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    A tu per tu con Dio /4

    Paolo Zini

    (NPG 2010-02-03) 

    Sentire con triste meraviglia
    com’è tutta la vita e il suo travaglio,
    in questo seguitare una muraglia
    che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

    Le parole di Montale ritmano una musicalità che ferisce, che si conficca nella carne e lacera. È la sublimità dell’arte, che evoca limpidamente la vita e, senza praticare sconti sulla sua drammaticità, ne custodisce la sofferta bellezza. Forse non ci sono parole più adatte di quelle di Montale per muovere un altro passo in questa riflessione a tu per tu con Dio. Se il bisogno e il Nome di Dio conservano rispettivamente la propria vitalità e il proprio fascino, non è solo per la conferma che offre loro la bellezza, ma anche per le purificazioni che essi affrontano nel crogiolo del dolore. Il dolore è la prova del fuoco non solo per l’uomo, ma anche per Dio, e per l’umano desiderio di Lui; però, proprio nel dolore, sembra generarsi ad una nuova bellezza il Nome stesso di Dio, come il desiderio che l’uomo ha di proferirLo. Il passaggio attraverso la prova del dolore conferisce infatti credibilità alla bellezza, garantendola come rivelazione del nome di Dio; e i versi di Montale, belli perché intrisi di serietà e dolore, suggeriscono alla coscienza umana la possibilità e l’urgenza di misurarsi con queste fondamentali verità dell’esistere.

    Narcisi fragili e spavaldi

    Un recente testo, molto bello, sugli adolescenti li ritrae proprio così: fragili e spavaldi. Rubiamo al testo un’intuizione, riconoscendovi il delicato rispetto degli adolescenti, e la profondità intelligente dello sguardo che scruta il loro disagio e le loro sfide di crescita. Si tratta di una nota inconsueta sul dolore adolescente, sulle sue ragioni, sulla sua dignità. E che di comprendere questo dolore ci sia un gran bisogno sembra proprio chiaro, e fondamentale soprattutto in un discorso che vorrebbe fare i conti con Dio. Senza uno sguardo su cosa significhi entrare, soffrendo, nella vita, diventa impossibile imbastire una riflessione sulle sorti del Nome di Dio e del desiderio umano di Lui nel mondo. Narcisi fragili e spavaldi, dunque. Il suggerimento del testo è decisivo: invita ad uscire dalla rappresentazione di un mondo contemporaneo fortunato e gaudente, che raggiungerebbe gli adolescenti con un eccesso imbarazzante di ricchezze, possibilità, stimoli, registrando poi le loro risposte incerte, distratte, annoiate, inconcludenti. Le cose non starebbero così per gli adolescenti, e le loro bizzarrie dovrebbero costringere le analisi a raddrizzare il tiro e a prendere un po’ meglio le misure del mondo di oggi, nella loro fastidiosa verità. L’eccesso di ricchezza offerta dalla fatica adulta ad un’adolescenza renitente all’impegno e alla passione potrebbe essere mera apparenza, teorema privo di fondamento, sebbene autorevolmente sottoscritto e conclamato da ricerche, indagini e studi. Dietro la mera apparenza del nesso tra abbondanza e noia, come domicilio di comodo eletto dalle giovani generazioni, vi potrebbe stare invece qualcosa di molto più complesso del dispositivo meccanico stimolo/risposta. In realtà l’autorappresentazione del mondo adulto come dispensatore di risorse di qualità destinate ai giovani sarebbe una menzogna anzitutto in riferimento agli stessi adulti. Che vi sia un sistema adulto di produzione e di promozione utilitaristica delle offerte destinate ai giovani è verissimo; ma, in questo sistema, qualità, affidabilità del prodotto, credibilità delle relazioni sarebbero assai più simulate che reali. A dubitare di quell’abbondanza di beni e servizi, opportunità e compiti, proposte e promesse che registra la disaffezione e il malcontento dei giovani sarebbero anzitutto i produttori, gli offerenti, impegnati ad erogare il tutto con competenza tecnica, ma con poca convinzione d’anima. L’incertezza attanaglierebbe il mondo adulto, fortemente dubbioso della qualità del suo servizio diretto a giovani e adolescenti; così, erogatori sospettosi circa i beni prodotti e il loro valore esistenziale si vedrebbero più confermati che sorpresi dalla perplessità dei destinatari dell’offerta. Alcune fortunate etichette teoriche riducono gli adolescenti (e i giovani) della civiltà dei consumi a clienti coccolati dal benessere, schiavi di ogni sfizio, assediati dall’abbondanza fino all’imbarazzo, e neghittosi perché fatui; sono etichette però che sottovalutano l’intelligenza e il fiuto di quei giovani e adolescenti che vorrebbero descrivere. Non la dipendenza dallo sfizio e l’assedio dell’eccesso, ma il fiuto e l’intelligenza potrebbero invece essere la causa di una dilagante demotivazione: adolescenti e giovani rifuggirebbero l’impegno per l’amara constatazione che l’apparente gaiezza del consumo nasconde il vuoto di valori e proposte capaci di accendere passioni e motivare sacrifici. E gli adulti, nelle reazioni infastidite e annoiate dei giovani rispetto al viver del mondo, vedrebbero confermato il sospetto di aver avuto poco di credibile da offrire, proprio dentro l’eccesso scintillante di ricchezza movimentata. Forse allora, andando oltre l’intuizione di un testo e di un titolo, si potrebbe dire che fragili e spavaldi, per le medesime ragioni di fondo, non sono solo gli adolescenti, ma anche gli adulti della civiltà dei consumi. Fragili per l’assenza di valori e spavaldi per nasconderne il dramma, solo camuffato dal turbine di beni disponibili. Cosa manca, allora, ai beni disponibili per diventare valori? Il vincolo con la dignità del soffrire, intenzionalmente spezzato nell’illusione che una sazietà senza dolore sia desiderabile e, soprattutto, felice. Di qui una coltura intensiva di Narcisi che nutre fragilità e spavalderia con un’unica privazione, la privazione della sofferenza e l’incompetenza ad affrontarla. Così si imbandisce di polimeri e di cristalli liquidi la mensa dell’esistere contemporaneo, ma il suo tentativo di esorcizzare il dolore la rende finta; il suo nutrimento non produce crescita, ma dilatazione, la dilatazione di un vuoto che prepara l’implosione. Va poi detto, proprio a onor del vero, che la finzione commerciata con solo apparente fortuna dal nostro tempo, sa insieme annoiare ed assuefare; per questo non c’è poi l’impressione di un’impazienza civile prossima allo scatto d’orgoglio e capace di esigere, produrre e consumare nutrimento veramente spirituale.

    «Scordato strumento, cuore»

    …il vento che nasce
    e muore nell’ora che lenta s’annera
    suonasse te pure stasera
    scordato strumento,
    cuore.

    Di nuovo Montale, con le sue cupe burrasche, unica alternativa ad un esistere bruciato dal sole e soffocato dal peso opprimente della sua arsura. Proprio Montale però obbliga il pensiero a procedere: il vivere umano non è un frivolo godere del sole, che piuttosto sa tormentare spesso il paesaggio, sfuocandolo nella bianchezza di una luce implacabile; e il vivere non è neppure allegro gioco d’acqua, poiché spesso l’acqua si abbatte sull’uomo, sorprendendolo con minacce fragorose ed oscure. Montale dà la parola alla durezza della vita, capace di provare, fino a sfiancarlo, il vigore del cuore. Il cuore e il suo vigore, questo però è il punto: potrebbe giustamente essere chiamato, il cuore, crogiolo dell’amore, ma anche del dolore. Preservato dalla sofferenza del vivere e illuso dalla possibilità di scongiurarla, il cuore perde il proprio vigore, allo stesso modo in cui intristisce quando deve rinunciare all’amore. La finta frivolezza del mondo non può suscitare passione perché cercando di cancellare il dolore, severa verità della vita, rende inverosimile anche l’amore. È un vero imbroglio il progetto di un cuore geneticamente modificato, destinato a crescere in fretta, per un processo di dilatazione irrefrenabile, immune dalla sofferenza della crescita. Non può essere risparmiato alla vita e al cuore il momento della contrazione, del «rivo strozzato che gorgoglia» o dell’«incartocciarsi della foglia»; non gli può essere risparmiata la verità del dolore, senza insieme privarlo anche dell’amore. Non c’è vita senza l’esperienza della sofferenza, che sa accendere nel suo vigoroso realismo le alleanze più belle e più vere; non c’è serietà dell’esistenza fuori dalla misura che le conferiscono, in un abbraccio di amore e dolore, la nascita e la morte. Il vuoto di amore e dolore rende il cuore confuso. Per questo, troppo spesso, il cuore sopravvive solo come osservatore ossessivo dei più minuti indicatori di benessere fisico e psichico; salvo poi trasformarsi in perverso ideatore di sofferenza gratuita per sé e per altri; assistendo comunque, come spettatore indifferente, al dilagare di tanto dolore che potrebbe essere – e doverosamente andrebbe – evitato. La reazione viziata e risentita di fronte ai benefici del progresso, reazione che oggi tormenta il mondo, dovrebbe allora affrettare lo smascheramento di più di un equivoco; anzitutto di quello che porta affannosamente a soffocare tra cure palliative la sofferenza di crescere, fino a rendere la vita immune dal dolore, ma anche dall’amore. La formazione alla sofferenza è questione affettiva, che non può pensare di essere chimicamente risolta da molecole eccitanti o anestetiche. Il pericolo delle soluzioni chimiche è l’analfabetismo del vivere che presenta il conto in termini di disumanità. Inevitabilmente poi, una comunità ignara della verità del dolore ne tortura a suo modo le vittime, sottraendo loro visibilità e sentendosi minacciata dagli inguaribili; tanto da definirli incurabili, odiosa menzogna del progresso.

    Il Nome di Dio

    Non c’è però formazione alla sofferenza, maturazione del cuore dunque, che non arrivi a pronunciare il Nome di Dio. Per questo la religione ha sempre frequentato il dolore umano proferendovi quel Nome. Molti sostengono lo abbia fatto opportunisticamente, per tentare una sorta di autoimmunizzazione, o per ipotecare un risarcimento futuro, o semplicemente per distogliere lo sguardo dalla crudezza che, nell’eccesso del dolore, sembra fare dell’esistere una maledizione. Non sembra proprio che le cose stiano così. Piuttosto l’uomo ha sempre riconosciuto come la sofferenza in qualche sua forma accompagni la nascita di ogni cosa, sia misteriosamente solidale con la bellezza, la fecondità, la novità, la fedeltà. Ma insieme l’uomo ha sempre patito il potere disperante della sofferenza, capace di rateizzare il conto della morte, con la sua oscurità paralizzante e demolitrice. Il Nome di Dio è risuonato proprio qui, in quest’area nella quale si decidono le cose grandi della vita, dove lo sguardo del cuore ha bisogno di essere formato, non blandito o spento, per trovare finezza, pazienza, discernimento. Il cuore umano ha conosciuto nella storia tanto l’insidia mortale dell’illusione gaudente e finta di un esistere senza dolore, senza sforzo e senza amore, quanto l’insidia corrosiva del risentimento, del tanto peggio tanto meglio:

    Felicità raggiunta, si cammina
    per te su fil di lama.
    Agli occhi sei barlume che vacilla,
    al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
    e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

    Il cuore umano sa che l’alternativa al divertimento disperato e alla disperazione cinica è questione di misura, di verità, non di autosuggestioni o di autoimbonimenti. La sofferenza vaglia, verifica, come la morte, ciò che è finto, separandolo da ciò che è vero, e lo fa nel crogiolo, che rende rovente, del cuore umano. Questo crogiolo consuma ciò che non ha storia e illumina ciò che ne ha, e dunque ne promette. Per questo il crogiolo del cuore, attivato dall’amore e dal dolore, forgia alleanze, ma anche ne esige, per dare forma all’esistere e non esserne soffocato. Proferire il nome di Dio permette all’uomo di ribadire nel dolore l’alleanza con la bellezza e la bontà del mondo, non per fuggire dal dolore, non per equivocare la bellezza, non per abdicare alla responsabilità o capitolare alla distruzione, ma per discernere il senso del vivere. Il cuore umano sottoposto al dolore diventa rovente; e può così incenerire il passato, il presente e il futuro di una vita, disperandosi. Solo l’alleanza con Dio, bellezza che abbraccia il dolore, assicura maturità al cuore arroventato, non più da un dolore disperante ma dal dolore intriso d’amore. Solo chi ha un cuore maturo, in esso filtra la vita, purificando inganni e menzogne. Ma il cuore maturo è una stretta rovente di amore e dolore, e solo un amore autentico, assicurato all’alleanza con Dio, sa stringersi al dolore, per dare forma credibile al vivere. Non si capirebbe altrimenti la bellezza di un soffrire dignitoso, la grazia di un esistere sacrificato e donato; la loro distanza dalla menzogna di una vita imbellettata o gaudente è siderale. Il Nome di Dio, Bellezza senza cedimenti, nutre l’amore del cuore, formandolo all’abbraccio con il dolore; e poi sorride su ogni frutto di vita maturato in questo abbraccio, illuminandone la verità, seria e affascinante.

    Dunque?

    La sofferenza e il dolore del mondo sembrano rappresentare gli ostacoli più ingombranti per la relazione con Dio. Come credere ad un principio buono del mondo quando tale e tanto è il dolore che vive tra gli uomini? Basta però uno sguardo onesto per cogliere che anche il passaggio attraverso la sofferenza non riesce a cancellare il senso del mondo e della vita dell’uomo. La sofferenza esige l’amore per essere attraversata, compresa, combattuta; ma anche l’amore per essere autentico deve saper guardare in faccia il dolore. Ecco il compito del cuore. È sotto gli occhi di tutti l’urgenza della formazione del cuore; e non è improbabile poesia di ripiego intenderne la verità come abbraccio di amore e dolore, che accende, filtra, purifica l’esistere. Solo la maturità del cuore non si lascia illudere da amori che vorrebbero l’immunità dal dolore, e non si lascia abbattere da dolori disperati delle possibilità dell’amore. Di nuovo a sostenere questa maturità è l’invocazione del Nome di Dio; quel Nome non sottoscrive per l’uomo una polizza di tutela dalle fatiche dell’esistere; quel Nome dà all’amore umano il vigore per abbracciare il dolore, e renderlo fecondo.


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