie di tradurre questo suo cambiamento di prospettiva con la decisione di pregare almeno cinque minuti ogni giorno.
A vent'anni – il 29 marzo 1924 - l'incontro "abbagliante" con Dio determina una svolta radicale: «...leggendo e riflettendo ho trovato Dio; ma è pregando che ho creduto che Dio mi aveva trovata e che Egli é la verità vivente, e che lo si può amare come si ama una persona».
Ascoltiamo un secondo testo scritto da Madeleine, commentando quel giorno:

TU VIVEVI, IO NON NE SAPEVO NIENTE.

Tu vivevi, io non ne sapevo niente.
Avevi fatto il mio cuore a tua misura, la mia vita per durare quanto Te, ma poiché Tu non eri presente, il mondo intero mi pareva piccolo e stupido e il destino degli uomini insulso e cattivo.
Quando ho saputo che Tu vivevi, Ti ho ringraziato di avermi fatto vivere, Ti ho ringraziato per la vita del mondo intero.

Dunque da quel giorno Dio occupa tutto l'orizzonte della sua vita. Ma come tradurre questa preferenza? Due anni dopo avviene “l’esplosione del Vangelo”. Decide allora di donarsi totalmente a Dio in pieno mondo in una vita di semplice Vangelo, per testimoniare tra la "gente delle strade" l'indivisibile unità del duplice comandamento dell'amore.
Con la sua fede e la sua carità fraterna vive ogni incontro come un evento di grazia, ogni giorno come nuovo, le circostanze quotidiane come un appuntamento con Dio.

Commenta P.SEQUERI, nella sua relazione tenuta a Bologna il 19 ottobre 2004 durante la giornata di studio sulla Delbrêl, promossa dalla Facoltà teologica dell’Emilia Romagna: "E’ questo modo di esserci arrivata alla fede che dà rilievo alla profonda persuasione di Madeleine circa la necessità di custodire il dono della fede come dono. Questo dono non diventa un’altra cosa una volta che è arrivato. Arriva come un dono e rimane un dono: non si trasforma in dotazione, corredo, abitudine, qualità biografica. Conserva l’enigma della sua inspiegabilità, la fragilità del suo possesso, la corposità della sua presenza. Genera emozione e tensione, continuamente, nella stessa misura. E’ realtà rocciosa dell’irruzione della vita di Dio in noi, e insieme diversità irriducibile ad ogni forma di vita che pure ne scaturisce. Si comporta e si manifesta come un dono che suscita gratitudine, non come una donazione arbitraria che vincola ad una restituzione coatta. Il cristianesimo, infatti, è religione nella quale Dio vuol essere amato e non subito: anche se è il Signore creatore dell’universo.
Un secondo aspetto a riguardo della realtà della fede è l’intuizione del suo peso ontologico. La fede, quando è all'opera in quanto fede nella vita del cristiano, sposta le cose. Crea varchi, per la forza di quello che Madeleine chiama il soprannaturale, il mondo di Dio, l'azione di Dio, le cose che Dio fa per trasformare il mondo. Quindi non converte semplicemente le menti, non comunica solo nuove idee dalle quali nasce poi una pratica che trasforma il mondo. E' come avere la percezione di mettersi nel luogo in cui lo Spirito Santo sta gemendo e pulsando, come dice Rm 8. La fede sta sul campo. A quel punto capisci anche il mistero dell'incarnazione: sai che Dio muove il mondo in Gesù. E non hai più l’ossessione di non rendere abbastanza per il solo fatto che sei un credente. Se sei un credente il mondo si smuove. Perché il credente crede nelle qualità massicce della fede.
Quando Dio ti tocca c'è un contatto, una contiguità. La fede è questo: percepire la contiguità fra Dio e gli umani, che macera e macina il grano del Figlio anche quando tu non dici niente. Su questo abbiamo un po' da recuperare. Noi siamo in paesi di antichissima tradizione cristiana dei quali continuiamo a lamentare il fatto che qui il cristianesimo si erode, la fede cede... Ma possiamo anche domandarci, sopraffatti da tutto questo gran parlare su che cosa si dovrebbe fare: come mai un cristianesimo che si fa così poco, si spiega così tanto? Su tutto facciamo corsi, maturazioni, percorsi. Siamo sempre lì a maturare…" La sua intuizione spirituale, condivisa da altre amiche, dà vita a piccole comunità (chiamate allora "Carità", oggi “Equipes Madeleine Delbrêl”). La loro vocazione è quella di vivere insieme nella verginità, da semplici figlie della Chiesa, una vita di Vangelo integrale, nella linea ordinaria dell'esistenza, senza specializzazioni apostoliche, desiderose di essere disponibili senza restrizioni alle esigenze del Vangelo nelle varie circostanze della vita.
Un testo programmatico di Madeleine venne pubblicato su di una rivista di spiritualità carmelitana, una rivista monastica che pure accoglieva l’intuizione spirituale di una donna che viveva non in un monastero, ma “nelle strade”. Ascoltiamone i primi paragrafi:

NOI DELLE STRADE (1938)

Ci sono luoghi in cui soffia lo Spirito, ma c'è uno Spirito che soffia in tutti i luoghi.
C'è gente che Dio prende e mette da parte.
Ma ce n'è altra che egli lascia nella moltitudine, che non «ritira dal mondo».
E' gente che fa un lavoro ordinario, che ha una famiglia ordinaria o che vive un'ordinaria vita da celibe. Gente che ha malattie ordinarie, lutti ordinari. Gente che ha una casa ordinaria, vestiti ordinari. E' la gente della vita ordinaria. Gente che s'incontra in una qualsiasi strada.
Costoro amano il loro uscio che si apre sulla via, come i loro fratelli invisibili al mondo amano la porta che si è rinchiusa definitivamente dietro di loro.
Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi è per noi il luogo della nostra santità.
Noi crediamo che niente di necessario ci manca, perché se questo necessario ci mancasse Dio ce lo avrebbe già dato.

Il silenzio
Il silenzio non ci manca, perché lo abbiamo. Il giorno in cui ci mancasse, significherebbe che non abbiamo saputo prendercelo.
Tutti i rumori che ci circondano fanno molto meno strepito di noi stessi.
Il vero rumore è l'eco che le cose hanno in noi. Non è il parlare che rompe inevitabilmente il silenzio. Il silenzio è la sede della Parola di Dio, e se, quando parliamo, ci limitiamo a ripetere quella parola, non cessiamo di tacere.
I monasteri appaiono come i luoghi della lode e come i luoghi del silenzio necessario alla lode.
Nella strada, stretti dalla folla, noi disponiamo le nostre anime come altrettante cavità di silenzio dove la Parola di Dio può riposarsi e risuonare.
In certi ammassi umani dove l'odio, la cupidigia, l'alcool segnano il peccato, conosciamo un silenzio da deserto e il nostro cuore si raccoglie con una facilità estrema perché Dio vi faccia risuonare il suo nome: «Vox clamans in deserto».

Solitudine
A noi gente della strada sembra che la solitudine non sia l'assenza del mondo ma la presenza di Dio.
E' l'incontrarlo dovunque che fa la nostra solitudine.
Essere veramente soli è, per noi, partecipare alla solitudine di Dio.
Egli è così grande che non lascia posto a nessun altro, se non in lui. Il mondo intero è come un faccia a faccia con lui dal quale non possiamo evadere.
Incontro della sua causalità viva dove le strade si intersecano accese di movimento.
Incontro con la sua orma sulla terra.
Incontro della sua Provvidenza nelle leggi scientifiche.
Incontro del Cristo in tutti questi «piccoli che sono suoi»: quelli che soffrono nel corpo, quelli che sono presi dal tedio, quelli che si preoccupano, quelli che mancano di qualcosa.
Incontro con il Cristo respinto, nel peccato dai mille volti.
Come avremmo cuore di deriderli o di odiarli, questi infiniti peccatori ai quali passiamo accanto? Solitudine di Dio nella carità fraterna: il Cristo che serve il Cristo; il Cristo in colui che serve, il Cristo in colui che è servito.
L'apostolato come potrebbe essere per noi una dissipazione o uno strepito?

Il testo riassume l’esperienza degli anni che seguono al suo stabilirsi a Ivry. Tutto inizia nell'ottobre del 1933, quando si stabilisce con due compagne a Ivry-sur-Seine, alla periferia sud di Parigi, dove rimane trent'anni fino alla morte. “Quello che noi cercavamo, quello che io volevo, era la libertà di vivere gomito a gomito con gli uomini e le donne di tutta la terra, con i miei vicini di tempo, gli anni degli stessi calendari e le ore degli stessi orologi”.
Ascoltando la lettura de L'estasi delle tue volontà, comprendiamo ancor più le caratteristiche della sua esperienza spirituale:

L’ESTASI DELLE TUE VOLONTÀ

Quando quelli che amiamo ci chiedono qualcosa, noi li ringraziamo di avercelo chiesto.
Se a te piacesse, Signore, chiederci una sola cosa in tutta la nostra vita, noi ne rimarremmo meravigliati e l’aver compiuto questa sola volta la tua volontà sarebbe “l’avvenimento” del nostro destino.
Ma poiché ogni giorno ogni ora ogni minuto tu metti nelle nostre mani tanto onore, noi lo troviamo così naturale da esserne stanchi, da esserne annoiati.
Tuttavia, se comprendessimo quanto inscrutabile è il tuo mistero, noi rimarremmo stupefatti di poter captare queste scintille del tuo volere che sono i nostri microscopici doveri.
Noi saremmo abbagliati nel conoscere, in questa tenebra immensa che ci avvolge, le innumerevoli precise personali luci della tua volontà.
Il giorno che noi comprendessimo questo, andremmo nella vita come profeti, come veggenti delle tue piccole provvidenze, come mediatori dei tuoi interventi.
Nulla sarebbe mediocre, perché tutto sarebbe voluto da te.
Nulla sarebbe troppo pesante, perché tutto avrebbe radice in te.
Nulla sarebbe triste, perché tutto sarebbe voluto da te.
Nulla sarebbe tedioso, perché tutto sarebbe amore di te.
Noi siamo tutti predestinati all’estasi, tutti chiamati a uscire dai nostri poveri programmi per approdare, di ora in ora, ai tuoi piani.
Noi non siamo mai dei miserabili lasciati a far numero, ma dei felici eletti, chiamati a sapere ciò che vuoi fare, chiamati a sapere ciò che attendi, istante per istante, da noi.
Persone che ti sono un poco necessarie persone i cui gesti ti mancherebbero, se rifiutassero di farli.
Il gomitolo di cotone da rammendare, la lettera da scrivere, il bambino da alzare, il marito da rasserenare, la porta da aprire, il microfono da staccare, l’emicrania da sopportare: altrettanti trampolini per l’estasi, altrettanti ponti per passare dalla nostra povera, dalla nostra cattiva volontà alla riva serena del tuo beneplacito.

In questo sobborgo – Ivry - prevalentemente operaio, trasformato in quegli anni in "cittàlaboratorio" del comunismo francese, scopre l'ingiustizia sociale, le grandi speranze di liberazione poste da molti nell’ideologia marxista e la coraggiosa dedizione di tanti militanti comunisti. Stupita dall'antagonismo che contrappone da una parte i cristiani e dall'altra i comunisti di Ivry, grazie al suo ruolo di assistente sociale si trova ad incontrare gli uni e gli altri. Si sforza di comprenderli tutti.
Con grande disponibilità di cuore e di spirito ama, aiuta, crea legami, si spende senza risparmio, prega molto. Verso tutti si sente in debito del Vangelo, soprattutto verso coloro che insieme alla povertà economica sperimentano la grande miseria di una vita senza Dio.
Sensibile a ogni sofferenza, conosce per esperienza la grande miseria di una vita senza Dio, la più grande delle povertà, e per il fatto di averlo incontrato si sente in debito verso tutti. Sa bene che non è in suo potere donare la fede, ma sa anche che spetta a ogni cristiano testimoniarne la gioia e la ragionevolezza, lasciando che Dio attraverso di lui si faccia vicino a tutti. Scriverà al suo parroco nel 1949:

Il nostro cammino a Ivry ci ha condotte verso i "senza Dio" ed essi sono troppo soli perché noi vogliamo abbandonarli. È a nome loro oltre che a nome nostro che andiamo alla nostra Parrocchia che dovrebbe essere la loro. Ma la loro solitudine è così grande che noi aspiriamo con tutta l'anima che altri cristiani cessino di vivere fra cristiani come se essi non esistessero, o di vivere in mezzo a loro senza donare ad essi il loro cuore e la loro carità.
Bisogna aver preso coscienza di queste due masse di tenebre fra le quali si inserisce la nostra vita: tenebra insondabile di Dio e tenebra dell'uomo, per consegnarsi perdutamente al Vangelo, per scoprirlo attraverso il doppio nulla del nostro stato di creatura e del nostro stato di peccatore.
Bisogna aver toccato il fondo della morte che ci sta intorno in tutto quello che fa il nostro amore umano: devastazioni del tempo, della fragilità universale, dei lutti, decomposizione del tempo, di tutti i valori, dei gruppi umani, di noi stessi.
Bisogna aver tastato, all'altro polo, l'universo impenetrabile della sicurezza di Dio per percepire un tale orrore del buio che la luce evangelica ci diventa più necessaria del pane.
Solo allora ci aggrapperemo ad essa come a una corda tesa al di sopra di un duplice abisso.
Bisogna sapersi perduti per voler essere salvati [1].

Madeleine, che a 17 anni aveva scritto sul suo diario ”Dio è morto, viva la morte”, ora sente che “senza Dio tutto è miseria”, perché “per chi non crede è la vita stessa che è colpita a morte. Ogni cosa strappata a Dio è votata alla morte. Tutto è invaso dal nulla e dall'assurdo”. Perciò si chiede: “Dio resterà morto per tutti quelli che sono accanto a noi?”. Da qui il bisogno fortissimo di evangelizzare, sentito come un frutto del tutto naturale di una vita di fede autentica e come un improrogabile dovere di giustizia.

In un ambiente ateo per vivere bisogna evangelizzare. Evangelizzare diviene una sorta di necessità organica, un dovere prioritario del nostro stato. L'evangelizzazione è frutto di una Vita, effetto normale della vita normale. L'evangelizzazione è un'esigenza dell'amore.
Noi non cerchiamo l’apostolato; è l’apostolato che cerca noi. Dio, amandoci per primo, ci rende fratelli e ci fa apostoli. Come divideremmo pane, tetto, cuore con questo prossimo che è la nostra carne, senza essere traboccanti per lui dell’amore del nostro Dio, ignorato proprio da questo prossimo? Senza Dio tutto è miseria. Per colui che amiamo, non tolleriamo la miseria, la più grande meno di ogni altra. Non essere apostoli? Non essere missionari? Ma cosa sarebbe allora l’appartenenza a questo Dio che ha inviato il suo Figlio perché il mondo fosse salvato da lui…e come? Come non evangelizzeremo, se il vangelo è sulla nostra pelle, nelle nostre mani, nei nostri cuori, nelle nostre menti? Di fronte all'ateismo, il cristiano credente, per il fatto che egli è credente, pone attraverso la sua vita un'ipotesi vivente di Dio, proprio là dove non c'è più ipotesi di Dio.

Ma la testimonianza della vita non è sufficiente per lei. Pur consapevole che “noi non possiamo dare la fede. È il Signore che chiama e che dà la fede”, Madeleine insiste sull’importanza di annunciarla e di esprimere con chiarezza il primato di Dio.

Senza riferimento a Dio “che è per noi il solo bene assoluto e grazie al quale tutti gli altri beni sono buoni perché vengono da Lui” la nostra testimonianza è una contro-testimonianza; senza bontà realista e smisurata fino alla carità, è come se non ci fosse testimonianza, perché è fuori dalla portata degli occhi, delle orecchie, delle mani, del cuore degli uomini. Nei due casi e in modi opposti, ma equivalenti, ci sarebbe rottura con l'insieme della testimonianza evangelica.

Per Madeleine in un ambiente ateo “vi è necessità assoluta di un annuncio [esplicito], necessità sperimentata in maniera evidente perché di ciò che solo noi possiamo dare, essi non provano né il bisogno, né il desiderio, né il gusto”. Quando si è cristiani, scrive la Delbrêl, "rifiutarsi di fare tutto il possibile, ognuno al suo posto, perché il Vangelo di Cristo venga annunciato, significa rubarlo, significa rubare il suo sangue, perché è a prezzo del suo sangue che Cristo ha conquistato di forza il suo diritto di prendere la parola fino alle estremità della terra, per sempre, fino alla fine del mondo".
Il suo stile di carità fraterna, vissuta con lucidità di riflessione e ascesi del cuore, collaborando con i comunisti su obiettivi parziali senza legami organici e senza mai rinunciare a precisare le proprie motivazioni evangeliche, le guadagna la stima e l'amicizia di molti militanti del partito.
L'esperienza di Ivry modifica progressivamente la stessa fisionomia della sua comunità, sempre più preoccupata di inserirsi come semplice fraternità evangelica in mezzo alla gente, condividendo la vita e le difficoltà di tutti, attenta ai bisogni di ciascuno.
Quando negli anni '40 si assiste a un fiorire di nuove forme di evangelizzazione – tra le quali la Mission de France, la Mission de Paris e quella di padre Loew a Marsiglia - Madeleine Delbrêl è provvidenzialmente coinvolta nelle loro ricerche iniziali, in un clima di arricchimento reciproco, e la sua comunità di Ivry viene guardata come un modello ispiratore per una presenza più efficacemente evangelizzatrice negli ambienti scristianizzati. Ella è ben consapevole della sfida e dei rischi che comporta un tale impegno missionario:

La missione è il contatto dell'amore di Dio e del rifiuto del mondo. Il cristiano è attraversato dall'uno e dall'altro che si incontrano in lui. Non può non soffrirne come di una tentazione viva. Ma questa prova è partecipazione alla prova apostolica della Chiesa; la Chiesa è armata per superarla; la Chiesa ha la forza che può resistere e trionfare.
La violenza, uno stato violento, è inseparabile dalla condizione cristiana. E' lo stato violento della grazia all'assalto del mondo, è innanzi tutto l'assalto della grazia contro quella fibra del mondo che attraversa interamente noi stessi.
E' così impegnativo e pericoloso essere con il Cristo in mezzo a loro [i marxisti atei]. E' così difficile amarli non per quello che hanno, ma a causa di ciò di cui mancano, e altre volte di non sfuggirli fuggendo il male. Hanno un tale bisogno che li si ami senza amare ciò che essi amano, un tale bisogno che il Vangelo sia loro portato sia con ciò che ci rende amabili, che con ciò che ci fa odiare e con ciò che ci fa ridicolizzare.

Negli anni '50 la Chiesa francese vive la grave crisi dei "preti operai". Madeleine Delbrêl si adopera per aiutare i sacerdoti e i laici "missionari" a rimanere in comunione con la Chiesa e nello stesso tempo per far maturare all'interno della comunità cristiana, insieme a una corrente d'amore per i non credenti, la coscienza che il Vangelo è fatto proprio per essere testimoniato là dove non è conosciuto o accettato.

Se qualcuno ha il senso della storia, questi è Dio. Se della gente pensa che la prova attuale farà il gioco del passato, noi siamo realisti non credendo che attraverso questa prova Dio ci indica il gioco di domani? Crederlo sarebbe senz'altro per noi la condizione per ottenere il "genio" soprannaturale necessario per questa nuova tappa Duemila anni di Chiesa ci hanno insegnato che solo questa Chiesa è adatta nel senso forte del termine a vivere il Vangelo. Ogni rinnovamento di linfa evangelica porta in sé una tentazione di evasione. Non lascia mai la Chiesa identica a ciò che era prima: o la lacera o la vivifica... e la vivifica nella misura in cui si fa vivificare da lei.
Solo nella e attraverso la Chiesa il Vangelo è Spirito e Vita. Fuori di lei è solo spirito e non Spirito Santo. L'evangelizzazione del mondo e la sua salvezza è il mestiere stesso della Chiesa, che tende incessantemente verso il mondo, come la fiamma tende alle stoppie. Ma questa tensione sarebbe sproporzionata a chiunque volesse sostenerla da solo.
Occorre tutto l'impegno possibile per rendere la Chiesa amabile. Occorrerebbe tutto l'impegno possibile per evitare tutto ciò che in essa, senza necessità, rende il suo amore indecifrabile.
Occorre tutto l'impegno possibile per renderla amante. Il suo amore dipende in gran parte da noi.

Ascoltiamo ancora un brano di Madeleine, dal titolo Liturgia laica. Poeticamente ci descrive il rapporto, in un bar, fra Dio ed il mondo. Il testo è tratto da Madeleine Delbrêl, Il piccolo monaco, P.Gribaudi editore, Torino, 1990:

LITURGIA LAICA

Tu ci hai condotto stanotte in questo bar che ha nome "chiaro di luna".
Volevi esserci Tu, in noi, per qualche ora, stanotte.
Tu avevi voglia di incontrare, attraverso le nostre povere sembianze, attraverso il nostro miope sguardo, attraverso i nostri cuori che non sanno amare, tutte queste persone venute ad ammazzare il tempo.
E poiché i tuoi occhi si svegliano nei nostri, il tuo cuore si apre nel nostro cuore, noi sentiamo il nostro labile amore aprirsi in noi come una rosa espansa, approfondirsi come un rifugio immenso e dolce per tutte queste persone, la cui vita palpita intorno a noi.
Allora il bar non è più un luogo profano, quell'angolo di mondo che sembrava voltarti le spalle.
Sappiamo che, per mezzo di Te, noi siamo diventati la cerniera di carne, la cerniera di grazia, che lo costringe a ruotare su di sé , a orientarsi suo malgrado, e in piena notte, verso il Padre di ogni vita.
In noi si realizza il sacramento del tuo amore.
Ci leghiamo a Te con tutta la forza della nostra fede oscura, ci leghiamo a loro con la forza di questo cuore che batte per Te, Ti amiamo, li amiamo, perché si faccia di noi tutti una cosa sola.
In noi, attira tutto a Te… Attira il vecchio pianista, dimentico del posto in cui si trova e suona soltanto per la gioia di suonare bene; la violinista che ci disprezza e offre in vendita ogni colpo d'archetto, il chitarrista e quello che suona la fisarmonica che fan della musica senza saperci amare.
Attira quest'uomo triste, che ci racconta storie cosiddette gaie; attira il bevitore che scende barcollando la scala del primo piano; attira questi esseri accasciati, isolati dietro un tavolo e che sono qui soltanto per non essere altrove; attirali in noi perché incontrino Te,
Tu, il solo che ha diritto di avere pietà.

Dilataci il cuore, perché vi stiano tutti; incidili in questo cuore, perché vi rimangano iscritti per sempre.
Tu fra poco ci condurrai
Sulla piazza ingombra di baracconi da fiera.

Sarà mezzanotte o più tardi.
Soli resteranno sul marciapiede
Quelli per cui la strada è il focolare, quelli per cui la strada è la bottega.

Che i sussulti del Tuo cuore affondino i nostri Più a fondo dei marciapiedi, perché i loro tristi passi camminino sul nostro amore e il nostro amore gl'impedisca di sprofondare più a fondo nello spessore del male.
Resteranno, intorno alla piazza, tutti i mercanti di illusioni, venditori di false paure, di falsi sports, di false acrobazie, di false mostruosità.
Venderanno i loro falsi mezzi di uccidere la noia, quella vera, che rende simili tutti i volti scuri.
Facci esultare nella Tua verità e sorridere loro
Un sorriso sincero di carità.

Più tardi saliremo sull'ultimo metrò.
Delle persone vi dormiranno.
Porteranno impresso su di sé
Un mistero di pena e di peccato.

Sulle banchine delle stazioni quasi deserte, anziani operai, deboli, disfatti, aspetteranno che i treni si fermino per lavorare e riparare le vie sotterranee.
E i nostri cuori andranno sempre dilatandosi, sempre più pesanti del peso di molteplici incontri, sempre più grevi del Tuo amore, impastati di Te, popolati dai nostri fratelli, gli uomini.
Perché il mondo Non sempre è un ostacolo a pregare per il mondo.
Se certuni lo devono lasciare per trovarlo
E sollevarlo verso il cielo, altri visi devono immergere per levarsi con lui verso il medesimo cielo.

Nel cavo dei peccati del mondo
Tu fissi loro un appuntamento: incollati al peccato, con Te essi vivono un cielo che li respinge e li attira.

Mentre Tu continui
A visitare in loro la nostra scura terra, con Te essi scalano il cielo, votati a un'assunzione pesante, inguaiati nel fango, bruciati dal Tuo spirito, legati a tutti, legati a Te, incaricati di respirare nella vita eterna, come alberi con radici che affondano.

Commenta SEQUERI: "Una seconda intuizione la chiamo la totalità della Chiesa [2]. Un’idea che colpisce molto nella Delbrêl, che pure vive in tempi duri per quanto riguarda il peso istituzionale dell’unità ecclesiale. La Chiesa deve uscire dall’incantamento del vecchio mondo in cui abitava abbastanza confortevolmente, per imparare a patire e ad amare indisgiungibilmente il nuovo mondo che si va formando: anche attraverso dure contrapposizioni. La si può capire se, istituzionalmente, si sente assediata e minacciata. Si è fatta la separazione della filosofia, il divorzio delle arti, la secolarizzazione della politica.
La Chiesa della prima metà del novecento, guardando a se stessa, alla vitalità, all’efficienza, alla santità, alla qualità, alla generosità che erano reali dei suoi membri, del suo apparato, del suo corpo, ha cercato di consolarsi tra sé e sé. Certo il mondo fuori è brutto e cattivo, fa le guerre, è pieno di ateismo. Però c’è una parte del mondo che resiste, e siamo noi.
Possiamo comprendere questa reazione. Però questi sono i decenni in cui l’impulso del Signore e dello Spirito impongono alla Chiesa di guardare fuori di sé, perché la Chiesa c’è per questo, non per guardare se stessa. E le sollecitazioni sono piuttosto rudi. Le resistenze della Chiesa istituzionale sono forti, spesso incomprensibili e dolorose. Eppure Madeleine, che certo non manca di audacia e spregiudicatezza evangelica nel sollecitare la Chiesa alla necessaria apertura, martella i suoi sulla custodia del legame con la Chiesa tutta. Madeleine lo fa sino a lambire la soglia della tensione con la stessa Mission de France, con la spiritualità dell’immersione [3]: insomma, con il grembo stesso in cui la sua esperienza si è nutrita e consolidata nella sua buona coscienza evangelica. L’evangelizzazione la fa la Chiesa tutta insieme, chiunque la rappresenti. E la Chiesa è quella che c’è, non quella che dovrebbe esserci. Guai a noi se ci mettiamo in mente di pensare che rappresentiamo la Chiesa evangelizzante, e pertanto stabiliamo la differenza fra quella autentica e quella che non è più del Signore. In quello stesso momento, saremmo noi a rischio della nostra appartenenza al Signore. Succede anche oggi: pensiamo che la Chiesa viva è quella che è in un certo modo, come dovrebbe essere, e l’altra è quella che si è fermata. Guarda – direbbe Madeleine - che l’altra è anche quella che pulisce i pavimenti, tiene in piedi il tetto, fa da mangiare, lava e stira. La Chiesa è tutto questo. Questa è la Chiesa di tutti.
Non è soltanto l’accettazione della Chiesa concreta che è sempre quella che c’è adesso. E’ la persuasione del fatto che quella che c’è in questo momento, presa appunto nel suo insieme, è la Chiesa più viva che abbiamo. Noi finiamo per essere più romantici di quanto non vorremmo a volte. La Chiesa più viva che c’è non è quella che sta per venire, è quella che c’è adesso: con noi dentro, appunto (e molti altri, che non vediamo neppure, ancora più vivi di noi). Perché alla Chiesa da parte del Signore non manca mai niente per essere viva.
Madeleine dice che chi va in missione annunciando il Signore in riferimento a sé, al massimo “testimonia la propria firma, ma non il Signore” [4].

Commenta ancora SEQUERI: "Per noi credenti, religiosi, discepoli attivi, responsabili della missione, questo paradosso deve invece diventare standard: la missione comporta la capacità di vivere in forma comunitaria la tipica solitudine del discepolo.[5] Che cos’è questo elemento comunitario, questa idea della fraternità all’altezza della missione in un luogo dove fondamentalmente la Chiesa non c’è nella forma a cui noi siamo abituati – si chiede Madeleine? E questa è la novità. Questi sono paesi cristiani e vediamo in essi larghe aree dove la Chiesa che c’era prima non c’è più. Non so se possiamo dire: “Non c’è più la fede, non c’è più il cristianesimo”, ma di certo non c’è più la Chiesa che c’era prima. Questo Madeleine dice che lo si vede chiaramente. Allora per la Chiesa non era così semplice ammetterlo.
Gente come Madeleine Delbrêl percepisce ormai il dovere di interrogarsi su questo fatto: la missione cristiana rimane quello che è sempre stata sin dall’inizio. Però adesso deve fare i conti con un mondo scristianizzato, dove il cristianesimo collettivamente assimilato e recepito non parla automaticamente dell’autentica comunione cristiana con il Signore. E’ qui la radice della solitudine. La solitudine del discepolo, la solitudine del Signore. L’autenticità dell’evangelizzazione, della testimonianza, si sposa con la percezione della solitudine, cioè del non essere compresi immediatamente alla luce di quella differenza, che restituisce il cristianesimo alla sua genuinità. Anche quelli che ti vogliono bene, perché vedono che hai una buona azione sociale, perché sei bravo con i ragazzi, perché ti batti anche tu per gli operai, un po’ di confusione la fanno sempre: un po’ di contrapposizione fra te e il cristianesimo che conoscono ce la mettono sempre.
Madeleine esprime questa dialettica parlando della necessità ineliminabile di distinguere sempre fra la “tendenza di alleanza”, che ci spinge a cercare l’amicizia come grembo dell’annuncio, e la “tendenza di salvezza”, che ci stimola ad evitare di adattare l’evangelo sino ad annacquare il tema forte della sua verità a riguardo della riconciliazione con Dio [6]. La tendenza di alleanza – nota Madeleine - ci inclina a pareggiare la salvezza, la redenzione dell’uomo, il compimento dell’umano dentro i limiti dell’alleanza riuscita: l’amicizia, la simpatia che è suscitata, il convergere verso comuni obiettivi. E si tratta di una seduzione molto forte, perché è cosa buona, perché le verità non vanno contrapposte. Una Chiesa che proclama la salvezza senza essere fatta di amici dei figli degli uomini e delle donne, non solo non è credibile, ma è estranea al cristianesimo. Però alla tendenza di alleanza, va unita la tendenza di salvezza, che invece lascia lo scarto. Anche in una simpatia umana fa in qualche modo percepire che c’è dell’altro e che in definitiva ciò che è decisivo, anche per i legami fra gli esseri umani, è altrove.
D’altro canto, anche dalla parte dei cristiani fra loro, Madeleine riconosce che adesso non abbiamo più la possibilità di vivere nel grembo comunitario al quale eravamo abituati. Bisogna che impariamo ad interiorizzare questa idea della comunità fraterna dei discepoli, per cui i legami ecclesiali - non solo i legami con gli altri - là dove si fanno forti, molto fraterni, molto comunitari, quando incoraggiano a dimenticare la solitudine iscritta nella condizione del discepolo, sono già diventati un po’ corruttori. Sono diventati già un cantuccio caldo in cui stare. Deve rimanere un po’ di spazio nel nostro amore fraterno. Perché se no anche quello è corruttore."

Il suo pensiero e i suoi discernimenti sono rintracciabili nelle varie meditazioni tenute alla sua comunità, nelle sue numerose conferenze e lettere, e soprattutto nel suo volume del 1957: "Città marxista, terra di missione", che però invita significativamente a considerare solo appunti provvisori, perché – scriveva - “eccetto quello che Gesù Cristo ci ha domandato di credere, io mi sento incapace di avere delle idee che non evolvono e con la vita e con me stessa”.
Al cuore del suo messaggio vi sta la convinzione che la carità del Cristo non può rassegnarsi a lasciare i non credenti nel loro "inferno" e che d'altra parte solo una fede "amputata" e "atrofizzata" è in pericolo. Infatti, se il contatto con gli ambienti atei e secolarizzati costituisce una tentazione per il credente, quando però questi vive la sua fede con autentico "realismo soprannaturale", quella prossimità non solo evangelizza gli altri, ma diventa evangelizzante anche per lui, perché gli permette di riscoprire la natura costitutivamente "violenta" della fede e lo spinge a una continua conversione.
In una conferenza sulla fede tenuta a Parigi nel 1961 a 1500 giovani del Centro Richelieu, riuniti all'UNESCO in preparazione del pellegrinaggio di Chartres, confida: Questa convinzione si è formata in me durante i lunghissimi anni che ho passato in uno stesso ambiente di non credenti. Se questo ambiente è generalmente comunista, questo non significa che la mia convinzione sia valida solo per esso. (...) ho trovato in questo ambiente non credente delle condizioni favorevoli a una nuova conversione, a una conversione a una fede più autentica, più vera, più sana. (...) delle condizioni particolarmente favorevoli per l'evangelizzazione di questo ambiente.
I contatti con l'ateismo attuale o con la non credenza o con l'indifferenza, non debbono essere solo generatori della carità missionaria: debbono essere generatori di una fede vitalizzata, di una fede dilatata per ricevere più luce.
In effetti tali contatti ci conducono a non considerare più il dono della fede, la capacità che essa ci offre di contemplare Dio, come un fatto abituale, ma come un tesoro straordinario e straordinariamente gratuito.
Questi contatti ci insegnano a essere abbagliati dalla grazia. Ci conducono a percepire poi a vivere lo stato d'animo del neofita che noi siamo stati spesso in maniera troppo inconsapevole. Ci rivelano una profondità di ringraziamento che non avremmo altrimenti conosciuto. Normalmente, se ci fanno penetrare in una ansietà, in un certo dolore missionario, chiariscono i veri fondamenti della gioia cristiana.

Per Madeleine Delbrêl il cristiano, chiamato a innestare nel tempo che cambia l'amore eterno di Dio per ogni uomo, può compiere tale missione solo se, nella piena docilità al soffio dello Spirito, costantemente radicato nel Cristo del Vangelo e incessantemente innestato sull'asse della Chiesa, fa della Croce il perno indispensabile della propria vita, che conduce all’essenziale del dinamismo teologale.

Noi siamo "caricati" di energia senza proporzioni con le misure del mondo: la fede che solleva le montagne, la speranza che nega l'impossibile, la carità che fa ardere la terra. Ogni minuto della giornata, non importa dove esso ci voglia o per che cosa, permette a Cristo di vivere in noi in mezzo gli uomini La fede non è l'impegno temporale della vita eterna? Per vivere della nostra fede nel nostro tempo e nel nostro mondo oggi e qui; per poter realizzare la nostra vocazione alla fede, essere davvero in questo mondo e in questo tempo, siamo forzati ad accordare la nostra vita cristiana a tutto ciò che è, attualmente, accelerato, momentaneo, immediato, siamo forzati non a credere diversamente, ma a vivere diversamente, non ad adattare la fede a questa realtà temporale movimentata fino all'eccesso; ma ad adattarci a questo movimento, adattarci a riconoscere, scegliere, fare la volontà di Dio in questo movimento. Dobbiamo imparare ad adattare rapidamente alla fede noi stessi e le circostanze. Ora noi non siamo preparati al rapidamente.

Lo "status quo", quando lo si guarda da vicino, sembra essere l'atteggiamento più micidiale per noi; forse perché in rapporto alla fede è - se lo si può dire! - contro-natura! Ascoltiamo ancora un suo testo che si intitola La spiritualità della bicicletta: utilizza una immagine quotidiana, forse anche banale, per gettare luce sul mistero della vita cristiana:

SPIRITUALITÀ DELLA BICICLETTA

“Andate...” dici a ogni svolta del Vangelo.
Per essere con Te sulla Tua strada occorre andare anche quando la nostra pigrizia ci scongiura di sostare.
Tu ci hai scelto per essere in un equilibrio strano.
Un equilibrio che non può stabilirsi né tenersi se non in movimento, se non in uno slancio.
Un po’ come in bicicletta che non sta su senza girare, una bicicletta che resta appoggiata contro un muro finché qualcuno non la inforca per farla correre veloce sulla strada.
La condizione che ci è data è un’insicurezza universale, vertiginosa.
Non appena cominciamo a guardarla, la nostra vita oscilla, sfugge.
Noi non possiamo star dritti se non per marciare, se non per tuffarci, in uno slancio di carità.
Tutti i santi che ci sono dati per modello, o almeno molti, erano sotto il regime delle Assicurazioni, una specie di Società assicurativa spirituale che li garantiva contro rischi e malattie, che prendeva a suo carico anche i loro parti spirituali.
Avevano tempi ufficiali per pregare e metodi per fare penitenza, tutto un codice di consigli e di divieti.
Ma per noi è in un liberalismo un poco pazzo che gioca l’avventura della tua grazia.
Tu ti rifiuti di fornirci una carta stradale.
Il nostro cammino si fa di notte.
Ciascun atto da fare a suo turno s’illumina come uno scatto di segnali.
Spesso la sola cosa garantita è questa fatica regolare dello stesso lavoro ogni giorno da fare della stessa vita da ricominciare degli stessi difetti da correggere delle stesse sciocchezze da non fare.
Ma al di là di questa garanzia tutto il resto è lasciato alla tua fantasia che vi si mette a suo agio con noi.

Madeleine Delbrêl muore il 13 ottobre 1964, il giorno in cui un laico prende la parola al Concilio, ma la sua testimonianza è di estrema attualità. Questa donna, che su molti punti ha anticipato profeticamente il rinnovamento conciliare, può essere un riferimento ispiratore nel nostro tempo di cambiamenti rapidi, che esigono una profonda conversione di tutta la vita ecclesiale in senso missionario. Possiamo applicarle quanto lei stessa scriveva a proposito dei santi: Ad ogni tornante della storia sembra proprio che il Signore abbia voluto fare a certe vocazioni il dono di vivere il suo Vangelo alla lettera, affinché la loro carne e il loro sangue ne siano come l'edizione provvidenzialmente destinata agli uomini del loro tempo.
Vogliamo rileggere ora la sua testimonianza al centro di alcuni crocevia delle molteplici sfide epocali che abbiamo innanzi.

A) L’INQUIETUDINE RELIGIOSA CONTEMPORANEA

Madeleine registra i segnali di questa inquietudine e ricerca religiosa particolarmente nel mondo artistico-letterario francese degli anni venti: da questo mondo lei stessa proviene, non lo sconfessa, ma piuttosto si sente inizialmente chiamata a un'opera-missione di ascolto culturale, decifrazione e annuncio della “strada” che porta all'épanouissement de la vie.

B) LA RICERCA DELL’ESSENZIALE EVANGELICO

Per Madeleine si tratta di lasciare che lo Spirito modelli in noi il Cristo di adesso, il Gesù di oggi, attraverso una vita di Vangelo integrale e realista, e un'azione soprannaturale basata sul proprio lavoro umano, relativizzando ogni specializzazione apostolica e spirituale.
Ne nasce una forma di vita in cui far coesistere il più radicale dono di se stessi a Dio con un'esistenza da semplice “gente delle strade”, che non pone alcun ostacolo a una fraternità universale: “Questa contraddizione che ci abita – scrive Madeleine - è più imbarazzante da guardare che da assimilare”.
E altrove scrive: "Ci sembra che la vocazione della 'Carità' sia vivere l'amore di Gesù interamente e alla lettera, dall'olio del Buon samaritano fino all'aceto del Calvario, donandogli così amore per amore, pagando il suo amore con dell'amore, consegnandosi interamente mani e piedi al suo amore, perché amandolo a perdita di cuore e lasciandosi amare fino in fondo, i due grandi comandamenti della carità si incarnino in noi e non facciano che uno".
In Madeleine si fondono le intuizioni carmelitane (silenzio, solitudine, croce) con l'immersione tra la gente da fratello universale di Charles de Foucauld e la semplicità-gioia-fraternità evangeliche della vita francescana. Anticipa di fatto la stessa discendenza ufficiale foucauldiana, prendendo laicamente sul serio la storia, il lavoro e la vocazione umana di ciascuno, deassolutizzando ogni specializzazione apostolica e spirituale, volendo vivere in pieno giorno, pubblicamente e comunitariamente la propria testimonianza evangelica.

C) IL MESSIANISMO MARXISTA

Per Madeleine il marxismo, lottando contro la povertà e l'ingiustizia sociale interessa popoli interi, fa leva sul "dolore dei poveri", la "forza universale più compromessa col mistero".
Ciò costituisce ai suoi occhi una grande provocazione per la Chiesa e per il credente, chiamati in causa sul piano della propria coerenza e responsabilità-complicità nella coscienza dell'interdipendenza e solidarietà mondiale, ma anche sul senso stesso di Dio e della liberazione cristiana.
“Possiamo sperare davvero e con speranza la Redenzione del mondo, senza avere un cuore appassionato di vedere cessare le ingiustizie del mondo e le loro conseguenze, anche se esse non sono né operano tutto il male?”. Tuttavia con altrettanto coraggio aggiunge: “Chiamare felicità la guerra, la fame, l'oppressione equivarrebbe a tradire Cristo. Ma è necessario che qualcuno lo dica: in un mondo in cui l’ipotesi di Dio fosse liquidata, i piatti sarebbero forse pieni, le case numerose, le biblioteche fornite... ma mancando del suo minimo vitale la ragione umana, circondata da queste ricchezze, morirebbe di fame e di disperazione”.
Grazie al punto di osservazione singolare e privilegiato di Ivry, Madeleine sperimenta con largo anticipo rispetto al movimento missionario sorto negli anni quaranta, la necessità di una risposta apostolica imperniata sulla prossimità di vita, ma anche le difficoltà e i pericoli specifici. Avverte la necessità di evitare ogni improvvisazione, lasciandosi costantemente interpellare dai punti di vista dei militanti e dei non credenti, amandoli di vero cuore, mantenendo però sempre lucidità di riflessione e ascesi del cuore (VM 151s). Se avverte la necessità di evitare dei legami organici (una cooperazione radicale sarebbe la caricatura della dialettica, piantare al cuore della nostra vita un'azione che lotta contro il suo proprio fine: VM 136), collabora però lealmente di volta in volta su obiettivi puntuali condivisibili, sempre offrendo le proprie motivazioni evangeliche, e mantenendo insieme a un'infrangibile comunione ecclesiale (ritorno vigoroso a un realismo di Chiesa: VM 155) un'attitudine redentiva senz’amputazioni (“tendenza di salvezza”).

D) LA PROVOCAZIONE DEGLI ATEISMI CONTEMPORANEI

Madeleine ne parla come di “deserti” contemporanei, nei quali occorre aprire sentieri nuovi per l'annuncio del Vangelo. Ciò è possibile solo per chi cammina con una fede nuda, spoglia da appesantimenti e incrostazioni, ma anche vissuta senza amputazioni e con massimo realismo, in una piena comunione ecclesiale. Madeleine avverte la provocazione radicale degli ateismi contemporanei: Dio è assurdo, e se non è dannoso, è quantomeno inutile e superfluo. Per cui la fede a che serve? Madeleine coglie cioè che non sono in gioco solo le modalità dell'evangelizzazione, ma il suo stesso significato e la sua necessità. Solo il cristiano che riscopre l'inaudito e straordinario dono della fede, può diventare missionario, anzi, lo diviene per il fatto stesso che pone con la sua esistenza il fatto violento di un uomo per cui Dio esiste ed è il Bene supremo. Da qui la sua paradossale lettura dell'ateismo ritenuto “condizione favorevole alla nostra conversione”, alla riscoperta dello statuto violento della vita cristiana, in cui il rivolgimento della conversione è un processo che dura tutta la vita.
Convinta che “è nelle relazioni normali con il nostro prossimo, chiunque esso sia, che troviamo le circostanze normali per consolidarci e svilupparci nella fede”, Madeleine considera gli ambienti atei una paradossale “condizione favorevole alla nostra conversione”.
Proprio i contatti con questi “deserti contemporanei” provocano il cristiano a riscoprire ciò che la fede ha di inaudito e gratuito, “ci insegnano a essere abbagliati dalla grazia” e, “se ci fanno penetrare in un’ansietà, in un certo dolore missionario, chiariscono i veri fondamenti della gioia cristiana”.
La fede è la vera "donna povera", "contemporanea" e "prossima" ad ogni tempo, ad ogni civilizzazione, ad ogni nazione come una "sorella": per una vera vita cristiana votata a un apostolato pericoloso solo questa "fede prossima e spoglia" è capace di situare nella loro autentica prospettiva gli elementi necessari.

E) IL RINNOVAMENTO MISSIONARIO E CONCILIARE DELLA CHIESA

Madeleine, credendo alla divina originalità e perenne giovinezza della Chiesa, lavora per una “Chiesa amabile e amante”, capace di far passare dell'amore in tutti i segni istituzionali, soprattutto verso i non credenti. Non quindi una Chiesa chiusa in se stessa come una fortezza assediata, non arroccata nella difesa del passato, ma tutta missionaria, in cui suscitare una più grande corrente d'amore verso tutti i non credenti, avendo il coraggio di aprire sentieri nuovi nei deserti del nostro tempo, accettando la sfida dei rapidi cambiamenti in atto, della mancanza di carte stradali e di ricette già pronte per l'evangelizzazione contemporanea.
Lavora per una Chiesa in cui vivere una comunione piena sotto il segno della "funzione di reciprocità" tra tutti i doni e le vocazioni, una Chiesa che accolga nel suo grembo la ricchezza e il protagonismo dei popoli. Una Chiesa che non può tacere né rimanere indifferente quando popoli interi o anche solo singoli uomini vengono schiacciati dalla povertà e dall'ingiustizia o umiliati e privati della loro dignità, e senza rincorrere le simpatie e le alleanze impure vecchie o nuove (con le logiche e i sistemi di potere e del denaro), non si limita alla conservazione dello status quo, e, senza perdere di vista il fatto che la vita non sopporta salti e rotture, resiste alla tentazione dell'immobilismo.
Una Chiesa che sappia educare il cristiano a vivere la fede come una notizia buona e perennemente attuale, di cui è responsabile verso il Cristo e verso tutti gli uomini che non credono, una Chiesa che senza ridurre in sé ciò che appartiene al mistero sa però parlare un linguaggio attuale e accessibile alla gente delle strade.
Una Chiesa che faccia comprendere a ogni cristiano che “lo status quo, in rapporto alla fede, è contro-natura”, perché “l'acustica che la Parola del Signore esige da noi è il nostro «oggi»”. Una Chiesa che sappia quindi educare “ad adattare rapidamente alla fede noi stessi e le circostanze”, per fare uscire dalle "fortezze" dei conventi e liberare dalle "ricette", dalle forme "convenzionali" e dai "sistemi" di "scuola" i grandi "cammini evangelici".

F) LA TENTAZIONE SUL PIANO DELL'EFFICACIA

A che serve il cristiano? Madeleine affronta direttamente questa radicale provocazione epocale, resa ancora più drammatica dalla desolante impressione di un arretramento progressivo del Vangelo e della Chiesa da settori interi della società, apparentemente impermeabili all'annuncio cristiano.
“L’efficienza umana marcia a pieno ritmo, mentre pare che si faccia benissimo a meno di Dio e che, in ogni caso, Dio non manchi a niente e a nessuno”. Constata inoltre che molti cristiani non colgono il senso dell’originalità cristiana e giudicano la fede anacronistica, ridicola e inutile. Da qui la tentazione di sbarazzarsi della fede, preferendo delle solidarietà totali con gli uomini del nostro tempo, senza chiare prese di distanza evangeliche ed ecclesiali.
Ma il cristiano – ricorda Madeleine – ha la missione di testimoniare e innestare nel tempo l’amore eterno di Dio e lo può fare solo vivendo alla maniera di Cristo, coniugando prossimità fraterna e preferenza per Dio: “Senza riferimento a Dio - che è per noi il solo bene assoluto e grazie al quale tutti gli altri beni sono buoni perché vengono da Lui - la nostra testimonianza è una controtestimonianza; senza bontà realista e smisurata fino alla carità, è come se non ci fosse testimonianza, perché è fuori dalla portata degli occhi, delle orecchie, delle mani, del cuore degli uomini. Nei due casi e in modi opposti, ma equivalenti, ci sarebbe rottura con l'insieme della testimonianza evangelica”.
L'azione del cristiano è per lei eminentemente teologale: "Noi siamo 'caricati' di energia senza proporzioni con le misure del mondo: la fede che solleva le montagne, la speranza che nega l'impossibile, la carità che fa ardere la terra. Ogni minuto della giornata, non importa dove esso ci voglia o per che cosa, permette a Cristo di vivere in noi in mezzo gli uomini".
Scrive a un’amica: “San Giovanni della Croce le parlerebbe, poiché egli la vede, dell'immensa e incosciente miseria del mondo oggi. Ciò che Dio sicuramente vuole è una compassione e una speranza proporzionate a una tale miseria, una fede capace di glorificare Dio là dove vuole esserlo. In questo mondo ‘che cambia’ così improvvisamente, così brutalmente, si direbbe che il Signore voglia che la sua redenzione passi attraverso delle vite che si lasciano cambiare a suo piacimento... sconvolgere. Sembra volere della gente che in questa sorta di avventura sa che non manca di niente ed è in pace”.
Ascoltiamo, in conclusione, ancora un ultimo brano dal titolo Il ballo dell'obbedienza. E’ uno dei suoi testi più famosi, che ci descrive in poesia, la danza della fede, nell’oggi della vita:

IL BALLO DELL’OBBEDIENZA (1949)

Noi abbiamo suonato il flauto e voi non avete danzato

È il 14 luglio Tutti si apprestano a danzare.
Dappertutto, dopo mesi, dopo anni, il mondo danza
Ondate di guerra, ondate di ballo.

C’è proprio molto rumore.
La gente seria è a letto.
I religiosi recitano il mattutino di sant’Enrico, re.
E io, penso All’altro re.
Al re Davide che danzava davanti all’Arca.
Perché se ci sono molti santi che non amano danzare
Ce ne sono molti altri che hanno avuto bisogno di danzare,
Tanto erano felici di vivere: Santa Teresa con le sue nacchere,
San Giovanni della Croce con un Bambino Gesù tra le braccia,
E san Francesco, davanti al papa.

Se noi fossimo contenti di te, Signore,
Non potremmo resistere
A questo bisogno di danzare che irrompe nel mondo,
E indovineremmo facilmente
Quale danza ti piace farci danzare
Sposando i passi che la tua Provvidenza ha segnato.

Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza
Della gente che, sempre, parla di servirti con l’aria da capitano,
Di conoscerti con aria da professore,
Di raggiungerti con regole sportive,
Di amarti come ci si ama in un matrimonio invecchiato.

Un giorno in cui avevi un po’ voglia d’altro
Hai inventato san Francesco,
E ne hai fatto il tuo giullare.

Spetta a noi ora di lasciarci inventare
Per essere gente allegra che danza la propria vita con te.

Per essere un buon danzatore, con te come con tutti,
Non occorre sapere dove la danza conduce.

Basta seguire,
Essere gioioso,
Essere leggero.
E soprattutto non essere rigido.

Non occorre chiederti spiegazioni
Sui passi che ti piace fare.

Bisogna essere come un prolungamento,
Vivo ed agile, di te.

E ricevere da te la trasmissione del ritmo che l’orchestra scandisce.
Non bisogna volere avanzare a tutti i costi,
Ma accettare di girarsi, di andare di fianco.

Bisogna sapersi fermare e sapere scivolare invece di camminare.
Ma non sarebbero che passi senza senso
Se la musica non ne facesse un’armonia.

Ma noi dimentichiamo la musica del tuo Spirito,
E facciamo della nostra vita un esercizio di ginnastica; Dimentichiamo che fra le tue braccia la vita è danza, Che la tua Santa Volontà
È di una inconcepibile fantasia,
E che non c’è monotonia e noia
Se non per le anime vecchie,
Che fanno tappezzeria
Nel ballo gioioso del tuo amore.

Signore, Vieni a invitarci.
Siamo pronti a danzarti questa corsa da fare,
Questi conti, il pranzo da preparare, questa veglia in cui avremo sonno.

Siamo pronti a danzarti la danza del lavoro,
Quella del caldo, e quella del freddo, più tardi.

Se certe arie sono spesso in minore, non ti diremo
Che sono tristi; Se altre ci fanno un poco ansimare, non ti diremo
Che sono logoranti.

E se qualcuno ci urta, la prenderemo in ridere;
Sapendo bene che questo capita sempre quando si danza.

Signore, insegnaci il posto
Che tiene, nel romanzo eterno
Avviato fra te e noi,
Il ballo singolare della nostra obbedienza.

Rivelaci la grande orchestra dei tuoi disegni;
In essa quel che tu permetti
Dà suoni strani
Nella serenità di quel che tu vuoi.

Insegnaci a indossare ogni giorno la nostra condizione umana
Come un vestito da ballo che ci farà amare da te, tutti i suoi dettagli Come indispensabili gioielli.

Facci vivere la nostra vita,
Non come un gioco di scacchi dove tutto è calcolato, Non come una match dove tutto è difficile, Non come un teorema rompicapo,
Ma come una festa senza fine in cui l’incontro con te si rinnova,
Come un ballo,
Come una danza,
Fra le braccia della tua grazia,
Nella musica universale dell’amore.

Signore, vieni a invitarci.

NOTE

1 "Celui qui me suit ne marche pas dans le ténèbres": NA 79 (1948).
2 Cfr. Madeleine DELBRÊL, Chiesa e missione, in Noi delle strade, 113-118.
3 Cfr. Madeleine DELBRÊL, Missionari senza battello, Padova 2004.
4 Cfr. Madeleine DELBRÊL, A proposito della nascita di piccole comunità laiche, in: Comunità secondo il Vangelo, Brescia 1979, 35 5 Cfr. Madeleine DELBRÊL, La solitudine apostolica, in Comunità secondo il Vangelo, 101- 107.
5 Cfr. Madeleine DELBRÊL, La solitudine apostolica, in Comunità secondo il Vangelo, 101-107.
6 Cfr. Madeleine DELBRÊL, Tendere all’alleanza, tendere alla salvezza, in Noi delle strade, Torino 1988, 137-140.


Bibliografia essenziale

L’editrice francese “Nouvelle Cité” ha iniziato la pubblicazione integrale delle OEuvres complètes de Madeleine Delbrêl, di cui segnaliamo i primi due volumi:
Tome I, Éblouie par Dieu, Correspondance, volume 1: 1910-1941, Montrouge 2004.

Tome II, S’unir au Christ en plein monde, Correspondance, volume 2: 1942-1952, Montrouge 2004.

Antologie in italiano
Noi delle strade, Gribaudi, Torino 1988.
La gioia di credere, Gribaudi, Torino 1988.
Comunità secondo il Vangelo, Gribaudi, Torino 19964.
Indivisibile Amore. Pensieri di una cristiana controcorrente, Piemme, Casale Monferrato 1994.
Il piccolo monaco. Un taccuino spirituale, Gribaudi, Torino 1990.
È stato il mondo a farci così timidi? Uno scritto inedito, Berti, Piacenza 1999.
Missionari senza battello. Le radici della missione, Messaggero, Padova 2004.

Per una introduzione alla sua spiritualità: biografie e profili
BOISMARMIN, Christine De, Madeleine Delbrêl (1904-1964). Strade di città, sentieri di Dio, Città Nuova, Roma 1988.
GUÉGUEN, Jean, Madeleine Delbrêl. Una mistica nel mondo, Massimo, Milano 1997.
MANN, Charles, Madeleine Delbrêl. Una vita senza frontiere, Gribaudi, Torino 2004.
COPPADORO, Maria Luisa, Madeleine Delbrêl. Maestra di preghiera, Ancora, Milano 19992.
LOEW, Jacques, "Madeleine Delbrêl. «La strana danza della nostra obbedienza»", in: Preghiera e vita. Grandi modelli, Morcelliana, Brescia 1989, 113-159.
IDEM, Dall'ateismo alla mistica. Madeleine Delbrêl, Dehoniane, Bologna 1996.
PITAUD, Bernard, Il Cristo della porta accanto. Meditiamo con Madeleine Delbrêl, Paoline, Milano 2000.
ZORZI, Diego, Madeleine Delbrêl. Una “donna teologale” nella città marxista, Berti, Piacenza 1997.
"Madeleine Delbrêl et l'incroyance": Revue d’éthique et de théologie morale. «Le Supplément», n° 198, septembre 1996, 150 p. (Colloque Institut catholique de Toulouse et Association des Amis de Madeleine Delbrêl, 27-28 octobre 1994).
Gilles FRANÇOIS, Bernard PITAUD, Agnès SPYCKET, Madeleine Delbrêl connue et inconnue, le livre du centenaire, Montrouge 2004.
Da segnalare il bollettino “Les Amis de Madeleine Delbrêl” - edito anche in lingua italiana (per riceverlo scrivere a: 11, rue Raspail – 94200 Ivry-sur-Seine – Francia) e il sito internet del centenario (http://www.madeleine-delbrel.net/ ).