Orientamenti Pastorali

e Associazioni

Punti di non ritorno
nell’attuazione degli Orientamenti Pastorali
nella vita delle associazioni

Domenico Sigalini


La dialettica dei binomi

1. Educazione cristiana e visione cristiana dell’educazione

Traduco in una serie di domande un punto fermo.
La comunità di fede in Gesù Cristo morto e risorto come deve dare il suo contributo indispensabile alla emergenza educativa? Si interessa di altro o aiuta l’uomo a fare quelle scelte di libertà che sono indispensabili per la pienezza della sua vita e per il bene della società? È autosufficiente, compie un cammino parallelo a tutte le altre istituzioni educative? Come aiuta il giovane a fare le scelte giuste nell’aumento vertiginoso delle opportunità, degli stili di vita, nelle impostazioni del proprio esistere? Tutta la catechesi che si fa nella comunità cristiana, la preparazione ai sacramenti, le celebrazioni liturgiche sono offerte con vero stile educativo? Come possono dare risposte a questa emergenza educativa? I momenti formativi caratteristici di una comunità cristiana sono paralleli alla vera educazione o ne determinano il cuore e ne rinforzano i processi? Possiamo accettare ancora che tutta l’iniziazione cristiana sia una parentesi da dimenticare nell’esplodere della giovinezza e della sete di libertà? O ancora peggio, possiamo accettare che la fede sia una dimensione privatistica, intimistica e alla fine insignificante per la globalità della vita dell’uomo? Alla fine, l’atto educativo per il quale si lavora tanto nella comunità cristiana ha una sua unità che consente di tenere assieme fede, cultura e vita o siamo destinati a vivere di frammentazione e di finzioni a seconda dei luoghi in cui viviamo e delle attività che compiamo?
È in gioco la possibilità della comunità cristiana e dei suoi giovani di stare con dignità nel consesso umano, di essere capace di dare il suo apporto alla comunità umana, di sentirsi comunità di uomini e donne fino in fondo, di vivere da giovani e ragazze felici mentre si è cristiani fino alla santità. Qui occorre che da giovani si traducano in termini laici tutti i valori evangelici, si dia valore a una educazione integrale trascendente. La trascendenza sta come forza ineludibile dell’educazione di un uomo, come albero da cui guardare la vita e comprenderne il pieno significato. Non è una scelta di fede, ma di una razionalità allargata ai valori dello spirito. La scelta di fede non è sovrapposta a una buona educazione umana, ma si porta dentro la sorgente di una buona educazione.

2. Libertà e proposta

Valutiamo positivamente tutta la potente forza che offre ai giovani l’esperienza nuova di una grande libertà, che potrebbe anche essere vista come un peso, solo perché è faticoso educarla, ma è un peso che ringraziamo Dio di darci, perché è la promessa di uomini nuovi di cui lo supplichiamo sempre di farci dono. L’urgenza educativa non è frutto soprattutto della barbarie dei tempi, ma è la domanda impellente, che viene dalla grande sofferenza che oggi i giovani provano di fronte alla grande libertà in cui vivono e alla necessità di tenere assieme vita e affetti, relazioni, quotidianità, interiorità, domanda di senso. Tutto questo è una botta di energia che provoca un malessere non solo economico o di incertezza per il futuro, ma profondamente esistenziale. Questa libertà è il luogo impreteribile per intercettare la sofferenza di non essere capaci da soli di costruirsi il senso, perché il senso ha a che fare con i sensi, con la forza quasi invincibile del momento, con l’impatto sensoriale che alla fine naufraga solo verso il consenso.
Gli esiti sono due:
1. La disgregazione, la frammentazione, la continua decostruzione di una unità di vita, l’ossessione di essere liberi di fare quello che si vuole solo per se stessi, il regime delle equivalenze, il regno delle opinioni, dove è vero tutto e il contrario di tutto che porta a consumarsi dentro ad abbandonarsi alla corrente e perdere ogni direzione
2. e dall’altra parte la scelta di sfuggire, crearsi certezze per evitare di confrontarsi, rifugiarsi in nicchie di estraniamento, in sacrestie ammuffite che si sopportano solo per fragilità di pensiero e comodità di strumentalizzazioni, in false autosufficienze, in continui rimandi senza mai decidere niente, in bande di contrapposizione comode o violente o assolutamente fuori dalla realtà.
Le associazioni sono un laboratorio in cui si cerca il punto di equilibrio per uscire da queste due derive e così tutte le iniziative della pastorale giovanile.
Dal punto di vista culturale le associazioni e gli spazi di aggregazione giovanile hanno anche un altro grande compito che è quello di rompere lo schema che divide il mondo in due: da una parte coloro che chi si autoproclamano difensori della libertà, propugnatori del relativismo assoluto e dall’altra una chiesa definita come autoritarismo, come negazione di libertà. È uno schema da rompere e l’associazione con l’intercettazione della delicata ricerca di senso che provoca smarrimento e disagio può giocarsi il suo essere laboratorio di ricerca di libertà nella verità. Fa spuntare una esigenza assoluta che è quella della verità su cui si glissa sempre, ma che in pratica è l’unica che può far superare la noia

3. Il binomio tra parola e testimonianza

Qui si diceva che è importante non parlare solo, ma fare, credo però che il pericolo più grande per i giovani sia nell’altro versante del fare solo senza pensare. Non è solo un binomio di programmi di servizio da integrare con le riflessioni delle riunioni di gruppo, ma la attenzione a non far consistere l’aggregarsi tra giovani o fare associazione negli innumerevoli servizi che vengono ben progettati e molto richiesti. Alla fine quando si è fatta una bella esperienza che ha legato fede e vita si rischia di cadere nel professionismo cristiano, in un cumulo di servizi che un po’ alla volta diventano l’unico legame con gli altri e non sanno più dire le ragioni da cui sono partiti, senza dialoghi di interiorità e di grazia. I servizi si portano dentro il tarlo della perdita della spinta ideale. C’è da decidere se ci sbilanciamo sul fronte dell’efficienza dei servizi o se stiamo vicini alla sofferenza delle persone. Occorre dare vita a una rete contro la logica dell’efficienza Non sono i servizi da soli che educano, ma è la testimonianza in cui sono collocati e che deve sempre nascere da un cammino personale da fare assieme ad altri, dalla dimensione di una fraternità calda in cui tutti aiutano tutti a crescere, in cui lo spazio della Parola non è accanto alla vita, ma dentro; capace di convertire sempre, di destabilizzare comodità anche di un lavoro senza sosta.

4. Il binomio dell’insegnamento e della disciplina

Con le mie parole lo tradurrei così. Come superare il tormentone della coerenza?
Detto a chiare lettere che si deve far crescere una risposta generosa alla vocazione di cui ci si sente investiti, detto in altri termini: mettersi seriamente all’elaborazione del proprio orientamento vocazionale e rispondervi con coraggio e fiducia; detto pure a chiare lettere che se si educano gli altri occorre essere testimoni; io credo che nel nostro spenderci, nelle nostre iniziative, nei nostri progetti educativi, negli innumerevoli campiscuola, grest, settimane di convivenza… va conquistata la serenità di essere servi e basta. Noi non siamo il Dio di coloro che aiutiamo a crescere, ma noi e loro siamo salvati da questo Dio e i nostri sbagli non debbono cancellare lo sforzo continuo di orientare al bene che abbiamo intuito anche se ancora non riusciamo a compierlo. Siamo tutti sempre in stato di formazione. L’unico che sta sopra è lo Spirito Santo che invochiamo a purificarci tutti: educatori e ragazzi, giovani e adulti, responsabili e soci

Animatori vita da cani

La difficoltà che spesso trova un responsabile della formazione, educatore, animatore o responsabile di associazione è quella di dover tenere conto nell’esercizio del suo compito educativo di tutta una serie di sollecitazioni che vengono proposte da varie parti: il papa, con le encicliche, o più immediatamente talvolta, con la proclamazione di un anno speciale, come è stato quello paolino o quello sacerdotale, i vescovi italiani con gli orientamenti, il vescovo diocesano che pure offre una lettera o programma pastorale, il parroco che spesso organizza la vita parrocchiale secondo alcune urgenze o progettualità (missioni al popolo, anniversari…), infine l’associazione o la congregazione con il suo programma pluriennale, i testi per la vita di gruppo. Troppa grazia, ci verrebbe da dire. Come si fa a seguire tutto e bene? Qualcuno risolve il problema con molta autonomia, facendo quello che ha sempre fatto: lasciando perdere tutto e vivendo di routine: lo fa il parroco, che nella parrocchia è papa, re e profeta; lo fa il laico che continua con le sue devozioni e forse tende l’orecchio a qualche avviso domenicale, ma non molto di più; lo fa l’educatore che si attiene a un qualche sussidio e lascia fare ai responsabili nazionali, che sono sempre molto bravi e inseriscono nei testi delle belle citazioni e aiutano a sminuzzare gli orientamenti anno dopo anno.
Così capita che la parrocchia resta sempre al palo e non fa un cammino di crescita, che il laico autocentrato rimanga presto senza ragioni per credere e l’educatore scambi per didattica gli orientamenti pastorali, non metta al servizio del progetto pastorale la sua creatività e non cresca interiormente.
Credo che il compito dei responsabili nazionali sia di aiutare a fare sintesi, cioè a far capire che non si devono confondere o mettere sullo stesso piano gli argomenti da trattare, il progetto formativo e il progetto pastorale. Possono stare benissimo assieme, anzi il vero modo di calare nella concretezza gli orientamenti pastorali, non è solo e soprattutto di fare una serie di relazioni per conoscerli, ma di incarnarli nelle scelte necessarie del progetto formativo È chiaro che ogni educatore deve essere messo in grado di conoscerne i contenuti, ma in seguito deve essere aiutato a trasporne la globalità nella sua funzione di educatore, come fa il prete nel suo lavoro di direzione spirituale, di presidente della comunione ecclesiale, di collegamento con la vita pastorale della chiesa diocesana. Un educatore che segue l’età evolutiva dovrà sempre trattare di affettività, di sessualità, di crescita nell’amore, di apertura agli altri, di innamoramento di Gesù… Non è che per 10 anni, siccome si devono affrontare le tematiche degli orientamenti pastorali, si debba cessare di far crescere o di dare identità associativa. Ogni educatore deve sempre offrire ai ragazzi che significa seguire la spiritualità salesiana, la spiritualità scout, la spiritualità di San Francesco… e come questa venga aggiornata dagli orientamenti pastorali. Dice infatti Mons. Crociata, segretario della Conferenza Episcopale Italiana:
“Gli orientamenti pastorali rappresentano uno strumento pastorale, un quadro ermeneutico, una cornice di compatibilità dei percorsi che le singole Chiese sono chiamate a percorrere per rispondere alla identità e alla missione proprie di ciascuna. L’identità inconfondibile di ogni singola comunità diocesana richiede che il suo cammino pastorale non ignori e nemmeno ripeta pedissequamente – ammessa la praticabilità concreta – le indicazioni del documento della Conferenza. Se ignorasse tali indicazioni, mostrerebbe una dissociazione tra il livello della Conferenza nazionale e quello della Chiesa locale; se le ripetesse senza alcun adattamento, rivelerebbe un mancato discernimento della situazione specifica e l’assenza di una iniziativa propria; nell’uno e nell’altro caso a soffrirne sarebbe la comunione, ma poi anche la vita della Chiesa”.

Una parrocchia destrutturata

Nella comunità Cristiana, soprattutto nelle nostre chiese che sono in Italia, la parrocchia è sempre il luogo fondamentale per una formazione alla fede, ma anche un riferimento assolutamente ineludibile per il territorio (cfr.n. 39 e n. 41). “La parrocchia – Chiesa che vive tra le case degli uomini – continua a essere il luogo fondamentale per la comunicazione del Vangelo e la formazione della coscienza credente; rappresenta nel territorio il riferimento immediato per l’educazione e la vita cristiana a un livello accessibile a tutti”[1].
Dove c’è una parrocchia il territorio può contare su una forza educativa impareggiabile e presente 24 ore su 24, tutto l’anno, senza ferie, anzi ancora più attiva durante le ferie per tutte le sue attività esplicitamente educative, quali campiscuola, grest, pellegrinaggi, settimane intensive per giovani, adulti, famiglie…
Certo la parrocchia, nella persona del parroco, non può sentirsi educativa solo attraverso le attività che riesce a tenere sotto il suo stretto controllo. Deve invece imparare a credere che ciò che si realizza non è solo quello che passa attraverso la strutturazione delle proprie attività, ma attraverso la maturità della fede dei propri figli, attraverso la loro capacità di condividere il cammino di vita e le inquietudini delle persone di oggi, attraverso la capacità di parole semplici e quotidiane pronunciate davanti alle situazioni e agli interrogativi della vita. In questo modo amplia le sue possibilità educative, le moltiplica perché pone accanto alle persone che fanno parte della comunità senza saperlo o senza volerlo la forza di fratelli che sanno camminare a fianco. Questa è la forza di una comunità educante di oggi.
Una parrocchia che affida il suo essere forza educativa alla maturità di fede dei suoi giovani e adulti laici è una comunità che allarga indefinitamente le proprie potenzialità: è un comunità che può raggiungere le famiglie; gli ambienti di lavoro; gli spazi della cultura, della vita amministrativa, della scuola, del tempo libero, della stessa trasgressione e sballo. Che cosa dà consistenza ad un comunità così? Il credere che il suo tesoro è la fede dei suoi figli più giovani molto più e prima delle proprie iniziative; il costruire dei momenti di unità in cui sia possibile raccontare la bellezza e la fatica di questa testimonianza solitaria e dispersa nel mondo; il ritrovarsi attorno all’Eucaristia domenicale come attorno al cuore del proprio essere Chiesa.
Laici così non hanno bisogno solo di scuole, ma di una esperienza continuativa di riflessione e di partecipazione, hanno da sperimentare la disciplina di un confronto comunitario, devono essere attivati a guardare alla realtà dall’angolatura di ideali ispiratori, dalla esperienza di comunione semplice tra amici, in una associazione. L’Azione Cattolica assolve egregiamente questo compito ed è oggi ancor più necessaria che ieri, come lo dimostrano le molte nazione che la stanno riscoprendo.
Essa prepara giovani e adulti che non hanno paura di diventare adulti nella fede, di camminare verso quella maturità di fede che permette loro di stare in piedi da soli nei luoghi ordinari della vita; che permette loro quella maturità di dialogo per affrontare con le persone di oggi, con coloro che sono più chiaramente in ricerca, un dialogo aperto e credente sui grandi temi della vita.
Credo che oggi una delle principali offerte di spazi educativi che la parrocchia può offrire sia, oltre che quella della testimonianza della propria vita personale e della qualità della propria umanità, quella della capacità di dialogo sui grandi problemi della vita. Questo richiede una competenza umana che solo un giovane che vuol diventare adulto o un adulto nella fede può avere; richiede una amicizia capace anche di assumersi la responsabilità delle sue posizioni nel momento in cui attraversa con l’altro le inquietudini della sua esistenza..
Per noi che spesso abbiamo ricevuto le risposte senza esserci poste tante domande; per noi che abbiamo ricevuto le risposte del catechismo senza aver sofferto la fatica della ricerca… questo può essere oggi molto difficile. Ma questa è una delle più significative sfide per una fede di giovani e adulti laici impegnati e motivati ad essere educatori di una nuova generazione di cristiani. E se questa costituisce la chiave per entrare in comunicazione con le persone di oggi, occorre che una parrocchia si impegni a preparare questi giovani e adulti laici, più che ad organizzare grandi iniziative alle quali parteciperanno sempre le solite persone, e forse anche meno delle solite!
È necessario coltivare di continuo la propria vita cristiana, ma anche e soprattutto nel senso che occorre un modo nuovo, più problematico e più aperto, di dare profondità, maturità e attualità al proprio cammino spirituale e alla propria esperienza di fede. I cristiani possono aiutare a superare l’emergenza educativa se vivono una fede come ricerca, come impegno a mettere di continuo in relazione la fede e la vita quotidiana.

L’associazionismo e l’Azione Cattolica

È naturale a questo punto dare risalto a ciò che negli Orientamenti viene espresso in un apposito paragrafo (cfr. n. 43). Se c’è un insieme di esperienze che hanno sempre preso sul serio l’istanza educativa e lo fanno ancora oggi, nonostante le difficoltà talvolta insuperabili e le incomprensioni delle strutture pastorali, sono proprio le associazioni e in particolare l’Azione Cattolica: “…che da sempre coltiva uno stretto legame con i pastori della Chiesa, assumendo come proprio il programma pastorale della Chiesa locale e costituendo per i soci una scuola di formazione cristiana. Le figure di grandi laici che ne hanno segnato la storia sono un richiamo alla vocazione alla santità, meta di ogni battezzato”[2].
Spesso pensiamo che educare sia offrire esperienze coinvolgenti, belle emozioni anche fortemente spirituali e celebrative, lectio divine solide. È vero anche questo, ma vediamo sempre di più come occorre accompagnare le persone con un percorso fatto di mete, di strumenti, di passi semplici e collegati, per non creare talebani o smidollati. L’unità degli interventi educativi esige di avere un progetto, di costruire sequenze ordinate nel processo secondo una visione globale della persona. La preparazione ai sacramenti e la mistagogia hanno il vantaggio di non farci deviare in pedagogismi che non arrivano mai alla meta, ma di ancorare ogni progetto all’essenza della vita credente.
È importante scrivere gli orientamenti entro un progetto che viene sostenuto giorno dopo giorno, per ogni età. Le associazioni ecclesiali hanno grandi capacità di progettazione formativa. È una tradizione secolare e rinnovata quella dell’Azione Cattolica, che aiuta tutti a percorrere cammini di formazione con un progetto formativo globale e soprattutto a preparare educatori con un tirocinio severo di santità e di competenza educativa. I catechismi sono un esempio di come anche la chiesa nella sua responsabilità istituzionale sia costretta a dare all’esperienza di fede una coerenza non solo intellettuale, ma anche pedagogica.
Le associazioni sono per natura educative, sanno scrivere con il linguaggio degli uomini ogni parola di fede e la traducono in percorsi progettuali. Rendono l’esperienza credente accessibile a tutte le età e a tutte le situazioni. Formano alla corresponsabilità e non solo alla collaborazione. Sono il cuore dello sforzo educativo di una comunità cristiana e per questo vanno sostenute e spinte ad osare anche di più nella qualificazione degli educatori e nella interazione con il territorio. Alle associazioni è consentito stabilire relazioni progettuali con il territorio, con la scuola, con le università; possono dare vita a una costituente educativa che mette attorno un tavolo, o meglio a un ideale tutti coloro che danno contributi all’educazione delle giovani generazioni.
Con questo impianto si possono affrontare tutte le sfide e valorizzare tutte le risorse della comunità cristiana e del territorio che gli Orientamenti Pastorali mettono in luce (cfr 44-51).

I giovani non i soli destinatari della urgenza educativa e non solo destinatari

Da tutte le letture e approfondimenti degli orientamenti potrebbe emergere facilmente una concentrazione esclusiva di attenzione sui giovani. Va ribadito sempre che tutta la comunità è chiamata a mettersi in stato di urgenza educativa, adulti compresi, consigli pastorali e presbiteri compresi, adultissimi pure. Qui si gioca la verità del capitolo III che offre a tutti l’accentuazione dell’importanza della relazione in ogni definizione e proposta educativa. Spesso i giovani non entrano in dialogo educativo, perché non si tratta di dialogo, ma di trasmissione, fosse anche della fede. La parola trasmissione, se dal punto di vista teologico può far emergere l’idea di un dono da accogliere e di una autorevolezza necessaria nella sua ortodossia, provoca in coloro che si ritengono i soggetti trasmettitori la coscienza errata di non dovere essi pure collocarsi in stato di continuo percorso educativo per se stessi.
Nello stesso tempo sarebbe miope pensare che la comunità cristiana e civile possa lasciare i giovani passivi nell’opera educativa. Sono essi stessi educatori formidabili di ragazzi, di adolescenti e di coetanei; sono capaci di ridare a oratori e associazioni la grinta di spazi educativi, altrimenti lasciati all’abbandono e alla ineluttabile deriva.

Incontro PG-CEI, 17 novembre 2010


NOTE

[1] Ibi, n. 41.
[2] Ibi, n. 43.