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    Educare l’amore. Percorso per fidanzati /5

    Raffaele Gobbi

    (NPG 2010-05-60)


    L’amore si esprime anche attraverso il linguaggio dell’eros che è anelito all’unione, forza potente e bella che brama la comunione. E quanto in pericolo sia l’eros lo affermano, tra le altre, le parole di ammonizione di un pensatore non credente come Umberto Galimberti.[1]

    Se un raggio di trascendenza non ferisce la tenebra

    «Spaccato di trascendenza e di ulteriorità irraggiunta in ogni compiuto atto d’amore, febbre del corpo nel suo cieco e tumultuoso bisogno di reciprocità, sete del viandante nella solitudine ardente del deserto, il piacere sessuale perpetua la natura non gli individui, puro autoerotismo della natura, se un raggio di trascendenza non ne ferisce la tenebra, lasciando giungere quella chiamata che risveglia la carne dalla sua opacità e la costringe a cedere quella scintilla divina in cui è custodito il nostro nome, che solo l’altro può chiamare:

    Vieni, amato mio, andiamo nei campi, passiamo la notte nei villaggi.
    Di buon mattino andremo nelle vigne; vedremo se germoglia la vite,
    se le gemme si schiudono,
    se fioriscono i melograni:
    là ti darò il mio amore!
    (Cantico dei Cantici 7,12-13)».[2]

    Iniziare una riflessione sulla sessualità partendo dal pudore potrebbe sembrare antiquato. Pare che la spudoratezza nel nostro tempo sia diventata una virtù, passa nel nostro tempo come espressione di autenticità.
    E se invece il pudore riportasse alla parte più intima e preziosa di noi stessi? Se quel sentimento di riservatezza che a volte proviamo ricordasse che la sessualità non è solo ricerca del piacere, ma ricerca di una persona nella sua unicità inconfondibile? L’unicità della persona – ciò che intimamente ci costituisce e ci individua – sente incongruo essere amati come qualsiasi altro uomo o qualsiasi altra donna. Verità dell’amore è che si desidera essere amati in maniera unica ed esclusiva.
    Il pudore, quindi, non limita la sessualità, anzi, la definisce come ricerca di un amore integrale. Il pudore non è una faccenda di vesti, sottovesti o abbigliamento intimo, ma è una reazione affettiva dove si decide il grado di apertura e di chiusura verso l’altro.[3]
    Quando dunque avvertiamo un senso di pudore, significa che qualcuno sta bussando alla porta della nostra intimità e sta a noi decidere quanto aprirci, consegnarci e affidarci all’altro.

    L’alfabeto e la grammatica dell’eros

    Sessualità, innanzitutto, è riconoscersi come uomini e donne, maschi e femmine, ciascuno con delle caratteristiche biologiche e psicologiche proprie.
    La sessualità è qualcosa di diverso dalla genitalità. La genitalità rappresenta, infatti, solo il gesto fisico, l’espressione corporea della pulsione erotica.
    La sessualità è soprattutto un «luogo» d’incontro, la forza e spinta alla relazione con l’altro. E in quanto relazione essa è caratterizzata da emozioni, sentimenti, bisogni, desideri e gesti specifici.
    Durante il periodo di fidanzamento, come è importante crescere nella comunicazione verbale, così è importante crescere e maturare nella comunicazione della propria sessualità. Se il linguaggio della sessualità si esplicita attraverso i gesti, è importante impararne l’alfabeto e la grammatica.
    Questi aspetti della relazione di coppia, per essere vissuti in tutta la loro pienezza, si realizzano in questi tre atteggiamenti:
    – l’attesa paziente: si tratta di un comportamento controcorrente rispetto alla logica diffusa del «tutto e subito», che non aiuta una relazione a crescere in profondità. Attesa è ricerca assidua di intesa, sintonia e complicità… realtà che esigono tempo e riflessività;
    – la gradualità: saper gustare le tappe, l’incrocio degli sguardi, l’intensità della carezza, del semplice tenersi per mano, del bacio. La fretta di andare oltre potrebbe essere sintomo di superficialità e di fatica di andare in profondità nella relazione. Da tener conto che possono anche verificarsi degli errori in questo cammino graduale ma ci si può risollevare e proprio qualche scelta non adeguata – una volta verificata – può spingere a fare insieme un salto di qualità;
    – la consapevolezza: il fidanzamento è un tempo di ricerca, di discernimento, di verifica. Ogni stagione dell’amore ha il suo linguaggio; nel fidanzamento il linguaggio è quello della ricerca e i rapporti sessuali completi rischiano di fermare quella ricerca, di innestare delle dinamiche che sono invece quelle di due persone sposate.
    L’atto che può donare la vita va, perciò, inserito nel contesto di una scelta pienamente responsabile del suo naturale e intrinseco frutto; questo contesto è la decisione di un progetto di vita stabile e definitivo, riconosciuto nella fede come un dono di Dio e non solo come somma della buona volontà e dell’impegno dei due. In altre parole, senso compiuto ai gesti della sessualità, nel fidanzamento, lo dona la prospettiva del sacramento.
    Nel modo comune di pensare, anche l’intesa sessuale va provata come si provano altri aspetti della vita di coppia.
    È possibile e giusto «provare» una persona o un’intesa sessuale? Una persona non si può provare, si accoglie!
    Vi sono delle esperienze (nascere, dare la vita, amare), che sono così importanti da essere uniche e irripetibili…

    In questo senso l’intesa sessuale non è un punto di partenza per costruire un dialogo e una conoscenza sempre migliori, quanto il punto di arrivo di un percorso paziente, graduale e consapevole. In ogni caso l’intesa sessuale non è data una volta per tutte ma nelle diverse stagioni della vita va ricostruita.[4]

    Eros di Dio

    Il termine agape, molte volte presente nel Nuovo Testamento, indica l’amore che mette al di sopra di tutto, anche di sé, il bene dell’altro; la parola eros denota l’amore di chi desidera possedere ciò che gli manca e anela all’unione con l’amato. L’amore di cui Dio ci circonda è prima di tutto agape, ma…

    L’amore di Dio è anche eros. Nell’Antico Testamento il Creatore dell’universo mostra verso il popolo che si è scelto una predilezione che trascende ogni umana motivazione. Il profeta Osea esprime questa passione divina con immagini audaci come quella dell’amore di un uomo per una donna adultera (cf 3,1-3); […]
    L’eros fa parte del cuore stesso di Dio: l’Onnipotente attende il «sì» delle sue creature come un giovane sposo quello della sua sposa.
    È nel mistero della Croce che si rivela appieno la potenza incontenibile della misericordia del Padre celeste. Nella Croce si manifesta l’eros di Dio per noi.[5]

    L’eros, da solo, mi dice che l’altro è bene per me, l’altro è la fonte del mio piacere, dell’esaltazione del mio godimento, dell’ebbrezza prodotta dalla perdita dei miei confini, del ritrovarmi totalmente in lui, della vittoria sulla mia solitudine e del sentirmi uno con lui. L’altro è carne per me. L’eros in questo senso ha una dignità altissima: mi dice che la vita ha un aspetto di piacere-forza vitale-pulsione; mi dice che è possibile non sentirsi soli, tristi e deprivati; mi porta a sperare e sperimentare un bene per me.
    C’è però un passaggio importante da vivere, l’amore come agape (cioè come capacità di donare, di dare gratuitamente e al di là dei «meriti» dell’altro): mi interessa il bene/ piacere dell’altro più che il mio proprio bene/piacere. Di qui nasce il frutto della gioia, la felicità piena dell’amore.
    L’agape, cioè, rinsalda l’eros, gli permette di non implodere nelle acque morte dell’esclusivo riferimento a sé. La certezza che il mio proprio piacere e la mia propria gioia saranno l’esito non calcolato e non preteso della mia dedizione all’altro, rende umano e duraturo proprio quell’eros che altrimenti sarebbe autocentrato e porterebbe al proprio naufragio, renderebbe cioè impossibile proprio ciò che sta bramando e cercando. D’altro canto, l’agape che non sia riempita, incarnata dall’eros, rischia di cadere nello spiritualismo e nel volontarismo.
    Proprio per tenere acceso l’eros occorre l’agape, e proprio per animare l’agape occorre il calore dell’eros.

    Timore e tremore

    L’eros tende a possedere e l’agape «insinua» che non tutto è conosciuto (posseduto) dell’altro. Lui non è totalmente dispiegato, racchiuso nella mia esperienza: trascende il mio amore. Non ce l’ho in pugno, non ne faccio un mio possesso: ho timore. Non solo non posso impadronirmene, ma non voglio esaurirlo. Il timore conduce alla meraviglia che l’altro, anche oggi, anche domani, appaia nei suoi aspetti di mistero, di incomprensibilità e di silenzio.
    Se nel rapporto d’amore si lascia spazio al timore, al rispetto profondo, se si sa stupirsi, allora ambedue si fa la scoperta più grande, che è quella dell’agape, del non consumare l’altro o renderlo a propria misura.
    Proprio questo non consumare l’altro ci porta allora al traguardo dell’agape, cioè alla stupefacente scoperta che l’amore non è nostro, viene da Dio.

    Ide-azione

    Si consiglia la lettura del messaggio per la Quaresima 2007 di Benedetto XVI (https://www.vatican.va/holyfather/benedict_xvi/messages/lent/documents/hf_ben-xvi_mes_20061121_lent-2007_it.html) che riprende e amplia quanto esposto nella Deus caritas est.
    Una bella sintesi su eros e agape in Josè Noriega, Eros ed agape nella vita coniugale, Siena 2008. Utile perché tiene conto della teologia del corpo di Giovanni Paolo II e di quella dell’amore di Benedetto XVI.
    Proponiamo alle coppie di fidanzati e a chi li accompagna di confrontarsi su questo suggestivo testo del teologo greco-ortodosso Christos Yannaràs, Variazioni sul Cantico dei Cantici, 1997 Sotto il Monte (BG), seconda di copertina:

    Se ti sei innamorato una volta, sai ormai distinguere la vita da ciò che è supporto biologico e sentimentalismo, sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza.
    Sai che la sopravvivenza significa vita senza senso e sensibilità, una morte strisciante: mangi il pane e non ti tieni in piedi, bevi acqua e non ti disseti, tocchi le cose e non le senti al tatto, annusi il fiore e il suo profumo non arriva alla tua anima. Se però l’amato è accanto a te, tutto, improvvisamente, risorge, e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso di argilla della tua esistenza incapace a sostenerla.
    Tale piena della vita è l’eros. Non parlo di sentimentalismi e di slanci mistici, ma della vita, che solo allora diventa reale e tangibile, come se fossero cadute squame dai tuoi occhi e tutto, attorno a te, si manifestasse per la prima volta, ogni suono venisse udito per la prima volta, e il tatto fremesse di gioia alla prima percezione delle cose.
    Tale eros non è privilegio né dei virtuosi né dei saggi, è offerto a tutti, con pari possibilità. Ed è la sola pregustazione del Regno, il solo reale superamento della morte.
    Perché solo se esci dal tuo Io, sia pure per «gli occhi belli di una zingara», sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro a Lui.

    Idem per questo testo sul bacio, di Xavier Lacroix, Il corpo e lo spirito. Sessualità e vita cristiana, Magnano (BI) 1996:
    Posare le labbra sulla pelle o sulle labbra dell’altro… Quello che potrebbe essere un atto di divorare (la bocca non serve in primo luogo a ingerire?) diventa invece l’espressione di una vittoria sull’appetito. Più che di divorare, si tratta di bere, come si beve ad una coppa. In diverse culture il bacio ha significato il rispetto, l’onore, l’adorazione (il verbo latino adorare designa «il portare la bocca verso»): si pensi, per esempio, al bacio dell’altare nella liturgia. Significa inoltre la comunione: nel bacio di pace, per esempio. Nel bacio la prossimità è ancora più grande che nella carezza. La pelle delle labbra è più sottile e più sensibile di quella della mani. Rosee e umide, le labbra sono una mucosa: la vita interna del corpo vi affiora, comunica quasi con l’esterno. La bocca è un’apertura del corpo… Abbandonarsi al bacio vuol dire vincere la chiusura dei corpi, voler passare all’altro, conoscerne il gusto, avvicinarne la sostanza. Scambio di respiri, di salive, gioco di lingue, il crescere del desiderio porta al superamento dell’ordinario disgusto legato a tali contatti. Il bacio sulle labbra è un cominciamento. Sovente annuncia e avvia altri scambi, fra altre mucose. Altre vittorie sulle resistenze o sulla violenza. Altre avanzate verso l’intimità, altri passi verso il congiungersi dei corpi.

    Un film complesso sulla proteiforme realtà dell’eros è senz’altro Eyes whide shut di Stanley Kubrick. Pur non essendo stato rifinito dal regista, scomparso prima della fine della lavorazione del film, ha una singolare capacità di indagare nei meandri dell’eros. Il desiderio s’avvita su se stesso e sfiora la negazione di sé, la morte; l’unicità della persona viene travolta rischiando di dissolversi in gioco di maschere; sogno e realtà, percorsi mentali aggrovigliati e vagabondaggi a piedi, si intrecciano e confondono. Visione per un pubblico maturo e consapevole.

    NOTE

    [1] Cf le sue aspre considerazioni sulla sessomania ne I vizi capitali e i nuovi vizi, Milano 2003, pp. 93-98.
    [2] Umberto Galimberti, Orme del sacro, Milano 2000, pag. 92. Nel seguito si riprendono alcune considerazioni proprio di Galimberti sul pudore; cf Le cose dell’amore.
    [3] Cf Josè Noriega, Il destino dell’eros, Bologna 2006, pp. 161-168.
    [4] Giampaolo Dianin, Matrimonio, sessualità, fecondità, Padova 2005, p. 379.
    [5] Dal messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2007 «Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto» (Gv 19,37). Il riferimento al profeta Osea che sposa una prostituta, per di più infedele, fa comprendere che la lacerazione del peccato è un rischio particolarmente forte nell’esperienza dell’eros. L’ebbrezza dell’eros, per sua natura, tende a concentrare la persona su di sé, ha una forza centripeta.


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