Armida Barelli

(1882-1952)

Cornelia Blanchessi


1. CENNI BIOGRAFICI

Armida Barelli nasce a Milano il l ° dicembre 1882. Figlia di Napoleone e di Savina Candiani, trascorre l’infanzia nell’atmosfera agiata e serena della Milano borghese di fine ’800.

P. Gemelli nella prefazione all’opera di Irma Corsaro scrive che nella famiglia impera la più rigida norma morale, ma vi è tanto scetticismo religioso da non aderire alla vita della Chiesa, senza però cadere nelle forme di disprezzo o di derisione anticlericale, tratto caratteristico della borghesia milanese dell’Ottocento (A. Gemelli, Prefazione in: I. Corsaro, Armida Barelli,Milano 1954, XI). È in questa situazione che Ida, così viene chiamata in famiglia, vive i primi anni della sua vita che influiranno certamente sulla sua personalità ma non in maniera totalizzante. Infatti nell’ambito familiare rimane aperto quello spazio di crescita libera che la porta a maturare autonomamente, anche con una certa fatica, alcune scelte non immediatamente condivise dalla famiglia.
Appare utile, a questo punto, conoscere alcune delle aspettative più significative che permettono alla Barelli di maturare una forte personalità umana e cristiana.
Tra il 1895 e il 1900 Ida porta a compimento gli studi presso l’Istituto S. Croce delle Suore francescane di Menzingen, nella Svizzera tedesca. I genitori scelgono tale Istituto non per un motivo religioso ma perché si tratta del migliore collegio femminile svizzero.
Se in un primo tempo la Barelli si mostra restia ad accettare la rigidità delle regole che sono in atto nel collegio, successivamente approfitta, con originalità e con serietà, dell’educazione religiosa che le viene offerta, tanto da pensare di farsi suora. Ma un semplice accenno di tale intenzione alla famiglia basta perché la Barelli sia allontanata dal collegio per un anno, finché i genitori non sono sicuri dell’abbandono di tale idea.
Sempre in collegio Ida, grazie a una compagna, Agata Braig, inizia a intuire la grandezza dell’amore divino chiuso nel cuore di Gesù: « Agata le parlava di un amore che non passa, di un ideale che non delude e che offre una felicità indipendente da qualunque vicenda terrena: il S. Cuore di Gesù » (M. Sticco, Una donna fra due secoli, Milano 19831, 6).
Al termine dell’esperienza di collegio la Barelli, salutando le compagne intente a fare progetti intorno al loro avvenire, afferma: « Ricordate tutte che Ida Barelli sarà suora o mamma - di dodici figli - ma vecchia zitella mai e poi mai! » (ibidem, 18). Questa frase le tornerà alla mente nei periodi che segnano la travagliata ricerca del suo stato di vita. Nel luglio 1900 termina così per Ida il quinquennio di Menzingen, che ha gettato i fondamenti della sua vita interiore; se dalla famiglia ha ereditato una forte coscienza morale, in collegio si è formata una coscienza religiosa incentrata sul culto del S. Cuore e sulla devozione all’Immacolata.
Del periodo immediatamente successivo alla vita di collegio ci viene testimoniato che, terminati gli studi, A. Barelli torna in famiglia e presto si trova a dover scegliere tra le due sole vie aperte a quel tempo alle ragazze: il matrimonio o il monastero.
La Barelli vive così per diversi anni una situazione tormentata; l’impossibilità di definire il suo stato di vita le crea un certo disagio. A tale proposito annota sul suo diario nel 1907, un anno dopo la morte del padre: « ... rimango sola con mamma e maschi. Sono libera, indipendente, ma che farò? » (A. Barelli, La mia vita, [manoscritto], in: Archivio Barelli, Milano, vol. A, 9).
Nel 1908 Cristina Giustiniani Bandini inizia l’Azione Cattolica Femminile in Italia, ma questo fatto non ha alcuna incidenza sulla Barelli e, come la maggior parte delle signorine di formazione liberale, anche se di fede cattolica, non ne sa nulla. Forse comincia a sentirne parlare nel 1909, quando frequenta un corso di cultura religiosa all’Arcivescovado di Milano, dove si accosta per la prima volta a un mondo diverso dal suo, a quei cattolici di stretta osservanza, militanti per la Chiesa e per il Papa, che da suo padre, dai fratelli e dagli amici sono definiti i « neri » o i « codini ». « Ma Ida a quel tempo si interessava poco alla battaglia delle idee: ne aveva una e le bastava: Gesù Cristo, via, verità e vita. Unica cosa importante: amarlo e farlo amare» (M. Sticco, Una donna, 32).
Per questo impulso alla carità attiva, simpatizza subito con una signorina che frequenta lo stesso corso di religione: Rita Tonoli. Grazie a lei conosce la « Piccola Opera per la salvezza del fanciullo», un’azione organica per l’infanzia derelitta. La Barelli collabora a tale opera non solo finanziariamente, ma affrontando per la prima volta i bassifondi di Milano, dove incontra una realtà fino allora sconosciuta.
Nel 1909 conosce padre Mattiussi, gesuita, il quale accetta di guidare spiritualmente la Barelli, incerta per il futuro della sua vita. Dopo una confessione generale, egli gliela indica chiaramente: verginità e apostolato nel mondo.
Il 1909 è definito dalla Barelli « Anno di Grazia » per questi motivi da lei stessa riportati: « Dopo tre anni di alti e bassi, fervori e resistenze alla grazia (...) quando stavo per disperare di me, essendomi persuasa della mia assoluta incapacità a proseguire nella via spirituale, ecco che, dopo un anno di assistenza di Rita Tonoli, la grazia m’investì: confessione generale e consacrazione definitiva a Dio per l’apostolato nel mondo» (A. Barelli, La mia vita, 10).
L’11 febbraio 1910 la Barelli incontra per la prima volta p. Gemelli, al quale si rivolge, su invito della Tonoli, per un problema familiare: si tratta di un incontro fondamentale, che segna una svolta nella sua vita.
Il 10 agosto dello stesso anno p. Gemelli risponde alla Barelli, inquieta circa la scelta del suo stato di vita, che « si può rinunciare al mondo e consacrarsi a Dio senza bisogno di entrare in convento». Egli la sollecita solo a entrare nel Terz’ordine francescano, e ciò avviene il 19 novembre 1910.
La ricerca sofferta della volontà di Dio ha termine però solo nel 1913, a trent’anni, con la risposta definitiva che mons. Gorla, penitenziere del Duomo di Milano, le dà dopo aver riflettuto e pregato: « Sono certo che la sua via è la verginità nel mondo, consacrata a Dio » (A. Barelli, La mia vita, 15).
La Barelli pone così fine ai dubbi e alle incertezze interiori che le facevano avvertire, a volte, la sua incapacità a vivere la totale donazione a Dio e ai fratelli, e può così affrontare quell’apostolato intenso e travolgente che caratterizza tutta la sua vita e che la fa essere segno e fermento cristiano nella Chiesa e nella società del suo tempo.
Sicura della sua vocazione, Ida si lascia pervadere dalla spiritualità francescana. Sceglie, come direttore spirituale, padre Arcangelo Mazzotti, lo stesso di p. Gemelli, che la guida per tutta la sua vita. Il suo compito nei confronti della Barelli e di p. Gemelli è quello di rendere integralmente francescane le loro anime, di moderare con il suo perfetto equilibrio la loro generosità impetuosa e di sostenerli nelle ore tragiche.
Fin dal 1912 la Barelli collabora con p. Gemelli attorno a un progetto di assistenza per le impiegate, e successivamente come traduttrice di articoli per la «Rivista di filosofia neoscolastica». La collaborazione si fa più stringente durante gli anni della guerra; infatti, la Barelli è la segretaria del Comitato per la consacrazione dei soldati al S. Cuore, di cui presidente è lo stesso Gemelli, vicepresidente p. A. Mazzotti e cassiere il conte Ernesto Lombardo. Questo fatto « ebbe due conseguenze importanti per il suo avvenire: l’ingranò sempre più nel dinamismo di p. Gemelli e la mise in evidenza presso le gerarchie Cattoliche ».
Alla fine della guerra la Barelli è chiamata a far parte del Comitato Milanese delle donne cattoliche come vice-presidente per l’azione sociale. L’attività svolta in questo settore è rivelatrice di alcune caratteristiche che resteranno delle costanti nella sua attività di dirigente: la scelta delle responsabili preferibilmente fra le terziarie francescane; la precisa determinazione degli obiettivi; il senso dell’organizzazione e della necessità di personale e di mezzi adeguati ed efficaci.
Osservando i cambiamenti in atto nella società contemporanea il card. Ferrari intuisce che l’era storica dell’apostolato dei laici è venuta. Avverte infatti la necessità di offrire maggiore attenzione alla formazione religiosa dei laici perché possano testimoniare la loro fede in un’età di così acceso laicismo e anticlericalismo. In particolare il card. Ferrari si preoccupa della formazione delle giovani donne, che più sono segnate dai cambiamenti in atto.
A colloquio con il card. Ferrari, la Barelli non intuisce immediatamente il motivo del discorso a lei rivolto, e alla proposta avanzatale di mettersi a capo della Commissione provvisoria della GT diventando propagandista e andando nelle parrocchie della diocesi di Milano per fondare Circoli atti a controbattere la propaganda marxista, reagisce impetuosamente disapprovando la richiesta del Cardinale.
Un episodio accaduto in una scuola media mista, dove le ragazze, diversamente dai ragazzi, non hanno il coraggio di difendere la loro fede di fronte alla insegnante atea che banalizza la pratica religiosa, fa cambiare idea alla Barelli. Ecco come esprime tale ripensamento: « Quella notte non dormii. Un pensiero mi tormentava. Che sarà delle madri di domani se le giovani d’oggi adorano il Signore nella penombra del tempio e lo rinnegano alla luce del sole? Ha ragione l’arcivescovo: bisogna riunirle, istruirle, dare loro la fierezza della fede, per farne domani madri capaci di educare cristianamente i figlioli » (A. Barelli, La Sorella Maggiore racconta, Milano 1981, 7).
Con questi atteggiamenti la Barelli si mette a disposizione del card. Ferrari e da quel giorno l’educazione cristiana delle giovani generazioni diviene l’idea motrice della sua intensa attività.
L’inaugurazione ufficiale della nuova associazione viene solennizzata in S. Sepolcro il 17 febbraio 1918. Il card. Ferrari augura alla G.F. di diventare come il granello di senape dell’Evangelo e conclude presentando la prima presidente della G.F. milanese, la signorina Barelli.
A settembre la Barelli si reca a Roma per comunicazioni urgenti della presidente generale dell’U.D.C.I., la marchesa Maddalena Patrizi. Scrive la barelli: « Mi disse che il S. Padre, Benedetto XV, aspettava il mio consenso per darmi l’incarico di fondare la Gioventù Femminile in tutte le diocesi d’Italia» (Ibidem, 13). Ancora una volta Ida si trova di fronte a una richiesta che ritiene molto superiore alle sue reali capacità e nega alla presidente la sua collaborazione per tale scopo.
È lo stesso Benedetto XV che convince la Barelli, precisandole che non la manda come maestra tra le scolare, ma come sorella tra le sorelle. (Da qui la sua nuova denominazione di Sorella Maggiore). Quando il Papa, sentite le sue riserve e aspettative, le conferma che la sua missione non è fuori dall’Italia, ma dentro di essa, la Barelli sancisce tutte le sentenze pronunciate via via dai suoi direttori di spirito e non può più dubitare della volontà di Dio su di lei. Il colloquio termina con la consegna della bozza corretta dello statuto alla Barelli.
Al nuovo movimento la Barelli imprime il senso della militanza intesa come apostolato quotidiano, praticato continuamente e in ogni ambiente, esigentissimo sul piano dell’adesione personale.
La volontà di offrire un luogo d’incontro non transitorio a quante volessero donarsi completamente all’apostolato, spinge la Barelli, insieme a p. Gemelli, a costituire il Pio Sodalizio delle Missionarie della Regalità di Cristo. Nell’agosto 1919 viene stilata ad Assisi la Regola provvisoria delle terziarie francescane del Regno Sociale del S. Cuore. Il programma comporta la consacrazione a Dio con i voti di castità-povertà-obbedienza; l’osservanza delle regole del Terz’ordine francescano; l’obbligo di apostolato nell’A.C.I.; la propaganda della cultura cattolica, in particolare della nascente Università Cattolica. Il Pio Sodalizio dà origine, nel novembre 1927, al comitato Opera della Regalità e nel 1928 all’Opera della Regalità. Accanto agli impegni di dirigente della G.F.C.I. la Barelli è, fin dal sorgere dell’Università Cattolica, investita dell’incarico di cassiera. La raccolta dei fondi a sostegno dell’Università, in cui tutta la G.F. è coinvolta, da una parte, e il contributo a livello formativo culturale offerto dai professori della Cattolica alla G.F., dall’altra, permettono alla Barelli di tenere in stretto collegamento le due opere.
La stretta connessione tra G.F. e Università Cattolica consente alla Barelli nel 1931 di tenere ugualmente il previsto Congresso triennale, nonostante lo scioglimento della G.F., ordinato dall’autorità governativa e avvenuto nel maggio di quell’anno.
In generale l’atteggiamento della Barelli nei confronti del Regime non si discosta molto da quello della A.C. nel suo insieme, anche se sembra essere presente in lei una determinazione più chiara di distacco dal regime rispetto alla Patrizi, presidente dell’U.D.C.I. Di fronte all’entrata in guerra dell’Italia riemerge nella Barelli lo spirito patriottico ereditato dalla famiglia in parte, ma soprattutto dalla consuetudine con Gemelli. In tale situazione la Barelli incita la G.F. all’obbedienza alle autorità legittime con spirito di fede. La fine della guerra e la estensione del voto anche alle donne segnano una nuova tappa per la Barelli, che si rivolge a Pio XII per avere direttive per i nuovi campi che si aprono all’attività femminile.
Il 2 ottobre 1945 Pio XII, in un discorso tenuto alle massime dirigenti delle associazioni femminili cattoliche, sottolinea che le sorti della famiglia e della convivenza umana sono nelle mani delle donne cristiane. L’elettorato femminile deve costituire un baluardo di fronte al comunismo.
La Barelli nel 1946, a 64 anni, lascia la presidenza della G.F. e nel 1947-48 è a capo dell’Ufficio di Propaganda dell’A.C. Gira tutta l’Italia facendo anche sei discorsi al giorno, preoccupata soprattutto di combattere l’astensionismo.
Nel 1950 si manifestano i primi segni della malattia: paralisi bulbare progressiva che la porterà alla morte nella festa dell’Assunta dell’anno 1952.

2. LA PERSONALITÀ

Nella sua premessa a Una donna fra due secoli, la Sticco scrive a proposito della Barelli: « Oggi possiamo vedere la sua figura alta fra due secoli, anzi fra due ere della civiltà della donna: l’era della sottomissione più o meno incondizionata e l’era dell’autonomia economica e giuridica» (M. Sticco, Una donna, 31-32).
La Barelli è spesso considerata come la donna del grande passaggio che caratterizza la Chiesa in questi ultimi cento anni. Il passaggio dalla Chiesa dell’Ottocento, che si caratterizza per l’assenza di una coscienza ecclesiale dei laici, e dalla conseguente mancanza in loro di uno spirito apostolico, e per l’estraneità della donna dalla vita apostolica della Chiesa, a quella del nostro secolo, in cui il tentativo di ricondurre la società laicista alla Chiesa ha favorito un rinnovamento anche nella coscienza cristiana del laicato femminile.
A. Barelli viene chiamata dalla Chiesa a una missione molto importante: avviare le giovani a risolvere la difficile situazione, secondo l’ideale cristiano.
Ma come ha potuto vivere questa sua missione così grandiosa? Dino Barsotti risponde sottolineando alcuni atteggiamenti rivelatori della personalità della Barelli, fra i quali: una natura eminentemente dotata; un’intelligenza pratica ma grande; una volontà forte, fatta per il comando e abbastanza duttile per sapersi piegare alle circostanze e realizzare l’ideale che si propone. « Ma se ella ebbe una natura eccezionalmente dotata, questa natura la mise totalmente a servizio di Dio nell’esercizio delle virtù teologali, e in quale esercizio di virtù teologali! » (D. Barsotti, Armida Barelli: un’immagine della Chiesa del suo tempo, in «Presenza», 6 [1972] 11-12). P. Gemelli, la cui intensa collaborazione gli permette di conoscerla con una certa profondità, così scrive: « Armida Barelli non nacque eccezionalmente virtuosa, ma lo divenne; non fu, fino dalla prima età, una creatura di straordinaria vita interiore, ma a poco a poco, per dono di grazia e forza di volontà si formò in lei quella personalità non comune, quella donna di zelo infaticato, di sacrificio sorridente, di fiduciosa accettazione della grave prova con cui Dio volle chiudere la sua vita. (...) Insomma, quell’eroismo nell’agire e nel patire (...) fu un punto di arrivo, conquistato con lungo lavoro interiore assiduo e non mai interrotto».
Padre Gemelli riconosce nella Barelli la presenza di alcune qualità naturali che, coltivate lungo la vita, la portano a conquistare una piena maturità, umana e cristiana: la semplicità, che sarà la sua caratteristica naturale più evidente; l’impegno e la fermezza che l’accompagnano nello svolgimento dei compiti che le sono affidati; la concretezza positiva sostenuta dalla sua intelligenza intuitiva; la serenità costante e la fiducia negli altri.
Egli fa dipendere la personalità naturalmente forte della Barelli dalla sua robustezza interiore, riconoscendo che la caratteristica fondamentale della sua forte personalità, considerata dal punto di vista soprannaturale, è la grande fede. Si tratta di una fede consapevole, illuminata, in alcune circostanze eroica: l’abbandono nelle mani di Dio è la causa del suo ottimismo e della sua serenità. La semplicità e la serenità tipiche dello stato d’animo della Barelli potrebbero far dubitare di un certo infantilismo, ma, in realtà, sotto l’apparenza della semplicità agisce una ricca e costante intimità con Dio.
Da tutto ciò possiamo ricavare che nella Barelli il vivere umano non è altro dal vivere cristiano e la sua costante tensione alla santità si esprime nel vivere quotidianamente le diverse situazioni con autentico spirito di fede. È possibile cogliere in lei, come segno di modernità che anticipa alcune acquisizioni maturate successivamente in ambito ecclesiale, una sostanziale unità fra il vissuto interiore e l’impegno apostolico di cui è piena la sua esistenza.

3. LA SENSIBILITÀ ECCLESIALE

Nella maturazione spirituale della Barelli un posto considerevole occupa la forte sensibilità ecclesiale che cresce armonicamente e progressivamente in lei.
Gemelli testimonia che ogni suo pensiero manifestato, ogni sua azione, ogni sua parola, ogni suo gesto rivelano il fermo proposito di servire la Chiesa, di far amare Gesù Cristo e di prestarsi soccorrevole in servizio di chiunque le chiedesse qualcosa.
Una scelta fondamentale maturata dalla Barelli è quella di operare nella G.F. perché possa crescere sempre di più il senso di appartenenza alla Chiesa. Un preciso obiettivo di tale lavoro, recepito sempre meglio collaborando con p. Gemelli, è proprio quello di guidare le persone a lei affidate a vivere la vita della Chiesa. Appunto per questo è avvertita abbastanza chiaramente da lei l’esigenza di non creare luoghi paralleli o alternativi all’unica Chiesa di Cristo, che ha nel Papa il suo riferimento centrale, ma di offrire spazi e mezzi per poter cogliere sempre di più il valore dell’appartenenza alla Chiesa Cattolica. Un’espressione concreta di amore alla Chiesa viene manifestata dalla Barelli attraverso la collaborazione filiale che offre al suo arcivescovo, prima, e a tre Papi, poi, nel lavoro di educazione alla fede delle giovani cattoliche. Dal primo atto di obbedienza al card. Ferrari, dalla prima responsabilità a lei affidata da Benedetto XV e accettata fra le lacrime, fino alle ultime parole a lei rivolte da Pio XII, rivelano che la volontà del Papa e l’amore alla Chiesa sono costantemente la molla potente e sicura della sua azione.
Il rinnovamento vivace della struttura ecclesiale esistente, diocesi e parrocchie, è un altro obiettivo dell’opera della Barelli. Diocesi e parrocchie vengono scelte come luoghi di crescita e di espressione della fede.
Sono diverse le testimonianze che ci confermano la singolarità del rapporto che la Barelli ha, durante la sua vita, con i tre Papi che si succedono: Benedetto XV, Pio XI e Pio XII.
Se la Barelli vive una missione nei riguardi di tutta la Chiesa, è perché è chiamata da Benedetto XV. Ma se questo Papa la chiama, il rapporto che ella ha poi con Pio XI è qualcosa di estremamente singolare.
Il rapporto con Pio XII è più difficile; anche se in varie occasioni egli riconosce l’assoluta dedizione alla Chiesa della Barelli.
Carmela Rossi, che ha vissuto per un periodo a fianco della Barelli, ricorda: « Sempre, dopo un’udienza ci raccoglieva intorno a sé per raccontare come erano andate le cose (...). Non ammetteva mai discussione: tutto quanto il S. Padre aveva detto, o desiderava, si doveva fare e basta. E con grande fede, assoluta ed amorosa obbedienza. Si trattava del Vicario di Cristo: o ci si credeva o era inutile lavorare nell’Azione Cattolica» (C. Rossi, Armida Borelli,.157).
Veramente, come rileva D. Barsotti, la Barelli, con la sua azione, ha contribuito nel ridare una coscienza cristiana alla donna: « una coscienza che la faceva di nuovo capace di quella missione che è propria di ogni laico in quanto partecipe del sacerdozio di Cristo» (D. Barsotti, Armida Barelli, 9-10).