S. Alfonso Maria

de' Liguori

(1696-1787)

Agostino Favale


Nel secolo in cui numerosi intellettuali, appellandosi ai lumi della ragione e al progresso delle scienze naturali, cercavano di screditare il cristianesimo come religione rivelata, Alfonso Maria de’ Liguori con una prodigiosa attività pastorale spese le sue migliori energie a difendere il valore dell’interiorità della fede e della preghiera e a dimostrare ciò che lo spirito umano può compiere, quando si ispira a Dio. Egli, nobile per i natali e aristocratico per cultura, si fece povero per annunciare con il linguaggio del « cuore » la Buona Novella del Regno specialmente agli umili, ai semplici e ai diseredati.

1. LA MATURAZIONE DELLA VOCAZIONE AL SACERDOZIO

Liguori nacque a Marinella, presso Napoli, il 27 settembre 1696, e morì a Pagani, presso Salerno, il l ° ottobre 1787. Fu canonizzato da Gregorio XVI nel 1839, proclamato dottore della Chiesa da Pio IX nel 1871 e dichiarato patrono dei confessori e dei moralisti da Pio XII nel 1950.
Primogenito di otto figli, Alfonso venne educato nell’ambiente patrizio della famiglia dalla mite mamma Anna Cavalieri (+ 1755) e dall’autoritario babbo Giuseppe (+ 1745), capitano comandante delle galee napoletane, con la collaborazione di scelti maestri. Per espresso volere del padre, egli, oltre le discipline umanistiche, scientifiche e giuridiche, dovette studiare disegno, pittura, architettura, poesia e musica. Giovane superdotato, Liguori conseguì appena sedicenne la laurea in utroque iure con dispensa sull’età di vent’anni richiesta per il riconoscimento del titolo da parte della Facoltà di diritto dell’università di Napoli. Nell’esercizio dell’avvocatura egli si rivelò subito un buon conoscitore del diritto e un oratore brillante. Nel mese di luglio del 1723, Liguori difese con calore e abilità Filippo Orsini, duca di Gravina, contro il granduca di Toscana, Cosimo III de’ Medici in una lite sul feudo di Amatrice, in Abruzzo.
Il corso del dibattito, condizionato da interferenze politiche esterne, si concluse con una sentenza sfavorevole all’Orsini. Disgustato per l’insuccesso e per il modo con cui si era svolta la causa, Liguori decise contro la volontà del padre di abbandonare per sempre la vita forense e di farsi prete.
La sconfitta subita in tribunale è insufficiente a spiegare questa sua decisione. Vissuto in una famiglia molto religiosa, Liguori aveva appreso a coltivare un amore tenero all’Eucaristia e una devozione filiale alla Vergine. Fin da bambino aveva frequentato l’Oratorio dei Filippini ed era entrato nel 1706 nella «congregazione» dei giovani nobili, e nel 1715 in quella dei Dottori, dirette ambedue dai preti dell’Oratorio, dove ebbe a maestro di spirito lo zio materno, padre Tommaso Pagano; aveva fatto più volte gli esercizi spirituali e aveva capito l’importanza della preghiera nella vita del cristiano; e, infine, aveva maturato il proposito, trasformato forse in voto, di vivere celibe. In questa sua esperienza di vita spirituale va ricercata la motivazione ultima che lo spinse ad abbracciare il sacerdozio.
Varcate le porte del seminario nel 1723, Liguori, mentre espletava nel giro di tre anni gli studi teologici sotto la guida del dotto canonico Giulio Torni, lesse anche gli scritti di Santa Teresa d’Avila e di San Francesco di Sales, si addestrò nella catechesi ai fanciulli, nella predicazione a contatto con i membri delle Apostoliche Missioni e nell’assistenza dei condannati a morte con i Bianchi della Giustizia. Dopo l’ordinazione presbiterale, avvenuta nel 1726, egli rinunciò al maggiorascato e intraprese la sua instancabile opera a favore dell’evangelizzazione dei poveri. A questo punto la storia del Liguori si confonde con la sua molteplice attività pastorale, che si esplica nella predicazione, nella fondazione della Congregazione del SS.mo Redentore e negli scritti.

2. LE CAPPELLE SEROTINE

Appena ordinato egli si lanciò sulle strade dell’apostolato, cominciando da Napoli con la gente di bassa condizione sociale. I poveri, gli artigiani, i venditori ambulanti, gli operai e i ragazzi emarginati, che venivano dai sobborghi più depressi della città, trovarono in lui un amico e consigliere. Liguori si rese conto che queste categorie di persone, invise alla nobiltà, all’alto clero e alla borghesia in ascesa, costituivano un terreno fertile per l’evangelizzazione. Vedendo che le chiese funzionavano in orari inadatti al popolo, scelse le piazze come luoghi di incontro per adunanze religiose, dove all’aperto, di sera, si pregava, si cantava, si predicava, si amministrava il sacramento del perdono e si impartivano lezioni di buona educazione e di vita cristiana tra lo stupore e il timore della Napoli benestante. Sorsero così le Cappelle serotine, le quali nulla avevano in comune con le Confraternite o i Circoli di persone dedite alla carità o ad opere di bene, né possedevano una loro organizzazione, né avevano problemi di natura ideologica, ma si preoccupavano soltanto di portare la gente, per lo più rozza e ignorante, alla conversione del cuore. Liguori, appoggiato da preti della Congregazione dei Cinesi, fondata nel 1724 da Matteo Ripa, e assistito da laici volenterosi, seppe infondere nei suoi uditori il gusto della preghiera e del canto, il senso della vita cristiana e la coscienza della solidarietà sociale. E lo fece non condannando né minacciando, ma con un linguaggio semplice e persuasivo. Nel comportamento, Liguori restò sempre un gentiluomo, attento a non creare distanze tra lui e gli interlocutori e a farsi capire. Mise al servizio di quanti lo avvicinarono la sua scienza teologica e la sua pienezza di umanità, riuscendo a instillare nei peccatori una grande fiducia nella misericordia di Dio e nel suo perdono. Il successo delle Cappelle serotine fu grande. Esse divennero scuole di rieducazione civile, di maturazione cristiana e di impegno sociale. Molti dei partecipanti alle adunanze riscoprirono la gioia di essere e di vivere come persone, capaci di amarsi, comprendersi e aiutarsi.
Ci si può chiedere come mai l’apostolato, che Liguori stava svolgendo a favore delle classi popolari, abbia potuto impensierire l’autorità civile e quella ecclesiastica! Resta il fatto che nel mese di settembre del 1728 la polizia napoletana, probabilmente per motivi di ordine pubblico e per ragioni di carattere sanitario, eseguì il mandato di scioglimento del gruppo dei seguaci del Liguori, e il cardinale Francesco Pignatelli gli proibì di continuare a radunarli in piazza.

3. LA MISSIONE POPOLARE

Questa proibizione segnò l’inizio di una nuova fioritura di bene. Infatti Liguori, accompagnato da alcuni collaboratori, estese il suo apostolato della parola in varie parti del regno di Napoli, sia fra l’umile e povera gente di campagna sia nelle città più popolose, dove si viveva una religiosità e un devozionismo esteriore non privo di magia e pratiche superstiziose, anche a causa di una certa ignoranza e incuria del clero. La sua predicazione assunse la tipica forma della Missione popolare. Edotto da precedenti iniziative come fratello della Congregazione delle Apostoliche Missioni e come ammiratore dei Pii°Operai, a partire dal 1732 fin verso il 1745 egli si unì ad altri preti e lavorò in questa forma di apostolato con zelo e coraggio, spinto dal desiderio di applicare i frutti della Redenzione agli uomini. Liguori non inventò le missioni popolari, ma diede loro un nuovo impulso e una fisionomia propria di tipo « eclettico ». La loro durata variava tra i dodici e i quindici giorni.
Secondo il pensiero alfonsiano arricchito dal contributo dei suoi figli spirituali, la finalità della Missione era quella di lottare contro il peccato, convertire i peccatori e aiutarli a vivere nell’amicizia di Dio. Il valore della missione nella vita cristiana venne espresso in questi termini dal Liguori nelle Costituzioni dei Redentoristi del 1764: « Le S. Missioni altro non sono che una continuata redenzione che il Figlio di Dio sta tutto il giorno facendo per mezzo de’ suoi ministri. Elle sostengono la Chiesa e la mantengono nel suo fervore, fortificano i deboli, confermano i forti, rialzano i caduti: per esse si scuotono gli errori, si dilegua l’inganno, e bisogna dire che è uno dei mezzi più principali e potenti, se non vogliamo dire l’unico, per conservare la fede e mantenerla stabile sulla pietra che è Cristo ». Gli elementi costitutivi della Missione erano: la preghiera di petizione e di ringraziamento, la recita del Rosario, la penitenza personale e comunitaria, l’istruzione religiosa, la predica e la recezione dei sacramenti.
Preoccupato che la Missione non si riducesse a un fuoco di paglia, Liguori non si limitava a raccomandare la preghiera e la penitenza, ma cercava di dare molta importanza all’istruzione religiosa o catechesi quotidiana riguardante i misteri della fede, i sacramenti, i comandamenti di Dio e i precetti della Chiesa. Insisteva perché vi fosse un’istruzione riservata ai ragazzi e un’altra agli adulti. Raccomandava ai missionari di essere comprensivi verso i ragazzi, ma non a tal punto da permettere che la loro esuberanza fosse di pregiudizio all’approfondimento dell’insegnamento religioso proposto, che doveva servire a illuminare le loro menti e a orientare la loro condotta morale.
La predica aveva due forme. Vi era quella del mattino detta più propriamente meditazione su l’una o l’altra verità di fede, che mirava a creare forti convinzioni cristiane da testimoniare nella vita. Alla sera vi era la predica « grande », che costituiva l’atto più significativo di tutta la predicazione alfonsiana. Il contenuto di questa predica verteva in genere sul peccato mortale, sulla confessione sacrilega e sui novissimi e si prefiggeva di inculcare negli uditori la detestazione del peccato, concepita dopo aver eccitato il dolore e il proposito di evitare ogni offesa volontaria a Dio e di fare il bene. Nella predica « grande » gli affetti avevano il sopravvento sugli stessi concetti, perché era in gioco la mozione dei sentimenti e l’intenerimento dei cuori dei presenti per far loro vivere e gustare la gioia della riconciliazione con Dio.
La strategia della Missione tendeva prossimamente a preparare gli uditori alla recezione fruttuosa dei sacramenti della confessione e della comunione. In ogni Missione si facevano quattro comunioni generali, incominciando da quella dei ragazzi per poi continuare con quella delle giovani, delle vedove e spose e, infine, con quella degli uomini. Negli ultimi giorni della Missione, dopo le comunioni generali, vi era una predicazione speciale sulla « vita divota » - importanza della preghiera, devozione alla Vergine, frequenza dei sacramenti, pratica delle virtù -, destinata ad assicurare il frutto della Missione stessa e a consolidare negli uditori i vincoli dell’amore filiale a Dio e la volontà di vivere una fervorosa vita cristiana.
Un breve cenno va pure fatto agli esercizi spirituali nella Missione alfonsiana. Si trattava per lo più di prediche e istruzioni date a determinate categorie di persone - preti, chierici, monache, artigiani, carcerati -, che per un motivo o l’altro non potevano seguire la Missione nella chiesa parrocchiale. Ad esse si offriva la possibilità di radunarsi per categoria in un luogo stabilito, dove si intrattenevano solo il tempo necessario per ascoltare il missionario.
È noto che in Italia l’oratoria sacra del secolo XVIII era appesantita da uno stile ricercato e artificioso, in cui l’esposizione delle verità rivelate era intrammezzata da storie profane, favole mitologiche e massime di filosofi pagani. Liguori invece usava e raccomandava ai suoi missionari di usare un linguaggio tale che ogni uditore, qualunque fosse stato il suo grado di cultura, potesse facilmente comprenderlo. Fra i documenti del Capitolo Generale dei Redentoristi del 1747 si trova la « Costituzione circa la semplicità e modo di predicare ». In essa si affermava: « Le parole vane, i periodi sonanti, le descrizioni inutili (...) sono la peste della predica; il cui unico intento deve essere di muovere al bene la volontà degli uditori e non già a pascer inutilmente gli intelletti ».
Convinto tuttavia che « muove più quel che si vede che quel che si sente », Liguori non disdegnava di inserire nella predica « grande » una certa « coreografia » - flagellazione del predicatore, presentazione al pubblico di immagini strazianti dell’« Ecce Homo », di crocifissi, di statue della Madonna o di teschi, funzione delle torce - per indurre i più renitenti a cambiare vita. È l’aspetto discutibile della Missione alfonsiana, che va inteso nel quadro del suo tempo.
Uno dei momenti più commoventi della Missione era la «pacificazione» delle famiglie che, per incomprensioni o litigi a sfondo sociale, avevano rotto i loro rapporti. II « prefetto della pace », che faceva parte del gruppo dei missionari, doveva informarsi con cautela dello stato di litigiosità dei contendenti, esplorare le vie per arrivare a un incontro e stabilire il tempo della « pacificazione », che consisteva nel deporre ogni arma in chiesa e nel perdonarsi reciprocamente.
Tra il 1749 e il 1775, Liguori si dedicò soprattutto all’apostolato della penna. Intanto, nel 1762, Clemente XIII, nonostante le resistenze dell’interessato, gli impose l’accettazione della guida della diocesi di Sant’Agata dei Goti, dove egli continuò a profondere l’ardore del suo zelo pastorale. Provvide alla riforma del seminario e alla formazione dei seminaristi; estese le sue premure al rinnovamento culturale e spirituale del clero; promosse la vita cristiana del popolo con l’assidua predicazione e l’amministrazione dei sacramenti, istituendo in ogni parrocchia una specie di Missione permanente; e, per ultimo, trasformò l’episcopio in un centro di assistenza caritativa nella carestia del 1764, combattendo la piaga del mercato nero. Pensò anche a elevare il basso tenore di vita dei diocesani, sollecitandoli a coltivare la piantagione dei gelsi per l’allevamento dei bachi da seta. Nel contempo continuò, come rettore maggiore perpetuo, a difendere la Congregazione dei Redentoristi dalle minacce di soppressione.
Costretto dalla malferma salute, nel 1775 Liguori rinunciò alla diocesi e si ritirò tra i suoi religiosi nel collegio di Nocera dei Pagani, dove trascorse gli ultimi anni tra durissime prove fisiche e psichiche, dimostrando così l’eroismo delle sue virtù.

4. LA FONDAZIONE DELLA CONGREGAZIONE DEL SS.MO REDENTORE

Fin dai primi inizi della sua Missione nelle campagne napoletane, Liguori aveva constatato il disagio morale, in cui versavano quelle popolazioni a causa dell’impreparazione di un clero numeroso, poco sensibile a organizzare una evangelizzazione capillare. Da una di queste sue missioni, data a un gruppo di caprai sulle colline di Santa Maria ai Monti, presso Scala, nacque l’idea di creare una Congregazione religiosa, che si dedicasse all’evangelizzazione dei poveri. Mentre predicava in un monastero di clausura di Scala, una suora, Maria Celeste Crostarosa, gli rivelò di aver visto « in spirito (...) una nuova Congregazione di preti tutta sollecita di aiutare milioni di anime; e (...) tra questi Alfonso che presiedeva tutti ». Dopo incertezze e dubbi, dietro consiglio del suo amico e confidente Tommaso Falcoia, vescovo di Castellammare di Stabia, il 9 novembre 1732 Liguori fondò la Congregazione del Ss.mo Salvatore, formata da preti e fratelli laici con voti semplici.
La nuova Congregazione, sorta in un’epoca di esasperato regalismo e giurisdizionalismo ostili al riconoscimento di nuovi Istituti religiosi, ebbe vita difficile. Con pazienza e abilità, il fondatore riuscì a cattivarsi la benevolenza del re Carlo III e a diffonderla nel regno dì Napoli e nel vicino Stato della Chiesa. Benedetto XIV, approvandone la regola, le impose il nome di Congregazione del Ss.mo Redentore. A causa dell’anticlericalismo aggressivo di Bernardo Tanucci, primo ministro di Ferdinando IV, re di Napoli, Liguori dovette difendere la sua Congregazione dalle contestazioni e minacce della Real Giurisdizione e dai sospetti e ostilità che gli venivano da Roma.
Per il Liguori lo scopo precipuo della Congregazione dei Redentoristi doveva essere quello della santificazione dei suoi membri attraverso l’imitazione di Cristo Salvatore e la dedizione all’evangelizzazione e salvezza degli altri, specialmente dei più poveri e sprovvisti di « soccorsi spirituali», con le missioni popolari, gli esercizi spirituali e altre forme di apostolato, compreso quello della penna.

5. L’ATTIVITÀ LETTERARIA

Anche l’attività letteraria del Liguori ebbe un’impronta fondamentalmente pastorale. In effetti, questa attività prese le mosse dal suo apostolato missionario, di cui analizzò le varie situazioni, compendiandone il risultato in 111 scritti di contenuto dogmatico-apologetico, morale, predicabile e ascetico. Senza dubbio, il Liguori scrisse avendo di mira la salvezza degli uomini. Egli fu più un professionista della pastorale che un professionista della teologia
Il suo pensiero dogmatico esulava dalle questioni astratte. Alla luce della Rivelazione e della Tradizione, esponeva il contenuto essenziale delle verità della fede per poi trarne le regole per una retta condotta cristiana. Affrontando, ad esempio, lo spinoso problema della predestinazione e della grazia, Liguori, in polemica con Giansenio, ammetteva che la dottrina della redenzione universale implicava l’esistenza di una grazia sufficiente ugualmente universale, valida per la posizione di alcuni atti, che egli chiamava incoativi, ossia preliminari per ottenere la grazia efficace. Liguori insegnava che il Signore ci dona la grazia sufficiente per pregare, la preghiera ci impetra la grazia efficace, e la grazia efficace ci aiuta a compiere il bene e a evitare il male. La sua apologetica, ricca di uno stile brioso, aveva lo scopo di condurre gli uomini alla conoscenza e all’accettazione delle verità della fede, insidiate dall’indifferentismo e dalla crescente incredulità del secolo XVIII, facendo appello all’intelligenza e, nello stesso tempo, ai fattori psicologici e morali.
Come studente di teologia, Liguori aveva aderito a una morale di tendenza rigorista. Solo dopo una lunga e sofferta revisione e autocritica a confronto con lo studio di vari moralisti, confortato dalla sua diretta esperienza pastorale, egli si fece promotore del probabilismo, dove la ricerca e l’adesione alla verità oggettiva non dovevano prescindere dai dati soggettivi della coscienza personale. Con grande lucidità affermò sia i diritti della libertà della coscienza di fronte alla legge dubbia, sia l’obbligo di attenersi al contenuto della legge, quando questa avesse in suo favore ragioni tali da eliminare le probabilità contrarie. Anche nella controversia sul prestito ad interesse, egli si schierò per la liceità purché rimanesse entro i limiti stabiliti dalla legge civile, tenendo conto dell’evoluzione di un tipo di mentalità, che reclamava il diritto di scegliere il proprio lavoro e di farlo fruttare. Con la rivalutazione del probabilismo, Liguori portò la pratica della vita cristiana, turbata dalle controversie fra il rigorismo giansenista e il lassismo, sulla strada aurea dell’equilibrio e della moderazione. Egli riuscì veramente a ristabilire un rapporto di fiducia fra il peccatore e il confessore, fondato su di una considerazione più attenta alla vita quotidiana dei penitenti e su di una valutazione più realistica delle loro esitazioni, debolezze e reticenze. Consapevole che l’atto di fede e le scelte del cristiano richiedono l’esercizio della libertà, si preoccupò di orientare tale legittimo esercizio con il supporto della carità. A mano a mano che in Europa si venne a conoscenza della morale alfonsiana, le si riconobbe il merito di aver opposto una opportuna resistenza contro l’offensiva rigorista dei giansenisti e di aver riportato nel giusto alveo le tendenze più discusse dello stesso probabilismo.
Il successo ottenuto dai « predicabili » del Liguori è dovuto al fatto che essi erano accessibili al clero, esprimevano un’oratoria popolare, affettiva e convincente, ed erano il frutto di una riuscita simbiosi di dottrina e di pietà a sfondo parenetico.
Il suo messaggio ascetico non subì l’influsso determinante dell’una o dell’altra scuola di spiritualità. Si ispirò alla tradizione, valorizzando quanto di buono vi si trovava, con lo sguardo rivolto ai cambiamenti della società del suo tempo per coglierne gli aspetti positivi e per denunciarne e correggerne i risvolti negativi.
Per Liguori, il cammino della perfezione cristiana ha come punto di partenza il distacco dalle cose create e l’accettazione della croce, e come traguardo l’unione con Dio per mezzo di Cristo nello Spirito Santo, perché la vera chiave della santità consiste nell’amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi.
Tra le grandi verità, sempre attuali, proposte dal Liguori nella sua predicazione e nei suoi scritti, si possono ricordare in modo schematico: la vocazione universale alla santità; la centralità dell’amore nella vita cristiana, pervasa dalla presenza vivificante dello Spirito Santo; la ricerca e l’uniformità alla volontà di Dio nell’esercizio della perfezione; l’inesauribile misericordia e bontà di Dio verso i peccatori; la sovrabbondante redenzione di Cristo, meritataci con la sua passione e morte; l’Eucaristia centro della vita ecclesiale; la funzione mediatrice di Maria e la difesa del suo immacolato concepimento; il « senso » della Chiesa come punto di riferimento ineludibile nell’esposizione della dottrina e nell’attività pastorale; l’ascolto della Parola di Dio; l’importanza della preghiera come mezzo indispensabile per la salvezza; la pietà liturgica nel contesto del suo tempo; il richiamo insistente ai novissimi, « che muovono i cuori a vivere bene »; e, infine, il sacramento della penitenza.
Gli scritti del Liguori ebbero una grande accoglienza e una vasta risonanza. Si parla di complessive circa 20.000 edizioni in 70 lingue. Questa quantificazione documenta l’interesse per un pensiero, che fece di sant’Alfonso uno degli autori più letti nel secolo XIX e nei primi decenni del nostro secolo. Al di là di certe formulazioni e limiti, che risentono un po’ dell’impoverimento dell’annuncio kerigmatico e del gusto del tempo in cui fu elaborato, il pensiero alfonsiano continua ad essere attuale per la prudenza e il senso di misura che lo caratterizzano, e la perennità delle grandi verità patrocinate dal Santo. Uomo apostolico e vero amico del popolo, Liguori, guardando attorno a sé, comprese l’urgenza di offrire alla gente il servizio di un’azione pastorale assidua e rinnovata per evangelizzarla. A quest’azione egli dedicò le sue eccellenti doti di mente e di cuore e ne affidò la prosecuzione ai suoi figli spirituali, i Redentoristi.

(da. Dizionario di pastorale giovanile,. Elledici 1989)