La risurrezione

di Lazzaro

Bruno Maggioni

 

11,1. Si era ammalato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e Marta sua sorella.
2. Maria è la donna che profumò il Signore con l'unguento e poi gli asciugò i piedi coi suoi capelli. L'ammalato era suo fratello Lazzaro.
3. Le sorelle mandarono a dire a Gesù: Signore, colui che tu ami è ammalato.
4. Sentita la notizia, Gesù disse: Questa malattia non si concluderà con la morte, ma servirà alla gloria di Dio: per suo mezzo il Figlio sarà glorificato.
5. Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro.
6. Tuttavia, udito che questi si era ammalato, rimase ancora due giorni nel luogo in cui si trovava.
7. Poi disse ai discepoli: Ritorniamo in Giudea.
8. I discepoli osservarono: Maestro, i Giudei hanno appena cercato di lapidarti, e tu ritorni là?
9. Rispose Gesù: Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno non inciampa, perché vede la luce di questo mondo.
10. Ma se uno cammina di notte, inciampa perché gli manca la luce.
11. Disse questo e aggiunse: Il nostro amico Lazzaro dorme, ma vado a svegliarlo.
12. E i discepoli: Signore, se dorme guarirà.
13. Gesù aveva parlato della sua morte, ma i discepoli avevano inteso che egli parlasse del riposo del sonno.
14. Allora Gesù disse apertamente: Lazzaro è morto.
15. E sono contento per voi di non essere stato là, affinché crediate. Ma andiamo da lui.
16. A queste parole, Tommaso, che significa gemello, si rivolse agli altri discepoli e disse: Andiamo anche noi a morire con lui.
17. Al suo arrivo, Gesù trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro.
18. Dato che Betania dista da Gerusalemme soltanto pochi chilometri,
19. molti Giudei erano andati da Marta e Maria a fare le condoglianze per la morte del fratello.
20. Marta, appena seppe dell'arrivo di Gesù, gli andò incontro. Maria invece rimase in casa.
21. Marta disse a Gesù: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto;
22. ma so che anche ora, qualunque cosa chiederai, Dio te la concederà.
23. Gesù rispose: Tuo fratello risorgerà.
24. E Marta: Sì, lo so che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno.
25. Gesù soggiunse: Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se morto vivrà.
26. e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi tu questo?
27. Rispose: Sì, Signore, credo che tu sei il Messia, il Figlio di Dio, Colui che doveva venire nel mondo.
28. Poi andò a chiamare Maria sua sorella, dicendole a bassa voce: Il Maestro è qui e ti chiama.
29. A queste parole Maria si alzò in fretta e gli andò incontro.
30. Gesù non era ancora entrato nel villaggio, ma si trovava sempre nel luogo dove Marta lo aveva incontrato.
31. I Giudei che si trovavano in casa con lei a confortarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando che andasse al sepolcro a piangere.
32. Maria invece, giunta dove stava Gesù, vedendolo, si buttò ai suoi piedi dicendogli: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto.
33. Gesù, vedendola piangere e insieme con lei piangere i Giudei che l'accompagnavano, fremette nel suo cuore e si turbò.
34. Disse: Dove l'avete deposto? Gli risposero: Signore, vieni a vedere.
35. Gesù pianse.
36. I Giudei dicevano: Guarda come lo amava!
37. Ma altri dicevano: Non poteva costui che ha aperto gli occhi al cieco fare anche in modo che questi non morisse?
38. Gesù, ancora fremendo dentro di sé, giunse al sepolcro. Era una grotta, con l'ingresso chiuso da una pietra.
39. Gesù ordinò: Togliete la pietra. E a Marta, la sorella del morto, che gli osservava: Signore, già puzza, è sepolto da quattro giorni,
40. rispose: Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?
41. Tolsero la pietra. Gesù, alzato lo sguardo al cielo, disse: Padre, ti ringrazio di avermi ascoltato.
42. Sapevo che tu mi ascolti sempre. Ma ho parlato così per la folla che mi circonda, affinché creda che tu mi hai mandato.
43. Detto questo, gridò a gran voce: Lazzaro, vieni fuori!
44. Il morto uscì, le mani e i piedi legati con bende e il volto coperto da un sudario. Gesù disse: Scioglietelo e lasciatelo andare.


All'inizio del vangelo (1,4) Giovanni definisce Gesù luce e vita. Il racconto della guarigione del cieco nato è la drammatizzazione del tema Gesù luce, il racconto di Lazzaro è la drammatizzazione del tema Gesù vita [1]. Nel vangelo di Giovanni si leggono queste parole di Gesù: «Verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la mia voce e usciranno» (5,28), ed ecco che Lazzaro ode la voce di Gesù ed esce dal sepolcro.
L'importanza del racconto di Lazzaro è già suggerita dal posto che occupa nel complesso della trama evangelica: fa da cerniera fra la prima e la seconda parte. Dall'esame di questa centralità risulta anche il suo significato globale: la prefigurazione della risurrezione di Gesù. La risurrezione di Lazzaro è l'episodio che, da una parte, fa precipitare il dramma, convincendo le autorità che è necessario condannare a morte Gesù (11,53); dall'altra, è l'episodio che rivela il significato profondo e sorprendente della sua morte. Si può dire che il racconto di Lazzaro occupa nel vangelo di Giovanni un posto analogo al racconto della trasfigurazione nella tradizione sinottica: prima di affrontare la passione, Gesù offre ai discepoli disorientati un anticipo della risurrezione, per mostrare loro il significato profondo e inatteso della Croce. Gesù sta ormai percorrendo l'ultimo tratto di strada, ma su questo cammino splende la risurrezione di Lazzaro come una promessa: la morte non è la fine, né la sua né la nostra. E così nel racconto si trova una risposta anche alla domanda che più di ogni altra assilla l'uomo: che significato attribuire alla morte?
I sinottici presentano la condanna di Gesù come una reazione a tutto il suo ministero e a tutte le cose che egli ha fatto e detto. Raccontando l'entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, l'evangelista Luca scrive che, con grande malcontento dei farisei, la folla lodava Gesù «per tutti i prodigi che avevano veduto» (19,37). Il quarto vangelo non si accontenta di questa generalizzazione. «Non è abbastanza drammatico né abbastanza incisivo dire che tutti i miracoli di Gesù portarono all'entusiasmo da parte di alcuni e all'odio da parte di altri. E così lo scrittore ha preferito prendere un solo miracolo e fare di questo il rappresentante primario di tutti i potenti miracoli di cui parla Luca» (R.E. Brown).

I personaggi

Diversi personaggi si muovono sulla scena accanto al protagonista che è, come sempre, Gesù: i discepoli, Marta e Maria, i Giudei. I discepoli svolgono un ruolo secondario: l'evangelista se ne serve per introdurre nella narrazione il motivo del pericolo di morte che incombe su Gesù, e approfitta del loro fraintendimento per sviluppare una breve catechesi sul senso cristiano della morte.
Anche i Giudei sono una figura di contorno, di cui il narratore si serve per più di uno scopo: esprimono ad alta voce la domanda inquietante che il lettore già per conto suo ha formulato («costui che ha guarito il cieco non poteva fare in modo che anche questi non morisse?»); esemplificano la crisi che accompagna sempre ogni gesto di Gesù (alcuni credono, altri dissentono); assumono infine il loro ruolo abituale di oppositori.
Lo stesso dialogo di Gesù con Maria non sembra aggiungere qualcosa di veramente nuovo nella narrazione. E sostanzialmente una ripetizione dell'incontro con Marta. Il suo scopo sembra essere quello di ritardare la conclusione dell'azione e offrire la possibilità al narratore di esprimere gli aspetti «umani» del dramma: il pianto di Maria e dei Giudei, e soprattutto il turbamento e il pianto di Gesù.
Non c'è dubbio che Marta sia invece la figura di primo piano: è infatti nel dialogo con lei che Gesù esprime il suo insegnamento principale.
A differenza di altre pagine di Giovanni, non troviamo prima un fatto e poi il discorso che lo commenta, ma un continuo intreccio di gesti e di parole. Un ordine c'è però, ben visibile. Attorno alla malattia e poi alla morte di Lazzaro si sviluppano due dialoghi: uno fra Gesù e i discepoli, l'altro fra Gesù e le sorelle. Il primo prende le mosse dallo strano comportamento di Gesù, che ama Lazzaro e ciò nonostante non corre a guarirlo. Il secondo procede dalla fede di Marta e Maria, una fede che si direbbe matura, capace di superare lo sconcerto che nasce dall'apparente insensibilità del Maestro, ma che tuttavia manca ancora di qualcosa di importante per potersi dire cristiana.

L'apparente indifferenza di Gesù

Ma veniamo al racconto. «Era allora malato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e Marta sua sorella» (11,1):
La'z-ar è una forma abbreviata di Eleazar, nome che significa «Dio aiuta». Questo personaggio non compare mai negli altri vangeli. Luca parla di Marta e Maria (10,38-42), ma non del fratello Lazzaro. Betania, situata sulle pendici orientali del monte degli Ulivi, distava da Gerusalemme, seguendo l'antica strada, circa tre chilometri. Come attesta il vangelo di Marco (11,11; 14,3), Betania è il villaggio dove Gesù si fermava quando visitava Gerusalemme.
Il racconto continua dicendo che le due sorelle mandarono ad avvertire Gesù: «Signore, ecco, il tuo amico è malato» (11,3). Una preghiera sommessa, discreta e piena di rispetto. Come l'evangelista ha annotato qualche riga prima (10,40), Gesù si trovava al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava. Vi si era rifugiato per sottrarsi alle autorità giudaiche che cercavano di impadronirsi di Lui.
Il racconto sottolinea ripetutamente che Gesù amava Lazzaro, ma quando sentì della malattia dell'amico, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. Gesù sembra abbandonare l'amico al suo destino. Un ritardo deliberato: con la sua passività egli intende lasciare che il frutto della morte si consumi. Infatti «Egli non è venuto ad alterare il ciclo normale della vita fisica, liberando l'uomo dalla morte biologica, ma a dare a questa un nuovo significato» [2].
«Questa malattia non è per la morte – esclama Gesù commentando la notizia ricevuta – ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato» (11,4). Con queste parole Gesù innalza l'avvenimento terreno, umano, al piano di un'intenzione di Dio: la direzione dell'avvenimento non è verso l'oscurità della morte, Ma verso la speranza.
Gesù ridarà a Lazzaro la vita – la vita fisica come segno della vita eterna – e questo miracolo glorificherà Dio e lui stesso. Ma che cosa significa di preciso in questo contesto l'espressione «gloria di Dio» che ritorna anche verso la fine dell'episodio (11,40), quasi a concluderlo? Non basta pensare al fatto che la folla ammirerà il miracolo e loderà Dio e Gesù. L'idea è più profonda. La malattia di Lazzaro è destinata a diventare luogo di rivelazione, un luogo in cui la potenza di Dio e del Figlio si manifesterà come vittoria sulla morte. La risurrezione di Lazzaro porterà Gesù alla morte di croce, che in termini giovannei si chiama, appunto, «glorificazione».

Gesù e i discepoli

Passati due giorni, Gesù disse ai suoi discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea» (11,7). E i discepoli: «Maestro, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?» (11,8). Gesù si rivela qui come il pastore modello che non teme di esporsi al pericolo per salvare gli amici (10,11). Ma i discepoli si oppongono: temono per lui e per loro stessi, rammentando l'ultimo tentativo di lapidazione compiuto dai Giudei durante la festa della consacrazione del tempio (10,39).
E Gesù li rassicura: una giornata di lavoro è fatta di dodici ore, e non sono tutte passate, c'è ancora tempo; lo arresteranno, è vero, ma solo quando lui lo deciderà. E poi aggiunge: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma io vado a svegliarlo» (11,11). La frase («Lazzaro si è addormentato») può essere fraintesa, e difatti i discepoli la fraintendono. Pensano al sonno del riposo, mentre Gesù pensa alla morte. Per Lui la morte è un sonno. Questo fraintendimento è ancora una volta il segno della distanza che separa il Maestro dai suoi discepoli, il loro modo di vedere le cose dal suo.
Così Gesù parla loro apertamente: «Lazzaro è morto e io mi rallegro per voi di non essere stato là, perché voi crediate» (11,14). Paradossalmente la notizia della morte è unita a una manifestazione di gioia («mi rallegro per voi»). La morte per Gesù non è definitiva, come aveva già lasciato capire con la metafora del sonno. Il paradosso morte/gioia annuncia la vittoria della vita.

Gesù e Marta

Marta, saputo che Gesù stava arrivando, si affretta a incontrarlo, mentre Maria rimane in casa seduta sul pavimento (lo stare seduti per terra era espressione di cordoglio) ad accogliere i visitatori e a ricevere le loro condoglianze (11,19). La consuetudine della visita di condoglianze è antichissima, e all'epoca di Gesù era praticata con molta diligenza e raccomandata dai rabbini. Il cerimoniale iniziava dopo la sepoltura, sulla via del ritorno alla casa del morto, e continuava per sette giorni, durante i quali sempre nuovi visitatori si succedevano presso i parenti.
Incontrato dunque Gesù, Marta gli rivolge un saluto che è insieme una professione di fede e un tacito rimprovero: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Egli te la concederà» (11,21-22).
Alla promessa di Gesù «tuo fratello risorgerà», Marta risponde rifacendosi alla speranza giudaica della risurrezione del corpo, speranza che al tempo di Gesù era sostenuta dai farisei contro i sadducei e largamente accettata dalla gente comune: «So che risorgerà nell'ultimo giorno». Gesù ribatte con una solenne autorivelazione che fa compiere alla speranza della donna un passo in avanti, trasformandola davvero in una speranza cristiana. Queste parole di Gesù costituiscono il cuore del dialogo e vanno perciò analizzate con cura: «Io sono la risurrezione e la vita: Chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me, non morirà mai» (11,25-26).
Al centro di queste parole c'è la persona di Gesù, il cui significato di salvezza («Io sono....») è posto all'inizio, quale unica ragione che sostiene le due affermazioni successive, in ciascuna delle quali il riferimento alla sua persona è ulteriormente ribadito («in me»).
La fede è posta in forte rilievo, come condizione unica e irrinunciabile («chi crede in me... chiunque vive e crede in me»).
È sotteso un contrasto tra la vita dell'uomo senza Cristo e la vita in Cristo. Punto di partenza è la vita terrena (senza Cristo), il cui destino naturale è la caducità (idea questa richiamata dai due cenni allà morte: «anche se muore...» «non morirà». Ma a questa vita segnata dalla caducità viene aperta, nella fede in Cristo, una nuova possibilità. Nella fede la frontiera della morte può essere superata («anche se muore, vivrà»). Nella fede la vita presente acquista già una forza nuova: «non morirà mai».
Alla semplice attesa del futuro Gesù contrappone l'attualità della salvezza. Non è necessario che Marta pensi al lontano futuro: la risurrezione è già vicina a lei, presente nella persona di Gesù. La vittoria sulla morte corporale e la risurrezione finale non sono che la logica conseguenza della vita nuova che già ora il cristiano possiede nella fede.
Rispondendo: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», Marta esprime la sua fede in Gesù, una fede divenuta pienamente cristiana. Ha capito che Gesù non è un semplice intermediario tra l'uomo e Dio, ma che è Lui stesso il datore della vita.

Gesù e Maria

Dette queste parole, Maria se ne tornò di nascosto a chiamare Maria, dicendole: «Il Maestro è qui e ti chiama» (11,28). Maria si alzò in fretta e andò da Lui, accompagnata dai Giudei che erano venuti a porgerle le condoglianze: pensavano che volesse andare al sepolcro a piangere. Giunta da Gesù, la donna si gettò ai suoi piedi, ripetendo le stesse parole della sorella (11,32).
Maria e i Giudei che l'accompagnavano scoppiarono in pianto, e Gesù allora – dice l'evangelista – «fremette nello spirito» e «si turbò». È ingiustificato qualsiasi tentativo di interpretare l'espressione come semplice commozione e dolore. Indica invece un fremito di sdegno, quasi di collera. Ma perché, e contro chi, questo fremito interiore di collera? Forse Gesù è sdegnato per la fede insufficiente dei presenti, il cui pianto sconsolato e rumoroso ne è segno? O forse – come penso – la sua collera è rivolta contro la potenza oscura della morte, dietro la quale è visibile la potenza del male? «Non è giusto», si sente spesso dire da chi piange una persona cara. E la ribellione di fronte alla morte, un sentimento onesto di cui lo stesso Gesù non si è vergognato.
Poi Gesù chiede ai presenti: «Dove l'avete posto?» (11,34). Risposero: «Signore, vieni a vedere». Di fronte al sepolcro dell'amico, Gesù scoppiò in lacrime. Qui il verbo usato dice un pianto vero, un pianto fatto di lacrime, ma non rumoroso. Il pianto di Gesù ha dunque una nota di serenità. Egli solidarizza con il dolore, non con la disperazione.
La morte resta un mistero inquietante, che in nessun modo va attenuato: anche Gesù ha pianto di fronte alla morte dell'amico, come ha provato smarrimento di fronte all'imminenza della Croce (12,27 ss.). La morte, come la Croce, continua a rimanere uno scandalo: sei di fronte a un Dio che dice di amarti e tuttavia sembra abbandonarti. È anche questo un aspetto che il racconto di Lazzaro vuole illustrare e che riprenderemo in considerazione. Gesù piange, dimostrando in tal modo di amare Lazzaro profondamente: «Vedi come lo amava!», esclamano alcuni presenti. Ma altri ironicamente: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva far sì che questi non morisse?» (11,37). È il ,mistero dell'esistenza dell'uomo, amato da Dio, e tuttavia abbandonato alla morte. Un mistero che nella Croce si rispecchia e si risolve: la morte dell'uomo, come la croce del Signore, non è il segno dell'abbandono.
«Frattanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro: era una grotta e contro vi era posta una pietra» (11,38). Il cimitero generalmente era situato appena fuori dal villaggio. Le tombe erano scavate nel tufo verticalmente, a modo di fossa, nei luoghi pianeggianti; orizzontalmente, a modo di grotta, nei luoghi collinosi. Contro l'apertura del sepolcro veniva collocata una grossa pietra. Il morto era di solito sepolto il giorno stesso del decesso: la salma, dopo essere stata lavata, cosparsa di profumi, fasciata con bende e avvolta nel lenzuolo, veniva semplicemente deposta nel loculo.
«Togliete la pietra», ordinò Gesù (11,39). Gli rispose Marta: «Signore, già manda cattivo odore, perché è di quattro giorni» (11,40). E Gesù: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» (11,41).
Tolsero la pietra. Gesù, dopo aver alzato gli occhi e pregato il Padre, «gridò a voce alta: Lazzaro vieni fuori! Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolte in bende, e il volto coperto da un sudario». L'evangelista Giovanni non si sofferma sui particolari del miracolo né sulla gioia delle sorelle né su Lazzaro. Tutto è raccontato in due brevi versetti. In rilievo è unicamente il fatto che Gesù ha ridato a Lazzaro la vita fisica come segno della definitiva salvezza di tutto l'uomo e come prefigurazione della sua stessa risurrezione.

La morte di Lazzaro e la croce di Gesù

Mi si permetta di sottolineare nuovamente lo spessore esistenziale dell'episodio. La narrazione è intelligentemente congegnata in modo da sovrapporre due vicende: Lazzaro abbandonato alla morte e Gesù abbandonato alla Croce. Il racconto inizia con un appello delle sorelle: Signore, colui che tu ami è malato. Ma per accogliere questo appello, Gesù deve ritornare in Giudea mettendo a repentaglio la propria vita. È questa la coincidenza che Giovanni sfrutta per sovrapporre le due vicende. Ambedue sono uno scandalo. La morte di Lazzaro: Gesù ama Lazzaro (questo motivo è ripetutamente sottolineato) e tuttavia lo lascia morire: perché? Ognuno comprende che si tratta del mistero dell'esistenza dell'uomo: una promessa di vita che poi pare smentita, una promessa di Dio che poi sembra contraddirsi. Un mistero inquietante, che in nessun modo va attenuato. E la croce di Gesù: lo scandalo del Figlio di Dio abbandonato al fallimento. Se Dio è con lui, non dovrebbe accadere diversamente?
Ma c'è vedere e vedere, e della Croce, come dell'esistenza dell'uomo, sono possibili due letture. C'è lo sguardo privo di fede di chi si arresta allo scandalo, e c'è lo sguardo che si apre alla fede e supera lo scandalo. E questo è davvero per Giovanni un punto fermo: se si vuol trovare nella storia e nella vita un senso, occorre saper vedere nella croce di Cristo la gloria di Dio. Non è possibile diversamente. E con questo preciso richiamo al mistero dell'esistenza dell'uomo - che nel mistero della croce di Cristo si rispecchia, si ingigantisce e si risolve - possiamo concludere la nostra lettura. Giovanni ha saputo trasformare l'episodio di Lazzaro in un discorso altamente teologico, e proprio per questo anche esistenziale, rivolto a ogni uomo che ha il coraggio di porsi l'interrogativo sull'esistenza.
Molti Giudei, visto il miracolo, credettero in Gesù. Ma altri riferirono ai farisei l'accaduto (11,45-46). Le autorità giudaiche, allarmate, temendo che il prodigio avrebbe accresciuto la popolarità di Gesù, tennero consiglio per decidere il da farsi: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in Lui e verranno i romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione» (11,47-48). È Caifa, sommo sacerdote in quell'anno, che risolve il problema: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera» (11,49). Una soluzione di crudo realismo politico. L'evangelista commenta: pronunciando la condanna a morte di Gesù, Caifa senza saperlo pronuncia una profezia sulla dimensione salvifica della sua morte: Gesù morirà, appunto, per la salvezza della nazione e di tutti i figli di Dio dispersi.

NOTE

1 Vedi i commentari citati, in particolare R. Fabris. Si veda anche L. Cilia, La morte di Gesù e l'unità degli uomini, Bologna 1992.
2 J. Mateos-J. Barreto, Il Vangelo di Giovanni, Cittadella 1982., p.458.

(da: La brocca dimenticata, Vita e Pensiero 1999, pp. 115-126)