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    Verso l'incontro con Gesù Cristo (cap 6 di: Itinerari per l'educazione dei giovani alla fede)


    6. Verso l'incontro con Gesù Cristo

    Il sesto capitolo propone un itinerario verso l'incontro con Gesù Cristo. Si colloca quindi al centro del progetto globale di educazione dei giovani alla fede, come punto di arrivo e di partenza delle altre aree.
    La lettura del capitolo non dispensa il lettore da una più profonda meditazione cristologica. Suppone infatti moltissime tematiche teologiche, da riprendere attraverso testi specifici. Fornisce solo una criteriologia pastorale per verificare quando l'incontro con Gesù Cristo è autentico secondo la tradizione della fede ecclesiale, e progetta i movimenti progressivi che lo possono assicurare.
    Questi sono i movimenti verso l'incontro:
    - dall'invocazione a quell'esperienza riflessa di trascendenza che nasce dalla fiducia nel Dio creatore,
    - dalla fede personale nel Dio creatore all'incontro con Gesù Cristo, volto e parola di Dio,
    - dall'incontro con Gesù Cristo all'accoglienza del suo messaggio su Dio, per vivere di fede,
    - dall'incontro nella fede alla condivisione appassionata della causa del Regno di Dio, per vivere da cristiani alla sequela di Gesù Cristo.

    La vita nella fede comporta il confronto e l'accettazione di un messaggio rivelato. Per questo si compie in Gesù Cristo e diventa comprensibile solo nella fede in lui.
    La proposta dell'evangelo di Gesù Cristo e l'incontro con lui sono perciò il criterio di riferimento e la meta obbligata di ogni azione pastorale.
    La mia proposta di «itinerari per l'educazione alla fede» parte da questa costatazione, l'assume e la rilancia.
    Un'occhiata al variegato panorama delle prassi pastorali presenti nella Chiesa italiana giustifica però il sospetto che non sia più sufficiente affermare in modo generico l'esigenza. La stessa preoccupazione dà origine a modelli molto diversi, come documenta anche il capitolo che apre questa seconda parte.
    Propongo perciò un mio modo di vedere le cose: un cammino verso l'incontro con Gesù Cristo, il cui tracciato metodologico risulti coraggiosamente interpellante e, nello stesso tempo, coerente rispetto ad una ricomprensione matura della qualità teologica dell'incontro.
    Apro il capitolo con una riflessione su cosa significhi incontro «autentico» con Gesù Cristo. A partire dalle prospettive elaborate, suggerisco i movimenti che progressivamente lo possono assicurare e consolidare.

    1. QUALE INCONTRO CON GESÙ IL CRISTO?

    L'invocazione ha molte possibili risposte. L'esperienza di trascendenza che essa realizza, è ancora attesa, ricerca, speranza di ragioni di vita. I credenti hanno la pretesa di trovare in Gesù Cristo la risposta più piena e determinante alla ricerca di ragioni per vivere e sperare.
    Lo propongono con forza e audacia come il fondamento della vita nuova. Narrano il suo Vangelo per sostenere e consolidare l'incontro con lui.

    1.1. Un incontro «diverso» dagli altri incontri

    Che significa «incontro»? Ce lo chiediamo con trepida preoccupazione, perché sappiamo che l'incontro con Gesù è costitutivamente diverso dagli altri incontri che punteggiano la nostra giornata.
    Chi «incontra» un amico, lo vede fisicamente presente; gli parla; sente le sue risposte; nelle possibili reazioni verifica la qualità e la verità dell'avvenimento. Tutto questo sembra inesorabilmente assente nell'incontro con Gesù.
    Il suo è allora solo un incontro intenzionale, giocato nel sogno e nel desiderio, senza nessun riscontro reale? Certo, è poco: troppo poco, e un po' anche troppo alienante, per costatarlo il fondamento di una nuova qualità di vita.
    L'incontro con Gesù il Cristo non può neppure essere risolto lungo il sentiero presuntuoso di un patto bilaterale, come se all'amore incredibile di Dio, rivelato in Gesù, l'uomo potesse dar riscontro aumentando la qualità del suo impegno.

    1.1.1. L'incontro con Gesù è l'incontro con Dio-che-salva
    I documenti della nostra esperienza credente e la testimonianza di tanti cristiani che hanno fatto dell'incontro con Gesù Cristo la radice della loro esistenza quotidiana, ci aiutano a decifrare la qualità.
    Ricordano, nella confessione della loro fede, che Gesù è il grande «mediatore» tra Dio e l'uomo: l'evento, nuovo e insperato, in cui Dio si fa vicino ad ogni uomo e in cui l'uomo accede quasi costitutivamente al mistero di Dio. In Gesù, infatti, Dio, l'ineffabile e l'invisibile, si è fatto parola e volto per ogni uomo (DV 13). Per la solidarietà con l'umanità di Gesù, l'uomo - lontano da Dio perché creatura e più lontano ancora per la decisione suicida di allontanarsi da lui - è diventato il luogo in cui Dio si fa volto e parola.
    L'incontro con Gesù è quindi l'incontro con il Dio di Gesù, vita e salvezza di ogni uomo. Per questo è un incontro tutto originale: non si conclude in Gesù ma afferra la salvezza di Dio che Gesù è.
    Ed è un incontro speciale, perché si svolge in un gioco impegnativo di libertà: l'incontro sostiene la nostra libertà, ma si misura sulla decisione di immergerla nell'accoglienza di un mistero, rischioso e impenetrabile.
    Gesù ci restituisce Dio vicino e ce lo offre come il fondamento, sicuro e inquietante, della nostra vita. Ci ridona la gioia di chiamare Dio come Padre; e ci riporta alla verità, sognata e attesa, di noi stessi.
    L'incontro con lui è accoglienza di questa offerta, condivisione di questo progetto, risignificazione della quotidiana esistenza dalla novità, accolta e sperimentata.
    Dio che si fa vicino a noi, resta sempre un Dio misterioso e inaccessibile. L'affascinante possibilità di dare volto e parola a Dio è continuamente minacciata dai nostri tradimenti e dalla greve opacità della nostra vita.
    Incontriamo veramente il Dio di Gesù solo se ci decidiamo a far nostra la sua proposta di senso e di fondamento, in un esodo, senza pentimenti e senza ritorni, che è, nello stesso tempo, accettazione di un invito che viene dall'oscurità e dal silenzio, e assenso alla parola della sua verità.

    1.1.2. Per verificare l'autenticità dell'incontro
    Questo lo riconosciamo nella trepida confessione della nostra fede. Come educatori ci sentiamo impegnati a sollecitare e a sostenere l'incontro con Gesù in questo orizzonte. Per questo, avvertiamo la necessità di decifrarlo secondo categorie operative su cui sia possibile impostare una verifica e ritagliare un itinerario di progressiva maturazione.
    L'incontro con Dio non è prima di tutto un rapporto affettivo; e neppure è solo la consegna totale di sé a lui. Incontrare Gesù significa vivere di fede e condividere la passione di Gesù per il Regno di Dio. Accogliendo l'amore di Dio come fondamento della nostra vita, viviamo di fede. Assumendo la causa del Regno di Dio, obbediamo nel ritmo della vita, quotidiana alla ragione di questo amore: il progetto di Dio, manifestato nella vita di Gesù.
    Di questo progetto Gesù ha parlato spesso con toni diversi. Quando voleva esprimerlo in modo concreto e lapidario, utilizzava la formula originale di «Regno di Dio». Il Regno di Dio è la causa di Gesù. L'incontro con Dio è misurato quindi sulla condivisione appassionata del Regno di Dio.
    Cosa sia «Regno di Dio» ce lo dice Gesù stesso.
    Quando i discepoli di Giovanni gli hanno chiesto le credenziali, per rassicurare la fede del loro maestro, condannato a morte dalla tracotante malvagità di Erode, Gesù risponde senza mezzi termini. «Andate a raccontare quel che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la salvezza viene annunciata ai poveri. Beato chi non perderà la fede in me» (Mt 11,2-6).
    Per parlare di sé Gesù parla della sua causa e dei fatti che sta compiendo per realizzarla. Ed è un impegno tutto sbilanciato dalla parte della promozione della vita. Qui dentro nasce una autentica esperienza di fede: «beato chi non perderà la fede in me», ricorda Gesù.
    Regno di Dio è riconoscimento della sovranità di Dio su ogni uomo e su tutta la storia, fino a confessare che solo in Dio è possibile possedere vita e felicità. Possiamo assicurarci vita e felicità solo se accettiamo di consegnare a Dio questo nostro desiderio.
    Egli è un Dio imprevedibile e misterioso. Non possiamo presumere di rinchiuderlo dentro gli schemi delle nostre logiche. Gesù ci rivela infatti lo stretto rapporto della croce con la vita e la felicità: vita e felicità sono tanto dono di Dio che ci raggiungono proprio nelle condizioni più disperate, quando siamo misurati con la nostra costitutiva impotenza.
    Questo Dio, però, di cui proclamiamo la signoria assoluta, è tutto per l'uomo. Egli vuole un futuro significativo per l'uomo. Fa della vita e della felicità dell'uomo la sua «gloria».
    L'uomo lo riconosce Signore quando si impegna a promuovere la vita e la speranza: in questo egli assicura la «gloria» del suo Dio. Consapevole che i suoi problemi sono il «problema» di Dio stesso, il credente consegna a lui la sua fame di vita e di speranza. Questo è il Regno di Dio.
    Ha incontrato veramente il Dio di Gesù solo colui che riempie la propria esistenza di questa sconfinata passione.

    1.2. Alla radice dell'incontro

    L'incontro con Gesù Cristo è davvero un incontro esigente. Ha la pretesa di penetrare nel santuario intimissimo della nostra vita, dove siamo sempre soli, alle prese con i problemi e gli interrogativi di una esistenza che cerca senso e fondamento. Si propone come il fondamento sicuro, «la pietra più importante» (Mc 21,42), su cui radicare ogni esperienza di fondamento. E ci disegna la passione, su cui misurare entusiasmi e progetti.
    Viene proprio spontaneo chiedersi fino a che punto è motivata questa pretesa.
    Il problema è terribilmente serio. Respiriamo una cultura che nega in genere questo diritto, anche se poi lo riserva a chi sa cavalcare meglio le logiche dominanti Non possiamo certo progettare un itinerario verso l'incontro con Gesù Cristo, ignorando il contesto in cui operiamo. Le parole ad effetto e le espressioni fumose non bastano più.
    Su quali radici i credenti giustificano il coraggio di affidare ad un avvenimento, sprofondatto in tempi lontani, la salvezza e la speranza dell'uomo e del mondo?
    Sono tre i punti di riferimento: la memoria storica di Gesù di Nazaret, la testimonianza della Chiesa apostolica, la fede della attuale comunità ecclesiale.
    Possiedono ciascuno una propria specificità, anche se operano concretamente in profondo reciproco collegamento.
    Ci pensiamo con un po' di calma per precisarli e motivarli. Li ritroveremo poi organizzati in suggerimenti metodologici lungo lo sviluppo dell'itinerario.

    1.2.1. La memoria storica di Gesù di Nazaret
    Alla base di tutto ci sono dei «fatti», precisi e databili, che danno spessore alla rivelazione del mistero e del progetto di Dio sull'uomo e sul mondo. Essi culminano nella storia di Gesù di Nazaret.
    La vita di Gesù, la sua avventura terrena trascinata fino alla morte violenta sulla croce e il suo trionfo reale e storico sulla morte, non sono solo la prova della sua divinità, come alcuni modelli apologetici lasciavano intendere. Sono invece «contenuto» della fede cristiana, perché sono l'evento centrale della rivelazione di Dio. In questo senso la storia di Gesù di Nazaret è parte integrante della fede cristologica.
    È importante comprendere il significato pastorale di questa affermazione teologica. È troppo facile ragionare solo in termini strumentali come se l'umanità di Gesù di Nazaret procedesse in rapporto con Dio come funziona una fotografia rispetto ad una persona amata o come una registrazione rispetto alla viva voce di un amico lontano.
    In Gesù Dio ha assunto un volto umano e si è fatto parola non come ci si serve di uno strumento (che in nulla modifica quello che uno è), per comunicare qualcosa di sé, visto che non è possibile farlo direttamente e immediatamente.
    L'umanità di Gesù è invece l'evento, nuovo e insperabile, in cui Dio stesso si è fatto volto e parola per incontrare e salvare l'uomo e il mondo.
    Viene così valorizzata oltre ogni limite pensabile l'umanità: quella dell'Uomo di Nazaret e quella di ogni uomo. Viene di conseguenza sottolineata la distanza abissale della fede cristiana da ogni concezione mitica e magica. Ma soprattutto diventa decisiva la ricostruzione della vita e della storia di Gesù di Nazaret, in quanto evento, unico e irripetibile, della rivelazione salvifica di Dio.
    Comunità ecclesiali e operatori di pastorale giovanile sono convocati a questo compito impegnativo, per sostenere la qualità stessa dell'incontro con Gesù Cristo e per autenticare la sua risonanza liberatrice.
    Tutti sanno quante energie sono state spese nelle Chiese cristiane per assicurare una corretta ricostruzione della storia di Gesù. Alcuni procedimenti sono ormai superati; su altri la ricerca è aperta secondo prospettive molto stimolanti.
    Il tentativo di elaborare la storia di Gesù attraverso un'opera di restaurazione dalle incrostazioni della predicazione ecclesiale, è naufragato presto nell'insuccesso. Dopo i primi entusiasmi, è apparso chiaro il limite di tutta l'operazione: non solo era impossibile raggiungere il «fatto» Gesù senza passare attraverso le intenzioni e le esperienze dei suoi biografi e degli stessi storici; ma soprattutto ci si rendeva conto che questo Gesù «solo storico» non avrebbe mai potuto «risvegliare la vita» oggi.
    Limiti gravi sono stati denunciati anche a proposito dell'operazione opposta, che poneva il Gesù della fede e della predicazione apostolica come l'unico dato importante e decisivo. In questa operazione la soggettività e la forza significativa prendeva il sopravvento sull'avvenimento: quello che era «importante per me» diventava naturalmente decisivo «in sé».
    Oggi, la ricerca storica su Gesù di Nazaret ci suggerisce criteri più maturi.
    Si riconosce che lo studio storico su Gesù non può mai essere «neutrale», perché la sua persona interpella anche lo storico di oggi, come ha orientato l'esperienza dei suoi primi discepoli. Per questo viene scartata la pretesa di presentare in modo puramente oggettivo l'umanità di Gesù, il senso della sua vita, il suo messaggio, l'avvenimento drammatico della sua morte violenta in croce. Questa consapevolezza non elimina la ricerca storica, ma la colloca nel suo ambito di recensione e interpretazione di fatti, che sfuggono sempre un po' ad ogni pretesa storicista. La ricerca storica è indispensabile e sempre urgente: l'esito sarà una storia «vera» anche se in qualche punto non esatta.
    Le espressioni del Vangelo, che riportano il «messaggio» di Gesù, anche se non rappresentano «per forza» le parole precise che ha pronunciato, indicano in modo normativo la qualità dell'incontro e della vita nuova che da esso deve scaturire.
    Questa «storia vera» di Gesù di Nazaret è il primo e decisivo fondamento dell'incontro e della pretesa di cui esso è carico.

    1.2.2. La fede della Chiesa apostolica
    La consapevolezza del significato e del limite della ricostruzione storica della vita e del messaggio di Gesù introducono al secondo punto di riferimento della nostra fede: la testimonianza della Chiesa apostolica.
    Come ho appena ricordato, le parole e le azioni di Gesù non ci sono giunte in una registrazione fredda e impersonale, quasi fossero un resoconto stenografico o un reportage televisivo. Esse sono state trasmesse attraverso la fede appassionata di uomini che, animati dallo Spirito di Gesù, hanno colto il senso della sua esistenza e lo hanno espresso nella testimonianza della parola e della vita.
    Fondamento della nostra fede, sostegno all'incontro con Gesù Cristo e alla pretesa di viverlo come il fondamento di una nuova qualità di vita, è anche questa esperienza e la sua codificazione nei Vangeli, negli Atti degli Apostoli, nelle Lettere e nella prassi ecclesiale adottata.
    Anche questo è un tema di grande rilevanza pastorale, da collegare in modo accorto alle riflessioni appena precedenti e a quelle che seguiranno sulla funzione dell'attuale comunità ecclesiale. Mette in primo piano un'istanza viva tra i giovani di oggi: la testimonianza di chi ha sperimentato in prima persona e si rende credibile per i gesti che produce. La riporta però in quella scommessa di chi «crede senza vedere», che è qualificante per l'esperienza cristiana.
    È interessante rileggere le parole di 1 Gv 1,14 e di Gv 1,1. Giovanni fonda la sua fede e la sua predicazione nel fatto di aver «visto», «udito», «toccato» in prima persona. La sua fede, che si fa proposta per suscitare la fede di altri, non è solo visione interiore nel dono dello Spirito: è prima di tutto esperienza concreta e diretta, frutto di un incontro personale.
    La comunità apostolica ha creduto perché ha visto. Su questa fede chiede a noi di credere «anche senza vedere» (Gv 20,29). Attraverso la testimonianza di coloro che hanno visto e udito di persona possono continuare a credere coloro che non possono più vedere e udire direttamente.
    C'è un gioco prezioso di autorevolezza, capace di suscitare libertà e responsabilità. È fondata sulla testimonianza di chi si riconosce, con coraggio e fierezza, al servizio di eventi più grandi di lui, di cui è stato protagonista per un dono dell'amore di Dio (Gal 1,1-3; Col 1,25-26). La credibilità non viene dalla raffinata sapienza dell'annunciatore; non è fondata nella sua capacità dialettica né sulla trama intricata del potere; non è neppure giustificata sulla prova dei fatti (1 Cor 1,17-30). Si fonda solo sulla sapienza che viene da Dio, di cui l'annunciatore è testimone e servitore.
    Questo modello di autorevolezza rompe il cerchio dell'indifferenza e suscita attenzione. Non impone, ma chiama al coraggio del confronto. Serve quel cammino di fede che ciascuno esprime nella solitudine della sua esistenza.
    Nel caso della testimonianza apostolica c'è poi anche molto di più.
    La fede degli apostoli, per la presenza viva dello Spirito di Gesù, ha penetrato in profondità l'esperienza di Gesù di Nazaret; ne ha colto le dimensioni più nascoste. La predicazione apostolica rappresenta quindi la comprensione fedele e l'annuncio dell'evento fondamentale della no‑
    stra salvezza e della speranza del mondo. Essa è anche «contenuto» della fede a cui sollecita. Non solo riporta l'esperienza cristokpea ma la interpreta e la sviluppa.
    Per questo la Chiesa apostolica costituisce la norma della fede della Chiesa per ogni tempo.

    1.2.3. La testimonianza ecclesiale
    Su questa esperienza si inserisce la terza radice della nostra fede: la testimonianza attuale della Chiesa.
    La fede della Chiesa è il luogo in cui il credente può raggiungere oggi la verità di Dio che è Gesù Cristo, la sua memoria storica e le dimensioni totali del suo messaggio.
    Lo dice, in modo solenne, il Vaticano II: «Ciò che fu trasmesso dagli Apostoli comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa del Popolo di Dio e all'incremento della fede, e così la Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede. Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro, sia con l'esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. La Chiesa cioè, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio» (DV 8).
    L'incontro con Gesù Cristo ha sempre, quindi, un respiro ecclesiale.
    Esiste una catena ininterrotta di testimoni che da Gesù di Nazaret, parola del Padre, attraverso gli apostoli e la Chiesa delle origini, giunge fino a noi nella Chiesa di oggi. Noi crediamo sulla parola di questi testimoni. Altri lo faranno, dopo di noi, sulla nostra.
    La testimonianza di fede della Chiesa, nel suo lungo cammino, non è però solo una ripetizione passiva di fatti e parole consegnate una volta per tutte in modo conclusivo. Proclamando la sua fede, la Chiesa la interpreta, la comprende più a fondo, la scrive viva e attuale.
    Senza la fede della Chiesa, la nostra fede sarebbe più povera: non sapremmo dove radicare la nostra decisione «matura» per Gesù Cristo e mancheremmo di riferimenti preziosi per vivere da credenti.
    Su questo tema ritornerò nel capitolo seguente, tutto dedicato a progettare un itinerario «verso la Chiesa», nel lungo e impegnativo cammino di educazione dei giovani alla fede.

    2. MOVIMENTI PROGRESSIVI VERSO L'INCONTRO

    Ho delineato, a grandi battute, l'obiettivo globale a cui tende questo momento centrale del grande itinerario di educazione nella fede.
    L'obiettivo fornisce l'orizzonte ultimo del processo e la logica generale con cui operare. Dice cioè dove vogliamo giungere; ma ricorda anche indirettamente su quali sentieri siamo invitati a procedere.
    In un itinerario, tutto questo va espresso attraverso movimenti articolati e progressivi, anche per restituire all'incontro quella dimensione di dinamicità e crescita, che caratterizza ogni autentica esperienza soggettiva.
    Organizzo quindi il tracciato operativo in una successione di tappe che aprono l'invocazione all'incontro e ne sostengono l'autenticità, verso una matura esperienZa di fede.
    Questa proposta è il centro degli itinerari per l'educazione dei giovani alla fede. Non può rappresentare però l'unica preoccupazione degli operatori di pastorale giovanile Come ho già ricordato in altro contesto, quest'area va vissuta in profonda integrazione con le altre. Se qui non c'è tutto quello che è necessario, è proprio perché qualcosa è rimandato agli altri segmenti del cammino.

    2.1. Dall'invocazione all'esperienza di trascendenza: il «sì alla vita» come fiducia in Dio creatore

    L'invocazione è momento privilegiato nell'esistenza di una persona, perché è il punto più elevato nel suo cammino di maturazione. Nel grido dell'invocazione l'uomo scopre la sua finitudine e scopre la gioia di convivere con essa, perché riconsegna fuori di sé la ricerca di fondamento.
    L'invocazione è perciò sempre una reale esperienza di trascendenza. Chi accoglie la propria vita, in quella sua dimensione misteriosa e interpellante che la finitudine svela, accoglie di fatto il suo Creatore.
    Questo lo costatiamo come educatori credenti. Lo diciamo, con sicura testimonianza, perché leggiamo l'esistente dalle pieghe nascoste della sua verità. Non sempre però colui che vive l'invocazione, è consapevole del significato totale della sua esperienza. Per lui, in questo caso, il riferimento alla trascendenza è un fatto vero, ma solo implicito. L'implicito va progressivamente esplicitato. La soggettività deve penetrare progressivamente nel mondo misterioso ed esigente dell'oggettività.

    2.1.1. Il senso del movimento
    Il primo movimento è finalizzato proprio a raggiungere e consolidare questo obiettivo.
    Ci vuol poco a costatare perciò quanto il momento sia importante e delicato nel processo di educazione della fede.
    L'incontro con Gesù Cristo e la decisione di piegare la propria libertà nella fede e nell'accoglienza del suo progetto sono una esperienza originale e irripetibile nell'esistenza di una persona. Si collocano nel gioco tra attese e offerta, tra domande e risposte. Ma lo superano, come una folata improvvisa di vento getta all'aria tutto quello che avevamo ordinato con cura sul nostro tavolo di lavoro.
    Certamente l'offerta dell'evangelo deve risuonare in ogni persona come la risposta, ardentemente desiderata, ad una preesistente inquietudine personale. Altrimenti il salto tra vita quotidiana e trascendenza risulta troppo brusco, soprattutto per i giovani delle nostre città secolarizzate. La disattenzione e il rifiuto diventano la logica conseguenza dell'insignificanza. Lo ricorda, in termini perentori, anche il rinnovamento della catechesi: «La parola di Dio deve apparire ad ognuno come un'apertura ai propri problemi, una risposta alle proprie domande, un allargamento ai propri valori ed insieme una soddisfazione alle proprie aspirazioni» (RdC 52).
    Questa stessa offerta, però, non può essere catturata dentro i confini ristretti di un processo responsoriale, come se tutto si risolvesse a partire dalle domande. Un'operazione così riduttiva restringe la forza interpellante dell'evangelo e riduce la sua carica di apertura verso l'inedito. Risulta inadeguata rispetto all'evento e rispetto alla vita e alla speranza dei destinatari.
    Gli ultimi dubbi in proposito sono stati fugati, quando ci siamo messi a verificare pregi e limiti della cd. «catechesi esperienziale». Troppo legata a modelli responsoriali, in una logica di passaggi graduali e successivi, ha portato spesso al naufragio. Ingabbiati in lunghe ricostruzioni della «domanda» e in estenuanti attese del tempo giusto per l'annuncio, questi modelli stanno denunciando decisamente un modo di fare pastorale troppo poco interpellante.
    Consapevoli dei punti critici da superare e delle esigenze da rispettare, ci chiediamo oggi, con rinnovata passione, come procedere.
    L'invocazione può davvero suggerire la proposta di sutura tra domanda e risposta. Essa è costitutivamente «domanda», perché esperienza profondamente personale, di vita quotidiana restituita al suo protagonista nella verità. È tutta sbilanciata dalla parte della soggettività: due braccia alzate, nel gesto coraggioso di chi cerca i polsi robusti di chi le può afferrare, restituendo così alla gioia di vivere e all'avventura di sperare.
    Nello stesso momento e sullo stesso gesto, è anche consegna implicita a chi certamente può sostenere la richiesta, a chi consolida l'attesa. L'invocazione non è mai grido disperato: chi la pronuncia riconosce, almeno implicitamente, un fondamento sicuro, su cui fondare la ricerca di fondamento. In questo senso, come dicevo, è una reale esperienza di trascendenza. Non è solo domanda: è gia accoglienza di una risposta che viene da lontano e precede la domanda stessa.

    2.1.2. L'esperienza di creaturalità
    L'invocazione è esperienza di confine, coniugazione tra crescita in umanità e sfondamento verso la trascendenza, perché dice, con il linguaggio eloquente dei fatti, la consapevolezza della creaturalità: l'esperienza e l'accoglienza del Dio creatore, il sostegno ultimo che tutto sostiene.
    Al giovane, riportato all'invocazione attraverso la guida premurosa dell'educazione, diventa famigliare costatare che ci si può fidare della vita, perché essa si porta già dentro un suo fondamento. Aprire l'esperienza della finitudine verso l'invocazione significa infatti riconoscere il diritto a pronunciare un «sì alla vita», serio e impegnativo, perché ciò che viene accolto sostiene e sorregge chi lo accoglie, nel momento in cui si lancia in trepida ricerca di un fondamento sicuro.
    La vita ha un fondamento perché è stata progettata così: perché chi l'ha lanciata alla nostra esperienza, l'ha costituita capace di provocare e di inquietare, ma anche di sostenere e di tranquillizzare. Il «sì alla vita» assume il tono di un riconoscimento, almeno implicito, del Dio creatore.
    Stiamo misurandoci su indicazioni di estrema importanza.
    L'incontro con Gesù è l'incontro con il Dio di Gesù. L'incontro è possibile solo se avviene nel clima della creazione: siamo creature, fragili e mai autosufficienti, ma possiamo vivere nella gioia e nella speranza perché trascinate all'esistenza dalla potenza di Dio creatore.

    2.1.3. L'apologetica
    Nel movimento si incrociano così tre dati: l'esigenza di approdare alla confessione di un Dio personale, creatore del cielo e della terra e sostegno sicuro della vita di ogni uomo; la costatazione che questo riconoscimento c'è già di fatto nell'esperienza dell'invocazione; la preoccupazione educativa di allargare l'implicito in esplicito, riconsegnando ad ogni persona la coscienza di quello che esprime senza saperlo.
    La tradizione pastorale cristiana ha percorso un cammino speciale, per assicurare il raggiungimento di questi obiettivi: l'apologetica. Sulla proposta delle «buone ragioni per credere» ha giocato energie e risorse.
    Forse non tutti i modelli apologetici possono oggi essere riproposti a cuor leggero. Forse una giusta dose di sospetto critico può liberare l'approccio apologetico da eccessive attese.
    Resta però il dato e l'esigenza, per assicurare veramente l'espressione matura della fede personale.
    Sono passati i tempi - sul piano dell'efficacia, almeno - in cui le «buone ragioni della propria fede» erano offerte in termini razionalisti o fideisti, contrapponendo magari un modello all'altro.
    Nella prima ipotesi (quella razionalista) la decisione verso Dio creatore era ridotta ad un processo dimostrativo, a carattere logico-scientifico. Nella prassi pastorale ci si tuffava in analisi di fonti, di testi, di autori, per emergere trionfanti con la sicurezza delle prove dell'esistenza di Dio e della storicità cristologica della fede.
    Nell'ipotesi opposta (quella fideista), l'esperienza di fede e la decisione di confessarne il fondamento nel Dio di Gesù Cristo si riduceva spesso nell'immersione acritica in una esperienza esaltante. Tutto restava nel vago e nel nebuloso, fino a slittare in una soggettivizzazione sfrenata, personale o di gruppo, in un puro gioco di sentimenti e di emozioni.
    I due modelli non sono adeguati, perché nelle loro espressioni radicalizzate contengono equivoci pericolosi. Vanno recuperati in termini più maturi e in una riconosciuta coscienza di destinazione, finalizzata e limitata: l'apologetica non produce la fede, ma dispone la possibilità di una decisione personale, sostenuta dalla presenza intimissima dello Spirito del Risorto, decisione che è sempre un salto nell'abisso sconfinato del mistero.
    Il credente è sempre un adulto, impegnato a prendere posizione e a giocare la propria esistenza su valide ragioni. Per questo deve essere preoccupato di rendersi conto fino in fondo dei meccanismi storici e culturali che giustificano la pretesa di un fondamento, solido e definitivo, alla propria speranza, contenuto della proposta per cui gli si sollecita la decisione stessa.
    Eppure i conti non tornano mai in modo definitivo; l'alternativa contraria affiora sempre come un'ipotesi mai eludibile.
    Si fa strada la prospettiva delle ragioni di esperienza, la ricerca di uno spazio di vita in cui sperimentare, quasi per connaturalità, la ragionevolezza del credere. Su essa si aprono i movimenti successivi.

    2.2. Il Dio invocato è il Dio vicino: l'incontro con Gesù, il volto di Dio, narrato da una comunità di gente che lo riconosce il Signore della vita

    Solo Dio è la ragione e il fondamento della nostra vita e della nostra speranza. Gli «amici» suoi e, in primo luogo, Gesù di Nazaret sono il segno che testimonia chi è Dio per noi e chi siamo noi nel suo progetto d'amore.
    Se non radichiamo questa nostra vita in Dio, ci ritroviamo piantati su radici fragili e insicure.
    Per immergerci in Dio e radicarci sul suo fondamento, non abbiamo però altra via di Gesù, come non abbiamo di fatto altro sostegno per accedere a Gesù della testimonianza ecclesiale degli amici suoi.
    Il secondo movimento riconosce in Gesù la via a Dio e riconosce nella Chiesa la via a Gesù. In qualche modo, prende sul serio quell'esigenza di una nuova apologetica, ricordata poco sopra, e la prospettiva di con- naturalità in cui ho proposto di svolgerla.

    2.2.1. Gesù rivela Dio e l'uomo
    Accogliendo la propria esistenza nel primo, sofferto «sì alla vita» abbiamo confessato l'esistenza di un Dio creatore, sorgente e sostegno del mistero della vita stessa. Ci chiediamo ora: chi è questo Dio? Qual è il suo volto?
    Per i cristiani, la risposta piena è una sola: Gesù è il volto definitivo di Dio. Non è sufficiente riconoscere Dio creatore, per pronunciare nell'autenticità il sì alla propria vita. Solo in Gesù questo sì è vero e globale, perché solo lui è il «segno» di chi è Dio per noi e di chi siamo noi nel suo progetto.
    Gesù ci rivela un volto nuovo di Dio e un volto nuovo dell'uomo. Il Dio creatore diventa così il Dio di Gesù, il Padre buono e accogliente, che perdona e restituisce alla gioia piena di figlio anche il ragazzo scappato di casa per ubriarcarsi di libertà e di autosufficienza.
    In questa manifestazione, ci ritaglia la nostra immagine più vera e affascinante: anche noi, creature povere, fragili, percorse da continui tradimenti, siamo diventati «uomini nuovi», perché figli nel Figlio.
    Non è questo il contesto per sviluppare le due affermazioni in tutto lo spessore affascinante di cui sono evocative. Chi ha già sfogliato altri miei scritti, ritrova qui il rimando, esplicito, al «criterio dell'Incarnazione», il punto di riferimento obbligato per un «discorso cristiano su Dio», come raccomanda, con coraggio, Il rinnovamento della catechesi (RdC 77).

    2.2.2. L'incontro con Gesù, il Cristo
    Al centro del movimento è collocato perciò l'incontro con Gesù di Nazaret, per esprimere la confessione, gioiosa e trepidante, che lui è il Cristo, il Signore della vita, la salvezza di Dio vicina a ciascuno di noi.
    All'invocazione l'unica risposta piena e definitiva è la persona di Gesù Cristo. In lui riconosciamo Dio come Padre e nello Spirito lo chiamiamo padre, anche quando la disperazione e il tradimento ci stringono alla gola. Gesù non solamente dà un volto umano a Dio, come se gli prestasse un'esistenza storica, ma è il volto umano di Dio: in Gesù Dio diventa il nostro Dio, il Dio della nostra vita e della nostra salvezza. Ci restituisce il volto e la parola del Dio invisibile e ineffabile; e distrugge le immagini deturpate di Dio, che noi ci costruiamo, per consolare la nostra ansia di potere o per sorreggere la voglia di catturare Dio dalla nostra parte.
    Confessare che Gesù è il Signore significa perciò adorare il vero volto di Dio che Gesù ci ha rivelato, rifiutando ogni immagine idolatrica di lui.
    Le strade verso l'incontro sono tante. Ogni cristiano percorre la sua, nel santuario intimissimo della sua libertà.
    Il rinnovamento della catechesi, nell'ansia pastorale che tutto lo anima, suggerisce un tracciato molto interessante, coerente con le logiche di fondo di questo itinerario globale di educazione dei giovani alla fede. Lo ricordo, con qualche citazione.
    L'incontro avviene normalmente sull'onda del fascino che promana da Gesù di Nazaret, «l'Uomo perfetto, che ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo» (RdC 59).
    Il confronto con la ricca umanità di Gesù può avvenire in molti modi. RdC raccomanda di mettere «particolarmente in luce i lineamenti della personalità di Gesù Cristo, che meglio lo rivelano all'uomo del nostro tempo: la sua squisita attenzione alla sofferenza umana, la povertà della sua vita, il suo amore per i poveri, gli ammalati, i peccatori, la sua capacità di scrutare i cuori, la sua lotta contro la doppiezza farisaica, il suo fascino di capo e di amico, la potenza sconvolgitrice del suo messaggio, la sua professione di pace e di servizio, la sua obbedienza alla volontà del Padre, il carattere profondamente spirituale della sua religiosità» (RdC 60).
    L'incontro è pieno, però, e autentico solo quando conduce a professare che questo Gesù è il Signore, per «far entrare nella pienezza della sua divinità» (RdC 60). «Questo Gesù, infatti, Dio lo ha costituito Signore. Egli stesso si è proclamato Figlio di Dio e si è appropriato il nome di Dio. È il Figlio proprio di Dio, l'immagine del Dio invisibile; inabita in lui corporalmente tutta la pienezza della divinità. È il Verbo di Dio che si è fatto carne ed abitò tra noi; è il Dio unigenito che ci ha fatto conoscere il Padre» (RdC 62).

    2.2.3. La testimonianza: una prova per connaturalità
    Dal Dio creatore al Dio di Gesù il salto è sconvolgente. Non meno sconvolgente è il salto dall'interesse per l'uomo affascinante di Nazaret al riconoscimento che Gesù è Dio con noi.
    Questi passaggi non avvengono attraverso procedimenti di tipo logico-razionale, quelli, per intenderci, che ci convincono a pronunciare la nostra adesione alle dimostrazioni matematiche. Li scatena invece una testimonianza: una esperienza che si fa messaggio.
    Ci sono degli uomini (una comunità ecclesiale, vicina e affascinante, un gruppo o un movimento ecclesiale a cui si appartiene, una comunità educativa, alcuni credenti...) che narrano con la loro vita che Gesù è il Signore di questa stessa vita.
    In questa testimonianza, il giovane invocante incontra il segno concreto e sconvolgente della presenza di Dio nella storia e del suo progetto per la vita dell'uomo: Gesù di Nazaret. La testimonianza è tanto convincente e seducente da far scattare la decisione di rischiare anche la propria vita in questa direzione.
    Affidandosi a lui, in un incontro che progressivamente coinvolge tutta l'esistenza, si fa esperienza di una saturazione inedita e insperata della propria invocazione.
    L'incontro e la novità di vita che ne scaturisce, vengono vissuti come una proposta di riconciliazione con sé, con gli altri, con Dio, che travolge la domanda stessa e si propone come esperienza piena e rassicurante di vita.
    Alla base di tutto questo sta una vera esperienza ecclesiale. Essa opera da «grembo materno» dell'incontro: lo sollecita, lo sostiene, lo porta a maturazione. Non è però la «grande» comunità ecclesiale ufficiale; ma una comunità vicina, concreta, significativa. La Chiesa istituzionale viene ritrovata in un secondo momento, come esito del processo di maturazione nella fede del Dio di Gesù Cristo.
    La Chiesa è così l'esperienza che si fa messaggio, e il messaggio di questa esperienza. Restituita sulla forza della significatività alla sua funzione di testimone privilegiata dell'evangelo, sollecita ad accogliere il suo evento teologico tra i contenuti di questo stesso evangelo.

    2.3. Dall'incontro con Gesù Cristo all'accoglienza del suo messaggio su Dio: vivere di fede

    Gesù è la parola unica e definitiva su Dio e sull'uomo. Egli è il fondamento della nostra fede e il suo contenuto.
    Chi lo incontra vive un'esperienza originale che fa vivere in questo mondo come se ormai fosse di un altro mondo: vive nella fede. Su questa novità, il cristiano può verificare l'autenticità di un incontro che resta sempre un po' misterioso e indecifrabile.

    2.3.1. La fede: un vissuto
    Incominciamo a comprendere cosa significa «vivere di fede».
    L'espressione viene utilizzata in differenti contesti. Si parla di fede politica, di fede in una persona o in una istituzione; qualche tifoso scatenato dichiara persino la sua fede in una squadra di calcio.
    In questi modelli esiste un denominatore comune: fede è un complesso di ideali, capaci di guidare gli orientamenti di una persona, fino a sollecitare un impegno coerente di vita.
    Nella declinazione religiosa la fede riferisce a Dio il fondamento di questi ideali e l'orizzonte ultimo della vita.
    La fede cristiana, in qualche modo, assume e condivide questo atteggiamento. Lo radica sulla rivelazione che Dio ha fatto di sé nella creazione e nella storia. E si esprime come risposta personale alla Parola ascoltata. Si differenzia dalle altre fedi religiose perché riconosce in Gesù di Nazaret il testimone definitivo di Dio.
    Riflettere sulla fede nel Dio di Gesù Cristo significa individuare i processi attraverso cui una persona opera questa identificazione vitale, che produce uno stile nuovo di esistenza. La cosa non è facile, certamente.
    Ci ha provato l'autore della Lettera agli Ebrei. Prima ne ha dato una bellissima definizione: «La fede è un modo di possedere già le cose che si sperano, di conoscere già le cose che non si vedono» (Eb 11, 1).
    Poi, per farsi capire meglio, ha raccontato una serie di storie di vita.
    Nel racconto egli passa in rassegna personaggi diversi. È interessante notare come siano molto differenti le manifestazioni esterne che l'agiografo interpreta come segni di fede.
    Ci sono gli uomini che consegnano tutta la loro esistenza alla Parola che Dio loro rivolge, fino a compiere gesti impensabili e inediti. Significativo è l'esempio di Abramo. Aveva ardentemente desiderato un figlio. L'aveva sognato sulla promessa di Dio. Ora accetta di sacrificarlo sulla parola esigente del suo Dio. Nella sua fede, forte come la roccia, diventa padre di una moltitudine di gente.
    Ci sono personaggi e situazioni dal sapore molto più quotidiano. Dice, per esempio, l'autore della Lettera agli Ebrei che per fede la mamma di Mosè decide di non obbedire alla parola del tiranno che le chiedeva di uccidere il bambino. Il suo gesto «normale» di mamma affettuosa e coraggiosa viene interpretato come grande gesto di fede.
    Sono citate anche situazioni abbastanza strane: a partire dalle «cose che non si vedono», diventano gesto di fede anche l'intrigo con cui Giacobbe ruba la primogenitura ad Esaù e l'ospitalità che la prostituta Raab offre agli esploratori ebrei.

    2.3.2. Le condizioni per vivere di fede
    La pagina della Lettera agli Ebrei ci ricorda una dimensione qualificante della fede cristiana: il suo rapporto con la vita di tutti i giorni, con i suoi ritmi e con le sue scelte.
    La fede non si interessa infatti di alcuni temi e problemi tutti suoi, che si aggiungono a quelli che già pervadono l'esistenza quotidiana. E non è certamente l'adesione intellettuale ad alcune informazioni. Oggetto della fede è invece l'esistenza concreta e quotidiana, la storia profana, che è storia e avventura di tutti e luogo dove si affaccia l'avventura salvifica dell'amore di Dio.
    Questa quotidiana realtà è un intreccio «sacramentale» di visibile e mistero.
    In una prima lettura analizziamo e comprendiamo quello che costatiamo, attraverso gli strumenti della tecnica e della scienza. Utilizzando i contributi della sapienza, che l'uomo ha accumulato nel lungo cammino della sua storia, cogliamo anche quella trama nascosta delle cose e degli avvenimenti, che sfugge allo sguardo superficiale e distratto. Leggiamo così il visibile in tutte le sue logiche.
    Questa prima lettura va integrata con una seconda, più profonda e più penetrante. In essa decifriamo il visibile dal mistero che si porta dentro.
    Il mistero è collocato oltre la nostra scienza e sapienza. Non lo vediamo e non possiamo manipolarlo. Lo possiamo solo invocare e sperare. Eppure lo possediamo già, tanto intensamente da riuscire ad utilizzarlo come chiave di interpretazione e di decisione delle vicende in cui ci sentiamo protagonisti e responsabili.
    Questo mistero è l'amore che Dio ci porta e la sua passione per la vita di tutti. Ha un nome e un volto: Gesù il Signore. Si staglia, crocifisso risorto, tra le pieghe della nostra storia, personale e collettiva.
    Il credente accoglie questo mistero come fondamento della propria esistenza.
    È importante tradurre questa costatazione teologica nel ritmo di un itinerario. Disegno perciò le «condizioni» per vivere di fede da cristiani, con una accentuata preoccupazione educativa.
    Prima di tutto si richiede la consapevolezza esplicita di un profondo bisogno di senso per la vita. La fede è il tessuto connettivo della vita, ciò che permette di vivere e agire su un quadro di orientamenti significativi. Non è però solo «invocazione» verso il senso. Essa è già esperienza: gioia di possedere quello che si è ardentemente sperato, anche se il possesso è fondato su quello che non si vede (e per questo si spera).
    Qui si colloca la seconda condizione. È importante che ogni situazione della vita quotidiana venga vissuta con il riferimento ad un Presente diverso dalle cose che manipoliamo con le nostre mani• ad un mistero che ci sostiene dall'abisso del silenzio.
    In ogni gesto della nostra vita ci ritroviamo di fronte ad una alternativa drammatica: comprendere le cose solo alla luce di quello che riusciamo a decifrare, nell'esercizio sapiente della nostra ricerca; oppure riconoscere che la loro verità è più profonda e più intima, le pervade tutte dal mistero di una presenza che confessiamo in un gioco appassionato di fantasia, di rischio calcolato, di esperienza di amore.
    Di fronte all'alternativa tra consegnare a Dio la ricerca della propria sicurezza o assumersene personalmente il carico, nella fede il cristiano sceglie di affidarsi totalmente a Dio, anche quando nutre il sospetto doloroso che ad attenderlo, invece di braccia accoglienti, ci siano soltanto nude rocce.
    Vivere nella fede non è quindi accettare qualcosa, ma accettare Qualcuno, rinunciare ad abitare noi stessi in un geloso possesso, per lasciarci abitare da Dio.
    La terza condizione riporta alla vita quotidiana, per ricordarne la qualità nuova. Per il cristiano, la vita è lo spazio della sua fede. Non può mai essere scavalcata, nei suoi ritmi e nelle sue logiche, nel nome della trascendenza sperimentata e del futuro atteso. Nella fede invece viene assunta completamente e vissuta in una qualità nuova: ricompresa dal mistero che si porta dentro fino a vivere in questo mondo come gente di un altro mondo; accolta perché carica di un senso che nessuna delusione può ormai sconfiggere; impegnata per amore, perché tutti abbiano vita e speranza.

    2.3.3. Dire la fede
    La fede, come tutte le esperienze che afferrano la vita nella sua totalità, esige di essere «detta» per essere compiutamente vissuta.
    Il cristiano dice la sua fede attraverso gesti e parole. I due modi sono nell'ordine simbolico: sempre cioè quello che si vede manifesta una realtà, più profonda e più intensa, che resta invisibile. Quello che non si vede è la decisione di piegare la propria libertà, affidando la vita all'amore esigente del Dio di Gesù. Quello che si costata sono appunto parole e gesti, segnati profondamente dalla cultura del soggetto e del contesto in cui la persona dice la sua fede.
    La passione operosa per il Regno di Dio, di cui parlerò nel movimento seguente, è uno dei grandi gesti della fede del credente.
    Non è l'unico.
    Sono gesti di fede anche la preghiera, le celebrazioni sacramentali e i riti liturgici.
    Parole sono le differenti e molteplici espressioni con cui proclamiamo i contenuti della nostra fede.
    Se le cose stanno così, è importante sollecitare verso le manifestazioni ecclesiali della fede anche i giovani più reattivi rispetto alle formule istituzionalizzate. La conoscenza della forte risonanza culturale chiede però alle comunità il coraggio di una attenta riformulazione simbolica, per consegnare anche ai giovani d'oggi gesti e parole ancora significative.

    2.4. Dall'esperienza di fede, suscitata nell'incontro con Gesù Cristo, alla condivisione appassionata della sua causa: dalla parte del Regno di Dio

    La fede non risignifica il senso personale suggerendo informazioni che altrimenti non si possiedono: non risignifica sul piano della ricerca di «verità». E neppure risignifica sul piano di un incontro personale che dà senso alla propria vita, per la forza sconvolgente che suscita.
    La ricostruzione del senso personale non si realizza quindi prevalentemente a partire dall'esperienza nuova che suscita l'incontro con Gesù e la decisione di affidarsi totalmente a lui.
    La novità viene assicurata invece dalla decisione di far propria la causa di Gesù: l'impegno di giocare tutta la propria vita, nel nome di Dio, perché tutti (soprattutto i più poveri, quelli che ne sono stati più deprivati, in riferimento alle concrete situazioni della loro esistenza storica) possano ritrovare la vita e il suo senso.
    La dimensione personale (incontro con Gesù) e la dimensione veritativa (accettazione del suo messaggio) sono comprese «dentro» (come aspetti integranti) di questo orientamento esistenziale più ampio e più impegnante.
    Il movimento riporta nuovamente nella vita quotidiana, lo spazio dove si gioca la causa di Gesù.
    Chi lo ha incontrato, misura la sua fede non sull'appartenenza, ma sulla passione per il Regno: sull'impegno di far nascere vita dove c'è morte, nel nome e per la gloria di Dio.
    L'incontro con Gesù allarga l'esistenza del credente in una solidarietà che supera i confini della Chiesa, verso tutti coloro che sono impegnati, a titoli diversi, per il Regno di Dio.

    2.5. Imparare a vivere da cristiani

    Non siamo cristiani solo perché ci impegniamo in una prassi promozionale e liberatrice.
    Siamo cristiani davvero «solo se ci decidiamo ad adorare Dio nella sua assolutezza; solo se cerchiamo di amarlo con un ardire in apparenza del tutto sproporzionato alle nostre forze; se ammutoliti, capitoliamo di fronte alla sua incomprensibilità e accettiamo tale capitolazione della conoscenza e della vita come l'evento della massima libertà e della salvezza eterna» (K. Rahner).
    Riconosciamo Dio radicalmente diverso da tutte le altre realtà che fanno la nostra terra. Non è uno dei tanti nostri interlocutori. E neppure è quell'ultima risorsa che serve a pareggiare i bilanci in situazione di crisi. Solo lui è la realtà vera. Di fronte a lui diventa irreale tutto quello che consideriamo come realtà salda e consistente.
    Egli è il grande «sogno di futuro«, mistero incomprensibile e sempre presente, che tutto sorregge e orienta, proprio mentre tutto relativizza.
    Ci dà la parola. E ci sprofonda nel silenzio, dove le parole non bastano più.
    Veniamo da una radice che non abbiamo seminato; pellegriniamo lungo una strada che sfocia nell'incomprensibile libertà di Dio; siamo protesi tra cielo e terra e non abbiamo né il diritto né la possibilità di rinunciare a nessuno dei due dati. Non sappiamo neppure, in modo assolutamente certo, come la nostra libertà stia concretamente orientandosi nel gioco della nostra esistenza.
    L'esistenza del cristiano è perciò un salto nell'abisso sconfinato di Dio. La sua speranza risulta praticabile e sensata solo mediante quel fondamento che non possiamo comprendere né manipolare.
    Per questo, il cristiano vive il suo smarrimento quotidiano come un passo obbligato per avvicinarsi al santo mistero di Dio.
    Cammina verso la solitudine inesorabile della morte, confessando, con speranza trepidante, la certezza di poter affrontare questo mistero di solitudine nell'abbraccio di Dio.
    Quando si abbandona al suo Dio, il cristiano non si getta mai alle spalle la vita di tutti i giorni. Supera la sua vita per consegnarsi al mistero che la sovrasta; e la prende continuamente con sé nel movimento della sua speranza.
    Spera in Dio e ama la sua terra.
    Appassionato della vita, la vuole piena e abbondante per tutti.
    È impegnato in prima linea nel compito, duro ed esaltante, di dare un senso alle vicende della storia quotidiana, per renderla dimora, accogliente e abitabile, per tutti gli uomini
    Ha però una grande, insaziabile nostalgia di casa. Gli cresce dentro, tutte le volte che riesce ad anticipare «come in uno specchio» quell'incontro «a faccia a faccia» con Dio, la ragione decisiva della sua esistenza.
    La nostalgia dell'incontro con Dio spinge a ricercare momenti di contemplazione gratuita. Costringe a dare un posto rilevante nella vita ai segni che esprimono, in modo più evocativo, questa sconvolgente «presenza».
    Il cristiano vive nell'oggi, tutto proteso verso l'oltre della casa del Padre, in nome di quell'appuntamento con il Regno, unico approdo di perfezione piena e definitiva, quando l'incontro con Dio in Gesù Cristo per lo Spirito, superati i veli della sacramentalità, esploderà in tutta la sua luminosità.


    Per approfondire l'argomento:

    AMATO A., Gesù il Signore. Saggio di cristologia, Ed. Dehoniane, Bologna 1988.
    BORDONI M., Gesù di Nazareth. Presenza, memoria, attesa, Queriniana, Brescia 1988.
    DUQUOC CH., Un Dio diverso. Saggio sulla simbolica trinitaria, Queriniana, Brescia 1978.
    FORTE B., Gesù di Nazareth, storia di Dio, Dio della storia, Paoline, Roma 1982.
    METZ J. B., La fede, nella storia e nella società, Queriniana, Brescia 1978.
    NOLAN A., Gesù prima del cristianesimo, Ed. Dehoniane, Bologna 1986.
    TONELLI R., Pastorale giovanile e animazione. Una collaborazione per la vita e la speranza, Elle Di Ci, Leumann 1986.


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