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    Diventare uomini di profonda interiorità (cap. 9 di: Itinerari perl 'educazione dei giovani alla fede)


    9. Diventare uomini di profonda interiorità

     

    L'ultimo capitolo sollecita giovani ed educatori a prendere sul serio l'esigenza di diventare «uomini di profonda interiorità».
    L'invito è articolato in due movimenti: ricostruisce prima di tutto una figura di «interiorità», contro la dissipazione e contro la fuga; suggerisce i punti di riferimento per educare all'interiorità.
    Il capitolo non progetta quindi un itinerario, secondo lo stile con cui ne abbiamo parlato precedentemente. Fornisce invece al lettore la spinta ad «immaginare» cosa significhi oggi interiorità e cosa possa assicurarla in questa cultura.
    La proposta è tutta giocata attorno alla parabola del «deserto», come stile globale di vita. Viene assicurata su questi atteggiamenti:
    - la capacità di prendere ogni tanto le distanze dalle logiche seducenti del quotidiano,
    - la capacità di ritagliare spazi di silenzio nel frastuono delle nostre città,
    - la capacità di diventare contemplativi del quotidiano,
    - la capacità di celebrare il quotidiano nel mistero di Dio.


    Veniamo da tempi in cui grande spazio era stato affidato alla ricerca di interiorità. Sul tema sono stati scritti libri che presto sono diventati famosi. Sulle loro pagine pensose molti di noi hanno fatto coraggiosi progetti di vita e hanno spesso assaporato l'amarezza di scoprirsi ancora tanto lontani dall'ideale sognato.
    Oggi abbiamo però circondato di giusto sospetto tutta l'operazione, perché l'avvertiamo minacciata dal disimpegno, dalla paura dell'esistente, dalla fuga verso impossibili oasi tranquille. Viviamo però in una cultura dell'effimero, dell'azione affannosa, della comodità a prova di tutto. Vogliamo essere più uomini, per essere davvero cristiani; e qualche volta ci scopriamo soltanto gente dagli ideali bassi, sedotti dagli idoli che ci siamo costruiti, distratti e dissipati.
    Dobbiamo, per forza, cercare un'alternativa seria e consistente, per non disperdere il cammino nella fede sotto la spinta della superficialità, facendo magari convivere nella nostra vita logiche e atteggiamenti che di evangelico hanno davvero poco.
    Sollecitato da queste preoccupazioni, dedico l'ultimo capitolo al tema dell'interiorità per riaffermarne tutta l'importanza e per sottolineare una prospettiva coerente con il cammino percorso.
    Affrontando questo grave e urgente problema, non propongo un momento specifico del cammino di crescita nella fede, ma, in qualche modo, ho la pretesa di attraversarlo tutto. Suggerisco infatti una condizione qualificante per vivere l'esperienza di fede, con coerenza matura e perseverante solidità. Concludo così il lungo e impegnativo itinerario di educazione dei giovani alla fede, ritagliando una immagine complessiva di giovane cristiano.

    1. DIRE INTERIORITÀ CON LA PARABOLA DEL DESERTO

    La capacità di interiorità è entrata in crisi nella nostra cultura almeno per due motivi.
    Il primo è legato ad una costatazione, tanto grave e pervasiva da sollecitare ormai ad una inversione di rotta, per ragioni di sopravvivenza. Siamo in una stagione dove domina la fretta, il caos, la confusione sfrenata. Non abbiamo tempo per pensare. Da molte parti ci fanno ormai capire che sono pericolosi gli uomini che vogliono continuare a pensare: certamente, non faranno fortuna in una cultura dove questo privilegio è monopolio di pochi.
    In questo clima, l'interiorità è atteggiamento raro: quasi un reperto da museo.
    Il secondo motivo, invece, ci fa un po' più onore.
    Troppe volte, l'invito alla interiorità è risuonato in termini abbastanza ambigui. Proveniva da contesti, spesso disattenti ai problemi reali dell'esistenza quotidiana. Metteva in primo piano problemi e prospettive che la riscoperta ecclesiale di una spiritualità della vita quotidiana ha giustamente ridimensionato. In fondo, il richiamo all'interiorità era venato di pessimismo nei confronti dell'esistente e trascinava verso la divisione e la rottura.
    Voci del genere ci sembrano oggi stonate: non vogliamo rinunciare a quello stile di esistenza cristiana che ci ha permesso di ritrovare, in un'unica passione, l'amore alla vita e al Signore della vita. Abbiamo però paura di naufragare, sotto la pressione del clima che ci circonda, in una esperienza tutta esteriore, giocata all'insegna delle cose e dei gesti.
    Ci chiediamo: il quotidiano può diventare anche il luogo dove viviamo una profonda interiorità o dobbiamo rassegnarci a cercare questa esperienza altrove, in uno spazio protetto e terso? Ce lo chiediamo, con l'ansia trepidante di chi medita sulle esperienze vissute e cerca fondamenti sicuri per decisioni impegnative. Non cerchiamo solo risposte «vere». Le vogliamo capaci di riportarci, in responsabilità, nel grembo della compagnia dei credenti.

    1.1. La provocazione che viene dal «deserto»

    Ci sono dei fatti che provocano e inquietano. Danno da pensare, anche quando non si riesce a condividerli pienamente.
    Uno di questi è la ricerca del deserto come luogo dove vivere una intensa esperienza di interiorità.
    Molti cristiani hanno amato e cercato il deserto proprio in termini fisici.
    Chi è stato in Terra Santa ha certamente visitato le «laure» del deserto di Giuda. Ti restano negli occhi, come uno squarcio abbagliante di luce.
    Le «laure» sono grotte scavate nella roccia, rudimentali costruzioni arroccate su strapiombi. Lì vivevano, in solitudine e in austerità, i primi monaci nella storia della Chiesa. Anche oggi, è un'impresa raggiungere quei posti, sprofondati tra le gole dei torrenti e le pietraie, lontani qualche ora di jeep dai centri abitati.
    Questi uomini sceglievano il deserto come casa per confessare meglio che solo Dio è il Signore.
    La loro esperienza non si è spenta nello scorrere del tempo. Qualcuno ha continuato lo stesso modello di vita; e abita oggi le stesse grotte, con la stessa passione e per la stessa causa.
    Altri - moltissimi altri - si sono costruiti il deserto in casa, nelle loro celle trasformate in luoghi di silenzio e di vita dura. Monasteri e conventi punteggiano le nostre regioni, come piccoli frammenti di una grande pervasiva ricerca di deserto.
    Non sono l'ultimo resto di una gente strana, fuori dal tempo e dalla storia. Chi studia con serietà il cammino della nostra cultura è costretto a far strada sempre con qualcuno di questi uomini grandi. Rintanati nel deserto delle loro celle, hanno scritto la storia dell'Europa.
    Oggi, la loro presenza preziosa continua per la crescita in umanità anche degli uomini distratti e affannati. Molti hanno sostituito agli strumenti con cui dissodavano le terre incolte e curavano gli infermi, le pagine di una produzione letteraria, pensosa e sapiente.
    E non sono isolati. Un grande credente del nostro tempo ha gridato, un giorno non lontano, a mille giovani che ascoltavano affascinati la sua testimonianza: «Quando attraverso queste nostre città, convulse e dissacrate, ho bisogno di un giorno di deserto per poter tornare a pregare».
    Il deserto continua a fiorire, perché ci sono dei cristiani che lo scelgono come loro dimora. Dove noi ci vediamo solo vuoto e tristezza, loro sperimentano gioia e compagnia.
    Danno con i fatti ragione al profeta:

    «Un giorno, io, il Signore,
    riconquisterò Israele, il mio popolo.
    Lo porterò nel deserto
    e gli dirò parole d'amore.
    Gli restituirò le vigne che aveva
    e trasformerò la valle della disgrazia
    in una porta di speranza.
    Lì, mi risponderà
    come al tempo della sua giovinezza
    quando uscì dall'Egitto. [...]
    Lì farò un'alleanza con gli animali feroci,
    con gli uccelli e con i rettili,
    perché non diano fastidio al mio popolo.
    Spezzerò l'arco e la spada,
    eliminerò la guerra da questa terra.
    Farò vivere il mio popolo in pace.
    Israele, ti farò mia sposa,
    e io sarò giusto e fedele.
    Ti dimostrerò il mio amore
    e la mia tenerezza.
    Sarai mia per sempre» (Os 2,16-17,20-22).
    E se il deserto fosse davvero il luogo in cui Dio dice parole d'amore al suo popolo, anche oggi, in un tempo che sembra avvolto nel suo silenzio?

    1.2. Dal deserto come «fatto» al deserto come «parabola»

    L'ipotesi del deserto è seducente.
    Ci immerge in una lunga e consolidata tradizione ecclesiale. Ci offre uno spazio tranquillo e protetto, nel ritmo frenetico della nostra vita quotidiana.
    Questo è vero e certo non possiamo cancellarlo con un colpo sicuro di spugna. Eppure pone grossi problemi. Introduce nell'esperienza quotidiana una divisione pericolosa e ingiustificata.
    Noi non possiamo fuggire dal nostro quotidiano.
    L'abbiamo progressivamente riconquistato come il luogo dove diventare signori della nostra vita, se abbiamo il coraggio di alzare le mani nel gesto dell'invocazione. L'abbiamo costatato il luogo in cui il Dio di Gesù si fa vicino a noi, per accogliere il nostro grido di vita e restituirci alla gioia e alla speranza. Nella trama del nostro quotidiano ci siamo sentiti investiti di responsabilità gravi e affascinanti, per esprimere con i fatti la stessa «compassione» di Dio per la vita di tutti gli uomini
    Chi sogna il deserto, come punto di fuga dal quotidiano, per respirare interiorità, divide l'esistenza in tempi vuoti, da riscattare, e tempi felici, da sperimentare. Non basta certo finalizzare i secondi alla retta gestione dei primi: l'operazione ha il greve sapore della conquista e del riscatto.
    L'interiorità, che cerchiamo trepidanti per sopravvivere maturi in un tempo di dispersione e di affanno, non è prerogativa di alcuni fortunati (quelli che fanno del deserto la loro dimora abituale) o di alcuni spazi speciali (i tempi del deserto nel tessuto del quotidiano).
    L'interiorità deve diventare qualità pervasiva di ogni gesto dell'esistenza: possibile in ogni gesto e esprimibile in ogni momento.
    Questa è un'esigenza: un sogno, intuito e coltivato, giustificato da molti segnali.
    Ho provato a pensarci, mettendo a frutto il ricco patrimonio di vissuto e di riflessione, maturato con gli amici che hanno condiviso con me la ricerca di itinerari per l'educazione dei giovani alla fede.
    Il nostro quotidiano, operoso e festoso, può diventare stimolo e esperienza di interiorità?
    Per rispondere, lo interrogo con quello sguardo penetrante che la fede mi fornisce.

    1.2.1. Trasformazione e contemplazione nello stesso gesto
    Il nostro quotidiano, compreso alla luce del mistero che si porta dentro, assume tonalità diverse. È luogo dove realizziamo gesti concreti per far nuove le cose, dalla parte della vita; ed è momento di gratuita contemplazione di una presenza che già sta trasformando da morte a vita tutte le cose. Diamo alla nostra prassi le sue buone ragioni, nella fatica della nostra scienza e sapienza; e celebriamo una ragione fondante e donata, che sostiene la nostra debole speranza verso una speranza senza confini.
    Questo è il dato di fatto, misterioso come sono tutti gli eventi, quando vengono compresi e detti dalla parte della fede. Da questa costatazione nasce un modo nuovo di vedere il quotidiano.
    Con una distinzione che è solo funzionale, posso dire così: in ogni nostro gesto possiamo riconoscere, a differenti livelli di profondità, un momento trasformativo, un momento riflessivo, un momento contemplativo ed uno celebrativo. L'esito di questa ricomprensione profonda della vita quotidiana è un approccio più pertinente alla verità delle cose. Leggiamo e viviamo il nostro quotidiano come una realtà a quattro dimensioni non per un sottile gioco linguistico, ma per immergerci di più nella sua verità.
    Nel momento trasformativo, operiamo di scienza e sapienza, per produrre e assicurare la vittoria concreta della vita contro la morte. Giochiamo questo progetto nei piccoli grandi gesti che percorrono il nostro quotidiano: il lavoro, lo studio, i rapporti fraterni, la ricerca e la produzione di valori nuovi, l'impegno politico e l'animazione culturale, la fedeltà e la speranza.
    Sono molte e diversificate le operazioni che riempiono la nostra esistenza. Attraverso un momento riflessivo recuperiamo il senso unificante e qualificante del nostro differenziato operare, perché lo riconosciamo espressione molteplice di un'unica causa.
    In un momento contemplativo traforiamo il nostro quotidiano, per approdare alla sua verità più intima e profonda: il mistero di Dio che tutto ci pervade. Nella nostra prassi, colta nelle sue pieghe più intime, ci troviamo il volto del Dio di Gesù Cristo. Ci scopriamo immersi nella sua vita e impegnati con lui e nel suo nome a produrre salvezza, in noi e per gli altri.
    La prassi contemplata ci spinge verso una sua immediata celebrazione per rilanciare nella potenza di Dio la nostra debolezza. La nostra prassi si esprime così in un vortice da morte a vita, nei segni liturgici, nella preghiera, nei sacramenti, nell'intimità personale con Dio.
    Si opera, per dono gratuito e insperato, una intensa circolazione tra la nostra prassi e le grandi dimensioni della celebrazione cristiana. Parola, comunione e sacramenti celebrano una presenza riconosciuta e confessata nella fede e, celebrandola, la interpretano, la sostengono, la producono efficamente.
    Questo modo di comprendere il quotidiano suggerisce il riferimento ispiratore per una riflessione sulla interiorità: per vivere in atteggiamento di interiorità non dobbiamo fuggire il quotidiano, cercando altrove lo spazio della contemplazione. Dobbiamo invece possederlo nelle sue pieghe più profonde, secondo le quattro dimensioni che ho ricordato. Per questo, non ci basta quello che facciamo, operando di scienza e di sapienza; abbiamo bisogno di gesti di contemplazione e di celebrazione.
    In questo senso, il richiamo all'interiorità non è fuga dalla nostra cultura, né ricerca forzata di un'austerità a tutti i costi. Il momento trasformativo e quello riflessivo sono dimensioni necessarie del vissuto umano e cristiano. Non è certo la chiusura nell'isolamento dorato della propria intimità, perché tutti i quattro momenti hanno un intenso respiro comunitario, per la verità dell'esperienza.
    Riconquistata la propria prassi dalla prospettiva dell'interiorità, la persona ritrova la pace e la riconciliazione «interiore»: i gesti che spesso viviamo come alternativi, si richiamano e si ricercano reciprocamente.

    1.2.2. La «parabola» del deserto
    Ricompreso nella sua verità, il quotidiano stesso diventa un invito e un sostegno all'interiorità. Essa è la riappropriazione soggettiva, in lenta progressiva maturazione, della verità di quelle esperienze che costituiscono la trama della vita quotidiana.
    Non basta certamente capire le cose e spiegarle con parole sapienti. Di mezzo c'è la vita vissuta, e il contesto, culturale e sociale, in cui essa si esprime. I problemi ritornano, proprio sull'onda della loro iniziale soluzione.
    Provocato da queste costatazioni, nella ricerca di modelli operativi che permettano una reale esperienza di interiorità nel ritmo della vita quotidiana, ho riscoperto il deserto.
    L'ho scoperto non come luogo fisico, ritagliato nel frastuono di una esistenza che non è deserto. L'ho scoperto come stile di vita, capace di pervadere e organizzare il quotidiano.
    Il deserto diventa parabola dell'interiorità: qualità di vita, per assicurare interiorità nel quotidiano; luogo di purificazione e di passaggio da «attraversare», ogni tanto, come forte esperienza spirituale che rende più autentico il rapporto con Dio e con i fratelli.
    Questa è dunque la mia ipotesi: possiamo vivere come uomini dalla profonda interiorità nella vita quotidiana, solo se riusciamo a riempire il nostro quotidiano delle stesse esperienze che per il popolo ebraico hanno trasformato un luogo maledetto (come è il deserto «fisico») in un tempo felice.
    Il deserto è quindi prima di tutto la «cifra» di un modo di vivere, il segno più espressivo di uno stile di esistenza che dobbiamo recuperare, per vivere in profonda e credente interiorità la nostra vita quotidiana. Nel tempo dell'esodo, in quella sofferta marcia che l'ha ricondotto dall'Egitto alla terra dei padri, il popolo ebraico ha trascorsi lunghi anni del deserto. In questo luogo, duro e ostile, si è ritrovato Dio vicino e accogliente, come mai gli era successo prima. L'ha condotto per mano, liberato da mille pericoli, nutrito e dissetato dalla sua potenza. Nel deserto, Dio ha firmato un patto di vita con lui. Lì, la sua fedeltà è stata messa alla prova. Nonostante i continui segni di una insperata benevolenza, anche in questo tempo felice è riaffiorato il tradimento e l'infedeltà. Dio però è rimasto vicino al suo popolo. Lo ha richiamato e colpito. Ma alla fine lo ha salvato, riportato alla casa promessa, «in una terra fertile e spaziosa dove scorre latte e miele» (Es 3,8).
    Così, il deserto è stato veramente trasformato. La terra maledetta è diventata terra di benedizione.
    Per questo, l'uomo della Bibbia è pieno di nostalgia per il deserto, anche se lo teme ogni volta che lo deve attraversare, e lo combatte per strappargli fazzoletti di terra fertile. Ricorda con rimpianto il tempo di una fedeltà più grande; è ancora affascinato dall'esperienza di sentirsi sussurrare «parole d'amore» da Dio.

    1.3. Interiorità come capacità di conversione

    Vogliamo vivere da cristiani dentro le nostre città, in compagnia gioiosa e fraterna con tutti; vogliamo però viverci davvero nella sequela del Signore Gesù, senza tradire le sue esigenze. Non è necessario «scappare» dal quotidiano, come se la fuga fosse l'unica condizione di una sequela impegnata: sappiamo che il seme del tradimento ce lo portiamo dentro. Dobbiamo però abilitarci a prendere ogni tanto le distanze dalle logiche che dominano la scena della storia, per imparare a verificarle e a giudicarle impietosamente. Per questo abbiamo bisogno di fare un po' di deserto, come processo al rallentatore di uno stile con cui vogliamo disegnare tutta la nostra vita.
    Il deserto è quindi il luogo della nostra quotidiana conversione, per vivere alla sequela di Gesù.
    Questo è un tema davvero importante. Riscoperto a partire dal deserto, merita una considerazione attenta e approfondita.
    La conversione è la qualità fontale del cristiano. Di qui Gesù è partito per il suo primo annuncio: «Gesù andò nella regione della Galilea e cominciò a proclamare il vangelo, il lieto messaggio che viene da Dio. Egli diceva: "Il tempo della salvezza è venuto: il Regno di Dio è vicino. Cambiate vita e credete in questo lieto messaggio"» (Mc 1,14-15).
    Nelle parole di Gesù, l'invito alla conversione risuona impellente e decisivo: Cambiate vita.
    Cosa significhi «cambiare vita» lo ricorda l'evangelo stesso, a più riprese. Rileggiamo i capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. Sono un continuo rincorrersi di affermazioni in cui Gesù contrappone nettamente quello che non condivide a quello verso cui sollecita. Una fra le tante: «Sapete che è stato detto: Ama i tuoi amici e odia i tuoi nemici. Ma io vi dico: amate anche i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano. Facendo così, diventerete veri figli di Dio, vostro Padre che è nel cielo» (Mt 5,43-45).
    È importante leggere tutte queste pagine nel contesto dell'annuncio del regno vicino per non correre il rischio di interpretarle come la solita litania di buoni consigli perbenistici.
    Gesù ricorda che il Regno di Dio è ormai di casa tra gli uomini. Questa è la bella notizia insperata, quella che sconvolge ogni prospettiva ed ogni logica. Le parole di Gesù risuonano tanto come una bella notizia che viene da Dio, che la formula linguistica usata nel testo greco è diventata per i cristiani il contenuto stesso della predicazione: «l'evangelo» (= la «bella notizia» che viene da Dio). «Cambiar vita» è per Gesù il modo più naturale di prendere sul serio questa bella notizia.
    Il cristiano è quotidianamente provocato a dire, con i fatti, nello stile della sua vita, che il Regno di Dio è già tra noi.
    Questa conversione è una scelta fondamentale di vita. Non può essere espressa una volta per tutte. Va continuamente rivisitata e riformulata: come tutte le decisioni grandi della nostra vita. Va ogni giorno espressa in novità, perché è incombente la tentazione di addomesticarla, sotto la pressione delle logiche del mondo.
    Riaffiora la stessa situazione che ha trasformato per l'uomo della Bibbia una terra maledetta in terra di benedizione.
    Nel deserto Dio si è fatto vicino al suo popolo. Avvolto in questa meravigliosa esperienza, esso si è convertito al suo Dio. L'ha fatto tra incertezze e tradimenti; ma alla fine ha davvero distrutto tutti gli idoli.
    Nel deserto impariamo a vivere nello stile del Regno di Dio. Esso è il luogo della nostra conversione, perché è il luogo dove sperimentiamo la vicinanza di Dio.
    Il profeta l'aveva sognato; i fatti gli hanno dato ragione a dismisura:

    «Saranno come pecore,
    che pascolano lungo le strade
    e trovano erba abbondante
    su ogni collina.
    Non soffriranno più la fame o la sete,
    né il sole, né il vento caldo del deserto
    li colpirà.
    Li condurrò con amore,
    li guiderò a fresche sorgenti.
    Farò passare attraverso le montagne
    facili strade.
    Il Signore conforta il suo popolo
    e ha misericordia
    per quelli che hanno sofferto» (/s 49,9-13).

    2. MOVIMENTI VERSO L'INTERIORITÀ

    Ho disegnato un modello di interiorità per la vita quotidiana. Non mi sono trovato d'accordo con coloro che sottolineano il bisogno di fuggire dal quotidiano per recuperare interiorità. Ho motivato la scelta sulla riscoperta del quotidiano stesso: interiorità è capacità di leggere dentro le cose, vivendole e condividendole.
    Ho però riaffermato l'esigenza di recuperare atteggiamenti, oggi molto minacciati dalla superficialità e dall'esteriorità che respiriamo. Per questo, è importante riportare sul ritmo del quotidiano lo stile del deserto.
    Luogo «fisico» della nostra vita, umana e cristiana, è il quotidiano; la sua qualità ci arriva però dalla parabola del deserto.
    Quello che ho affermato come quadro di riferimento, va detto ora secondo le logiche dell'itinerario. L'esperienza del deserto ispira questa ricerca e suggerisce le tappe del difficile cammino verso l'interiorità.

    2.1. Dalla seduzione del quotidiano alla capacità di prenderne le distanze

    Il profeta pensa alla faticosa permanenza del popolo ebraico nel deserto come al tempo del «fidanzamento» con Dio. Perché?
    Quando l'amore bussa alla vita di due persone, tutto si tinge dei toni affascinanti dell'entusiasmo, della poesia, della disponibilità a tentare, a rischiare, a sognare.
    Qualcuno ha persino paragonato lo «stato nascente» dei movimenti culturali, sociali e politici al tempo dell'innamoramento, a questo momento felice di giovinezza senza ombre e senza preoccupazioni.
    Chi ha già percorso la dura strada dell'esistenza, ha molto di più i piedi per terra. Ricorda che il tempo delle rose finisce presto. Brutalmente mette davanti l'esigenza di sacrificio, di rinuncia, di previsioni a lunga scadenza.
    Un po' di ragione ce l'ha chi sogna e chi trascina al realismo. Lo proclama, con un punta di cinismo, il vecchio saggio della Bibbia:

    «Nella vita dell'uomo,
    per ogni cosa c'è il suo momento,
    per tutto c'è un'occasione opportuna.
    Tempo di nascere, tempo di morire,
    tempo di piangere, tempo di ridere,
    tempo di lutto, tempo di baldoria,
    tempo di abbracciare, tempo di staccarsi,
    tempo di conservare, tempo di buttar via,
    tempo di guerra, tempo di pace» (Qo, 3,1-8).

    Questi discorsi sono sulla bocca di tutti. Ci lasciano però un velo di tristezza: ci resta la nostalgia del tempo del fidanzamento, anche se ci ritroviamo misurati dal tempo del realismo.
    Possiamo essere cristiani del buon senso e dai piedi per terra?
    Il cristiano vive immerso nel mondo. È la sua casa e non la vuole fuggire.
    Delle sue logiche alcune sono certamente contrarie al Vangelo, costruite dentro prospettive mortifere. Da queste non è difficile prendere le distanze, almeno in linea teorica.
    Molte altre, invece, sono meno evidenti. Determinano quello stile di perbenismo e di concretezza che è indispensabile per ogni convivenza ordinata.
    Non ci vuole una gran fantasia per immaginare degli esempi concreti.
    Basta pensare al mondo della politica e a quello dell'economia, alle continue sgomitate necessarie per farsi un po' di spazio, a mille esigenze che sembrano irrinunciabili, che affannano le nostre giornate, ai compromessi che tutte le attraversano.
    Il cristiano percepisce un disagio crescente; s'accorge di dover tentare qualche alternativa nuova. Si sente soffocare, nei suoi sogni e nei suoi progetti. Ma non sa come muoversi e cosa inventare. Ha paura di essere costretto a fare come tanti altri: spegnere l'insofferenza dell'utopia, per vivere a proprio agio nella mischia delle vicende quotidiane.
    Abbiamo bisogno di respirare, ogni tanto, aria pulita: l'aria tersa ed essenziale che si respira nel deserto.
    Il deserto è capacità di prendere le distanze dalle logiche in cui siamo immersi, per verificarle tutte, in un'opera coraggiosa di discernimento critico.
    Se restiamo immersi in queste logiche, non ce la facciamo proprio a giudicarle spassionatamente. Solo collocati altrove, possiamo rivedere tutto in luce nuova.
    Davvero, il deserto è il tempo del fidanzamento: il tempo dove sogniamo ad occhi aperti, dove i buoni consigli e gli inviti a tenere i piedi per terra neppure ci sfiorano, perché è solo tempo di sogni.
    Rifatti nel sogno, possiamo riprendere il ritmo duro di una esistenza che ha bisogno di mercanteggiare le esigenze e di ridimensionare le prospettive. Ritornando dal nostro piccolo deserto al ritmo sfrenato della vi- ta quotidiana, ci resta un pizzico di nostalgia per il tempo dell'innamoramento. Viviamo nella vita quotidiana, pieni del ricordo pericoloso del deserto.
    Questo primo, importante movimento viene assicurato e consolidato attraverso l'abitudine a rileggere il vissuto «al rallentatore».
    Il processo al rallentatore è un interessante possibilità offerta dai moderni strumenti di registrazione.
    Viene usato abitualmente nelle riprese sportive. Le immagini scorrono con un ritmo che non è quello normale. E così i particolari risaltano meglio, fino ai minimi dettagli. Si può persino ritornare indietro e riprendere da capo l'immagine. Può essere bloccata, congelando in un frammento di presente lo scorrere inesorabile del tempo.
    In moviola, riusciamo a fermare il tempo, riconduciamo il presente nel suo passato, imprimiamo al presente un movimento che non è il suo ritmo naturale: ce lo aggiustiamo sulla nostra lenta capacità di penetrazione. Nella vita cristiana abbiamo bisogno di decifrare il presente in questo stile, per non restare soffocati dai suoi ritmi affannosi e non restare prigionieri delle sue trame seducenti.
    Sono molti i momenti in cui possiamo sperimentare «processi al rallentatore». Ogni persona ha i propri: li cerca e se li programma con cura puntigliosa.
    Per tanti giovani ha funzionato come «processo al rallentatore» la partecipazione ad un campo di lavoro. Il ritmo duro della giornata, la condivisione fraterna, l'avvertire la schiena rotta e le mani bruciare per poter dare un frammento di sé ai poveri, quelle lunghe celebrazioni eucaristiche serali, piene di passione e di stanchezza meritata, hanno trasportato in un altro mondo, così diverso e lontano da quello quotidiano.

    2.2. Dal frastuono che produce isolamento al silenzio che favorisce la solitudine

    Nelle nostre città, un rumore di fondo, cupo e continuo, lascia la parola solo a chi urla.

    2.2.1. Elogio del silenzio
    Il silenzio è la condizione irrinunciabile per ascoltare Dio che si fa Parola sussurrata, come la brezza di una calda sera d'estate (Gn 3,8), sconvolgente e imprevedibile perché mai posseduto. L'una dimensione e l'altra ce la ricorda una pagina famosa della Bibbia: l'incontro di Dio con Elia, il profeta che «era come il fuoco, la cui parola bruciava come una fiamma» (Sir 48,1). «Il Signore stava passando. Davanti a lui un vento fortissimo spaccava le montagne e fracassava le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento venne il terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto venne il fuoco, ma il Signore non era neppure nel fuoco. Dopo il fuoco, Elia udì come un lieve sussurro. Si coprì la faccia con il mantello, uscì sull'apertura della grotta e udì una voce che gli diceva: Che fai qui, Elia?» (1 Re 19,11-14).
    Per leggere il visibile dalla prospettiva del mistero di Dio che si porta dentro, abbiamo bisogno del silenzio, come dell'aria che respiriamo; altrimenti il mistero resta muto, la voce di Dio viene soffocata. E l'interiorità si dissolve come neve al sole, nella trama seducente del vissuto.
    Nel silenzio impariamo ad ascoltare la voce che giunge dal mistero di Dio. E diventiamo capaci di rispondere a questa voce interpellante.
    Lo sappiamo e ce lo siamo detti tante volte: Dio è Parola che chiama e che sollecita risposte.
    Anche la nostra risposta è parola sussurrata, in timore e trepidazione. Lo è quando rispondiamo nella preghiera e lo è quando rispondiamo con i fatti del Regno di Dio.
    La preghiera del cristiano non è moltiplicare parole a voce alta: «Quando pregate, non fate come gli ipocriti che si mettono a pregare nelle sinagoghe o agli angoli delle piazze per farsi vedere dalla gente. Vi assicuro che questa è l'unica loro ricompensa. Tu invece, quando vuoi pregare, entra in camera tua e chiudi la porta. Poi, prega Dio presente anche in quel luogo nascosto. E Dio, tuo Padre, che vede anche ciò che è nascosto, ti darà la ricompensa. Quando pregate, non usate tante parole come fanno i pagani: essi pensano che a furia di parlare Dio finirà per ascoltarli» (Mt 6,5-7).
    La nostra risposta è soprattutto intessuta di fatti: «Non tutti quelli che dicono "Signore, Signore!" entreranno nel regno dei cieli. Vi entreranno soltanto quelli che fanno la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).
    Solo avvolti nel silenzio, possiamo dire le parole, giuste e sufficienti, per incontrare il Dio del silenzio. Solo nella capacità di una continua attenta verifica, possiamo inventare quei gesti dalla parte della vita, che costruiscono oggi un po' del Regno di Dio.

    2.2.2. Il silenzio per la «solitudine»
    Circondati di silenzio, conquistato a fatica nel ritmo ossessivo della giornata, viviamo, finalmente, soli: in compagnia di noi stessi.
    Ho l'impressione che sia una delle esperienze più difficili oggi. Abbiamo tutti una gran paura di restare soli e cerchiamo affannosamente gli altri. Ci sostengono, ci servono di prezioso punto d'appoggio. Diventano persino il grembo materno a cui affidiamo la fragile nostra esistenza.
    Spesso è una compagnia strana: rumorosa e distraente, come un pomeriggio domenicale che dura tutta la vita, passato in discoteca, vicini e tanto isolati, costretti ad urlare per farsi ascoltare, sempre male interpretati, nel sottofondo musicale che distorce ogni voce. Ma ci va bene. Ci aiuta a non pensare: a non avere paura e a non essere costretti ad alzare le mani invocanti.
    Qui è il punto.
    Quando siamo soli, a faccia a faccia con la nostra finitudine, ci sentiamo costretti a cercare due polsi robusti a cui ancorare le nostre braccia alzate nell'invocazione. Ma questo ci fa soffrire, troppo per risultare praticabile.
    Scopriamo di non bastare a noi stessi, noi che sappiamo tante cose e usciamo indenni da tutti gli inghippi. E ci accorgiamo che, in fondo, nessuno dei nostri amici ci basta per sopravvivere sull'onda del limite invalicabile della nostra fame di vita e di felicità.
    Abbiamo paura di sprofondarci nell'abisso dell'«oltre», dove i conti non tornano più.
    E così scappiamo dalla difficile e inquietante compagnia di noi stessi.
    La solitudine va invece riconquistata, come condizione e spazio per l'interiorità. L'uomo e la donna che possiedono questa capacità di solitudine non sono più fatti a pezzi dalle mille impressioni che ci circondano e ci affascinano. Sono invece capaci di percepire e capire tutto da un centro interiore in cui regna la pace. Soprattutto scopriamo la sete di salvezza che ci inquieta la vita.
    Solitudine non è isolamento: è presenza a tutti, nella verità riconquistata di sé e degli altri.
    «Cantate e danzate insieme e siate felici,
    ma lasciate che ciascuno di voi sia solo.
    Anche le corde del liuto sono sole
    pur se vibrano con la stessa musica.
    State insieme ma non troppo vicini
    perché i pilastri del tempio sono separati
    e la quercia e il cipresso
    non crescono l'uno all'ombra dell'altro» (K. Gibran).

    2.2.3. Programmare tempi di silenzio per sopravvivere
    Tempi e momenti di silenzio vanno programmati, in un giusto dosaggio, sul ritmo della giornata e in quello più articolato del mese e dell'anno. Per dire cose più concrete, faccio qualche esempio, attingendo dal vissuto comune.
    Molti giovani hanno scoperto le esigenze della vita cristiana in giornate di studio, lontani dal frastuono della città. Misurandosi con le esperienze più riuscite, è facile costatare come l'esito positivo di questi momenti è legato ad alcune condizioni: il ritmo pieno, il corretto dosaggio tra studio e lavoro, il clima, la coscienza di responsabilità nei confronti di tutti (anche di quelli rimasti a casa), la saggia collocazione nell'orario dei momenti di silenzio, di preghiera, di contemplazione, il contatto diretto con testimoni qualificati.
    Una lunga e affermata tradizione pastorale consegna molta fiducia alle giornate di ritiro «spirituale» (come si dice con un gergo ancora molto dualista) e agli «esercizi spirituali» (per continuare ad usare il linguaggio «bellicoso» del loro inventore). Possono essere certamente momenti stimolanti di deserto.
    Anche per essi valgono le condizioni già ricordate. Sono deserto solo se trascinano «fuori» dal ritmo ordinario e riportano a far esperienza diretta di quelle esigenze di vita, tante volte ormai richiamate.
    Devono spingere «fuori» dall'ordinario non solo perché si fanno cose strane o inedite. Lo sono invece perché le logiche della vita quotidiana sono vissute come al rallentatore; e lo sono perché si ha il coraggio di scontrarsi con un modo di vedere e vivere le cose di tutti i giorni, tale da riportarci pienamente nella logica folle della croce di Gesù.
    Un pezzo di deserto può essere conquistato anche nel ritmo delle nostre giornate feriali. Basta approfittare del ritardo di un autobus per mettersi a pensare seriamente a quello che conta, facendo un po' di vuoto dentro e d'attorno. Possiamo immergerci in una solitudine feconda anche quando attraversiamo frettolosi il nostro quartiere o quando, in un angolo buio e raccolto di una Chiesa, facciamo arrivare l'ora di un appuntamento a cui siamo giunti in anticipo.

    2.3. Contemplativi del quotidiano per leggere la realtà dalla parte del mistero che si porta dentro

    Come credenti, riconosciamo il mistero che la nostra vita quotidiana si porta dentro. Sappiamo che l'avventura della nostra esistenza ha una sua precisa ragion d'essere, di cui ci sentiamo fieramente responsabili. E confessiamo che questa stessa esistenza è segnata, come in filigrana, dalla presenza intimissima dello Spirito di Gesù, che inonda i nostri frammenti di vita della grazia di una vita nuova.
    La dimensione umana non è il velo che ricopre la statua, da strappare velocemente per restituire agli occhi degli spettatori quello che altrimenti resterebbe nascosto. Chi toglie il velo, si ritrova anche senza statua, perché visibile e mistero sono un'unica realtà.
    La categoria che esprime in modo adeguato il difficile rapporto tra visibile e mistero nella vita quotidiana è quella della «trasparenza». L'impegno interpretativo può essere descritto come un'operazione di «traforazione».
    Traforare la vita quotidiana significa attivare un'operazione complessa, che penetra tra le pieghe più profonde del visibile per raggiungere le falde lontane e sconosciute del mistero. È una vera «traforazione» a grande profondità.
    Non sappiamo in partenza il suo esito. La parola «fine» può essere posta solo quando sorgenti d'acqua limpida sgorgano in superficie, capaci di spegnere una sete sempre più bruciante.
    Ogni conquista in profondità è preziosa: porta i segni di quello che è stato raggiunto e di quello verso cui sollecita. Lo diciamo con la passione ardente dell'archeologo che avanza scavando verso un'èra sempre più lontana.
    Quello che costatiamo è tutto segnato da quello che cerchiamo. All'inizio, i segni sono deboli. Solo una grande passione e una speranza insolita ci assicura del mistero sepolto. Strato dopo strato, il cammino si fa più suasivo. Il mistero traluce in quello che riusciamo a manipolare. Per questo il rapporto è di trasparenza: nella fede l'immanente diventa trasparente di trascendenza.
    Traforando il visibile, diamo voce alla silenziosa presenza di Dio nella nostra esistenza e approdiamo alla verità di noi stessi. Ci riappropriamo soggettivamente del dato oggettivo in cui siamo costituiti.
    L'operazione non è però facile. Molti stimoli spingono a restare sulla superficie delle cose.
    Si richiede una «mistagogia della vita quotidiana»: l'iniziazione ad una vera e nuova capacità ascetica, che spinga progressivamente in avanti la ricerca. Le cose hanno un fascino sinistro, nella loro dimensione visibile. Ci entusiasmano o ci ripugnano. Per questo distinguiamo tra cose buone e cose cattive, tra momenti felici e tristi della nsotra vita. Invece, il mistero di Dio le riempie tutte. Lo possiamo raggiungere solo se non ci lasciamo abbagliare dal fascino di quelle che ci sembrano positive e se non ci lasciamo frenare dall'opacità di quelle che valutiamo negative.
    Questa «mistagogia» afferra tutta la nostra vita quotidiana, in un unico sguardo.
    Traforandola tutta, la «contempliamo»: la leggiamo nel mistero di cui è trasparente.
    Contemplare è traforare le cose per arrivare a possederle pienamente, nella loro figura visibile e nel mistero che si portano dentro.
    Contemplando il nostro quotidiano, ci misuriamo con Dio e con noi stessi: ci incontriamo nella verità, sprofondati nel mistero di Dio.
    Mettiamo così con coraggio Dio sopra ogni cosa, come l'unico Signore, distruggendo, con decisione, tutti gli idoli che ci siamo fabbricati per riempire di essi la casa della nostra vita.

    2.4. Celebrare il quotidiano nel mistero di Dio

    Il cristiano vive il presente, perché la vita che ama, è presente, piccoli frammenti di esistenza che produciamo e ci lasciamo alle spalle. Eppure riconosce, senza incertezze, che per vivere pienamente la sua vita, la deve immergere nel passato verso il futuro.
    Nel passato ritroviamo le ragioni per sperare, anche quando ci sentiamo sommergere dalla disperazione della morte: il passato canta le cose meravigliose che Dio ha compiuto per il suo popolo. Il futuro è la nostra casa e la nostra terra, il sogno, mai spento, verso cui camminiamo trepidanti. Il futuro è il tempo in cui esploderà in pienezza quello che possediamo oggi solo come piccolo seme: quando, nell'abbraccio di Dio, saremo figli suoi totalmente; e lo si vedrà da mille segni.
    Non è facile allacciare passato, presente e futuro. Non lo è mai stato; e sembra quasi impossibile tentarlo oggi.
    Abbiamo bisogno di fare allenamento. Abbiamo bisogno di sperimentare spazi di libertà dove vivere così il tempo.
    Possediamo dei gesti, ufficiali e solenni, progettati proprio per ricucire nel presente il passato e il futuro. Sono la più intensa celebrazione del nostro quotidiano.
    Li abbiamo ereditati da molto lontano. Ci arrivano dalla stessa esperienza di Gesù, raccolti e ripensati nella primissima comunità apostolica. Li chiamiamo con un nome collettivo: i sacramenti.
    Alcuni di questi sacramenti li celebriamo frequentemente (l'Eucaristia e la Riconciliazione). Altri invece hanno fondato la nostra esistenza cristiana una volta per sempre (il Battesimo e la Confermazione). Altri ancora sono speciali, riservati per alcuni momenti solenni della nostra vita.
    La festa dei sacramenti è il grande dono, inventato da Gesù e tessuto con paziente trepidazione dalla lunga tradizione ecclesiale, che si colloca proprio nel centro di questa urgenza.
    I sacramenti sono una festa: il ricordo del passato e un frammento di futuro tra le pieghe del presente.
    Per goderli e cercarli con l'ansia gioiosa con cui molti cristiani li hanno vissuti, dobbiamo riscoprire la festa, come espressione del quotidiano riconquistato nell'interiorità.
    Sembra strano. Noi siamo la gente della festa. L'abbiamo nel sangue. Spesso però le nostre sono feste tristi, fatte apposta per dimenticare. Senza passato e senza futuro, si consumano nel presente.
    Nella festa, quella riconquistata, il passato è rievocato come ragione festosa. Non è il greve condizionamento che pesa sul presente; ma la trama degli avvenimenti che gli danno senso. Viene anche anticipato il futuro. La festa è scoperta gratuita e entusiasta dei segni della novità anche tra le pieghe tristi del presente.
    Per i credenti, i sacramenti sono la grande festa del presente tra passato e futuro, il tempo della festa tra memoria e profezia: il tempo del futuro dentro i segni della necessità, tanto efficace e potente da generare vita nuova.
    Memoria solenne ed efficace del passato, riscrivono nell'oggi i grandi eventi della nostra salvezza. Restituiscono così il presente alla sua verità per la forza degli eventi. E immergono nel futuro la nostra piena condivisione al presente: in quel frammento del nostro tempo che è tutto dalla parte del dono insperato e inatteso.
    I sacramenti sono la festa del passato e del futuro, che ci dà il diritto alla festa nel presente.
    Contempliamo il tempo, fino a toccarne le soglie più profonde. In questa discesa verso la sua verità, siamo sollecitati a restare uomini della libertà e della festa, anche quando siamo segnati dalla sofferenza, dalla lotta e dalla croce.
    Impariamo così a cantare i canti del Signore anche in terra straniera. Riusciamo a cantarli, in una convivialità nutrita di speranza, in questa nostra terra.
    Cantando i canti del Signore in terra straniera, la riscopriamo la nostra terra, provvisoria e precaria, ma l'unica terra di tutti. Cantando i canti del Signore, la «terra straniera» diventa la nostra terra, proprio mentre sogniamo, cantando, la casa del Padre.


    Per approfondire l'argomento:

    BIANCHI E., Il corvo di Elia. Una introduzione alla preghiera, Gribaudi, Torino 1972.
    BRUNI G. C., L'esperienza cristiana come cammino pasquale, Paoline, Milano 1987.
    CARRETTO C., Il deserto nella città, Libreria della Famiglia, Milano 1978.
    NOUWEN H., Viaggio spirituale per l'uomo contemporaneo, Queriniana, Brescia 1983.
    THOMAS CH. - LÉON-DUFOUR X., Deserto, in «Dizionario di teologia
    biblica», Marietti, Torino 1968, 215-220.
    TONELLI R., Nel deserto dirò parole d'amore al mio popolo, in «Note di pastorale giovanile», 22 (1988) 9, 3-15.
    VOILLAUME R., Pregare per vivere, Cittadella, Assisi 1974.


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