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    Introduzione al dossier "Animazione, cultura, educazione. Per ridire l'animazione oggi"


     

    (NPG 1998-07-3)

     

    Il dossier che in questo «corposo» numero di NPG presentiamo, riporta gli atti di un seminario organizzato dall'Istituto di Teologia Pastorale dell'Università Salesiana di Roma e dalla rivista «Note di pastorale giovanile» nei giorni 5-6 dicembre 1997.
    Esso sarà seguito da un altro seminario (4-5 dicembre 1998) sul tema «Animazione e educazione alla fede».
    Il tema dell'animazione (più completamente, dell'animazione culturale) è stato centrale nella rivista almeno dalla metà degli anni Settanta. Attorno a tale tema sono stati ripensati e ridetti il progetto educativo, nei suoi contenuti e nella sua metodologia, la funzione dell'educatore, e la stessa impostazione della pastorale giovanile.
    E sembrato, fin dall'inizio dopo le prime perplessità e polemiche, un possibile percorso di rinnovamento dell'educazione, un modo corretto di fare educazione (soprattutto coi giovani), dopo le diffidenze rispetto ai modelli educativi tradizionali e rispetto al distacco generazionale scavato alla fine degli anni Sessanta per gli eventi socioculturali a tutti noti.
    «Note di pastorale giovanile» ha dato voce e spazio al dibattito e alle proposte avviate nel CSPG, che trova nel trinomio del titolo (animazione, cultura, educazione) la sua formulazione e articolazione più compiuta (con l'aggiunta della tematica «educazione alla fede». E si è ormai pronti al dialogo e. al confronto con altri modelli e prassi di animazione. Per cogliere ancora una volta le ricchissime potenzialità della prassi di animazione, e ritrovare diversità ed elementi comuni che arricchiscano i vari modelli e ne amplino gli orizzonti.

    Primo momento: dal confronto con modelli verso esigenze educative

    Non esiste un unico modello di animazione. Anche se suppergiù nati attorno allo stesso periodo e, per così dire, «decollati» agli inizi degli anni Settanta, i contesti vitali, i bisogni emergenti, la lettura della situazione, le risorse disponibili e gli ambiti di attività hanno subito differenziato tra loro i modelli.
    (Per una prima «storia dell'animazione» rimandiamo all'articolo di M. Pollo in NPG 4/1988, ora anche nel cd-rom «NPG 30 anni»).
    In questo primo momento del dossier, quasi in un'ideale tavola rotonda, si dà voce ad alcuni dei modelli più rappresentativi presenti in Italia.
    È come una fotografia dell'esistente (anche se non di tutto l'esistente, ma non per chiusure pregiudiziali!).
    E, come in ogni «fotografia di famiglia», la curiosità è quella di verificare cosa c'è di somigliante, e cosa di diverso, di specifico.
    Abbiamo chiesto ad alcuni amici di raccontare l'esperienza di animazione in cui sono coinvolti, cercando soprattutto di evidenziare il contesto vitale in ui tale esperienza (tale modello) è nato, le sfide e problemi da cui si sono sentiti interpellati, i presupposti antropologici e culturali di orientamento, gli obiettivi e il metodo del loro intervento.
    Le esperienze proposte sono cinque (anche se ciascuna non corrisponde esattamente a un «modello»: nessuna esperienza è mai la trascrizione operativa di un modello ideale, e gli stessi modelli non sono mai in tutto e per tutto distinti, «incontaminati»).
    Le esperienze sono comunque diverse, e variano da un'animazione «territoriale» vicina al modello dell'oratorio «aperto», all'intervento sociale preventivo nell'ambito della tossicodipendenza, all'animazione teatrale, al modello dell'animazione culturale e dell'animazione sociale.
    (Ricordiamo che quest'ultima esperienza non è stata presentata al seminario, dunque i lavori di gruppo non ne tengono conto... ma abbiamo voluto che essa fosse presente in questo dossier).
    I lavori di gruppo, attorno ad alcuni criteri indicati in una scheda a parte, verificheranno i problemi a cui tale esperienze volevano rispondere e le sfide che esse rilanciano.

    Secondo momento: i riferimenti

    Le esperienze raccontate hanno presentato anzitutto la vita vissuta che, come sempre quando viene vissuta, a volte può sembrare non omogeneamente organizzata, piuttosto presa dalle urgenze, forse non ben motivata, che prende direzioni non inizialmente previste...
    Non può che succedere così quando un intervento non nasce a tavolino ma nella storia concreta del quotidiano.
    Ma questo può apparire solo in superficie: in realtà sotto l'azione c'è sempre un pensiero, più o meno organizzato e strutturato, più o meno consapevole. Ciascuna esperienza, pur nata da esigenze concrete, ha ormai assunto un grado notevole di sistematizzazione, di organicità.
    I lavori di gruppi hanno messo in evidenza alcuni punti delicati, alcuni nodi-sfida, presenti nell'ambito sociale-territoriale, culturale, giovanile, che chiedono alla figura dell'animazione di ripensarsi per prendere sul serio le nuove sfide, le nuove situazioni, le nuove risorse che via via si presentano.
    La capacità di leggere queste sfide, organizzarle per rispondervi adeguata1-ente è dunque il primo momento della verifica critica.
    a l'animazione è una mentalità-prassi di promozione e di cambiamento che tocca vari ambiti della vita sociale e personale; dunque si riferisce a diversi
    anche disciplinari che a loro volta leggono le sfide culturali e ripropongono i loro criteri specifici, indicatori normativi per ripensare la disciplina che ad essi si riferisce, in questo caso l'animazione.
    Insomma, chiediamo a quattro diverse prospettive di rileggere la situazione, le sfide, per offrire criteri e indicazioni di percorso per poter rispettare correttamente sia le persone in situazione sia i riferimenti di valore di cui esse sono garanti e testimoni.
    Gli ambiti e le prospettive qui considerate collocano l'animazione negli ambiti che maggiormente le competono: quello educativo, quello pastorale, quello di prassi sociale, quello di radicamento-prassi culturale.

    Terzo momento: la proposta

    Siamo, nell'articolazione del dossier, al momento di «riconsegna» all'educatore di una teoria-prassi arricchita dal confronto con l'esperienza e dai riferimenti «normativi» delle varie discipline a cui essa fa riferimento e di cui si pone come proposta originale.
    Insomma: verso una prassi condivisa di animazione, come dice il titolo dell'intervento che segue.
    Abbiamo chiesto una proposta conclusiva a un «esperto-testimone», non perché tutto fosse ricomposto sotto un unico modello, ma perché ciascun diverso modello venisse arricchito e trovasse nuove sollecitazioni sempre nella logica dell'animazione che è il filo conduttore e il movente di tutte le diverse teorie-prassi.
    Dunque, non tentativo di ridurre le differenze, ma ricerca delle intersezioni tra i diversi modelli.
    O, come dice M. Pollo, «riuscire a scoprire se nella pluralità delle concezioni di animazione esiste un nucleo comune di animazione in grado di far ricoscere queste pratiche come appartenenti a un'unica classe, che dovrebbe es,, e quella della disciplina definita animazione».
    La varietà delle diverse esperienze infatti nasce non solo dai diversi contesti cui esse sono sorte, dagli ambiti di applicazione a cui si sono dedicate (diverso infatti è l'impegno di chi vuole far crescere i soggetti attraverso l'espressività sportiva o teatrale, a chi vuole tentarne il ricupero attraverso pratiche terapeutiche...), ma anche dalle diverse concezioni di base dell'uomo, della società, della cultura, della presenza dell'adulto, dell'apertura o meno alla dimensione della trascendenza. L'articolo di Pollo, mentre riprende le differenze, richiama ancora una volta le sfide «epocali» di fronte a cui l'animazione si deve porre come prassi liberatrice e promotrice dell'uomo, capace di ricostruire tessuti di comunicazione attraverso la cultura e la storia (e dunque «educazione») a patto che non resti indietro coi tempi, che si accorga dei mutamenti, li prenda sul serio, se ne senta interpellata, non lasci soffocare i frammenti positivi di vita e di speranza.



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