Intervista a PINO VINCI
(NPG 1976-12-80)
PRIMO: LA SOLIDARIETÀ
Dialoghiamo con giovani che sono alle soglie del mondo del lavoro. Se ne sentono di tutti i colori. Quale atteggiamento dobbiamo suggerire?
Quando un giovane entra nel mondo del lavoro, come prima cosa, deve essere capace di inserirsi nel gruppo reale in cui si trova. E cioè non cercare di «giocare fuori». Bisogna accettare il gruppo, giocarci dentro. Entrare dentro significa saper ascoltare: cercare di capire di più, per servire meglio. Sono pericolose le persone che entrano nel mondo del lavoro con il complesso del «primo della classe», di chi si isola o di chi rifiuta il gruppo. O quelle che hanno solo paura e prendono le distanze, magari con aggressività. Questo insieme di atteggiamenti si può esprimere con una parola sola, semplice ma estremamente impegnativa: solidarietà. Saper solidarizzare con gli altri, scoprendo problemi e difficoltà dell'ambiente e degli altri, sapendo accettare tutti come di fatto sono. L'atteggiamento contrario alla solidarietà è quello di colui che tenta di fare il «furbo», che pretende di starsene al sicuro, fuori della mischia, di chi vuole sentirsi diverso («io non sono di quella razza lì...») e quindi se ne sta ai margini.
D'accordo. Ma non crede che questo invito ad accettare e ad inserirsi, possa portare ad accettare tutto in blocco, quasi a scatola chiusa? Sono troppi i giovani rovinati» nell'ambiente di lavoro...
Bisogna superare una visione moralistica del mondo del lavoro. Le cose non possono essere lette solo considerando che lì, qualcuno, parla male, parla di donne... oppure che qualcuno è estremista.
Se si considerano le cose così, diventa logico decidere: io sono diverso, ho qualcosa di diverso da dire e da fare. Quindi non partecipo. Mi tengo ai margini. Sto a guardare.
Alla radice c'è una lettura sbagliata della realtà lavorativa. Si sta ai margini perché non si è capito nulla o poco del mondo del lavoro, i cui problemi sono ben più ampi di quelli denunciati. Chi entra con questa ottica, risulta spostato rispetto alla realtà, non centrato.
Tutto ciò, però, non significa accettazione passiva del mondo del lavoro, così come è. Non significa rassegnazione. Lentamente si può (e si deve) diventare protagonisti: presenti per cambiare. Anche l'ultimo arrivato può essere protagonista. Se non altro, in quella prospettiva di disponibilità al servizio, di cui ho parlato poco prima. La gente ha qualcosa di nuovo da dire, perché l'ha mutuato nell'ambiente da cui proviene (gruppi giovanili, scuola, famiglia, associazione cattolica...), i valori passano e incidono. Ma, attenzione bene, questa è la seconda fase (non necessariamente in ordine di tempo). Prima c'è l'ascolto della realtà, senza pretese di cambiarla: comprendere fino in fondo. Poi si passa all'azione. E su questa azione mi fermo un attimo, perché ci sono degli equivoci su cui bisogna pensare con calma.
Il primo intervento è la propria qualificazione professionale. In molti giovani c'è la contestazione della professionalità, del capo-reparto perché è capo, delle cose che già trovano e per questo si inseriscono subito nell'organismo sindacale, urlano di più... Questa loro presenza impegnata non è legata ad una qualificazione tecnica. Per me è un grosso errore, che prima o poi si paga. Prima bisogna diventare seri e competenti professionalmente. Poi ci si può dedicare agli altri, assumendo responsabilità di rappresentanza. Senza quella credibilità che è basata sulla professionalità, acquisita o richiesta e sollecitata, ci si scolla dalla base e si incide poco: non si ha autorità. Sulla credibilità, nasce la possibilità di fare discorsi grossi. Bisogna acquisire forza, prima di voler rappresentare altri. Conosco troppe esperienze bruciate, originate dal fatto che la scelta sindacale è stata fatta subito, appena entrati nel lavoro, senza una base di credibilità: ci si chiedeva persino se questo tipo fosse entrato in fabbrica per fare il sindacalista o per lavorare...
Finora lei ha tratteggiato l'obiettivo, il dover-essere. Noi lavoriamo con giovani che stanno preparandosi ad entrare nel mondo del lavoro. Siamo perciò preoccupati di comprendere come anticipare, nell'oggi educativo, gli obiettivi che ci ha descritti. Secondo la sua esperienza, che significa «prepararsi»?
Prepararsi? Certo non è facile.
Ci sono degli atteggiamenti fondamentali da acquisire. Per esempio la lealtà. Nel lavoro essere leali significa anche saper pagare di persona, mettersi al servizio degli altri. Non voler essere valutati i più bravi, solo per avere favori.
Inoltre, la capacità di diventare veramente «amico» degli altri, di tutti. Amico, come? Lavorando per loro, accettando di fare il «bocia», accettando che chi è arrivato per ultimo, occupa lo spazio dell'ultimo. Ultimo nello spazio. Ma non nella dignità personale. Cercare la stima, nella coerenza fondamentale con se stessi. E non attraverso sotterfugi e fughe... Coerenza comporta anche il coraggio di rompere le situazioni che non funzionano. E poi la capacità di ascoltare gli altri, di comprenderli nel profondo. È un tratto tipicamente umano. Per noi, in una visione di fede dell'uomo, è molto di più. Ascoltare significa saper giocare un ruolo di simpatia, la capacità di stare con gli altri, di accettare anche i loro difetti. Tutti questi atteggiamenti (e gli altri che si potrebbero aggiungere) vanno «simulati» nel gruppo che vuole essere formativo. Simulato non significa «immaginato», ma vissuto ricreando le condizioni della vita reale quella che i giovani incontreranno e vivranno nell'ambiente di lavoro. E cioè facendo del gruppo un «luogo vero» e non uno spazio vuoto, staccato dalla vita.
Si potrebbe esemplificare a lungo: si pensi ai rapporti tra le persone, alla competenza o alla pretesa di essere rappresentativi degli altri, alla disponibilità a pagare di persona, alla coerenza sui fatti e non sulle sole parole... Vivere in questa direzione significa, per me, «simulare» nel gruppo la vita vera. E quindi apprendere dal vivo una presenza seria e impegnata nel mondo del lavoro.
Aggiungo un'ultima sottolineatura. A tutti questi atteggiamenti non si può educare a parole. Non si possono «insegnare», nel senso in cui si intende l'apprendimento della matematica o della storia. Ci si «abitua»: si vive cioè in questa direzione, fino ad interiorizzare la proposta che il gruppo fa continuamente propria. Educare significa creare un clima di gruppo che faccia spazio abitualmente a questi atteggiamenti.
Le chiediamo una mano per fare un corretto «esame dì coscienza». Lei ha una notevole pratica dei nostri ambienti e gruppi formativi. Ha l'impressione che siano già in questa direzione? Ci sono cose da cambiare? Quali interventi concreti può suggerirci?
Nell'ambiente ecclesiale ho appreso molti di questi valori. E mi sono stati utilissimi poi. Altri, purtroppo, erano meno presenti.
Faccio un esempio. Ho appreso il valore dell'amicizia. Non ho vissuto invece quello della solidarietà, in quel senso ampio e maturo di cui ne ho appena parlato. Per dire cose concrete, suggerisco un punto da verificare. Si noti bene. Non penso alla mia giovinezza... Capisco che erano tempi diversi, con valori diversi. E non è giusto valutare il passato con le prospettive del presente. Penso a quello che sta capitando nella mia parrocchia e in quelle che conosco. Quindi non generalizzo. Oggi si parla molto di formazione sociale e politica. Ma in linea più teorica che pratica. Spesso non la si vive. Ho l'impressione che si facciano più parole che fatti. Ho parlato della necessità di «simulare» nel gruppo le condizioni del mondo del lavoro. Ritorno sullo stesso concetto, anche a questo riguardo. Se nel gruppo in cui si vive, non c'è la messa in comune di esperienze (di esperienze che alcuni vivono e che altri ascoltano dal vivo), io non so come sia possibile portare i valori autentici dal livello teorico a quello concreto-esperienziale.
Il gruppo, perciò, deve essere in ascolto di gente che viva tutti i giorni nel mondo del lavoro. La solidarietà nel mondo del lavoro passa unicamente attraverso la mediazione operaia. Non ci sono altre strade. Non è possibile fare delle belle teorie e poi applicarle, pensando di apprendere così il significato della solidarietà. La solidarietà la si impara solo dalla compartecipazione e dall'ascolto totale. Si comprende la solidarietà solo quando si comprende sulla propria pelle che non esistono alternative tra il mettersi assieme o l'essere sconfitti...
Solidarietà non significa accettazione di tutto, in modo acritico. Si può e si deve criticare, ma dal di dentro, e non facendo gli isolati o i primi della classe. Non lo si apprende parlandone, ma esperimentandolo sulla propria pelle.
SOLIDARIETÀ È FARE I CONTI CON IL SINDACATO
Tra i problemi più rilevanti che comporta l'inserimento nel mondo del lavoro, certamente c'è il rapporto con il sindacato. Per qualche educatore, maturato in una visione diversa, sindacato è parola pronunciata a fatica...
Se un giovane si inserisce in una realtà operaia, per lui è tassativo – lo dico sulla mia esperienza – che non esca dal gruppo omogeneo di cui è parte e cioè che si metta subito in linea con una organizzazione sindacale per non essere tagliato fuori e mai più recuperato. Dico questo pensando all'uomo attivo: a quell'uomo trainante che, evidentemente, vogliamo formare e far crescere nei giovani. Se uno vuole restare bandiera che tutti muovono, vivere ai margini della società, allora può anche restare ai margini del sindacato.
Si tratta di una affermazione grossa, lo comprendo. Non è prima di tutto un giudizio di valore ma una costatazione: si tratta di inserirsi in quello strumento che è capace di portare avanti un discorso. Nella fabbrica, questo strumento attualmente è il sindacato e solo esso.
Non è uno strumento perfetto... d'accordo. Ma è l'unico. Ci si deve preparare, diventando un uomo formato, leggendo i giornali, creandosi una sensibilità sociale e una capacità critica.
Anche nei gruppi giovanili, il rapporto con il sindacato è una grossa palestra, per evitare di macinare parole, di vivere a vuoto. Insisto su affermazioni già fatte: è indispensabile che in ogni ambiente ecclesiale ci siano gruppi che riflettano sul mondo del lavoro, animati da gente che ci vive dentro in termini impegnati. È una dimensione importante, perché il lavoro comprende la vita, nella sua quotidianità.
La riflessione sociale e politica non è ancora questo di cui sto parlando: è qualcosa che sta prima e dopo. Che viene misurata come dimensione concreta, a questo «presente», irrinunciabile e prioritario.
LAVORO/REALIZZAZIONE DI SÉ E DISOCCUPAZIONE GIOVANILE
Secondo la sua esperienza, si può pensare alla realizzazione di sé indipendentemente dal proprio impegno lavorativo e professionale? Spesso, per molti giovani, riesce davvero difficile armonizzare gli impegni, tanto che vivono in stato di permanente conflitto interiore...
Dico chiara una cosa a cui credo profondamente: sganciare la realizzazione di sé dal proprio lavoro, è una grossa alienazione, che produce frustrazioni irrecuperabili.
Il giovane che si orienta in questa direzione denunciata, è destinato a fallire. Non è mai se stesso.
Collegare realizzazione di sé e lavoro è perciò un dato fondamentale. Bisogna però dare al lavoro la dimensione giusta. Qual è?
Il lavoro ha un grosso rischio, se preso sul serio, come di fatto andrebbe sempre preso. O si ha la capacità di non pensare solo al lavoro o il lavoro ti toglie tutto. Mi spiego. Ci sono due errori da evitare. Il primo consiste nel cercare la soddisfazione fuori del lavoro. È una alienazione, anche perché è impossibile trovarla. Il secondo consiste nell'affermare che ci si realizza totalmente nel lavoro. Anche questa è una alienazione. C'è gente che ha votato tutta la sua vita al lavoro... ma con quali risultati? L'uomo è realizzato nella misura in cui non perde nessuna dimensione delle sue capacità, ma le sa armonizzare tutte.
Parlo in prima persona. Quando entro ogni mattino in ufficio, mi chiedo cosa gli altri si attendano da me. Ecco la mia risposta: mi realizzo nella misura in cui professionalizzo me e gli altri. Da questo appare uno spostamento di accento, importante. Lo spazio dell'autorealizzazione è lo stare con gli altri in modo nuovo, promozionale. La professionalità è strumento privilegiato di questo rapporto. In questa luce, vedo anche la presenza nella famiglia.
L'uomo realizzato è colui che riesce a mettere l'equilibrio in tutte le sue attività; ciascuna è totale in sé, ma parziale relativamente ai significati e ai valori che esse incarnano. Perché ogni attività è sempre (e solamente) espressione delle scelte fondamentali che ogni persona fa: traduce in concreto i valori in cui uno crede, ma non può mai essere pensata come il modo unico e totale di vivere questi stessi valori.
I sociologi dicono che la disoccupazione giovanile produce Io scollamento tra attese e reale possibilità di realizzazione. Molti giovani oggi hanno sogni ben diversi da quelli della prima contestazione: pensano al posto di lavoro e basta. Altri vivono la realizzazione di sé in impegni di tempo libero... Dobbiamo ridimensionare le cose che ci ha detto, pensando al grave fenomeno della disoccupazione giovanile?
È una questione importantissima. Tutto quello che ho detto finora vale indipendentemente dalle situazioni congiunturali in cui ci troviamo. Non si può, secondo me, addurre la disoccupazione come motivo per rifiutare le cose su cui abbiamo riflettuto. Sono questione di vita o di morte: in questa direzione io vivo; se la rifiuto, vegeto soltanto.
Ai giovani disoccupati bisogna fare capire il perché della loro disoccupazione: riuscire a spiegare che c'è qualcosa che non quadra, nella situazione nazionale e internazionale. Solo cambiando questa situazione, cadrà la disoccupazione. Stare al di fuori, significa continuare a riprodurre gli schemi che danno origine alla disoccupazione.
Le stesse cose che ho detto a proposito dell'inserimento nella struttura del lavoro, con una reale solidarietà, valgono per questa nuova condizione. Solo creando un tessuto di solidarietà, si può eliminare lo sfruttamento.
Tutti i giovani, e in prima linea coloro che sono in situazione di disoccupazione o sottoccupazione, sono chiamati a prendere coscienza delle radici strutturali dell'attuale situazione. Non per farne dei rivoluzionari da strapazzo. Ma per aiutarli a scoprire che è suicidio starsene fuori o cercare delle soluzioni individuali.
La realtà è che spesso non si conoscono le proposte alternative: l'informazione è ad una sola direzione. Solidarietà significa perciò anche controinformazione: studio serio e confrontato su materiale che possa dire le ragioni valide delle attuali crisi. E, oggi, materiale del genere non manca.
CREDERE AL LAVORO...
E, per concludere...
Per onestà devo dire un'ultima cosa. E importante prepararsi. Ma non basta. Non risolve tutti i problemi. Nel mondo del lavoro c'è sempre l'imprevisto. Ci sono situazioni né previste né prevedibili. La preparazione serve a mettere in onda: a sintonizzare. Vai nel mondo del lavoro, senza essere un estraneo.
La preparazione serve, almeno, a far prevedere lo spavento che il mondo del lavoro produce a chi vi entra per la prima volta.
Il mondo del lavoro... fa paura. È strano, ma è così. Fa paura il padrone, che esige, che pretende, che minaccia e sfrutta. Fa paura il sindacato che propone una presenza così impegnata e attiva, da rendere insicuri (dentro e fuori di sé...): il posto, la tranquillità familiare, la pace. Nonostante questo, il lavoro è una realtà molto bella, entusiasmante, quando è vissuta nella direzione giusta. Di una presenza capace di realizzare ogni persona, quando essa si fa carico della realizzazione totale degli altri.









































