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    “Prega e lavora” al tempo dell’economia 4.0


    Progettare con giovani: buone prassi /2

    Pastorale giovanile e oratorio per preparare il futuro

    Domenico Cravero


    (NPG 2018-01-77)

    Il miglioramento dell’umanità si realizza concretamente attraverso la cultura dei diritti e dei doveri nell’esercizio del lavoro, perché l’occupazione garantisce esperienze sociali fondamentali e continua a essere il rapporto sociale cruciale per la costruzione della comunità. Senza rifiutarne la sua dimensione di necessità, senza limitarsi al suo valore economico, il lavoro può essere trasformato in occasione per collaborare con gli altri e trasformare il mondo. Intelligenza artificiale, robotica, automazione spinta, economia dei big data stanno però ridisegnando lavoro, industria e mercato. Non ritornerà più il lavoro di prima, anche se il futuro rimane l’industria e le nuove professionalità che si stanno creando. L’attuale crisi, tuttavia, non deve motivare alla rassegnazione: c’è molto più spazio per delle alternative di quanto si conosca e si ritenga. Contro la decadenza dell’Europa, l’innovazione sociale può ricreare anche economia e lavoro.

    Il lavoro del futuro nasce adesso

    Al nuovo mondo che si affaccia occorre però prepararsi. Nella società ipermoderna nessuno è più precario del disoccupato, anche quando avesse un po’ di pane assicurato. Perché non manchi il cibo, la casa e il vestito, perché la vita non sia inumana, perché ci sia futuro, ci vuole il lavoro. Un’opera di misericordia oggi prioritaria sarebbe quindi “donare il lavoro”. Non “dare lavoro”, cosa che pochi oggi possono fare, ma “donarlo”, che è una responsabilità di tutti. Si è creata, infatti, una situazione sociale che prima ancora di deteriorare l’economia ha svalutato il lavoro. Fino agli anni ’90 si è continuato a vivere sopra le righe, si è tardato a percepire l’incongruenza di un preconcetto di libertà senza limiti. È avvenuto un lungo doping emozionale che ha fiaccato tutti. Del lavoro si è perso anche il senso e la motivazione. Oggi ci troviamo immersi in situazioni così critiche da mettere in discussione sicurezza, fiducia, autostima e prospettive future. I giovani oggi sono più poveri, dipendenti dalle famiglie, immobili, smarriti. In Italia ci sono 2,4 milioni di giovani che non studiano e sono senza un impiego. Sono i “neet” che nella nuova società globalizzata si diffondono insieme ai “freeters”, quelli che rifiutano un lavoro permanente o ad altri giovani che si negano alle relazioni sociali. Sono comportamenti e stili di vita che denunciano una drammatica perdita di futuro. Questi figli cresciuti, sospesi nella totale dipendenza dalla famiglia, evocano l’immagine di una "generazione perduta", di un popolo senza identità né futuro. Le nuove generazioni hanno perso consistenza numerica e si sentono sempre meno protagoniste della società che abitano. La dispersione del contributo dei giovani è una gelata precoce dei loro sogni di vita e una perdita pesante per l’economia e la società.
    La madre di tutte le sconfitte è la ricerca estenuante e senza successo di un’occupazione stabile. Trovare un posto nella società produce la sensazione di contare e di avere valore. Il cronicizzarsi delle sconfitte, invece, blocca l’azione, uccide la motivazione. Non è necessaria una catastrofe per far percepire la propria vita senza via d’uscita. Basta una condizione critica che persista irrisolta troppo a lungo.
    Per reagire a questa situazione è indispensabile un’azione sociale concertata che non solo crei opportunità di lavoro, ma anche ne restituisca il senso e ne rigeneri le motivazioni. Il problema non è solo economico.

    Sviluppare i talenti con un uso attivo delle nuove tecnologie

    Facebook è l’emblema di un’epoca, il simbolo di una nuova, eccitante sensazione di libertà e di indipendenza. È anche un’espressione potente del nuovo capitalismo dei big data, che sfrutta il bisogno di legame, ma non promuove nei giovani il pensiero e l’azione. Le tecnologie sono come un “farmaco”: possono essere un rimedio ma anche un veleno. I giovani sono nativi nelle nuove tecnologie. Se le usano spesso per costruire mondi separati e chiusi è anche perché non sono date loro occasioni e motivazioni più alte. La noia e la demotivazione, che a volte ostentano, sono la ribellione della loro intelligenza sottoutilizzata. Ci si può limitare a consumare tecnologie ma si può anche diventare “produttori” e “programmatori”. Disponiamo di strumenti potenti e straordinari: è triste constatare che manchi ancora un progetto politico e sociale per il riscatto dei giovani attraverso l’uso intelligente delle tecnologie.
    Le società si rinnovano con il contributo indispensabile dei giovani. È importante invitarli a parlare ma potrebbero dire poco di sé, essendo diventati silenti. Sono anni ormai che non si creano più spazi sociali e culturali alle nuove generazioni. Nessuno che le chiami, nessuno che le riconosca, se non come studenti o consumatori. Ci vuole una rete di territori che s’impegnino a condividere e confrontare le esperienze, a mobilitare le risorse, a “organizzare” la speranza. C’è molto da fare e anche da sognare.

    Cambiare l’educazione familiare e ridestare il gusto dello studio

    In questi ultimi decenni i genitori si sono proposti di “non lasciar mancare nulla” ai loro figli. Paradossalmente proprio le generazioni che hanno ricevuto tutto, si sono ritrovate con niente. Ne è scaturita non la riscossa dei giovani ma la generazione dei “senza”: senza lavoro, senza certezze affettive, senza speranze e senza futuro. Gli adulti si sono assunti la missione di rendere la vita dei figli meno difficile possibile, fino a sostituirsi alla loro fatica e responsabilità. Non si sono accorti della squalifica che questo comporta. Esonerandoli dal senso del dovere, li hanno privati della soddisfazione della conquista. Attraverso momenti partecipati di educazione degli adulti (come le “scuole dei genitori”) possibilmente in ambiente pubblico, bisogna riscrivere democraticamente il patto intergenerazionale. Le nuove generazioni hanno bisogno di trovare di fronte a loro adulti capaci di speranza, disposti ad assumersi il rischio del cambiamento. Il primo compito educativo della scuola consiste, infatti, nell’aiutare gli allievi a trovare piacere nel pensare e nel sapere, poiché le delusioni affettive e le frustrazioni sociali incidono pesantemente sulla motivazione scolastica e sulle capacità di concettualizzazione. C’è una “libido sciendi” (un piacere del sapere) che non è un vizio ma il motore del riscatto e della professionalità, e che può fare dell’intelligenza uno dei godimenti più puri. Il piacere di studiare è rimasto solo nelle favole, come nella scuola di Harry Potter, nostalgia diffusa di un valore perduto. Questo piacere di imparare è l’eredità da riscoprire della scuola di don Milani. Il sapere è indispensabile per uscire dall’inazione. A. Sen ha dimostrato che le società che lo mantengono sono più resilienti.

    Ci vuole l’oratorio

    La concretezza del lavoro e il suo senso sono anche importanti opportunità di riflessione e di azione per la pastorale giovanile e costituiscono una forma impegnativa di testimonianza dei giovani cristiani nei loro ambienti di vita. L’approccio attivo alle nuove tecnologie e l’orientamento preprofessionale possono ridisegnare anche l’oratorio.
    C’è un oratorio che ha fatto il suo tempo e ce n’è un altro, generatore di umanizzazione e di futuro, che accetta con creatività e decisione le sfide inedite di un presente sempre più complesso e inventa spazi e riferimenti generatori di speranza. La pastorale giovanile può regalare al nostro presente semi di futuro e di significato ancora inespressi, può innescare piccoli processi d’innovazione, capaci di sostenibilità e di senso. Può realizzare espressioni coraggiose e profetiche di ascolto della realtà, di risposta resiliente ai nuovi bisogni (di motivazione allo studio, di orientamento al lavoro). Può diventare volano d’emancipazione, d’inclusione e di integrazione per le più disparate categorie di giovani. Può creare luoghi in cui i ragazzi abbiano interesse a venire per le attività stimolanti e originali che vi sono proposte. Piò presentare il volto di una Chiesa gioiosa, coraggiosa, innovativa.
    La felice intuizione dei “Laboratorio dei talenti” potrebbe entrare in una nuova fase, più impegnativa e profetica, dedicata non solo ai bisogni espressivi e aggregativi ma anche alla costruzione del futuro professionale e lavorativo. È la conoscenza che permetterà di governare i nuovi dispositivi tecnologici e creare posti di lavoro. Le premesse della nuova economia sono creatività, curiosità, intelligenza, spirito di cooperazione. L’oratorio è un’ottima palestra per prepararsi a questa sfida. Si prospetta un equilibrio delicato: nella tecnologia avanzata l’uomo potrebbe alienarsi nella macchina, abdicare alla sua natura interpersonale e sociale, perdere il senso dell’esistenza. È necessario un supplemento umano e spirituale. Per questo ci vuole l’oratorio.
    Nell’oratorio di Poirino, un comune di diecimila abitanti nella provincia e nella diocesi di Torino, si è tentato da circa un anno di percorrere questa strada affascinante e promettente. Nello spirito dei “Laboratori dei talenti”, oltre agli immancabili atelier di danza, teatro e canto, ci sono aggiunti anche quelli dei progetti Arduino, di robotica (con un piccolo robot programmabile Lego Mindstorm) e della programmazione web (vbnet e wordpress). In oratorio si è trovato uno spazio adeguato per l’orto e la serra per coltivarvi ortaggi e piante aromatiche, si è avviato il laboratorio di moda e si è attivata la scuola di cucina.
    Durante l’estate questi laboratori si sono svolti tutti i giorni, nel periodo scolastico invece solo il sabato pomeriggio, collocati dopo le attività oratoriane di gioco e di formazione.
    Sistematicamente tutte le produzioni dei laboratori e i prototipi realizzati, insieme alle performance teatrali e musicali, sono presentate al pubblico attraverso stand e spettacolini, ai quali sono invitati non solo i bambini e i ragazzi dei gruppi ma anche i genitori, i nonni, gli adulti della comunità e della città. Un ruolo importante è svolto dagli adolescenti e anche dagli animatori studenti universitari, soprattutto del politecnico, per le loro competenze e la particolare vicinanza alle tecnologie 4.0.
    Ai laboratori hanno partecipato centinaia di ragazzi, in un clima giocoso e appassionato.

    Nell’agorà sociale

    Questi laboratori, a misura di bambini, preadolescenti e adolescenti, trovano collocazione all’interno dell’Agorà del Sociale, lo spazio di riflessione e di azione promosso dal nostro Arcivescovo, coinvolgente diversi soggetti, intra ed extra ecclesiali e che ha come obiettivo la riflessione e la progettazione del futuro (anche economico e lavorativo) del territorio. L’attenzione è data alle persone e alle loro necessità, particolarmente di coloro che vivono nelle varie forme di fragilità, povertà, esclusione. I giovani quindi entrano pienamente in questo progetto.
    A Poirino ci sono numerose chiese storiche (circa una quindicina) anche di un certo pregio artistico. Una di esse, dedicata allo Spirito Santo, è stata da tempo dismessa dal culto. È una costruzione del ‘600 eretta da una confraternita, un'associazione pubblica di fedeli per l'esercizio di opere di carità. In coerenza con mandato originario, ispirato allo Spirito di sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, la parrocchia ha proposto di trasformarla in un “fablab” particolare, specializzato per la formazione all’uso umano e intelligente delle nuove tecnologie.
    La chiesa dello Spirito Santo è composta di quattro locali: un’ampia (e bella) aula liturgica, un’originale e spaziosa tribuna, una sacrestia e un locale al piano superiore.
    L’intento è di fare di questi locali un laboratorio permanente per promuovere lo sviluppo economico della città, per favorire l’incontro tra offerta o domanda di professionalità e lavoro. Questi locali possono diventare spazi espositivi di prototipi, luoghi d’incontro di competenze, spazi reali per la micro-auto-imprenditorialità dei cittadini, per la valorizzazione dell’intelligenza e della creatività giovanile. Si può immaginare di creare una solida rete con le imprese più innovative del territorio, con le municipalità, le scuole, le associazioni di cittadini, le comunità parrocchiali e costituire un “incubatore” di abilità e creatività per integrare talenti, tecnologie, conoscenze. Si può costruire un laboratorio attrezzato, aperto al pubblico, in grado di trasformare idee in prototipi e prodotti. Si può creare una vetrina dei prototipi dell’artigianato digitale (makers). Questo “fablab” potrebbe diventare anche una preziosa risorsa per la motivazione allo studio, per un’integrazione reale ed efficace di scuola e lavoro. Per creare futuro è indispensabile un’azione sociale concertata che non solo crei opportunità di lavoro, ma anche prepari alla nuova industria. Il problema non è solo economico. È indispensabile un patto tra le famiglie e con le scuole, e un’azione congiunta per le nuove tecnologie e per lo sviluppo delle capacità creative. Oltre a buone leggi che proteggano il lavoratore, servono mentori qualificati, che aiutino i talenti a distinguersi e i meno capaci a realizzarsi. È necessario un supplemento umano e spirituale perché la tecnologia non disumanizzi. Come avvenne nell’antico monachesimo è giunto il tempo di una nuova sintesi del solido binomio “Prega e lavora”. La pastorale giovanile è direttamente interpellata.


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