(NPG 1969-06/07-99)
«Musica dei giovani» nella liturgia
Si è svolto a Firenze (Villa «I Cancelli»), dal 9 al 12 aprile u.s., un incontro «Musica dei giovani nella liturgia», organizzato da Universa Laus (Gruppo internazionale di studio per la musica liturgica), sezione italiana, in collaborazione con la rivista Il canto dell'Assemblea.
I partecipanti erano circa 85, provenienti da diverse regioni italiane e interessati al tema del convegno in qualità di responsabili della musica liturgica, o liturgisti, o autori di canti per i giovani, o educatori, o infine giovani animatori di celebrazioni.
Questa varietà di partecipanti si giustifica se si pensa che il tema ha diversi e complessi aspetti, che vanno dalla «Messa dei giovani» alla musica in genere nella liturgia. Quanto alla «musica dei giovani», la realtà che questa denominazione significa non è meno complessa; dei molti sinonimi che si sono proposti (musica ritmica, canto ritmico, canto popolare ritmico, canzone, canti giovanili, ecc.) nessuno è risultato esprimere adeguatamente il fenomeno in esame, e ciò è significativo. Tuttavia nella pratica si è trovati d'accordo nel riconoscere come oggetto in questione la nuova produzione (o la nuova maniera di interpretazione) dei canti che i giovani impiegano di preferenza nelle celebrazioni, canti che normalmente comportano l'uso di strumenti ritmici.
Ecco le conclusioni generali che i partecipanti hanno redatto collegialmente alla fine del convegno.
1. «Tutti i partecipanti hanno documentato per esperienza personale o per conoscenza la diffusione nei loro luoghi di provenienza della musica dei giovani nelle celebrazioni. Si è tenuto a sottolineare che la documentazione portata era semplicemente una esemplificazione di una situazione ben più vasta. Ciò è dovuto anche al fatto che le esperienze in esame rifuggono spesso dalla pubblicità.
2. I nuovi canti sono usati sia in celebrazioni di gruppi giovanili più o meno estesi sia in celebrazioni di massa nei seminari, negli istituti e scuole maschili e femminili, nelle parrocchie, in situazioni che vanno dai concerti spirituali alle riunioni di preghiera alla Messa e altre celebrazioni.
3. I repertori usati sono vari; si nota però la tendenza generale a una musica o a una interpretazione dove l'aspetto ritmico è notevolmente più sentito che nei canti tradizionali di chiesa.
4. Gli strumenti più usati in quelle celebrazioni e con questi repertori sono: chitarre, batteria, basso elettrico, organo elettronico e a canne; il loro impiego varia secondo le possibilità locali e i repertori. Dove sono presenti – e lo sono quasi generalmente – gli strumenti fanno corpo con il canto e vengono sentiti come parte essenziale e integrante dell'azione del gruppo e di tutta l'assemblea. I partecipanti al convegno sono d'accordo nel ritenere che nessuno strumento sia a priori e per principio da escludere dalla celebrazione, e rilevano che tale è l'esigenza generale dei gruppi e assemblee che celebrano con i nuovi canti.
5. Il compito di animare il canto dell'assemblea è svolto sia dai singoli sia da piccoli gruppi o complessi vocali e strumentali. Pur senza escludere, almeno inizialmente, l'intervento di un tale gruppo dall'esterno, si è chiaramente affermata la preferenza per un gruppo animatore espresso dall'interno della comunità e tecnicamente preparato.
6. Si rileva che i momenti della Messa in cui si canta di preferenza sono i seguenti: inizio, comunione e fine; inoltre al Santo e tra le letture. Peraltro non è stato sufficientemente discusso – e resta un problema aperto – il rapporto fra i nuovi canti e i riti. Si auspica sia il tema di un prossimo incontro.
7. L'esame dei repertori ha portato alle seguenti osservazioni. Alcuni canti sono ormai di uso quasi universale; altri invece sono prodotti e impiegati soltanto da comunità locali ristrette; tra i due estremi si dà una vasta gamma di repertori intermedi. Allo stato attuale delle cose sembra prematuro un giudizio di valore sui repertori, in quanto da un lato molte esperienze sono allo stato nascente e si rischia di stroncare energie ed iniziative i cui esiti e risultati sono ancora imprevedibili; dall'altro, perché spesso solo la concreta comunità è in grado di decidere sulla funzionalità ed efficacia di un canto. Con ciò non si intende avallare indiscriminatamente qualunque esperienza e repertorio.
8. Si è riflettuto a lungo sulle motivazioni che spingono i giovani a preferire le nuove musiche nella celebrazione. Fondamentale appare l'esigenza di autenticità in tutta la vita religiosa e quindi anche nell'espressione musicale della celebrazione. Si vuole continuità fra la liturgia e la vita, anche in reazione a una certa impersonalità degli stili liturgici e tradizionali. I nuovi canti contribuiscono ad esprimere e costruire l'esperienza dell'incontro con Cristo e i fratelli, quindi la comunità. Si sottolinea il valore esistenziale e non intellettualistico di questa musica. In quanto popolare, questo canto viene preferito come più immediato alle composizioni tradizionali di chiesa. Esso è visto come conseguenza della celebrazione in lingua italiana, che esige una partecipazione attiva, con il relativo rispetto del pluralismo culturale dell'assemblea. In certi casi il canto non è un punto di partenza ma di arrivo: i giovani cantano quando si sentono chiesa. Diverse testimonianze dimostrano d'altra parte che proprio l'esperienza del canto collettivo è un efficace punto di partenza per un'autentica esperienza di fede e di vita comunitaria; ma da un punto di vista pastorale si fa presente la necessità di interiorizzare l'esperienza del canto nel senso della fede. In ogni caso è decisamente rifiutata la situazione del «concerto» in chiesa. Ugualmente rifiutata dai giovani e dai convegnisti è la strumentalizzazione dell'esperienza del canto a banale espediente pastorale: si rifiuta cioè di considerare il canto ritmico come un mezzo per attirare i giovani in chiesa, come spesso si sente ripetere.
9. Per le assemblee eterogenee domenicali valgono i rilievi seguenti. La cosiddetta musica dei giovani tende in realtà a essere la musica di tutti, in quanto musica di carattere autenticamente popolare. Molte prevenzioni cadono di fronte a esperienze ben preparate e riuscite. Certe espressioni musicali che a priori non presentano caratteri di sacralità, nel concreto contesto della celebrazione acquistano invece un significato religioso e liturgico. Si nota inoltre la necessità di dare a tutta la celebrazione uno stile «giovane» e partecipato. Viene rilevato come normale il processo seguente: anche nel caso di un disorientamento iniziale, in breve tempo si instaura una situazione di preghiera autentica e di unità nell'assemblea, e la celebrazione ne esce rinnovata.
10. La discussione sui testi del canto ha fatto affiorare diversi problemi. All'osservazione che molti dei nuovi testi sembrano troppo «orizzontali» e naturalistici, si è opposto che in realtà il contesto liturgico viene a dare loro una specificità cristiana. Quello che i giovani non sopportano non è un contenuto troppo biblico o teologico, ma certi modi tradizionali, accademici e aulici, di esprimere un tale contenuto. L'invenzione di nuovi testi di canto pone per ciascuno istanze di fondo alle strutture e agli stili attuali della liturgia. Per altri, le nuove esperienze del canto contribuiscono a contestare l'opinione secondo cui nel canto per la liturgia il testo ha sempre il primato sulla musica. Inoltre si mette in guardia da un certo modo consueto di analizzare separatamente i diversi elementi del canto, modo che gli studiosi del canto popolare dimostrano inadeguato. Il problema dei testi del canto liturgico in genere viene da alcuni indicato come possibile tema di un prossimo convegno.
11. Rilievi tecnici sul canto ritmico hanno chiarito che questo canto nella celebrazione non richiede una speciale tecnica o preparazione. Inoltre, che proprio la sottolineatura ritmica permette alla voce, al canto una maggiore libertà dove la parola acquista un maggiore rilievo.
12. Sugli strumenti l'esperienza prova che è possibile una introduzione graduale, iniziando con una chitarra sola, amplificata o no. Si è poi fatto notare come possa essere felice il connubio tra l'organo a canne e la batteria.
13. Anche la notazione musicale dei nuovi canti è stata esaminata. Nuovi sistemi sono stati già studiati o applicati; mediante essi ogni gruppo animatore del canto ritmico, qualunque siano gli elementi vocali e strumentali di cui dispone, viene messo in grado di eseguire i nuovi repertori».
L'educazione sessuale in Italia
Sul numero 153 di Panorama (20 marzo 1969) è comparsa una inchiesta sull'educazione sessuale in Italia, con notizie su quanto si fa in questo campo in varie altre nazioni, soprattutto europee. In campo italiano sono emersi alcuni rilievi interessanti.
In primo luogo, il problema degli adulti in genere, e dei genitori e degli educatori in modo particolare. Viene notata da parte di tutti – psicologi, medici, sacerdoti e anche dei ragazzi – la loro quasi totale impreparazione: «Ci sono in Italia non poche persone adulte, genitori, professori, persino scienziati, i quali sanno moltissime cose sulla vita sessuale, ma sono e spesso si riconoscono incapaci di spiegare adeguatamente ad un bambino i fatti della vita, a causa della loro emozionalità non superata e non controllata» (prof. Emilio Servadio, presidente della Società Italiana di Psicanalisi). È specialmente grave la deficienza dei genitori in questa materia, poiché «i primi quattro o cinque anni di vita sono i più importanti perché il bambino percepisca la sessualità in modo normale. Uno sbaglio in quegli anni lo può condizionare per sempre» (Renzo Canestrati, direttore dell'Istituto di Psicologia della Facoltà di Medicina a Bologna). «Su questo punto sono tutti d'accordo, medici, psicologi, sacerdoti: la famiglia è, anche in tema di sesso, la prima pietra». In una documentazione effettuata in vari paesi della Lombardia, don Ambrogio Valsecchi ha indicato che 1'86% dei genitori anche nei borghi rurali sono convinti della necessità di parlare ai figli del problema del sesso. Ma ha constatato che solo il 6% riescono a farlo effettivamente. Non se la sentono, non sanno da che parte cominciare.
Del resto, non si sa neppure a chi affidare l'educazione sessuale: all'impreparazione dei genitori fa riscontro l'uguale impreparazione degli insegnanti. In un'intervista ad un migliaio di donne insegnanti di ogni ordine scolastico, l'Istituto di Psicologia di Bologna ha rilevato che «il 90% delle intervistate, pur ritenendo necessaria un'adeguata preparazione dei giovani sui problemi sessuali, ha giudicato insufficiente l'insegnamento ricevuto in questo campo e ha confessato di non sentirsi in grado di tenere eventuali lezioni».
Di conseguenza, «gli unici che ci pensano seriamente, che si sono organizzati e che riescono comunque a infilare un po' di nozioni sul sesso e sulla sua psicologia, nella testa dei ragazzi fra i 13 e 18 anni, sono i sacerdoti». Ci pare però giusto il rilievo di padre Enzo Franchini, redattore de Il Regno: «Non siamo certo i più indicati, con i nostri complessi in materia, ma facciamo del nostro meglio».
Del resto, la maggior parte delle iniziative in questo campo sono state promosse da sacerdoti; così come molti dei libri che trattano di educazione sessuale sono opera loro.
Degna di rilievo è anche l'affermazione, più volte e da più parti ripetuta, che «bisogna spiegare ai giovani, subito, che la scissione dell'elemento fisico da quello spirituale è qualcosa di lievemente perverso, bisogna spiegare che la normalità e la perfezione sono, per la sessualità umana, la fusione fra attrazione e sentimento» (Cesare Musatti, direttore della Scuola di Specializzazione di Psicologia della Università di Milano). Bisogna fare veramente dell'educazione e non limitarsi ad impartire delle nozioni, come succede, per esempio, in Svezia. Questo è forse l'appunto più grave che si può fare ad alcuni degli esperimenti in corso in Italia: si limitano a dare delle nozioni, ponendo la sessualità umana sullo stesso piano di quella animale. «La sola informazione può essere dannosa come la totale ignoranza».
Per ottenere questa educazione vera, «prima ancora che ai giovani, bisognerebbe insegnare agli adulti – sostiene Cesare Musatti – e creare gruppi di persone psicologicamente addestrate ad affrontare questi temi». «È dunque indispensabile creare una coscienza sessuale, e solo in seguito è necessario, per un'educazione sessuale specifica, formare i quadri». Il tema della formazione di questa «coscienza sessuale» andrebbe maggiormente approfondito, cosa purtroppo l'A. non fa.
Il quadro che risulta da questa inchiesta sull'educazione sessuale in Italia è tutt'altro che roseo: poche iniziative, di cui solo una minima parte ufficiali; mancanza di persone preparate, fra i genitori e gli educatori; concezione della sessualità talvolta degradante per la persona umana. Di qui l'urgenza di «affrontare seriamente, anche in Italia, il problema dell'educazione sessuale»; anche se non potrà essere la panacea per tutti i mali più o meno strettamente connessi col sesso, come sembra voler sostenere l'A. nella conclusione del suo articolo.
(Umberto Bardella)
Sul movimento studentesco
Giuseppe Valli firma un lungo articolo sulla rivista dell'A.A.I. «Assistenza d'oggi» (n. 5 - 1968) dal titolo: «Per un discorso a monte del movimento studentesco».
L'articolista afferma che le manifestazioni del movimento studentesco vanno catalogate, al pari di altre manifestazioni tipiche della protesta giovanile come il fenomeno beat o quello dei gruppi culturali spontanei, nel quadro di processi sociali di breve periodo e pertanto legati al carattere contingente di alcune situazioni precarie o alla spinta di motivazioni esauribili nel tempo.
Quanto meno, proprio per il movimento studentesco – continua il Valli – nel mentre non si mette in discussione il suo indiscutibile emergere come forza sociale nuova e come forza storica autentica, non si può per altro evitare di prendere atto come questa forza si sia in effetti collocata sulla scena politica con una sua passionalità ideologica irriducibile, estesa fino al limite fideistico di una cosiddetta «contestazione del sistema» che rimane fine a se stessa.
Per essere espliciti, al livello del movimento studentesco non si può che esprimere un giudizio critico. Giudizio che, caso per caso, potrà essere positivo o negativo: positivo nella misura in cui il dilatarsi della forza di pressione sociale del movimento studentesco fecondamente si innesta alla dinamica di sviluppo del rapporto scienza-società, e al prolungamento scolastico del periodo adolescente; negativo, nella misura in cui gli studenti si mostrano disposti soltanto a «cavalcare la tigre della rivoluzione» usando sì tecniche nuove di conquista violenta del potere, ma in realtà non sapendosi districare dalla vecchia logica di tutte le rivoluzioni della storia, giuste o sbagliate che fossero.
Più oltre, Giuseppe Valli afferma che: dissenso, protesta, partecipazione, sono i tre punti chiave su cui il movimento studentesco deve chiarire i suoi molti equivoci. Al culmine dell'evoluzione positiva del movimento studentesco, al centro di alcuni suoi velleitari traguardi, sta la riscoperta – vivace, esplosiva, creatrice – della dimensione assembleare di base.
In concreto, il movimento studentesco, per contare socialmente e storicamente, non può evitare il traguardo di una sua struttura organizzativa di massa. È fuori dubbio che il movimento studentesco, quando avrà raggiunto questo traguardo, conterà realmente: anche se, fatalmente, si ritroverà, all'interno della sua struttura, gli stessi problemi che ora rigetta sulla società, sul sistema; il problema dell'organizzazione del dissenso, una strategia di potere che non sia autoritaria, la mitica eliminazione di ogni sovrastruttura burocratica, l'astratta pretesa di voler rappresentare la volontà popolare facendo a meno di qualsiasi meccanismo di mandato e rifiutando ogni ricerca di adeguati modelli istituzionali.
(Gioventù Italiana)
Un «manifesto» che impegna: quello sul turismo dei giovani
In questi giorni viene diffuso nei vari Paesi del mondo e nelle diverse lingue ii «Manifesto del turismo dei giovani»: esso richiama i princìpi essenziali ai quali gli Stati, le varie organizzazioni ed anche i singoli debbono ispirare la loro attività se vogliono realmente realizzare un servizio alle nuove generazioni in un campo che si rivela sempre più indispensabile componente della formazione giovanile, qual è quello del turismo.
Il «Manifesto» è infatti il frutto principale del primo Convegno mondiale sul turismo dei giovani, tenutosi a Fiuggi nel settembre 1967 (promosso dal BITS e organizzato dal CTG). al quale hanno contribuito esperti turistici di tutti i Paesi e delle diverse tendenze ideologiche e politiche, dell'est e dell'ovest come dei Paesi del cosiddetto «terzo mondo». Ora, redatto in forma efficace e sintetica dal Bureau International du Tourisme Social (BITS), il «Manifesto» afferma in sostanza che il turismo è un essenziale diritto dei giovani, da attuare con tutta una serie di iniziative 'ad hoc', puntualmente indicate, perché giunga realmente a tutti, al di là di discriminazioni sociali o economiche.
«La società – è detto infatti al sesto punto del "Manifesto" – deve in tutto mettersi all'opera per permettere ai giovani l'esercizio del turismo; ed essa ne ritrarrà tanto profitto quanto i giovani stessi».
Nel documento si afferma inoltre (punto 7) che dev'essere realizzata una «partecipazione attiva e cosciente dei giovani» al fatto turistico e si dichiara testualmente: «Il turismo deve essere per il giovane una scuola di democrazia. Attraverso gli schemi permanenti che esso permette, superando ogni frontiera di gruppi politici, sociali, culturali e ideologici, il turismo deve dare alle giovani generazioni l'abitudine al dialogo, il rispetto dell'altro, il senso della comunanza di destino dell'umanità» (art. 8).
Ora, la diffusione del Manifesto sul turismo dei giovani, che dovrà arrivare in ogni ambiente, costituisce certamente la possibilità di stimolare una più vasta azione d'insieme per la promozione, realmente a tutti i livelli, di un turismo su misura delle nuove generazioni.
(Giovane Turismo)









































