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    A tu per tu con Dio /8

    Paolo Zini

    (NPG 2010-08-17)

    Un tempo gli uomini avevano un cielo fatto di vasti tesori di pensieri e di immagini. Il significato di tutto ciò che è, stava nel filo di luce che tutto al cielo teneva attaccato; una volta rifugiatosi in cielo lo sguardo, anziché soffermarsi sulla presenzialità di questo mondo, vi scivolava su verso l’essenza divina, verso, se così si possa dire, una presenza fuori del mondo. L’occhio dello spirito dovette a forza venir rivolto al terreno, e qui venir trattenuto; e c’è voluto tempo assai prima di introdurre, nell’ottusità e nello smarrimento in cui si trovava il senso dell’al di qua, quella chiarezza che solo il sovraterreno possedeva, prima di riconsacrare all’interessamento umano quell’attenzione a ciò che è presente, la quale vien detta esperienza. – Ora sembra che ci sia bisogno del contrario; sembra che il senso sia talmente abbarbicato ai valori terreni, da rendersi necessaria altrettanta violenza a sollevarnelo. Lo spirito si mostra così povero, che sembra impetrare, per un po’ di ristoro, il magro sentimento del divino, simile al viandante che nel deserto brama una sola goccia d’acqua. Dalla facilità con cui lo spirito si contenta, si può misurare la grandezza di ciò che ha perduto.

    Non mancano ragioni per ritenere di grande attualità queste parole scritte da Hegel all’inizio dell’Ottocento, nell’introduzione ad un’opera filosofica che continua, a due secoli dalla sua pubblicazione, ad avere lettori e studiosi critici. Semplificando un po’: l’uomo medioevale, per Hegel, avrebbe avuto lo sguardo sempre rivolto al mondo ultraterreno, mentre con la rivoluzione scientifica l’uomo moderno avrebbe iniziato a tenere fissi gli occhi sul mondo terreno, sull’immediatezza della sua esperienza. L’attenzione però all’esperienza di questo mondo sarebbe diventata esclusiva, secondo Hegel, producendo la miseria d’inizio Ottocento, miseria particolarmente evidente quando l’uomo, ormai stremato per la povertà del nutrimento spirituale che gli viene da uno sguardo tutto concentrato sui propri piedi, va poi dietro, per blandire le sue inquietudini, a ciò che mostra solo l’apparenza di ultraterreno, senza averne la sostanza. Se questo è il senso delle parole di Hegel, i due secoli trascorsi dalla loro scrittura non le hanno invecchiate. Anche oggi l’uomo, come lungo tutta la storia, ha un cielo sopra la testa e una terra sotto i piedi, e anche oggi avverte di dover fare i conti con l’orizzonte terreno, ma ha pure l’impressione che vi sia un oltre, è il cielo a ricordarglielo, un oltre con il quale pure i conti si devono fare. In questo cammino a tu per tu con Dio è già stato possibile rilevare come il bisogno e il senso dell’ulteriorità sia scritto dentro l’uomo e gli faccia sentire stretto l’orizzonte terreno. Ma ciò non vuol dire che di fronte ad una terra incapace di rispondere alle vere aspirazioni dell’uomo, questi alzi veramente gli occhi al cielo, annodando un’autentica relazione con Dio. La cultura contemporanea, con il ritorno del sacro e del religioso, ha dimostrato che il bisogno di Dio non si spegne nel cuore dell’uomo, e che il Nome di Dio continua ad essere invocato; ma proprio questo costringe a riconoscere come quel bisogno e quel nome vivano e risuonino nella società di oggi tra molte ambiguità. È proprio la «fedeltà» alla terra, costruita in molti secoli e portatrice di tanti benefici per la comodità del vivere, a non lasciare indifferente l’uomo e a condizionare nel postmoderno il suo bisogno religioso e il suo modo di invocare il Nome di Dio. Forse, a questo punto, occorre dare un’occhiata ad una delle più grandi tentazioni dell’esperienza religiosa del nostro tempo: quella di stare con i piedi inchiodati in terra e di portare l’esperienza religiosa dentro l’orizzonte terreno, per dilatarlo, vivacizzarlo un po’. L’operazione è tanto diffusa quanto fallimentare, poiché l’esperienza religiosa è autentica solo se conserva una smisuratezza che appunto è di cielo. Un autentico rapporto con Dio trascina la terra oltre se stessa, senza farsi rinchiudere nell’orizzontalità del mondo; e questo è scritto nel DNA della fede, a dispetto di molte espressioni di religiosità contemporanea, che proprio danno l’impressione di essere «terra terra». Il credente del terzo millennio deve di nuovo accettare l’impossibilità di mettere le mani su Dio; questo non gli torna semplice, abituato com’è a mettere le mani su ogni cosa che entra nel suo orizzonte, ma solo ponendosi alla scuola severa dell’intangibilità di Dio potrà fare vera esperienza, nell’autenticità dell’incontro con Lui, del senso di sé e del mondo. Ecco, allora, che la coscienza religiosa dell’uomo contemporaneo, per non finire prigioniera di equivoci e illusioni, va di nuovo formata ad un tratto essenziale del Nome di Dio, la sua intangibilità. E perché questa formazione sia autentica occorrerà riflettere sulle ragioni delle resistenze che le si oppongono.

    La fortuna del microonde

    Un acuto interprete dell’esperienza religiosa delle società occidentali ha utilizzato l’immagine del microonde per suggerire una forma di rapporto con Dio che tenta i credenti del XXI secolo. Il microonde è una figura efficace del rapporto dell’uomo con l’impellenza dei suoi bisogni; di questi bisogni, il microonde mostra la misura molto piccola, che la libertà vorrebbe sempre dominare, per evitare che qualche necessità insopprimibile le sottragga il controllo della vita. Ma il microonde è anche l’immagine di un ben preciso rapporto dell’uomo con il tempo; l’impazienza delle società dalla vita accelerata ha inventato strumenti che le sono congeniali. Sono strumenti, e il microonde è tra questi, che cercano di tenere a portata di mano le migliori opportunità di godimento offerte dal mondo, ma cancellando i tempi d’attesa che frustrerebbero il desiderio di saziarsene. Il microonde sembra dunque stare in spazi e tempi piccoli piccoli, ma sa anche rendere subito disponibili godimenti che, fino a qualche tempo fa, avrebbero richiesto pazienza e lavoro, sottraendosi un po’ alle rapacità ingovernabili dell’uomo. Soddisfatto, pertanto, nelle sue voglie dalle prestazioni del microonde, l’uomo di oggi vorrebbe servirsene anche nel suo rapporto con Dio. La tentazione del credente contemporaneo è quella di trattare la relazione con Dio come un prodotto crioconserva bile e disponibile in quattr’e quattr’otto, quando le circostanze lo richiedono. Ma questo Dio deve poi accettare di essere relegato nell’indifferenza quando l’uomo ritiene di poter stare fuori dalla dimensione religiosa dell’esistere. Ecco allora che il costume attuale non si caratterizza per la negazione di Dio o del bisogno umano di lui; ma la relazione con Dio subisce comunque molte adulterazioni, tra le quali massimamente seria è quella di una riduzione della fede ad uno dei legami intrecciabili dentro l’orizzonte storico e padroneggiabile dall’uomo alla stregua di un bene di consumo completamente disponibile. L’uomo contemporaneo, in altre parole, sempre alle prese con le misure della terra, abituato a non aver troppo da attendere, circondato in ogni campo da soluzioni pratiche e veloci, non vuole rinunciare al particolare «sapore» dell’esperienza religiosa, ma vuole implementarla nella sua vita secondo le regole di un consumismo da microonde. Il tranello è insidioso, non facile da smascherare e non facile da superare. Un Dio ridotto a misura dell’uomo è un bene di consumo che vede imporsi dalle contingenze della vita terrena il suo significato, diventando così, di volta in volta, mediatore di consolazione, emozione, identificazione, intrattenimento; ma in queste differenti richieste l’uomo comanda, amministrando i propri bisogni in riferimento ad un Dio che deve obbedire. Una relazione con Dio di questo genere certo non strappa lo sguardo dell’uomo dalla ristrettezza dell’orizzonte terreno, e non lo rivolge affatto alla dismisura del cielo: e appunto per questo si tratta di una relazione con Dio malata. Un ricorso così sfacciato a Dio non può formare il credente in una esperienza di fede autentica; piuttosto, nella morsa delle mani dell’uomo, è soffocato Lui e intorpidita la relazione della coscienza con Lui. Questo confinamento di Dio dentro le misure delle esigenze storiche del l’uomo produce alcune singolari fisionomie di credenti ben poco credibili, che popolano la società contemporanea: gli atei devoti, che pur dicendosi convinti della non esistenza di Dio, apprezzano i riflessi umani, etici e filantropici di una convivenza religiosamente tollerante; i turisti del sacro, che frequentano i reperti della fede di uomini e popoli apprezzandone per ragioni conoscitive o emotive il profilo folkloristico; gli edonisti dello spirito, che consumano esperienze spirituali alla ricerca di godimenti o di anestetici raffinati. Una relazione religiosa declinata in questo modo manca di virilità, e, mentre non favorisce la verità dell’incontro tra il credente e Dio, permette che la stessa convivenza sociale, civile e politica umana, soffochi dentro i ristretti orizzonti terreni.

    Il nome di Dio, e un filo di luce oscurato

    Le parole di Hegel che hanno introdotto queste considerazioni si servono di un’immagine particolarmente evocativa, che può essere ricca di spunti per pensare una via d’uscita dagli imbarazzi della pratica religiosa contemporanea: quella del «filo di luce che tutto al cielo teneva attaccato». L’immagine del filo di luce indica in modo persuasivo il carattere fondante della relazione con Dio per la vita delle convivenze occidentali preilluministiche; si tratta di un’immagine evocativa, perché allude ad una sottrazione: ciò che più vale, se è ancorato al cielo attraverso un filo di luce, allora è sottratto al pieno dominio dell’uomo. Ma perché questo filo di luce è stato oscurato? La storia dell’uomo ha conosciuto dapprima il bisogno di avere il mondo più a portata di mano, per conoscerlo di più e vivere meglio; poi il bisogno è diventato una sfida, quasi la dimostrazione di una potenza sino allora mortifica ta; poi la sfida è diventata un’ossessione, sostenuta dalla pianificazione del consumo e dalla riluttanza a dilazionare la gratificazione; e infine l’ossessione è divenuta delirio: ciò che non è a portata di mano semplicemente non è. Nelle società occidentali le espressioni di tale delirio non sono rare: è insopportabile per l’uomo riconoscere di essere depositario di un’esistenza non completamente disponibile, dal valore sottratto all’assolutezza della sua libera iniziativa. La smania poi di superare le emergenze, nelle quali l’individuo sembra particolarmente limitato, ha moltiplicato le occasioni di esercizio dispotico del potere sociale e politico. Se il singolo non può sempre e comunque disporre di sé, del mondo, della vita, dice l’uomo contemporaneo, il corpo sociale deve poterlo fare in qualche modo in sua vece o in sua rappresentanza. Inutile dire che questa assolutezza rivendicata dalla libertà umana, comunque alle prese con limiti strutturali e con vincoli ed esigenze della convivenza civile, produce anche conflitti dalle numerose e imbarazzanti implicanze giuridiche. Proprio l’imbarazzo di questi conflitti suggerisce oggi l’urgenza di riannodare quel filo di luce spezzato tra la terra e il cielo, ancorando all’intangibilità del cielo e del Nome di Dio i valori ultimi dell’esistenza dell’uomo e del mondo. L’alternativa, che non vede alcun vincolo dell’uomo con il Nome dell’intangibile, è una terra ridotta a conflittuale far west di libertà individuali e poteri collettivi. Private del genuino fermento della relazione religiosa, la convivenza contemporanea e le libertà individuali sembrano molto capaci di minacce vicendevoli, ma assai poco di custodia e di rispetto reciproci. Numerosissimi conflitti, nel mondo occidentale, sono la manifestazione dell’ingovernabilità di quattro tratti della convivenza umana contemporanea: il delirio di onnipotenza della tecnica; il carattere arrogante e dispotico dell’edonismo; la pretesa di assolutezza della libertà individuale; l’ambiguità della legittimazione del potere politico. Un cocktail micidiale: l’uomo al centro di queste contraddizioni può, vuole e sa sempre di più fare, ma non trova buone ragioni per fissare limiti e confini alle proprie azioni; quando delle ragioni individuali sembrano buone, paiono in pericolo i diritti della collettività; quando delle ragioni collettive paiono raccomandabili, i singoli si ribellano temendo il sopruso. Una simile contraddizione sembra confermare due note affermazioni di J.P. Sartre: a fronte dei diritti individuali «l’inferno sono gli altri», mentre la cura dell’interesse di tutti sembra ridurre il singolo a mera «passione inutile».

    L’intangibile: il Nome di Dio

    Proprio l’incapacità della convivenza civile di costruirsi su un modello di uomo completamente padrone della sua libertà segnala l’urgente bisogno di un ritorno all’invocazione del Nome di Dio nella pienezza della sua intangibilità. Un uomo che si comprende come completamente padrone di sé è una minaccia per sé e per gli altri: direttamente, quando è vittima di un delirio di onnipotenza individuale; indirettamente, quando affida al patto sociale la disciplina senza eccezioni delle questioni che non possono essere risolte entro confini rigorosamente privati. L’uomo e la società hanno bisogno di essere custoditi dalle proprie intemperanze e dai reciproci conflitti da un’istanza che rigorosamente superi tanto il singolo che la collettività. Il riconoscimento di tale istanza è obbligato per ogni intelligenza onesta, che riconosca la singolarità dell’uomo originata né dall’uomo stesso né dal patto sociale. La fisionomia di ogni uomo, dunque la ragione ultima del suo essere e le condizioni di istituzione della sua libertà, non dipendono dal singolo e non dipendono dalla società. La società deve il suo valore alla relazione che strutturalmente annoda le vicende dei singoli, consentendo loro di realizzare le rispettive possibilità d’essere. Alle spalle del singolo come della società sta il mistero dell’identità umana e delle condizioni relazionali del suo compimento. Ma il mistero dell’identità non si giustifica per le sue espressioni, ma piuttosto nel Nome che lo origina e dalla cui intangibilità l’uomo deriva la misura della propria libertà. Di qui l’importanza del rapporto con Dio per la qualità dell’esperienza individuale e sociale della libertà. L’intangibilità di Dio forma in modo eminente l’uomo alla reciprocità indisponibile della relazione, religiosa e non solo: indisponibilità preziosa, che sottrae la relazione all’arbitrio, alla manipolazione e al delirio di onnipotenza del singolo e della collettività. Solo la contraddizione dell’autismo senza reciprocità permetterebbe all’uomo di avere completamente in mano le sue relazioni; ma, proprio perché di autismo si tratterebbe, di relazione non vi sarebbe traccia. La relazione religiosa, per l’intangibilità eminente del suo termine, impegna l’uomo a vivere una logica diversa da quella del consumo e della manipolazione tipica della convivenza al microonde. Ma la relazione religiosa non ha solo il carattere della reciprocità, piuttosto vive di una fondamentale asimmetria che la rende singolarissima, anomala rispetto alle altre relazioni, promettente però per l’uomo e per la convivenza umana. Cosa significa asimmetria? Significa che la relazione religiosa, quando è autentica, si riconosce annodata alla radice intangibile di ogni consistenza terrena, secondo un mistero che scuote e sorprende la libertà umana. L’intangibile che il credente incontra nella relazione religiosa, e dal quale si lascia formare, nella rivelazione della propria intangibilità eroga consistenza al credente, istituendolo nella sua dignità e sottraendolo ai pericoli che potrebbero provenirgli dalla sua e dall’altrui libertà. Il filo di luce che annoda la realtà all’intangibile, con la sua solidità e la sua indisponibilità, restituisce al mondo la dimensione verticale. Questa verticalità non nega il valore della storia, piuttosto assicura il senso della storia, come realizzazione di opportunità d’essere accordate da un’Origine generosa.

    Dunque?

    La società contemporanea si interroga su quali siano i limiti legittimi dell’esercizio della libertà individuale e collettiva. È fuor di dubbio che di questi limiti ci sia assolutamente bisogno, a tutela dei singoli e della collettività; difficile è trovare il fondamento di tali limiti. Nella convivenza attuale l’evocazione dei limiti della libertà però produce sovente più conflitti di quanti non ne risolva; questo mostra come l’uomo sia tentato di ridurre il mondo alle proprie dimensioni e le relazioni alla misura del proprio arbitrio. La religione subisce questa tentazione della libertà umana di essere padrona di se stessa e di ogni sua esperienza, ma di questa tentazione è anche l’unico autentico rimedio. La relazione con Dio è infatti relazione che annoda la libertà alla sua origine, ma, riferendola al proprio principio, insieme la limita e le assegna possibilità d’essere. Fuori dalla logica del consumo vorace e della disponibilità assoluta di una convivenza da microonde, la libertà è custodita dall’intangibilità del Nome di Dio nella propria dignità, al riparo dall’arbitrio individuale e collettivo.


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