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    Chi è Dio per i giovani? E Gesù?


    Giovani e fede. La ricerca "Toniolo" /3

    Ilaria Vellani *

    (NPG 2016-04-58)

    È sempre difficile per le generazioni più adulte comprendere le generazioni che si affacciano alla vita; è sempre complesso giudicare la vita degli altri se la misuriamo con i parametri idealizzati di una giovinezza che noi adulti non abbiamo più. Corriamo questo rischio anche nei confronti della fede delle generazioni più giovani: rischiamo di idealizzare la nostra idea di fede giovanile, pensando alla nostra solida fede di adulti; dimenticandoci, quindi, dei nostri travagli, delle fatiche, delle domande su Dio, della difficoltà a trovare delle risposte che noi stessi abbiamo faticosamente cercato. Chiediamo allora ai giovani una lucidità sulla fede che nemmeno noi abbiamo vissuto alla loro età.
    La consapevolezza di ciò dovrebbe, da un lato, aiutarci a cogliere una continuità tra la loro fede di giovani e la nostra fede di “quando eravamo giovani”, in luogo di una distanza che porta a vedere come imminente la fine del mondo (“niente è più come prima”, “dove siamo andati a finire” ecc.) e dall’altro, spingerci ad ascoltare in modo attento e libero quanto i giovani davvero ci dicono su Dio, quanto non ci dicono, cosa veramente comunicano dietro e dentro le parole che ci rivolgono.
    Il Rapporto Giovani[1], scaturito dalla ricerca condotta dall’Istituto Toniolo nel 2013, ha mostrato come i giovani che si dichiarano credenti nella religione cattolica siano il 55,9%. Si dichiara invece ateo il 15,2% della popolazione giovanile, agnostico il 7,8%, credente in un’entità superiore, ma senza fare riferimento a una divinità specifica, il 10%. Solo il 15,4% dei giovani dice di partecipare a un rito religioso ogni settimana, e tra coloro che si dichiarano cattolici, solo il 24,1% è un praticante settimanale. Inoltre i giovani attribuiscono alla Chiesa solo un 4, come grado di fiducia che, in una scala da 1 a 10 assegnano ad essa.
    La ricerca qualitativa condotta sempre dal medesimo Istituto e pubblicata nell’ottobre del 2015 nel volume Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia “entra” in queste cifre[2]. Molti sono gli elementi che colpiscono e sui quali si dovrebbe ragionare, esaminandone ciascuno e provando a immaginarne le ricadute pastorali. Tra i tanti ne scelgo tre che spesso sono presenti, paradossalmente, più nel non detto che in quello che esplicitamente viene enunciato.

    Dio c’è

    Il primo elemento che colpisce riguarda Dio. Molti degli intervistati – tutti quanti battezzati, tra i 19 e i 29 anni – dovendo raccontare la propria fede, cominciano dall’esperienza parrocchiale del catechismo, alcuni dal ruolo assunto dalla famiglia in questa iniziazione, per poi narrare il loro distacco nell’età dell’adolescenza.
    Ciò che emerge è che, in questo percorso di appartenenza e di allontanamento (in alcuni casi anche di ritorno), nella maggior parte dei casi Dio rimane. Il problema è come rimane. Questo è il dato evidente anche dell’indagine quantitativa: solo il 23% dei giovani si dichiara ateo o agnostico, il 77% si dichiara credente. Nelle interviste, quando poi si prova a scavare sull’identità di quel Dio che si ritiene presente nell’esistenza di ciascuno e del mondo, sembra di avvertire un certo “deismo”: un Dio c’è, è causa di ciò che esiste, è un principio di trascendenza. Ma, anche nei giovani che si dichiarano cattolici, questo Dio fatica ad assumere il volto di Cristo e ad essere coinvolto nella vita quotidiana.
    Un Dio senza storia, che non ha intrecciato la sua vicenda con quella degli uomini, non ha mantenuto ciò che ha promesso, non ha accompagnato amorevolmente l’umanità. Eppure c’è.

    Dov’è Gesù?

    Connesso a questo primo elemento, ne emerge un secondo: anche nei giovani che si dichiarano cattolici difficilmente Cristo è fondamento della propria fede. Dio c’è (seppure solo come trascendenza), Cristo… mah! È un dato che lascia a bocca aperta, soprattutto se emerge come non detto – nel senso che di Cristo non si parla – sia da chi si dichiara attualmente cattolico, dunque cristiano, sia da chi, pur avendo una storia di iniziazione cristiana in parrocchia, ora se ne è allontanato. Gesù non c’è. Nuovamente un elemento di a-storicità. Senza Cristo non c’è incarnazione, non c’è resurrezione, cuore della fede cristiana.
    La presenza di Dio rimane trascendente. È un dato che suscita molte riflessioni, perché chiama in causa anche il modo in cui, in quegli anni di presenza in parrocchia, al catechismo, si è parlato a loro di Gesù, lo si è fatto loro conoscere, amare, comprendere; mette in discussione l’iniziazione cristiana di una generazione che – e questo è un dato che accomuna – ha ancora avuto alle spalle famiglie disposte a mandare i figli a catechismo, ma che inquieta pensando al futuro: i giovani che oggi si pongono in questo modo rispetto a Dio e a Gesù come si comporteranno domani nei confronti dei loro figli? Tornano alla mente le parole pronunciate il 6 gennaio 2016 da Papa Francesco quando ha ricordato come la più importante eredità che i genitori possono lasciare ai figli sia quella della fede. Quali generazioni giovanili future possiamo immaginarci se quelli che oggi sono i giovani saranno i prossimi genitori?

    Una fede personale

    C’è infine – tra i tanti – un elemento di sintesi: i giovani mostrano come la loro fede – o non fede – sia comunque il frutto di un cammino personale. Quello che oggi sono è perché lo hanno scelto. Con questa affermazione la comunità cristiana è richiamata a volgersi alla fondamentale dimensione di appropriazione personale della fede. I giovani sono portatori di una istanza di autenticità, di autonomia che ha un suo valore. Certamente si può interpretare questa istanza, e a volte è stato fatto e così è realmente, come il segno di una fede su misura, dove ognuno prende ciò che gli va bene a scapito della verità. Si tratta sicuramente di un rischio, ma se vogliamo provare a vedere dei segni di speranza, non possiamo non cogliere la bellezza di questa richiesta implicita: il Dio che la comunità cristiana deve raccontare è un Dio che ama ciascuno in modo irripetibile, che è vicino a ciascuno e che per ciascuno ha un sogno di felicità.

    Il compito degli adulti

    Di fronte a questa lettura della fede dei giovani credo che le vere sfide si aprano per il mondo adulto. Esse si collocano tutte nell’ambito dell’accoglienza, del calore di una fede capace di raccontare il volto di Dio, di un volto misericordioso – come non smette di ricordare Papa Francesco – che è quello di Gesù. Dunque, una comunità cristiana che voglia aiutare i giovani ad incontrare autenticamente il Signore non può che ripartire dal riscoprire la presenza di Dio nella vita, dalla vicinanza del Signore, dalla sua storicità. Ciò che i giovani dicono aiuta la fede delle comunità cristiane a rimettersi in cammino. Anche il mondo adulto, cioè, deve chiedersi chi è Dio, chi è Gesù.
    La solidità della fede, quella che gli adulti ritengono di avere raggiunto, non può essere considerata una realtà statica, ma dinamica e deve lasciarsi smuovere da ciò che intorno accade. La personalizzazione della fede che i giovani chiedono è la richiesta di una conversione continua al volto autentico di Cristo per chiunque si ritiene credente.
    Inoltre, i giovani mettono a tema la qualità delle relazioni delle nostre comunità cristiane. Colpisce, nell’indagine dell’Istituto Toniolo, come tantissimi giovani, pur avendo ricevuto un’iniziazione al cristianesimo in parrocchia, non si ricordino mai il nome o la presenza di una qualche figura importante per il loro cammino di fede. Spesso ci sono i genitori, ma difficilmente si ricorda l’importanza di sacerdoti, educatori, catechisti, animatori significativi. Il cammino di fede, proprio perché non è individuale, è un cammino che si condivide in primis con chi ci accompagna nell’incontro con il Signore e poi anche con amici, coetanei che sono al nostro fianco in questo cammino. Chi infatti è rimasto nella comunità cristiana, spesso fa riferimento all’incontro con qualcuno, con un’associazione, con un movimento. Un luogo insomma dove ha potuto sperimentare relazioni significative. La fede non è solo il rapporto personale con il Signore, ma è anche la relazione con altri che, come me, camminano dietro il Signore. Dunque anche questo non detto richiama alla qualità delle relazioni che si tessono nelle nostre comunità, al calore che in esse si avverte, all’accoglienza che si vive.
    Un altro aspetto che emerge, sempre più dal non detto che da ciò che i giovani dicono, è la qualità della proposta formativa delle nostre comunità. Spesso si fa riferimento al catechismo vissuto come noioso, rigido, freddo, meccanico. Dunque anche in questo caso l’invito è a una iniziazione cristiana che sia calda, appassionante, stimolante, non piatta né accondiscendente. Tornano ancora alla memoria le parole di Papa Francesco nella Evangelii gaudium (n.105), che considera la Pastorale per i giovani come una delle sfide principali che ci attendono:
    La Pastorale giovanile, così come eravamo abituati a svilupparla, ha sofferto l’urto dei cambiamenti sociali. I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite. A noi adulti costa ascoltarli con pazienza, comprendere le loro inquietudini o le loro richieste, e imparare a parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono.
    Ascoltare con pazienza: questo è l’invito del Papa, questa può essere la chiave per consentire a ciò che i giovani dicono di sconvolgere la nostra Pastorale e di rinnovare anche la fede della intera comunità cristiana.

    * Docente incaricato triennale di Filosofia, Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna e ISSR di Modena; Docente di Filosofia e Storia nella scuola secondaria di secondo grado; Direttore dell’Istituto V. Bachelet - Azione Cattolica Italiana

    NOTE

    [1] Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori (a cura di), La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2013, Il Mulino, Bologna 2013.
    [2] R. Bichi e P. Bignardi (a cura di), Dio a modo mio, giovani e fede in Italia, Vita e Pensiero, Milano 2015.


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