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    Incroci vitali /6

    Salvatore Ricci

    (NPG 2013-08-02)


    Ci sono sguardi insoliti che catturano la nostra attenzione e sguardi invece che ci lasciano indifferenti perché si confondono tra i tanti, ma ci sono anche sguardi che non riusciamo a sostenere perché così penetranti che ci mettono a nudo...
    Ma per lui, il centurione, non è così. Il suo sguardo è rapito dal Mistero proprio quando vede il Nazareno chiudere gli occhi in quel modo.
    Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,37-39).
    Si sente avvolto da quel «soffio vitale» che fa nuove tutte le cose; si sente cercato da quel grido che placa il frastuono delle nostre invocazioni umane; si sente conquistato da quell’ultimo gesto che nel silenzio colma il solco arido del nostro bisogno di sentirci amati.
    Questa volta non è lo sguardo penetrante del Maestro che lo attira, ma sono quegli occhi chiusi per amore, capaci di sfidare la morte, che provocano e scavano oltre l’armatura, ormai vacillante, della sua indifferenza.
    Un Amore che penetra nel profondo, squarciando quel velo che copre la sua vista e fascia il suo cuore.
    Vedendolo spirare in quel modo, i suoi occhi ora sono capaci di vedere il volto autentico di Dio, troppe volte offuscato, falsato dalle nostre attese, dalle nostre ragioni.
    Gli occhi di quel centurione ora sono pieni di Lui, il suo sguardo «si riempie» dell’Amore Crocifisso. Sono capaci di contemplare la bellezza della Vita oltre la malvagità dell’uomo, di credere nella speranza della Resurrezione oltre la crudeltà della morte, di sentire la presenza eterna del suo caldo amore oltre il provvisorio freddo masso rotolato davanti al sepolcro.
    Non c’è possibilità di credere senza vedere, e non si «vede» se non si crede. Il cristianesimo è il racconto di persone che lo hanno visto e riconosciuto. Fino a quando non restiamo in piedi sotto la croce e non fissiamo quegli occhi chiusi, non riusciamo a vedere oltre quello squarcio di velo. Quella ferita nel costato diventa così la feritoia attraverso cui scorgere i tratti del volto misericordioso di Dio che si dona fino alla fine. Invece proprio davanti al dolore, alle sofferenze e alle avversità della vita, siamo tentati di chiudere gli occhi, vorremmo scappare davanti alle croci che si innalzano sulla nostra strada. E così la nostra debole fede delimita l’orizzonte infinito del disegno divino entro i confini di un umano sentire, le cui coordinate sono il dolore e l’impotenza. Per quanto si può vedere, solo una fede autentica può riconoscere, in quel corpo percosso e straziato, la fragranza e il profumo di un pane che si spezza e si dona.
    Come la fede di Giulia, un’anziana signora della parrocchia, sempre presente alla quotidiana celebrazione eucaristica, anche se con fatica perché il suo corpo è ormai segnato dagli anni e dalla malattia. Quando si accosta per ricevere l’Eucaristia, nei suoi occhi stanchi ma limpidi riesco a vedere riflessa l’immagine del Crocifisso vivente, di quel Cristo contemplato nel mistero della sua morte e resurrezione. Il suo amen appena pronunciato con la sua flebile voce riecheggia nel suo cuore, amplificando il suo credo.
    È tutto il suo corpo che grida quell’amen.
    È l’amen di una donna che riesce a vedere oltre il velo, riconoscendo in quel pane il Corpo dello Sposo che si fa cibo per l’eternità.
    È l’amen di una donna che crede nel Dio vivente e fedele che mai abbandonerà il suo popolo.
    È l’amen di una donna che si è sempre sentita cercata e amata da quegli occhi chiusi, rispondendo a quella presenza amorevole con una fede semplice alimentata dal puro desiderio di imprimere sempre più nei suoi occhi e nella sua povera esistenza l’Amato crocifisso e risorto.
    E i nostri occhi di cosa sono pieni? Su cosa fissiamo la nostra attenzione? Sono desiderosi di scorgere oltre quel velo oppure si fermano all’apparenza? Sono alla ricerca dell’Infinito o si fermano alla comoda evidenza della prossimità? Sono assetati di amore vero o si dissetano alla fonte del facile tornaconto?
    Più saranno «vuoti» di Lui, più sarà limitato il nostro orizzonte perché incapaci di vedere oltre il sicuro terreno sotto i nostri piedi. Lasciarsi guidare da quegli occhi chiusi per amore significa approdare su terre sempre più lontane e vaste, quelle terre che sono oltre il nostro campo visivo; significa rincorrere quella linea d’orizzonte dove mai tramonta il sole. Contemplare quegli occhi chiusi per amore è riuscire a guardare oltre le morti quotidiane che viviamo, perché i nostri occhi cavi e spenti sono illuminati dalla presenza del Risorto. Giulia lo sa, lo ha sperimentato e si lascia guidare da quella luce perché nelle tante sofferenze della vita mai si è sentita dimentica e «guardata» da Dio.
    Se almeno per una volta abbiamo sostato sotto quella croce con lo sguardo rivolto a quegli occhi chiusi, e non con la testa china come persone sconfitte, sarà la nostalgia di quella bellezza che riempirà il nostro cuore e le cavità dei nostri occhi tante volte smarriti dietro facili abbagli.
    Quegli occhi chiusi per amore hanno aperto gli occhi del centurione…


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