Bambini e adolescenti

L'Italia delle parole:
promesse mancate e futuro da inventare

Quarta Relazione annuale al Parlamento
dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza

Vincenzo Spadafora

Relazione annuale giugno2015
[...]
Quanti sono i bambini e gli adolescenti in Italia? Con chi vivono e quali sono le condizioni dell’abitazione, del quartiere, della città in cui vivono? E soprattutto chi ascolta le loro aspettative, richieste, legittime aspirazioni?
Secondo i dati dell’ISTAT, al 1° gennaio 2014 i bambini e gli adolescenti fino a 17 anni erano 10.158.005 di cui l’11% stranieri. Negli ultimi quindici anni l’incidenza dei minorenni sul totale della popolazione residente mostra una costante riduzione, passando dal 18,1% nel 1996 al 16,7% nel 2014. La Liguria è il fanalino di coda con la più bassa percentuale di minorenni sul totale della popolazione residente (13,9%) mentre all’opposto troviamo la Campania (19,2%) che si colloca ben oltre la media nazionale (16,7%).
Nel 2014 le nascite sono state 509 mila, cinquemila in meno rispetto al 2013, il livello minimo dall’Unità d’Italia. Negli ultimi anni profonde trasformazioni hanno riguardato il contesto familiare in cui ci sono minorenni. E’ ormai dominante il modello del figlio unico. Basti pensare che sul totale di 5 milioni 676 mila coppie con figli minorenni, la percentuale di quelle con un solo figlio è il 51,6%, quelle con due il 39,9% e quelle con tre o più solo l’8,7%.
E’ evidente che la crisi economica che il Paese sta attraversando negli ultimi anni ha influito sulla decisione di avere figli. Immaginate cosa accadrebbe se continuasse questo trend che già oggi ci porta a contare in Italia 154 anziani ogni 100 giovani.
Di fronte a questo quadro che diventa ancora più drammatico se leggiamo i dati sulla povertà minorile in costante crescita, il nostro Paese non ha reagito con investimenti all’altezza della gravità della situazione. Anzi, la crisi economica, pur vera, ha giustificato tagli indiscriminati proprio a partire, come spesso è accaduto, dalle politiche sociali e per l’infanzia.
Basti pensare al Fondo Nazionale Politiche Sociali che nel 2007 recava una dotazione per le Regioni e le Province autonome pari a euro 745.000.000, nel 2009 scendeva a euro 518.226.539, mentre nel 2015 arriva a euro 278.192.953; in generale tutte le risorse per le politiche per l’infanzia e l’adolescenza risentono di questo trend discendente.
Nell’ultimo anno abbiamo assistito al tentativo del Governo di sostenere le famiglie attraverso misure il cui impatto potremo valutare solo in futuro. Ciò di cui abbiamo maggiormente bisogno, però, è una politica economica più equa e lungimirante, non fatta di soli interventi sporadici e disomogenei, ma capace di costruire un sistema di welfare che, investendo sui bambini e sugli adolescenti, aiuti il Paese ad uscire dalla crisi.
Uno studio comparato realizzato dall’UNICEF mostra che tra i Paesi dell’OCSE, le risposte date dai Governi alla recessione sono state molto diversificate: alcuni Paesi sono riusciti a tutelare i bambini e gli adolescenti adottando misure efficaci (da riforme fiscali ad interventi per proteggere le famiglie con minorenni dagli sfratti) e sono così riusciti a contenere la povertà minorile.
In realtà in Italia è difficile stabilire quale sia l’investimento complessivo della spesa sociale per l’infanzia a causa della complessità sistemica che vede competenze e fondi distribuiti tra una molteplicità di soggetti istituzionali e livelli di governo. La missione è difficile, ma non impossibile e nelle prossime settimane saremo in grado di presentare i risultati di un monitoraggio che abbiamo realizzato prendendo in esame i fondi assegnati alle principali amministrazioni.
Partendo da questo vorremmo arrivare ad una analisi anche di tipo qualitativo per valutare l’impatto reale degli interventi.
La nostra sensazione è che la mancanza di un coordinamento depotenzi l’efficacia dei singoli interventi, sia perché non in grado di stabilire delle priorità, sia perché spesso, soprattutto attraverso i fondi europei, si finanziano una molteplicità di progetti dagli esiti incerti e che non incidono in modo strutturale sul sistema di garanzia dei diritti.
Del resto, se i dati continuano a confermare una condizione dell’infanzia critica sotto molti aspetti, vuol dire che dobbiamo dubitare dell’efficacia delle azioni messe in campo.
Mi preoccupa moltissimo, per esempio, il dato sulla povertà minorile che non tende a diminuire. La povertà si eredita e si ereditano la povertà materiale e quella culturale. La fotografia del Paese che verrà, se non ci sarà un’inversione di tendenza, è a tinte fosche.
A tal riguardo sono convinto che una misura nazionale di sostegno al reddito, almeno in via straordinaria in un momento così difficile per moltissime famiglie, non sia da considerare una mera forma di assistenzialismo. Del resto l’Italia, insieme alla Grecia, è l’unica nazione tra gli Stati membri dell’Unione Europea a non avere adottato una misura simile.
La forbice fra chi ha e chi non ha si divarica sempre di più. Lo Stato dovrebbe avvicinare con politiche mirate le due lame. Se non si interverrà presto, si rischia di rendere più profondo il solco fra chi ha opportunità e chi le opportunità non le può neppure sognare.
Sono consapevole del fatto che in tempi di crisi ciascuno chieda al Governo di tutelare specifici settori ed interessi; spetta al Governo stabilire le priorità che siano coerenti con l’idea di Paese che si vuole costruire per il futuro.
Se è vero, quindi, che il nostro Governo e in particolare il Presidente del Consiglio Matteo Renzi vogliono un’Italia competitiva in grado di valorizzare i talenti, soprattutto dei più giovani, in cui la disoccupazione cali drasticamente, insieme alla spirale della povertà, si devono attuare misure coerenti con tale disegno partendo dall’investimento per la crescita e la formazione delle nuove generazioni.
Anche da un punto di vista dei costi, è ormai accertato che l’intervento dello Stato per riparare i danni causati dal mancato investimento ha oneri ben più alti ai quali lo Stato stesso è poi costretto a far fronte senza alternative.
In Italia manca una strategia politica che definisca le prestazioni da garantire ovunque e a tutte le persone di minore età. Per questo motivo abbiamo promosso, su impulso della rete “Batti il cinque!”, un documento per proporre e sostenere la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali dei bambini e degli adolescenti. Documento che abbiamo presentato al Ministro per le Riforme Costituzionali e i Rapporti con il Parlamento, Onorevole Maria Elena Boschi, proprio perché riteniamo che non si può più tollerare che un bambino non possa ricevere ciò che gli spetta di diritto, solo in base alla regione o alla famiglia in cui è nato.
Mi auguro vivamente che il Parlamento e il Governo prendano quanto prima in esame l’urgenza di definire i livelli essenziali delle prestazioni e di impegnarsi a garantirli su tutto il territorio nazionale, in maniera uniforme.
La necessità di legiferare in materia è davvero urgente: nell’anno 2014 non sono state approvate leggi “di sistema” specificamente rivolte all’infanzia e all’adolescenza. Disposizioni che possono avere ricadute sulle persone di minore età si ritrovano all’interno del cosiddetto Jobs Act che ha previsto nuove regole per la formazione degli apprendisti, anche minorenni, e più favorevoli misure di conciliazione dei tempi lavoro-famiglia.
Mirato alla tutela dei minorenni è invece il D.Lgs. 39/2014 che ha introdotto in Italia l’obbligo, per il datore di lavoro, di richiedere il certificato del Casellario Giudiziale alla persona che intenda impiegare in una attività che comporti contatti “diretti e regolari” con minorenni, al fine di verificare l’esistenza di condanne per reati connessi all’abuso sessuale di minorenni e alla prostituzione minorile.
Resta aperto proprio in queste settimane il controverso dibattito sulla riforma della scuola. Non intendo entrare nelle polemiche di questi giorni, quanto ribadire la necessità che oltre ad occuparci della governance del sistema scolastico, dovremmo occuparci dei “programmi”, di cosa cioè insegniamo ai nostri ragazzi per renderli cittadini consapevoli e partecipi, di quanto l’offerta formativa proposta sia coerente con le richieste del mercato del lavoro in crisi.
Secondo i recenti dati dell’OCSE, il nostro Paese è tra i più disallineati nel rapporto tra preparazione scolastica e mondo del lavoro, andando così ad acuire il problema della disoccupazione giovanile già di per sé preoccupante.
Se il dibattito sulla riforma si ferma solo sulla questione se sia giusto che il Preside scelga o meno i professori diventa un falso dibattito, perché non affronta il problema vero, ossia di ripensare la scuola per collegarla alle esperienze di vita e professionali che i ragazzi si troveranno ad affrontare.
La direzione auspicabile di qualsiasi riforma della scuola è quella che possa garantire non solo un recupero sui ritardi rispetto agli altri Paesi europei, ma soprattutto un modello che si ponga come obiettivo reale il superamento delle diseguaglianze rimettendo al centro la necessità di offrire pari opportunità nell’accesso ai saperi e alla conoscenza. Obiettivi non soltanto da declamare nelle finalità, ma da declinare in ciascun articolo, in ogni comma, di una legge: solo così si farà la differenza per milioni di minorenni e per le persone a loro più vicine.
Nel 2014, inoltre, è stato avviato o è continuato, l’esame in Parlamento dei disegni di legge che interessano più direttamente alcuni ambiti del mondo minorile, a partire dai disegni di legge di ratifica del Terzo Protocollo opzionale alla Convenzione sui Diritti dell’infanzia e della Convenzione dell’Aja del 1996 sulla “responsabilità genitoriale”; e altri su aspetti specifici tra i quali il diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare, l’accesso del figlio adottato non riconosciuto alla nascita alle informazioni sulle proprie origini, l’integrazione sportiva dei minorenni stranieri residenti in Italia, misure per la prevenzione e la cura del gioco d’azzardo, la prevenzione e il contrasto del bullismo e del cyberbullismo. Sono stati inoltre presentati disegni di legge che prevedono riforme più ampie quali la cittadinanza, i servizi educativi per i bambini da 0 a 6 anni e l’accoglienza e la protezione dei minorenni stranieri non accompagnati.
Vorrei soffermarmi, però, su un disegno di legge per il quale nutro molte perplessità. Mi riferisco alla Riforma del Processo Civile che prevede l’istituzione, presso i Tribunali Ordinari, di Sezioni specializzate per la famiglia e la persona. Sono davvero tante le lacune e le incoerenze che emergono dalla proposta del Ministro della Giustizia, Andrea Orlando con il quale invano abbiamo tentato una preventiva interlocuzione al fine di offrire suggerimenti coerenti con le indicazioni sovranazionali e soprattutto con l’esperienza quotidiana di molti magistrati ed operatori e con le segnalazioni che ci sono arrivate.
Il Ministro Orlando non ci ha consentito, come previsto dalla Legge istitutiva dell’Authority, di esprimere il nostro parere formale al testo in discussione che ci è stato negato durante le molte settimane trascorse dall’annuncio della riforma alla diffusione del testo ufficiale.
Le principali criticità si possono riassumere in obiettivi della riforma non centrati e incoerenze normative. Tra le prime: non viene istituito il Giudice unico, non vi è chiarezza sulle modalità con le quali verrà assicurata la specializzazione, permane un problema di prossimità, il difetto di pieno collegamento tra il penale minorile e gli interventi sulla responsabilità genitoriale. Sulle incoerenze normative, in particolare: la difettosa indicazione delle competenze tra il Tribunale per i minorenni e l’istituenda Sezione specializzata, una lacunosa disciplina del rito.
In un quadro di carenze economiche e progettuali noi, insieme ai Garanti regionali, a tante associazioni, organizzazioni e addetti ai lavori, una proposta l’abbiamo fatta e continuiamo a ripeterla ormai da Tempo convinti sempre di più della sua urgenza e necessità: costituire una cabina di regia politica e gestionale unica sulle tematiche dell’infanzia; ridisegnare, cioè, la governance dei processi decisionali e dei finanziamenti che riguardano bambini e adolescenti.
Sono talmente tanti ed evidenti i benefici che tutti, e in particolar modo i minorenni, potremmo trarre da una semplificazione dell’“albero delle competenze”, che davvero non si comprendono le motivazioni per le quali nessun Governo negli ultimi anni abbia compiuto tale scelta.
Nessuno si meraviglierà se poi molti – e tra questi ci sono certamente anche io – attribuiscono la mancata costituzione di una cabina di regia unica alla superficialità di analisi unita al disinteresse per il tema ovvero alla necessità di disporre di un maggior numero di deleghe da distribuire.
Dall’inizio del mio mandato ho interloquito con ben quattro Governi, ognuno dei quali ha inteso organizzare le competenze sull’infanzia in modo diverso e, comprensibilmente, con interlocutori diversi, con una ricaduta pesante sia sul nostro lavoro, sia su quello di quanti operano in questo settore.
E’ indispensabile stabilire, e subito, che debba sempre esserci in ogni Governo un Sottosegretario con una delega specifica e un Dipartimento che funga da cabina di regia, la cui sede naturale, proprio per quanto fin qui detto, dovrebbe essere la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Considerare cioè la delega sul mondo dell’infanzia e dell’adolescenza “pesante”, al pari di altre deleghe. La creazione di un Ministero ad hoc andrebbe invece nella direzione opposta a quella della semplificazione.
La certezza dell’interlocutore, l’autorevolezza del ruolo politico e la chiara definizione della delega consentirebbero davvero una svolta importante nella pianificazione e realizzazione di politiche e di interventi per l’infanzia e l’adolescenza.
In questo quadro potrebbe trovare nuova linfa anche la Commissione Parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, che andrebbe, nella distinzione dei ruoli, potenziata nell’azione e nelle funzioni.
Una chiara regia politica darebbe senz’altro un forte impulso anche alla definizione del Piano Nazionale di Azione per l’infanzia e l’adolescenza, già di fatto un luogo ideale di coordinamento delle attività che è stato però svuotato di significato sia per i ritardi che si sono accumulati negli anni sia per l’assenza di finanziamenti per la realizzazione delle attività previste.
E’ bene ricordare che la Legge prevede l’approvazione di un piano nazionale di azione ogni due anni: ad oggi sarebbero dovuti essere otto, mentre ne sono stati approvati tre; ma ribadisco che ciò che più conta è che i Piani di azione non dispongono di risorse espressamente dedicate.
Attualmente l’Osservatorio Nazionale Infanzia e Adolescenza, ricostituitosi nel 2014, anche dopo nostre notevoli pressioni, sta ancora elaborando il nuovo piano biennale. Il Piano dovrebbe rispecchiare una strategia complessiva chiara, evidenziare le diverse azioni prioritarie, prevedere risorse adeguate e soprattutto individuare specifiche responsabilità di attuazione e una regia efficace nella fase di monitoraggio. La sensazione, invece, è che ci si muova su più piani paralleli che quindi, per definizione, non si incontrano tra loro.
Nel Piano si scrivono le proposte, ma poi altri sono i luoghi in cui si decide davvero e, paradossalmente, ancora altri sono i soggetti che gestiscono la maggior parte dei fondi - in modo particolare quelli europei - basti pensare alle diverse Autorità di Gestione in seno ai vari ministeri.

I temi che abbiamo affrontato nello scorso anno sono davvero tanti. Non vorrei che qualcuno pensasse che le principali e le uniche questioni di cui ci occupiamo coincidono con quelle trattate dai media. I bambini e gli adolescenti finiscono nei TG soprattutto quando accadono fatti di cronaca gravi, tragedie, emergenze. E’ la legge assurda della comunicazione.
Esiste invece una quotidianità fatta di storie, problematicità, situazioni ai margini, sogni realizzati, riscatti, esempi positivi di cui si occupano prevalentemente le associazioni e le organizzazioni del Terzo Settore e che noi abbiamo cercato di intercettare, capire, seguire per trarne insegnamento e formulare proposte concrete da sottoporre alle Istituzioni a vario livello.
Abbiamo trattato molti di questi temi con i gruppi di lavoro della Consulta delle Associazioni costituita in seno all’Authority e le Commissioni Consultive che hanno coinvolto esperti e tecnici del settore a cui sono molto grato. I principali temi che abbiamo affrontato sono stati scelti proprio monitorando la situazione del Paese e accogliendo le tante sollecitazioni di cittadini comuni che ci hanno scritto in questi anni: madri, padri e talvolta gli stessi ragazzi che ci segnalano storie, che raccontano spaccati del vissuto quotidiano di molte famiglie. In questi anni il numero delle segnalazioni è aumentato in maniera costante: sono state 45 nel 2012; 193 nel 2013 e ben 506 nel 2014. La problematica prevalente attiene a situazioni familiari: conflittualità che non si riescono a gestire all’interno del nucleo e soprattutto critiche all’operato di Istituzioni e professionisti competenti ad intervenire che, a giudizio di chi segnala, intervengono male o in ritardo. Se associamo a questa problematica quella più strettamente giudiziaria e socio-assistenziale arriviamo al 50% di tutti i casi segnalati. Ed è anche alla luce di questo dato che voglio subito introdurre un tema che mi sta particolarmente a cuore: minorenni che vivono fuori dalla famiglia di origine e in particolare nelle comunità.
E’ un tema molto sensibile, oggetto di grande attenzione – a volte morbosa – dei media che non aiuta a fare chiarezza su una questione estremamente delicata sulla quale stiamo concentrando molte delle nostre energie. Ricevo diverse lettere di genitori secondo i quali se il Garante non è in grado di far uscire i minorenni dalle comunità e magari di rivedere o annullare i provvedimenti di un giudice, non ha motivo di esistere. La verità è più complessa.
Intanto è bene ricordare che io per primo sono convinto del diritto di ogni bambino di vivere nella propria famiglia di origine come previsto dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia. Sono altresì fortemente convinto che innanzitutto bisognerebbe attuare ogni misura utile a sostenere la famiglia di origine e a prevenire e ad evitare allontanamenti inappropriati e non necessari. In questa direzione va il Progetto P.I.P.P.I. (Programma di Intervento Per la Prevenzione dell’Istituzionalizzazione), che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, in collaborazione con l’Università di Padova, ha cominciato a sperimentare efficacemente nel 2011 in dieci città italiane, oggi esteso a quasi tutto il territorio nazionale.
In modo particolare credo che ogni minorenne allontanato dalla famiglia di origine per motivi economici sia un fallimento per lo Stato e una responsabilità per ciascuno di noi. Ma i minorenni non vengono allontanati dalla famiglia solo per questo.
Tra le principali motivazioni di allontanamento ci sono il maltrattamento e l’incuria nei loro confronti, gli abusi sessuali, l’inadeguatezza dei genitori e i problemi relazionali intrafamiliari. E allora l’affidamento familiare o il collocamento in comunità risultano essere non solo l’extrema ratio, ma un bene per il minorenne che solo in tal modo potrà crescere, per un periodo della sua vita, in un ambiente sano ed essere aiutato a superare i traumi che può aver subito e a recuperare, se possibile, il rapporto con la propria famiglia.
Noi abbiamo quasi concluso un attento monitoraggio proprio sui minorenni in comunità grazie alla collaborazione di tutti i Procuratori della Repubblica presso i Tribunali per i minorenni che ringrazio fortemente per il supporto che ci hanno concesso nonostante la scarsità di personale e di mezzi. Abbiamo oggettivamente impiegato molto più tempo di quanto prevedevamo proprio perché non esiste un sistema comune consolidato né tantomeno informatizzato di raccolta dati. Ma saremo presto in grado di presentare i primi risultati del monitoraggio.
Basterebbe anche un solo minorenne fuori dalla famiglia di origine per doverci domandare cosa non ha funzionato, chi poteva fare di più, dove si è sbagliato. Questa assunzione di responsabilità deve però riguardare tutti: lo Stato centrale, le Regioni, i Comuni, i Servizi sociali, i Tribunali, ma anche gli stessi genitori; penso per esempio ai provvedimenti giudiziari di allontanamento che nascono da una “guerra” tra coniugi le cui conseguenze ricadono sui propri figli.
Abbiamo promosso la realizzazione di un documento di proposta per la definizione dei criteri e degli standard per le Comunità per i minorenni da parte della Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni. L’abbiamo presentato di recente e stiamo sollecitando tutti i coordinamenti delle comunità che hanno contribuito alla stesura del documento stesso, ad indirizzare la propria azione verso il raggiungimento di tali standard. Di recente il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha avviato, anche su nostra proposta, un tavolo di confronto sulle comunità per minorenni, al quale partecipano rappresentanti delle Amministrazioni statali, regionali e comunali, coinvolgendo esperti e rappresentanti dei Coordinamenti delle Comunità per i minorenni.
Così come era avvenuto a suo tempo per l’affidamento famigliare, il Tavolo ha l’obiettivo di formulare delle Linee di indirizzo per le comunità residenziali.
Del resto le stesse comunità sono motivate a mantenere alto il livello di accoglienza per non subire gli effetti negativi causati dagli errori e dal malaffare.
Il rischio è che gli errori gravi di alcune comunità, da condannare e perseguire senza sconti, infanghino il buon lavoro di molti. Certamente è necessario aumentare i controlli a tappeto sul territorio nazionale.
Le Procure minorili lo fanno, se pur con oggettive difficoltà organizzative. Io stesso ho visitato e continuerò a visitare diverse comunità.
Un tema che viene più volte segnalato dalla stampa riguarda i potenziali conflitti di interesse di Giudici onorari e altri professionisti che sarebbero in diverso modo collegati alle comunità.
Ho di recente incontrato un’associazione che ha più volte pubblicamente denunciato la presenza di situazioni simili in tante realtà del Paese, che però per sua scelta non ha voluto consegnarci i risultati di questo lavoro dal quale emergerebbero elementi concreti di potenziale conflitto di interessi.
Neppure dalle segnalazioni pervenuteci emergono elementi che ci consentono di intervenire e verificare situazioni specifiche. Oltre alle associazioni di genitori, ho incontrato a Roma nei giorni scorsi, i Procuratori della Repubblica presso i Tribunali per i minorenni, i Coordinamenti delle comunità e mi sono anche confrontato con la Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali, Silvana Mordeglia e grazie alla disponibilità del Presidente, Francesco Micela, con il Consiglio direttivo dell’Associazione Nazionale Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia. Grazie a questi incontri possiamo oggi delineare una linea da seguire nei prossimi mesi: faremo chiarezza sui molteplici aspetti di questo tema.
Un altro argomento che ha costituito uno dei principali focus di attenzione del lavoro dell’Autorità nel 2014 è il maltrattamento sull’infanzia. I problemi più rilevanti riscontrati, a fronte di una normativa unanimemente considerata all’avanguardia e ricca di pratiche di eccellenza sul territorio, sono stati: la carenza di dati comparabili anche a livello internazionale; la mancanza di un sistema integrato per assicurare alle vittime di maltrattamenti, compresi i minorenni che assistono alle violenze, tutti gli strumenti per affrontare e superare il trauma, anche mettendo in atto meccanismi di ascolto e partecipazione; una scarsa conoscenza e consapevolezza della violenza. Tutto questo si evidenzia in un sommerso difficilmente calcolabile, anche dovuto alla insufficiente formazione degli operatori che dovrebbero essere messi in grado di riconoscere e farsi carico dei casi di maltrattamento.
I minorenni maltrattati in carico ai servizi sociali sono più di 91 mila, la violenza assistita è la seconda forma di maltrattamento dopo la trascuratezza.
Il nostro obiettivo è stato contribuire a costruire un sistema più efficace di prevenzione, presa in carico e cura dei minorenni maltrattati, anche attraverso una più puntuale conoscenza del fenomeno, promuovendo diverse iniziative in collaborazione con attori istituzionali e del privato sociale, che quotidianamente intervengono a tutela dei minorenni maltrattati.
In tal senso abbiamo sostenuto la prima indagine sui minorenni maltrattati in carico ai servizi sociali, realizzata da due realtà che svolgono con particolare professionalità e passione il proprio impegno, Terre des Hommes e CISMAI, in collaborazione con ANCI ed ISTAT. Abbiamo inoltre istituito una Commissione Consultiva per la prevenzione e cura del maltrattamento, presieduta dal Professor Luigi Cancrini, che ha evidenziato le criticità e avanzato proposte per migliorare il sistema di prevenzione e cura dei minorenni maltrattati.
Uno dei temi più pervasivi della quotidianità italiana è sicuramente quello legato all’immigrazione.
Tema anche fortemente politico, cavalcato con facili populismi che lavorano sulle ataviche paure dello “sconosciuto”, del diverso che verrebbe a togliere lavoro e diritti a noi e ai nostri figli.
E’ evidente che la strada delineata dal Governo che propone il solidale coinvolgimento dell’Europa, è l’unica possibile e dovrebbe essere intrapresa con la consapevolezza degli Stati membri di affrontare un tema che riguarda davvero tutti.
Nelle molte occasioni in cui ho incontrato i minorenni stranieri appena arrivati in Italia, a Lampedusa, ad Augusta e nelle comunità di accoglienza, ho ascoltato ansie e paure. Abbiamo provato a dare una risposta concreta al bisogno dei più giovani ad essere informati e a capire il “nuovo mondo” nel quale si sono ritrovati realizzando un Welcome Kit, un passaporto dei diritti che fornisce informazioni ed indicazioni preziose ai minorenni che arrivano nel nostro Paese senza adulti di riferimento.
Il Kit è stato realizzato attraverso un percorso partecipativo che ha coinvolto, in prima battuta, i minorenni stranieri ospitati presso la Comunità di accoglienza “I Girasoli” di Mazzarino (CL) e quelli presenti a Roma, insieme ad esperti del settore, poi associazioni ed istituzioni competenti che nel corso di focus group hanno fornito altre indicazioni utili e infine Ibby Italia, International Board on Books for Young people, associazione che raccoglie i maggiori esperti di letteratura ed editoria per ragazzi assicurandone la qualità editoriale.

[...]
Care ragazze, cari ragazzi, forse la mia Relazione non vi ha incoraggiato molto, ma sappiate che ce la metteremo tutta per cambiare e per riuscire insieme a voi a costruire un futuro diverso.
Ho avuto l’onore e il privilegio in questi quattro anni di servire lo Stato lavorando per voi, lavorando insieme a voi.
Tutte le ragazze e i ragazzi che ho incontrato di persona, girando l’Italia in lungo e in largo, anche i più piccoli, mi hanno insegnato qualcosa, mi hanno aiutato a capire come svolgere al meglio il mio lavoro; mi avete dato consigli, suggerimenti e mi avete regalato, in ogni singolo incontro, emozioni e insegnamenti di vita.
E questo è accaduto perché il nostro è stato un incontro vero, è stato l’esercizio autentico del vostro diritto alla partecipazione e all’ascolto, sebbene talvolta realizzato attraverso i social network, attraverso i canali di comunicazione che vi sono più congeniali e, se usati con la consapevolezza delle insidie e dei pericoli e il rispetto per tutti, sono una straordinaria opportunità di crescita e avanzamento.
Abbiamo condiviso con voi il nostro percorso su Facebook, Twitter, Youtube, Flickr, Instagram, Pinterest, Soundcloud in una interazione costante e proficua.
Pensate che solo attraverso Facebook nell’ultimo anno l’Autorità ha interagito con 10 milioni di utenti unici, il 35% dei quali adolescenti, distribuiti su tutto il territorio nazionale e siamo i primi tra le Autorità europee per l’infanzia, pur essendo nati per ultimi, per numero di iscritti e di interazioni sui social network.
La vostra generazione viene raccontata spesso come apatica, viziata, senza valori, spinta nel suo agire solo da narcisismo e consumismo.
Purtroppo i casi di cronaca – gli unici che offrono spunto ai media per parlare di voi – sono come una lente deformante e veicolano il ritratto distorto di una generazione vuota, persa.
Definire un’intera generazione sulla scorta di casi estremi e punte di disagio è un errore e un’arroganza semplificatrice degli adulti.
Noi adulti che piuttosto dovremmo scusarci per l’humus culturale-politico nel quale vi stiamo facendo crescere, per non essere sempre un esempio positivo da seguire.
Recentemente abbiamo realizzato un sondaggio che ha interessato mille ragazzi e ragazze tra i 14 e i 17 anni per capire il vostro rapporto con le Istituzioni, analizzare il grado di vicinanza e fiducia nello Stato, verificare le vostre aspettative.
Dal sondaggio emerge che la passione per la politica c’è e si sviluppa proprio durante l’adolescenza.
Più del 50% degli adolescenti, infatti, si tiene al corrente sulla politica. La fiducia nello Stato però diminuisce con l’aumentare dell’età. Se al primo posto domina la fiducia nei propri insegnanti, seguiti dalle Forze dell’Ordine, all’ultimo posto ci sono il Parlamento e i Partiti.
Ma l’importanza dello Stato viene riconosciuta nel momento in cui lo Stato fa lo Stato. Dà l’esempio.
Fa scelte politiche per livellare le differenze e, infatti, il senso di inclusione/esclusione condiziona molto la vostra fiducia nelle Istituzioni.
Il quadro che questo sondaggio ci restituisce è, diversamente dal comune sentire, di una generazione di adolescenti caratterizzata da ricchezza, potenzialità, passione.
Sta alle Istituzioni, compresa l’Autorità, alimentarle e non deluderle.

 

I bambini e gli adolescenti in Italia:

una fotografia attraverso i dati dell’Istat

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