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    Introduzione a: Indagine PA/84: i preadolescenti nel microcosmo famiglia


     

    (NPG 1985-05-27)


    Riprende all'interno della rivista la rubrica Preadolescenti, come avevamo preannunciato nella programmazione di NPG/85. Intende essere una cassa di risonanza dei problemi che emergono, nei vari luoghi educativi, alla coscienza di chi fa animazione coi preadolescenti, e soprattutto alla coscienza delle comunità che sentono l'urgenza di comunicare a questi destinatari particolari l'esperienza scatenante della «salvezza per loro», accompagnata, lavorata da una parola che narra e coinvolge in una storia che è avventura di senso per tutti. Verrà dato spazio a molteplici voci e contributi: a chi, in qualità di studioso, è attento osservatore di ciò che accade su questo «continente-arcipelago»; e a chi è più sensibile alle interazioni dei soggetti con il sistema socio-culturale.

    Sarà importante dar voce anche alle esperienze che oggi vengono realizzate nei vari ambiti educativi, ponendo attenzione ai loro progetti di fondo.
    Ci interessa infine raccogliere ed offrire ai lettori contributi utili alla progettazione di proposte educative e di educazione alla fede nello stile e nella logica dell'animazione. E qui si apre l'ambito di una lettura educativa della condizione del preadolescente oggi, di una precisa delimitazione preferenziale di aree di intervento e di una definizione di obiettivi educativi praticabili.
    C'è poi il problema del metodo dell'animazione; occorrerà interrogarsi quanto e soprattutto «come» le scelte qualificanti il metodo dell'animazione culturale siano oggi traducibili con questi destinatari. Quindi i problemi legati alle strategie, agli strumenti, ai linguaggi, alle tecniche.
    ^ All'inizio intendiamo privilegiare il momento dell'analisi. Con una serie di contributi di taglio psico-sociale e psicodinamico, che hanno come punto di partenza le aree e gli aspetti caratteristici e problematici della preadolescenza nella sua condizione odierna (così come ci è stata presentata nel dossier 85/1 dai ricercatori Cospes), offriamo ai lettori ulteriori contributi di approfondimento. Ciò potrebbe provocare irritazione in qualche operatore impaziente, catturato dall'ansia di trovare la ricetta immediata ai suoi interrogativi: che fare? come tener conto di tutto ciò nella prassi quotidiana? Non è tempo perso invece quello trascorso ad auscultare, con competenza ma anche con passione educativa, le pulsazioni della domanda di vita nei nostri destinatari. D'accordo, non basta analizzare. Ma questo è, al momento attuale, il primo obiettivo che intendiamo proporci e privilegiare.
    Acquisire la capacità di prestare ascolto disinteressatamente, ma non per questo meno appassionatamente, e di saper leggere con simpatia capace di scommettere sulla vita che questi piccoli uomini si portano dentro, è la prima insostituibile competenza di ogni animatore.
    Certo, a questi contributi analitici occorrerà accostare una reazione problematizzante, come è tipico della logica educativa, una logica che, non tematizzata, è già presente nei contributi.
    Sarà questo un passo successivo.
    Ora è solo un compito che consegniamo in gran parte al lettore, perché già in qualche modo ci preceda.
    ^ Il contributo che apre la rubrica si riferisce al rapporto preadolescente-genitori, e coglie quindi la posizione odierna del preadolescente nel sistema familiare.
    Il preadolescente infatti sta attuando il progressivo distanziamento da quelle figure di adulti che hanno strutturato la sua personalità nei primi dieci anni della sua vita. Tale «distacco» è caratterizzato nei preadolescenti di oggi da un'assenza di criticità o di conflittualità manifesta (guerre di indipendenza). Ma si esprime e si traduce in un «separarsi» mediato dalla attività spazio-motorio e successivamente in un «disagio» che ha i suoi segnali. Così la nuova pulsionalità puberale diviene dinamismo attivatore dei processi di emancipazione da un lato, anche se ambivalenti, e di processi di nuova socializzazione (orizzontale) dall'altro, o infine di apertura e successivo scatenamento della persona verso l'ideale, il progetto, un futuro.
    Lo studio di Fontana sottolinea il notevole peso che la realtà familiare ha ancora sui preadolescenti di oggi.
    Del sostegno, della stima, della sicurezza, dentro lo schema di riferimento convalidato che la famiglia può offrire, il preadolescente ha enormemente bisogno, proprio per «garantirsi» in qualche modo nella possibilità di gestire la pulsionalità erompente che minaccia l'ormai instabile equilibrio.
    Essa offre la soluzione vincente, soprattutto nei primi anni della preadolescenza. Se tuttavia all'inizio il compromesso irenico «tiene», soprattutto quando è resa possibile la traduzione della pulsionalità nei dinamismi di scoperta e di uscita, mediati dal fare e dalla corporeità insieme alla conquista di nuova spazialità e di nuova relazionalità, ben presto la soluzione si mostra inadeguata.
    Cresce il disagio, nascono sintomi di conflittualità, anche se mascherata o negata o più facilmente tradotta in autocolpevolizzazione.
    Ma il contributo raccoglie anche, dai dati della ricerca Cospes, la richiesta dei preadolescenti odierni di una ristrutturazione dello schema di relazioni familiari, insieme a quella di un atteggiamento ben definito del genitore (e dell'adulto in genere) nei loro confronti, se si vuol facilitarne il processo di autonomia. Nel lento processo di distanziamento dalla famiglia e di percezione, più sentita che riflessa, della propria «diversità» dall'immagine del bravo fanciullo di un tempo, il preadolescente ricerca la funzione del modello, quale personaggio ideale.
    Un reale oggetto transazionale vagheggiato, che cioè in qualche modo gli permette di intravvedere qualcosa del suo «io» futuro, della sua nuova immagine.
    ^ Segnaliamo in conclusione alcuni punti meritevoli di attenta considerazione da parte dell'educatore.
    - Risulterà evidentemente inadeguato ogni intervento, da parte delle altre agenzie educative, che intenda prescindere dal relazionarsi con il microsistema familiare. L'educatore deve saper cogliere la posizione che al momento il preadolescente occupa in essa. Dovrà inoltre rendere la famiglia stessa sensibile alle dinamiche di ricerca di un equilibrio anche se instabile, e cogliere il disagio che in continuazione emerge.
    Un intervento di sostegno, senza la pretesa di misconoscere quella che rimane ancora una fondamentale piattaforma di ancoraggio.
    - Si pone però anche un problema di progressivo distanziamento, di un riaggiustaggio delle posizioni, nella costruzione di equilibri nuovi e sempre più centrati «fuori» della famiglia stessa. Qui vi è un ampio spazio per una risposta in termini educativi che le altre agenzie educative sono chiamate a gestire, e senza perciò riprodurre dinamiche di dipendenza intrafamiliare.
    - La paura per quel che sta avvenendo e la tendenza alla colpevolizzazione di sé, soprattutto nella sensazione della «diversità», si traducono in una richiesta all'adulto in genere, oltre che al genitore, di un atteggiamento di accoglienza incondizionata,
    di calda comprensione, di accettazione valorizzante
    e rassicurante di quello che ora il preadolescente è; la richiesta soprattutto di sentirsi aiutato ad accettare tutto quello che ancora non riesce a percepire e ad accettare di sé, perché misterioso e ingovernabile.
    - L'interrogativo che interpella ogni educatore rimane e invoca una risposta: mi vorrete ancora bene se non sarò più il fanciullo che ero e se sarò «autentico», liberando tutto quello che sento dentro?


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