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    Immigrazione e PG: Ulteriori prospettive e appofondimenti


     

    DOSSIER

    Immigrazione e pastorale giovanile /2: buone prassi

    Prima parte: IMMIGRAZIONE E PG: ULTERIORI PROSPETTIVE E APPROFONDIMENTI

    (NPG 2006-05-4)

     

    Un titolo abbastanza banale soltanto per indicare che il fenomeno dell’immigrazione (e la pregnanza per un discorso di pastorale giovanile) non può essere racchiuso e compreso in una prospettiva troppo semplificata, da un solo punto di vista. Entrano in gioco svariati fattori, ciascuno con il suo peso, e nessuno con la sua spiegazione totalizzante. E dunque tale fenomeno e tali relazioni devono dirsi attraverso molteplici punti di vista e prospettive. Nel primo dossier abbiamo dato molto spazio ad una prima analisi per così dire culturale-sociologica e di storie di vita, con gli articoli di Diamanti, Quattrini e soprattutto di Mioli. Aprivamo poi una visione di chiesa che liberasse il suo potenziale di universalità e non di particolarità, di comunione e non di chiusura, di missione e non di arroccamento; e la prospettiva di pedagogia interculturale permetteva un approdo verso la creazione di una cultura nuova per formare nuovi cittadini in un mondo ormai globalizzato, e una PG di accoglienza.
    Avevamo lasciato fuori prospettive di più ampia visione sociologico-strutturale, e l’osservazione dal punto di vista istituzionale, sia a livello di territorio locale (il luogo fisico e sociale della presenza delle persone che accolgono e che chiedono di essere accolte), che dell’istituzione ecclesiale che organizza e struttura la presenza della comunità dei cristiani in termini appunto di accoglienza (soggettiva e comunitaria) e di condivisione, pur con i problemi e le difficoltà che ciò comporta. Ecco dunque gli articoli di Pollo, Tallone, Saviola.
    E perché tutto ciò (non solo questa prima parte, ma l’intero dossier) sia visto nella prospettiva di una sfida storica e forse decisiva per la PG, iniziamo con la lettera aperta di un operatore pastorale, che lucidamente coglie nodi provocatori.

    VERSO UN RIPENSAMENTO DELLA PASTORALE GIOVANILE?
    Lettera aperta agli operatori di pastorale giovanile
    Antonio Grasso

    Dagli interventi sul rapporto tra immigrazione e pastorale giovanile raccolti nel dossier «Immigrazione e pastorale giovanile» (NPG 2/2006) emergono alcuni punti dai quali voglio partire per una riflessione e una provocazione in vista di un ripensamento della pastorale giovanile nel contesto italiano.
    Quando Papa Benedetto XVI nel Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2006 dice che: «l’emigrazione ha assunto una caratteristica strutturale», non mi sembra un’affermazione da poco. Forse è proprio il non aver ancora accettato questa realtà che ci impedisce di pensare in modo stabile e permanente non solo una pastorale giovanile, ma soprattutto una pastorale globale.
    «Il fenomeno migratorio», si afferma in Erga migrantes caritas Christi, 8, «solleva una vera e propria questione etica, quella della ricerca di un nuovo ordine economico internazionale per una più equa distribuzione dei beni della terra, che contribuirebbe non poco, del resto, a ridurre e moderare ì flussi di una numerosa parte delle popolazioni in difficoltà. Di qui la necessità anche di un impegno più incisivo per realizzare sistemi educativi e pastorali, in vista di una formazione alla mondialità, a una nuova visione, cioè, della comunità mondiale, considerata come famiglia di popoli, a cui finalmente sono destinati i beni della terra, in una prospettiva del bene comune universale».
    Se alle parole del Papa e dei documenti della Chiesa facciamo seguire i dati citati da Padre Bruno Mioli (NPG 2/2006) in cui viene detto che: «tra minore e maggiore età, gli stranieri al di sotto dei 25 anni si possono calcolare sul milione, al di sotto dei 30 anni sul milione e duecentomila», allora ci sembra che non possiamo più far finta che tutto ciò non sia vero. Occorre pensare, anzi ripensare, una pastorale giovanile che abbia il coraggio di guardare con sano realismo alla realtà e che si metta in discussione non solo nei suoi destinatari, ma anche nei contenuti e metodi.

    Non solo assistenzialismo

    Parlare di una «pastorale giovanile sensibile alle migrazioni» può lasciare adito ad interpretazioni fuorvianti o comunque ancora proiettate in un’ottica assistenzialistica. Per la serie: siccome siete nel bisogno e noi siamo sensibili, ci occupiamo di voi.
    Certo, questo è un punto di partenza, ma ormai la strutturalità delle migrazioni e il suo essere «normalità» e non più eccezionalità, pone noi operatori di pastorale giovanile nella prospettiva di formulare la nostra missione e la nostra azione pastorale in chiave inclusivista e non esclusivista.
    Nella parrocchie si sentono ancora espressioni come «i nostri giovani» e «i giovani immigrati»; un linguaggio, questo, che non ci sta permettendo di sognare una pastorale giovanile dove con il termine «giovanile» si includano tutti coloro che rientrano nella fascia d’età definita tale.
    Stiamo rischiando di creare esclusioni anche attraverso il nostro linguaggio e sta ancora passando il messaggio che dei giovani «italiani» se ne occupa la pastorale giovanile «ufficiale», mentre dei giovani stranieri se ne occupano i cappellani etnici o i missionari per i migranti.

    Il rischio di una pastorale giovanile parallela

    Il termine «migrante» viene spesso messo in parallelo con altre categorie sociali definite come «bisognose», tipo: carcerati, tossicodipendenti, senza tetto, anziani, ecc... tanto che gli interventi in merito sembrano essere in parallelo con gli altri per le suddette categorie. Ma chi è il migrante? Non può essere forse il carcerato? Lo studente? Il tossicodipendente? La mamma? Il bambino? Dire «migrante» non è pensare ad una categoria parallela rispetto ad altre ma ad una realtà trasversale, che tocca tutte le categorie sociali.
    Allora nel momento in cui parliamo di giovani dobbiamo pensare che il migrante è giovane e che non possiamo creare una pastorale giovanile parallela per loro, ma iniziare a pensare (a «ri-pensare») una pastorale giovanile che abbraccia tutti i giovani presenti sul territorio nazionale.

    La prima e la seconda generazione

    Che tipo di pastorale giovanile è maggiormente adatta per i giovani immigrati di prima generazione (coloro che giungono in giovane età nel paese ospitante) e per quelli di seconda (coloro che nascono in Italia)?
    Siccome il processo di naturalizzazione non può essere forzato ma è spontaneo, allora la pastorale giovanile dovrebbe fornire dei percorsi sia per quei giovani migranti che hanno ancora bisogno di consolidare la loro identità etnica, sia per coloro che, nati in Italia e ormai pienamente inseriti in un contesto sociale, culturale ed ecclesiale locale, chiedono di non essere esclusi dai progetti pastorali. A noi il compito, dunque, di formulare percorsi, metodologie e strategie pastorali che rispondano alle esigenze di entrambi.

    Quale pastorale giovanile per i giovani immigrati di prima generazione?

    Martin Lechner, nel suo precedente intervento (NPG 2/2006), sottolineava che «il fine ultimo di una pastorale giovanile sensibile agli immigrati è, attraverso un atteggiamento amorevole verso i giovani migranti e le loro famiglie e attraverso la competenza specifica, testimoniare quel Dio che protegge gli stranieri». L’ottica interculturale presentata nell’articolo propone un cammino verso la conoscenza della cultura altrui come primo passo verso un rispetto e un dialogo.
    Un giovane migrante di prima generazione ha un forte bisogno di consolidare la sua cultura, le sue tradizioni, di stare con i suoi connazionali, di pregare nella sua lingua e di «mangiare i suoi piatti tipici».
    «In presenza di gruppi particolarmente numerosi e omogenei di immigrati, essi vanno quindi incoraggiati a mantenere la propria specifica tradizione cattolica. In particolare si dovrà cercare di procurare l’assistenza religiosa, in forma organizzata, da parte di sacerdoti della lingua e cultura e rito degli immigrati, con scelta della figura giuridica più confacente, tra quelle previste dal CIC e dal CCEO» (Erga migrantes caritas Christi, 50).
    Visti i dati del Dossier Caritas 2005, e considerando che la maggior parte degli immigrati è giovane, ci chiediamo: possiamo pensare e formulare una pastorale giovanile interculturale?
    Il termine «interculturale» implica dialogo e confronto tra culture, dunque presuppone che ci siano delle culture ben definite (ma non rigide e stereotipate!). Se da una parte le cappellanie e le comunità etniche mirano a garantire ai migranti quel sostegno culturale e religioso di cui necessitano, dall’altra parte perché non ipotizzare degli «ambiti interculturali» dove i nostri giovani fanno esperienza di intercultura?
    Tra giovani italiani e giovani immigrati possono esserci dei momenti d’insieme pur nel rispetto dei cammini propri. È difficile pensare che gli immigrati di prima generazione entrino a far parte dei gruppi giovanili italiani, impostati secondo una tradizione di gruppi, di campi estivi, di formazione, di dinamiche, di giochi, di uscite di gruppo, che forse non sono comuni ad altre esperienze culturali giovanili. Ci siamo mai chiesti come viene gestito un gruppo giovanile in Ghana? E nelle Filippine? E in Romania? Dovremmo porci queste domande per evitare di creare dei «modelli forti» e di imporre implicitamente all’altro che ci sta vicino l’alternativa: o entrare in questo modello (il «mio» modello) o restarne fuori. Questa è la neo-colonizzazione!
    Sappiamo dialogare? Sappiamo ripensarci a partire dalla nuova realtà? Non si tratta di «svendere» la nostra tradizione, il nostro stile, la nostra identità, ma di essere «in divenire», cioè di lasciare che questa identità si riformuli continuamente come è giusto che sia. Nessuna identità è fissa; l’identità vera è sempre dinamica. Allora anche l’identità dei nostri gruppi, del nostro «stile» di PG deve sapersi riformulare verso nuove identità e verso nuovi cammini disegnati insieme, dai giovani che oggi fanno parte della nostra società e delle nostre comunità ecclesiali.
    L’esperienza di un gruppo multietnico e interculturale può essere una valida esperienza ma non l’unica. I giovani immigrati di prima generazione hanno bisogno di stare con i loro connazionali, ma allo stesso tempo si possono creare insieme degli «spazi», dei «luoghi» formali e informali, dove le diversità entrano in dialogo e si sperimenta ciò che in un futuro prossimo sarà la norma, cioè una nuova identità di «giovane italiano» non più definibile per un colore, una parentela, un documento, ma per un’appartenenza ad un territorio, per la condivisione di una cultura (con tutto ciò che essa comporta: lingua, storia, arte, musica, luoghi, ecc.). Per questi giovani dovremmo creare, dunque, dei «momenti interculturali» (a tale proposito rimando alla presentazione, in questo stesso dossier, dell’esperienza del gruppo giovanile scalabriniano «Piedi a Colori»).

    Oltre il confine?

    A chiarire questo concetto può aiutarci una breve riflessione sull’esperienza del confine.
    Abbiamo bisogno del confine? Spesso quando pensiamo ai «confini» immaginiamo barriere, muri, divisioni tra realtà. La globalizzazione ha cercato di abbattere questi confini tra i popoli, tra le culture, tra i mercati, tra le persone. Ma qual è stato il risultato? Più si cerca di abbattere i confini e più si sente il bisogno di delimitarli (nasce così la «riscoperta dell’etnico», come risposta alla globalizzazione!).
    Riprendo la domanda: abbiamo bisogno dei confini? Sì. I confini sono importanti e non vanno eliminati. Il confine è ciò che ci identifica, ciò che contribuisce a formulare una identità. I bambini hanno bisogno di confini perché cresca in loro la percezione di sé e degli altri. Nella nostra società i confini si annullano e si riformulano, il tutto in un processo di incontro e di scontro. È questo il dialogo tra identità e alterità, dove l’io è messo davanti ad un tu, e si riscopre io proprio perché esiste un tu.
    Il confine è, dunque, il luogo dove le identità s’incontrano scoprendo che non esiste identità senza qualcosa che la contraddice. L’altro va riconosciuto per ciò che è (Lévinas) e non per ciò che io riesco a comprendere (Buber).
    Non si può vivere senza confini. Lo stesso concetto di «diversità» è tale proprio perché c’è un confine che delimita una cosa da un’altra, una cultura da un’altra, un’identità da un’altra.
    Qual è la sfida? Superare la nostra paura che ciò che consideriamo «nostra identità» venga distrutto, confuso, annullato dall’incontro con un’altra identità. La sfida che le migrazioni ci pongono anche in campo giovanile è quella di riformulare la nostra identità.
    Il confine è allora il luogo del rischio, dove scopriamo di aver bisogno degli altri per capire noi stessi. Dobbiamo porre dei confini, ma dobbiamo far sì che questi confini non siano rigidi, che ci separino dalle persone, ma dei confini mobili, capaci di riformularsi un po’ più in là nel momento in cui due entità s’incontrano. Superato un confine se ne riformula un altro, e così via.

    La logica dei confini e la pastorale giovanile

    Come applicare quanto detto sul confine in un contesto di PG in cui abbiamo a confronto identità multiple? Forse il dialogo, le relazioni, le esperienze, sono ciò che concretamente ci permette di superare i confini come ostacolo, come divisione, e di ripensarci all’interno di essi in una nuova identità.
    Chi sono i giovani «italiani»? sono i «figli degli italiani? Sono coloro che vivono in un contesto culturale, sociale, ecclesiale a prescindere dal documento che hanno? Allora, a chi è rivolta la nostra pastorale giovanile?
    Non dovremmo parlare di pastorale giovanile «attenta ai migranti», anzi, se è vero che l’emigrazione non è più l’eccezione ma la norma, allora dovremmo parlare solo di «pastorale giovanile».
    Questo non vuol dire annullare le differenze, visto che per noi la diversità è una ricchezza e non un pericolo, e ci mette in movimento per creare contesti di dialogo, di confronto (appunto, interculturali) dove le diversità s’incontrano e si riformulano verso nuove forme di identità.
    Non possiamo allora creare «pastorali giovanili» parallele, ma dovremmo pensare ad una pastorale giovanile che dialoga con tutti i giovani che sono presenti sul territorio, che, se pensiamo alle prime generazioni, propone attività per gli italiani e per gli stranieri, che sa rispettare il bisogno del giovane migrante di stare con i suoi connazionali, ma sa anche offrire momenti di incontro e di crescita d’insieme, verso quello che tra non molti anni sarà «la norma».

    I sussidi

    La proposta di un cammino giovanile interculturale necessita anche di strumenti validi e di sussidi aggiornati. Nelle nostre librerie cattoliche non si vedono ancora sugli scaffali libri e strumenti per una PG che si legge in ottica interculturale. Gli strumenti sono ancora pensati per gruppi giovanili «tradizionali» e se anche viene trattata la tematica dell’accoglienza, dell’apertura verso lo straniero, del migrante, si immagina di avere davanti un gruppo di giovani italiani che devono essere sensibilizzati sul tema. Ma come trattare questa stessa tematica con davanti giovani di diverse culture? Possiamo ancora parlare del migrante in ottica assistenzialistica e considerandolo solo il «bisognoso da accogliere e aiutare»? Come reagiranno i giovani immigrati presenti all’incontro? Quanto interessa loro sentir parlare di loro stessi? Forse queste cose le sanno già...
    Allora anche nelle nostre riflessioni e pubblicazioni di PG dovremmo iniziare a creare strumenti che aiutino a conoscere e a valorizzare le diversità culturali presenti nel gruppo; letture di fede con l’ottica interculturale, esperienze e percorsi di crescita umana ed ecclesiale che partano dalla valorizzazione delle diversità culturali; campi estivi interculturali, e così via.
    Per il momento per supplire alla mancanza di strumenti adeguati bisogna rifarsi alle numerose pubblicazioni interculturali in campo pedagogico, per esempio, una fra tutte, le pubblicazioni della EMI sulla Mondialità e Intercultura.

    I destinatari

    Chi sono i destinatari di questa «pastorale giovanile interculturale»? La risposta sembra scontata: tutti i giovani presenti nel territorio locale con i quali una chiesa locale entra in dialogo.
    Meno scontata è l’attuazione. Il giovane migrante non solo differisce per cultura, ma in alcuni casi anche per religione. Dal Dossier Caritas 2005 risulta che sul totale degli stranieri presenti in Italia il 33% sia musulmano. Se a questo dato aggiungiamo che l’80% degli stranieri non ha ancora 40 anni, capiamo che operare in pastorale giovanile vuol dire non solo essere aperti ad un dialogo interculturale ma anche interreligioso.
    Da una parte, dunque, dobbiamo pensare ad un’azione pastorale che crei «ambiti interculturali» verso quei giovani immigrati cristiani, dall’altra essere disposti ad aprire le porte della nostra comunità e dei nostri gruppi per avviare dialoghi interreligiosi tra giovani che hanno di certo una cosa in comune: l’essere giovani, con i loro sogni e le loro paure.

    Che tipo di pastorale fare con i giovani immigrati non cattolici?

    Anche in questo caso penso la nostra PG ha qualcosa da dire. P. Bruno Mioli ricordava nel suo precedente intervento che «lo spirito autenticamente evangelico tiene lontano da ogni forma di proselitismo» e dunque più si punta su uno scambio vero d’amicizia, più si punta a creare relazioni valide e profonde, meno si giungerà allo scontro. La PG ha qualcosa da dire anche ai giovani non cattolici puntando su un dialogo a 360°, investendo le sue risorse umane favorendo scambi culturali e momenti di crescita umana, base e fondamento di una spiritualità.
    È il mistero dell’Incarnazione che ci ricorda quanto sia importante la nostra umanità, e per questo ogni spiritualità non può essere «teorica», ma incarnata in un uomo concreto con una cultura concreta. L’impegno per attività culturali e sociali non è un perdere di vista l’obiettivo della pastorale giovanile, ma è il creare le condizioni giuste per una confronto e una testimonianza di fede che insiste più che sulle parole, su uno stile di vita.
    Le occasioni possono essere varie: dalle attività socio-caritative agli scambi culturali, dai cineforum ai concerti etnici, dal Sinodo dei giovani alle preghiere interreligiose, da una visita alla Moschea alla Giornata per la Pace.

    E per i giovani di seconda generazione?

    Forse diversa è la realtà per quei giovani di seconda generazione che sono nati in Italia. Sono giovani che non sono immigrati, che vivono fianco a fianco dei giovani italiani e che, nonostante tutte le difficoltà di identità (chi si sentono veramente?) e di relazione tra la cultura d’origine e quella nella quale sono nati e sono inseriti, stanno facendo un cammino di sintesi. Forse per questi giovani la proposta della pastorale giovanile non può essere la stessa che per i giovani immigrati di prima generazione.
    Premesso che ci vuole da parte di tutti uno sforzo nel considerare questi giovani «i nostri» giovani, che tipo di proposta potremmo fare ad un gruppo giovanile che ha nel suo interno la bellezza di due, tre o quattro culture? Nelle parrocchie si sta verificando lentamente una «selezione dei giovani». Si vedono pochi giovani stranieri o figli di stranieri, e questo non perché non ci siano sul territorio, ma perché loro dovrebbero crescere nel senso di appartenenza ad un territorio-comunità e noi, operatori pastorali, dovremmo estendere il raggio della nostra pastorale a tutti coloro che sono nel nostro territorio locale.
    Se con la crescita dei bambini figli d’immigrati (il Dossier Caritas 2005 dice che «i minori sono sul mezzo milione») i gruppi di adolescenti si arricchiranno di culture diverse, come valorizzare queste culture senza appiattirle, senza annullarle?
    Da quanto abbiamo detto precedentemente parlando dei confini, in questo secondo caso, abbiamo non un melting pot [1] o un salad bowl [2] di identità, ma una formulazione di una nuova identità nata dall’incontro tra le precedenti. Sappiamo proporre una pastorale giovanile che le valorizzi? È la metafora utilizzata da Gesù quando dice che «non possiamo versare vino nuovo in otri vecchi» (Mt 9, 17); allo stesso modo anche noi non possiamo incastrare una «realtà nuova» in «schemi vecchi».
    La nuova fisionomia dei giovani in Italia interpella noi operatori di pastorale giovanile nel disegnare nuove strade adatte ai tempi. E se vogliamo renderci conto di chi sono i giovani in Italia dobbiamo andare nelle scuole, nelle piazze, nelle società sportive, nei centri culturali, nelle università. Questi nuovi volti sono «i giovani italiani» e per costoro dobbiamo ipotizzare percorsi formativi e di crescita umana, sociale e di fede.
    Mentre la precedente proposta interculturale è già attuabile, quest’ultima non può essere ancora sostenibile per il presente ma solo ipotizzata per il futuro, vista la bassa percentuale di figli di immigrati (seconde generazioni) che sono presenti in Italia. Diverso è l’ambito scolastico, dove si stanno affrontando queste tematiche già da alcuni anni, o ad alcuni nostri ambienti ecclesiali, come il catechismo e l’oratorio, che sono già chiamati in causa da questa riflessione in quanto il numero dei bambini figli di stranieri è molto più elevato rispetto al numero dei giovani.
    In ogni modo è bene iniziare delle riflessioni, proporre dei modelli, avviare delle proposte e provocarci continuamente per non dover «rincorrere i tempi», ma per essere «segno dei tempi».
    A tale proposito, propongo un’esperienza che nasce in Italia ma che sta assumendo una dimensione Europea. Presenterò di seguito la proposta dello ScaYM, Scalabrini Youth Movement, come modello di un cammino di pastorale giovanile interculturale.

    «... il cammino delle idee è di una lentezza
    disperante, massime quando urtano interessi e passioni, ma è continuo quando le idee proposte sono giuste e di vera utilità.
    Insistiamo adunque, poiché ogni lentezza
    giunge alla meta,
    a condizione che la stanchezza non vinca
    chi se ne è fatto banditore».
    (G. B. Scalabrini, II Conferenza sull’emigrazione, Torino 1898)


    IMMAGINARIO MASS-MEDIATICO, DETERRITORIALIZZAZIONE E FENOMENO MIGRATORIO
    Mario Pollo

    Nell’immaginario collettivo la parola «migrazione» evoca ancora quel percorso che conduceva una persona che aveva abbandonato la propria cultura di origine, attraverso un faticoso e spesso doloroso viaggio, verso l’integrazione in una nuova cultura. Viaggio che spesso non era concluso dal migrante ma dai suoi figli o, al massimo, dai suoi nipoti.
    Questa immagine oggi non è più vera perché il fenomeno dell’immigrazione deve essere letto all’interno di quel crogiolo di trasformazioni sociali e culturali che stanno producendo una frattura nei confronti del passato, e anche del futuro, priva di qualsiasi riscontro in altre epoche della storia umana. Trasformazioni di cui il fenomeno migratorio non subisce solo gli effetti ma di cui è una causa. Infatti, esse sono il prodotto di due fenomeni congiunti – l’avvento dei media elettronici e, appunto, delle migrazioni – sull’opera dell’immaginazione, che, come è noto, è un tratto caratteristico della soggettività moderna.

    Immigrazione e immaginario massmediatico

    Per comprendere questa affermazione è necessario considerare che le migrazioni di massa, pur essendo un evento che costella la storia umana fin dalla preistoria, hanno assunto nel mondo contemporaneo un carattere assolutamente nuovo perché esse interagiscono con il flusso mondiale delle immagini mass-mediatiche. Ciò produce la situazione inedita di immagini e spettatori che sono entrambi in movimento. In questo fenomeno, secondo alcuni studiosi, risiederebbe il nucleo della relazione tra globalizzazione e modernità.
    L’immaginazione nel mondo post-elettronico ha abbandonato i territori tipici in cui ha sempre abitato, come, ad esempio, quelli dell’arte, del mito e del rito, per entrare a far parte del lavoro quotidiano della gente comune in molte società.
    Infatti, nella vita sociale attuale, l’immaginazione ha assunto un ruolo inedito che la vede non più come un’opera della fantasia, una forma di evasione, un passatempo per élites colte, ma come forma di azione individuale e sociale.
    In questo contesto i media elettronici sono divenuti per le persone delle risorse per la sperimentazione di costruzioni di sé. Infatti, «consentono di intrecciare sceneggiature di vite potenziali con il fascino delle star dello schermo e di trame cinematografiche fantastiche, ma consentono anche a quelle vite di agganciarsi alla plausibilità degli spettacoli di informazione, dei documentari, e di altre forme in bianco e nero di telemediazione e di testi a stampa. Solo per via della molteplicità delle forme in cui appaiono (cinema, televisione, computer e telefoni) e a causa della rapidità con cui si muovono attraverso le ordinarie attività quotidiane, i media elettronici forniscono risorse l’immaginazione del sé come un progetto sociale quotidiano».
    E interessante notare come l’adattamento degli immigrati, e la loro stessa decisione di partire, sia spesso profondamente influenzato dall’immaginario mass-mediatico.
    Questo fa sì che la vita delle persone sia sempre più immersa nella «finzione», ovvero nel mondo delle immagini prodotto dai mass media elettronici.
    Questa immersione sembra aver dilatato enormemente le conoscenze di cui sono in possesso le persone, mentre in realtà ha solo reso astratti gli oggetti del loro conoscere.
    Infatti sempre più oggi si è convinti di conoscere, quando in realtà si è in grado solo di riconoscere.
    Solo perché una cosa la si è vista si pensa di conoscerla, come ad esempio accade nei confronti dei personaggi televisivi che la gente crede di conoscere ma che in realtà riconosce solamente, perché vedere non significa necessariamente osservare, comprendere e interpretare.
    Questa immersione nel regime della finzione mass mediatica fa sì che si produca un indebolimento della capacità di rapportarsi all’altro, che è sì visto ma che, contemporaneamente, è privato della sua realtà complessa e astratto in una immagine, in un simulacro.
    L’aver sostituito i media alle mediazioni simboliche ha, infatti, prodotto una interruzione o un rallentamento della dialettica identità/alterità. I media, infatti, consentono spesso solo di ri-conoscere, dando però l’illusione di conoscere. Questo indebolisce indubbiamente la possibilità di stabilire un contatto con l’altro reale offrendo in cambio possibilità di un contatto esteso con il simulacro dell’altro. Se l’alterità è simulacro, anche l’identità diviene un simulacro. Perdere il contatto con l’altro significa perdere il contatto con se stessi.
    Questa crisi della capacità di alterità mette in crisi anche l’identità del persone che, come è noto, si nutre della dialettica identità/alterità.
    Alcuni studiosi vedono, sulla scia della lezione di Durkheim, nell’indebolimento della dialettica tra alterità ed identità un fattore di produzione della violenza.
    La relazione debole identità/alterità frantuma l’esperienza dell’appartenenza sociale delle persone facendo sì che i loro vissuti siano divisi in tanti frammenti, tra loro isolati, che non riescono a dar vita ad una esperienza esistenziale unitaria.
    Nutrite in questo dalla complessità sociale che ha, a sua volta, frantumato la cultura sociale facendo sì che essa non sia più organizzata attorno ad un unico centro simbolico, ma attorno ad una pluralità di centri che forniscono ai valori sociali una legittimità parziale e precaria.
    Il non avere un centro simbolico unico che conferisca legittimità ai valori rende impossibile qualsiasi scelta o semplice gerarchizzazione, oltre che degli stessi valori, dei bisogni e delle opportunità presenti nella società. L’impossibilità di scegliere e di gerarchizzare i valori, i bisogni e le opportunità segna l’orizzonte di senso di chi abita la complessità che caratterizza le società della tarda o della seconda modernità.
    In conseguenza di questo, ogni esperienza che l’immigrato vive ha un significato relativo che si esaurisce all’interno dell’esperienza stessa perché non riesce a collegarsi alle altre esperienze sociali e quindi ad un senso più generale. Questo comporta, tra l’altro, una forte difficoltà da parte dell’immigrato di dare coerenza, all’interno della nuova cultura sociale, ai suoi atteggiamenti e comportamenti che manifesta lungo l’asse del suo tempo quotidiano. Questo lo induce spesso a rifugiarsi nei modelli della cultura di origine che gli garantiscono, invece, unitarietà e coerenza al suo agire esistenziale.
    Oltre a questo, è necessario considerare che l’immaginazione odierna è una proprietà non solo dell’individuo ma della collettività. Infatti, i media rendono possibile la creazione di «comunità di sentimenti», di un gruppo, cioè, che immagina collettivamente. La fruizione collettiva di video e film può creare quelli che vengono definiti sodalizi di culto e carisma.
    Questi sodalizi sono comunque sempre comunità che possono passare dall’immaginazione condivisa all’azione collettiva. Un esempio di questo sodalizio è quello che si è sviluppato, all’interno dell’islamismo radicale, intorno al terrorista Bin Laden.
    Il fatto che questi sodalizi siano spesso transnazionali, fa sì che al loro interno si possano intrecciare le diverse esperienze locali, che convergono nella produzione dell’azione translocale.

    La deterritorializzazione

    Un particolare effetto l’immaginazione collettiva lo esercita sulla deterritorializzazione che, nel mondo moderno, vivono grandi masse di persone che emigrano dal loro luogo di origine alla ricerca di lavoro
    Basti pensare agli immigrati che attraverso i media elettronici possono restare in contatto con l’immaginario del proprio paese. Può capitare, ad esempio, di salire su un Taxi a New York e incontrare un tassista pakistano che sta ascoltando la cassetta dell’omelia del mullah che gli hanno spedito i suoi parenti. O, ancora, si pensi all’immigrato turco che in Germania ogni sera vede i programmi televisivi del suo paese di origine.
    Per non parlare della possibilità offerta da internet, non solo di contatti in tempo reale con i propri connazionali, ma anche, più semplicemente, di leggere i quotidiani appena editati dei propri paesi di origine.
    In alcune situazioni la deterritorializzazione «crea sentimenti esagerati o intensificati di critica o attaccamento emotivo verso a politica dello stato di provenienza e, quindi essa è spesso al centro di fondamentalismi globali, compreso quello islamico». [3]
    In altri casi la deterritorializzazione è al centro della creazione di vere e proprie patrie inventate. Un esempio è il «Khalistan» che è una patria inventata dalla popolazione sikh residente in Inghilterra, Canada e Stati Uniti.
    L’effetto più evidente della deterritorializzazione è comunque quello del rallentamento o della scomparsa del processo di integrazione/assimilazione dell’immigrato nella cultura sociale del paese in cui si trasferisce. Se nel passato questa assimilazione avveniva, come accennato prima, in una, due generazioni al massimo, oggi appare ancora non compiuto alla terza generazione.
    Significativo a questo proposito è, ad esempio, lo scarso sentimento di identificazione con la Francia, dei giovani discendenti degli immigrati delle banlieu parigine protagonisti dei disordini degli scorsi mesi.
    A fronte della mancata assimilazione culturale vi è la richiesta di una parte degli immigrati di stare nel paese di immigrazione abitando però la cultura del paese di origine. Questo fenomeno è alla base del multiculturalismo in cui compare la perdita di legittimità della possibilità da parte di uno stato nazionale di imporre a tutti i suoi cittadini e quindi, anche alle proprie minoranze, un modello culturale. Anche perché gli stati nazionali non possono impedire alle minoranze etniche presenti nei loro territori di collegarsi alle più ampie aggregazioni di affiliazione etnica o religiosa.
    Questo anche perché in questa fase storica le persone non abitano più lo spazio-tempo ma lo spazio-velocità. Per comprendere questa affermazione occorre considerare che nella prima modernità vi è stata la disgiunzione dello spazio e del tempo nell’esperienza della vita quotidiana. Il tempo si è separato dallo spazio quando la velocità di movimento non è più stata legata alla velocità di organismi o elementi naturali ma è diventata una questione di ingegno.
    In altre parole quando la velocità non è più dipesa dalla capacità di locomozione degli esseri umani o degli animali, come ad esempio il cavallo, ma dall’invenzione di mezzi di locomozione come il treno, l’automobile, l’aereo o di comunicazione come il telegrafo, la radio e il telefono.
    La velocità è emersa come elemento importante nella definizione dello spazio perché ha fatto sì che le distanze perdessero la loro consistenza oggettiva per assumere quella soggettiva, fortemente dipendente dalla stessa velocità. Lo spazio-tempo sin dalla prima modernità si è avviato sulla strada che lo ha condotto a divenire uno spazio-velocità.
    Il compimento della trasformazione dello spazio-tempo in spazio-velocità è pienamente in atto in questa seconda modernità per effetto dell’evoluzione degli strumenti di comunicazione, sia di quelli del trasporto delle merci e delle persone che di quelli della trasmissione delle informazioni e dei comandi dell’azione. Per questi ultimi la velocità di trasmissione è quasi prossima al limite (la velocità della luce).
    A questo proposito Virilio afferma: «Viviamo in un mondo fondato non più sull’estensione geografica, ma su una distanza temporale che viene costantemente ridotta dalle nostre capacità di trasporto, trasmissione e azione telematica … il nuovo spazio-velocità non è più uno spazio-tempo». [4]
    Per questo studioso «la velocità non è più un mezzo, ma un milieu; si potrebbe dire che la velocità è una sorta di sostanza eterea che satura il mondo e nel quale viene trasferita sempre più azione, acquisendo in questo processo nuove qualità che solo tale sostanza rende possibili – e ineluttabili». [5]
    Lo spazio-velocità rende lo spazio del paese di origine e di destinazione dell’immigrato temporalmente sempre più vicini, e questo fa sì che egli non debba mettere in atto l’elaborazione del lutto della separazione.
    In alcuni casi la deterritorializzazione è all’origine di azioni violente, ma nel contempo è anche all’origine di forme di business come ad esempio delle agenzie di viaggio che prosperano sul bisogno di contatto da parte della popolazione deterritorializzata con la patria, reale o inventata.
    In ogni caso, per l’effetto congiunto di migrazioni e media elettronici, i nazionalismi che compaiono in molte parti del mondo sono basati su forme di patriottismo che non sono esclusivamente di tipo territoriale. Anche perché, in questo contesto, gli stati nazionali non sembrano essere in grado di regolare, nel lungo periodo, la relazione tra modernità e globalità.
    Tutto questo porta all’emersione di un ordine post-nazionale basato sulle relazioni tra soggetti eterogenei come i gruppi di pressione, i movimenti sociali, i corpi professionali, le ONG, le forze armate e di polizia, i corpi giudiziari.

    Verso nuovi modelli di integrazione

    La domanda che sorge tra gli studiosi di questa trasformazione è se questo ordine post-nazionale riuscirà a creare alcune convenzioni minime intorno ad alcune norme e valori, senza per questo chiedere l’adesione ai principi della tradizione democratico liberale della modernità occidentale.
    Per ora questo processo, negoziale, è ben lungi dall’aver prodotto risultati apprezzabili, e in questa fase storica la violenza e la barbarie sembrano espandersi prive di un efficace controllo.
    La ricerca dell’omogeneizzazione culturale non è comunque la via per vincere la violenza e la barbarie, per cui la sola speranza concreta è che i processi di globalizzazione riescano a costruire questo nuovo ordine basato sulla eterogeneità.
    Per raggiungere questo obiettivo è però necessario tenere conto che il mondo è diventato un sistema di interazioni di tipo nuovo e di nuova intensità, che lo rende molto diverso da quello del passato, in cui le «transazioni culturali erano solitamente contenute, a volte per via di costrizioni geografiche ed ecologiche, altre volte per una voluta resistenza all’interazione con l’Altro».
    La guerra e il proselitismo religioso sono stati sino al XX secolo le due forme principali di interazione sistematica tra i diversi gruppi sociali.
    Questo significa che il mondo attuale si trova a vivere una situazione inedita nella storia umana che, spesso, non viene compresa perché ad essa si applicano modelli che sono antecedenti o inadeguati per affrontare questo nuovo mondo.
    Basti pensare alle paure indotte dal considerare la globalizzazione come il luogo dell’omogeneizzazione.
    Omogeneizzazione che alcuni vedono come il prodotto della americanizzazione e, altri, della mercificazione.
    I fautori di queste tesi, semplificatrici, non riescono ad osservare che le «cose» quando vengono importate in società diverse tendono, abbastanza rapidamente, ad essere indigenizzate e che spesso queste paure sono sfruttate dagli stati nazionali per allontanare lo sguardo dei loro cittadini dalle ingiustizie e dalla minacce egemoniche locali.
    Per sfuggire al riduzionismo è necessario osservare che la complessità della nuova economia culturale globale nasce dalle disgiunzioni in essa presente tra economia, cultura e politica. Disgiunzioni che sono osservabili solo attraverso la lente delle cinque principali dimensioni dei flussi culturali globali.
    Queste dimensioni sono costituite dalle persone in movimento (turisti, immigrati, rifugiati, esiliati, lavoratori ospiti, ecc.), dalla ineguale distribuzione della tecnologia prodotta dalla relazione complessa tra flussi di denaro, possibilità politiche, disponibilità di forza lavoro specializzata o generica, dalla disposizione del capitale globale, dalla distribuzione della capacità di produrre e diffondere informazione e dalla distribuzione di parole, immagini e idee di tipo politico come libertà, democrazia benessere sovranità, rappresentanza, ecc.
    Occorre tenere conto che ognuno di questi flussi risponde da un lato alle sue regole e alle sue situazioni interne, ma, dall’altro lato, esso è condizionato e condiziona gli altri flussi e questo rende l’economia culturale imprevedibile e disgiuntiva.
    È all’interno di questi flussi culturali che potrà essere disegnato il nuovo mondo in cui la globalizzazione diventa garanzia della eterogeneità ma anche del rispetto di norme e di valori essenziali al di là dei diversi orizzonti religiosi politici, etnici e dei diversi mondi immaginati, e questo renderà più facile a chi emigra il passare da una comunità di sentimenti a una di persone nel paese dove è emigrato e vivere, quindi, all’interno di una società unitaria nei valori fondanti al di là delle diverse provenienze culturali.
    La condizione perché questo si realizzi è anche, se non soprattutto, che l’immaginazione mediatica sia trasformata in conoscenza dalla riscoperta dell’alterità e da una progettualità umana e sociale che restituisca il tempo alla storia.
    Un tempo in cui l’uomo possa scoprire e tessere il senso della sua vita.
    Una storia in cui chi emigra possa inserirsi e possa contaminare con la propria storia e, quindi, diventare artefice di una ricerca di identità, individuale e sociale, che gli garantisca la territorializzazione e, quindi, l’appartenenza ad una comunità di persone che condividono la cultura che lo stesso immigrato contribuisce a tessere e che sperimentano legami intersoggettivi di solidarietà.


    CULTURA E POLITICHE DELL’IMMIGRAZIONE
    Intervista a Guido Tallone, sindaco di Rivoli – TO

    Domanda. Anzitutto, da quando il problema dell’immigrazione ha cominciato a interessare le istituzioni locali e non solo più il volontariato, le caritas parrocchiali e gli uffici diocesani? Ed è possibile tracciare una «storia» e una tipologia di presenza delle istituzioni in questo campo?
    Risposta. Le date non barano. È del 1986 la prima legge italiana sull’immigrazione. Ed è curioso constatare come per l’Italia questa data risulti recente. In realtà nel nostro Paese il vero «nodo» politico da affrontare è sempre stato quello dell’emigrazione. Si tratta di oltre venticinque milioni di italiani che per necessità hanno dovuto cercare speranza all’estero, oltre i confini del nostro Paese. Centri di incontro, chiese, comitati di italiani nel mondo… sono il «segno» eloquente che per l’Italia il vero problema è sempre stato il «partire» più che non il ricevere o l’accogliere.
    Ciononostante ci consideriamo, oggi, terra di immigrazione. Un fenomeno che inizia a emergere come un problema a metà degli anni ’80, appunto, quando vi sono la prima sanatoria (di 120.000 persone) e la prima legge italiana (la Legge Martelli). Da quel momento in poi la storia delle «politiche» che sono state messe in gioco è sempre stata influenzata da un alterno intreccio tra «bisogno» e «paura». Da una parte persone, famiglie e/o datori di lavoro che hanno bisogno di «nuove» risorse (non più diversamente disponibili) per affrontare quotidiane esigenze e, dall’altra, paure alimentate all’occasione per ingrandire numeri, ma anche per suscitare ansie e soprattutto il «business» della sicurezza (perché anche questo no va dimenticato: la paura è un volano dell’economia, dei consumi e dell’occupazione; basta pensare a ciò che può scatenare in termini di antifurti, porte blindate, assicurazioni…).
    È indubbio: i primi ad affrontare il fenomeno immigrazione in Italia (spesso in termini anche di pura accoglienza e dunque con una grande dimensione assistenziale) sono stati i centri religiosi, parrocchiali, associativi… che si sono adoperati per porgere il primo e fondamentale aiuto a chi, per motivi diversi, bussava alle sponde e alle porte del nostro Paese per cercare speranza e vita dignitosa. Evidenziando il primo e fondamentale dato: in presenza del bisogno prima si risponde, poi si discute, anche politicamente. Chi ha fame, freddo o è ammalato, chi vive tutto questo lontano da casa ed in un Paese diverso dal proprio è bene che prima di ogni altro discorso riceva sostegno e aiuto.
    Un percorso molte volte intuitivo. Una prassi dettata non poche volte dalla sola logica della solidarietà e della immedesimazione in storie vissute dai famigliari della precedente generazione. Un grande tessuto di solidarietà, dunque. Di fatto non sufficiente a fermare quell’insieme di paure, in-sicurezze e diffidenze che poco a poco si sono installate nel nostro Paese.
    Il paradigma sociale della «sicurezza» si è gradualmente costruito negli anni fino a trasformarsi – per le politiche dell’immigrazione, così come per le politiche sociali in genere – in un pericoloso killer che attraverso mistificazioni, iper-semplificazioni, dis-informazione ed amplificazioni emozionali ha minato alla radice la stessa possibilità di costruire una comprensione realistica di quanto succede.
    La ricerca di tutele e garanzie e la paura del cambiamento spesso fanno perdere alle persone il senso reale dei fatti e, soprattutto, ne indeboliscono le capacità di accoglienza, fino a volte a spingere verso condizioni di emarginazione fasce sempre più ampie di persone. Non è casuale che gli immigrati senza permesso di soggiorno rappresentino oggi, insieme ai tossicodipendenti e ai malati psichici, le tre popolazioni più numericamente presenti nelle carceri italiane.
    Un evidente segno del tipo di «politiche» con cui in questi vent’anni si è tendenzialmente voluto fronteggiare l’immigrazione, non a caso «costretta» all’area della precarietà sociale e del disagio. L’immigrato, fin da subito, fa paura.
    Perché non notarlo? Le immagini acquatiche (onda, flusso, ondata…) sono le più utilizzate per affrontare i temi dell’immigrazione. Perché l’acqua fa paura. E ciò che fa paura va controllato, «gestito», incanalato. Non si parla del positivo, di quanto risulti necessario questo «flusso» di persone e di che cosa e come cambia la nostra società questo movimento. Si preferisce puntare l’attenzione su sanatorie, sulla lotta all’immigrazione clandestina, sul dilagare di flussi sempre più numerosi… il tutto per portare il fenomeno verso «schemi» rigidi, ristretti e funzionali ad una politica che gioca in difesa.
    Scegliere di stare non dalla parte di chi si difende o di chi espelle, ma di chi accoglie: è la grande sfida che oggi l’immigrazione pone alla politica; ad ogni politica. Tentare una risposta a questa precisa domanda è la prima e la più urgente priorità che il «fare politica» deve sapersi dare.
    Ed è su questa domanda che le generazioni di domani ci giudicheranno.

    Visioni di valore sottostanti le politiche

    D. Ci sono delle idealità, delle visioni di valore sottostanti le politiche dell’immigrazione, o è mera amministrazione, un tentativo di prevenire – magari isolando e ghettizzando – mali minori? Ci sono «variazioni» di quadro culturale e valoriale nelle politiche cosiddette di destra e di sinistra?
    R. «Cercavate braccia e sono arrivate persone» portava appeso al collo un immigrato italiano che lottava per contrastare le discriminazioni presenti in Svizzera. «Persone» è diverso da forza-lavoro, da sole «braccia»: le persone portano con sé relazioni, tradizioni, progetti, bisogni, risorse anche diverse da quelle attese. Non è una precisazione di poco conto. Tenerne conto, e considerare «persone» gli immigrati, rende più facile l’integrazione.. e crea le condizioni perché questa sia possibile.
    Ma torniamo alla domanda. La differenza tra destra e sinistra, in campo politico, viene spesso spiegata in termini di semplice contrapposizione. In realtà la vera differenza tra le due parti è data, a mio parere, dal fatto che la destra spiega con un pensiero «superficiale» (e unico) ciò che in realtà è complesso anche se per questo non complicato. Proviamo a spiegarci in italiano. Lo schema di questo pensiero superficiale lo conosciamo: «Sono senza casa? La comprino… Sono senza lavoro? Se lo cerchino… Sono in galera? Buttiamo via la chiave… Immigrati? Ognuno a casa sua… Tanti figli? Dovevano pensarci prima… Si drogano? Se lo sono voluti…».
    Un pensiero che non si preoccupa di presentare risposte concrete a precisi problemi, ma che insegue semplicemente il consenso di chi è spaventato da questi problemi e si illude di risolverli con questi slogan.
    Il più sano realismo di cui necessita una politica capace di cercare soluzioni praticabili nel campo delle politiche dell’immigrazione parte invece dal considerare tutti gli elementi di cui l’immigrato, che è una persona, si fa voce.
    È una politica miope quella che considera l’immigrato solo in quanto forza-lavoro da utilizzare per i propri fabbisogni precari. Significa usare l’altro, ma di fatto negare quella progettualità necessaria per vivere e soprattutto per aprirsi al futuro.
    Erodoto diceva che la vita di un popolo dura normalmente mille e cinquecento anni. Dalla nascita dell’impero romano alle cosiddette trasmigrazioni germaniche (che a scuola studiavamo come invasioni barbariche) sono passati esattamente quel numero di anni. E l’Europa si è, in quei decenni, letteralmente e profondamente trasformata. Oggi, dopo altri mille e cinquecento anni, l’Europa è nuovamente invecchiata: meno nati, età media sempre più alta, più anziani meno bambini… Le cosiddette trasmigrazioni afro-asiatiche assecondano una domanda implicita, a volte silenziosa ma costante e ad altre volte anche esplicita. Ascoltare la domanda, abitarla e adoperarsi perché vengano date risposte vere ai tanti interrogativi che sorgono da chi cerca aiuto e a chi lo offre perché anch’egli in condizioni di bisogno, è compito che non può ridursi a slogan.
    Un interessante esercizio per giovani (ma non solo) potrebbe essere quello di provare ad abbozzare qualche cifra in grado di inquadrare il fenomeno immigrazione. Anche solo nelle sue tendenze di massima. Quanti extracomunitari sono presenti, ad esempio, in Italia, nel mio comune, regione o provincia. Un «quanti» che può espresso in numeri, ma anche solo in percentuali (rispetto alla popolazione tutta). Risulta interessante verificare se l’approccio si avvicina al reale o se è decisamente fuori dalle righe. E nel caso di eccessivi errori o di proporzioni con altri Paesi europei non conosciute può diventare utile provare a capire perché si è sbagliato; qual è la fonte che ha ingrandito o ridimensionato la percezione del fenomeno. Un esercizio utile per uscire dagli slogan, dalle semplificazioni, ma anche dai pregiudizi e dagli errori mai evidenziati come tali!

    Una cultura dell’accoglienza?

    D. Le sembra che ci sia una «cultura» dell’accoglienza, dell’integrazione, del percorso pieno (facilitato) verso la cittadinanza nell’attuale sentire della gente (e dello Stato) nei confronti degli immigrati? O prevale ghettizzazione, paura, stereotipi e pregiudizi?
    R. È curioso. Siamo in presenza di una politica dell’immigrazione che esprime, inutile negarlo, valori soprattutto di «controllo», di sfiducia e, quando necessario, di utilizzo dell’immigrato per i nostri bisogni («cerchiamo braccia»). Accanto a queste politiche sussistono però pratiche di solidarietà civile che molte volte contrastano, in linea di principio e per quanto riguarda i riferimenti valoriali, con questi indirizzi. Mi riferisco a quelle pratiche di parrocchie, di gruppi, di movimenti e di centri di aggregazione non confessionali (forze politiche comprese) che scelgono di esprimere istanze di accoglienza, di scambio, di confronto e di ricerca di un’integrazione possibile.
    Istanze diverse. Spesso alternative. Soprattutto espressioni di logiche e di culture diverse. Da una parte vince la paura, ma anche la voglia di difendersi e di barricarsi in casa per impedire ad ogni straniero/nemico di avvicinarsi; dall’altra emerge il bisogno e il desiderio di aprirsi al nuovo, di incontrare, di cambiare e di confrontarsi con il fluire del vivere sempre diverso e mai uguale.
    Compito della politica non è, a mio parere, quello di difendersi dal nuovo e di sprangare la propria identità per impedirne contaminazioni o possibili intrecci. Funzione di ogni amministratore è il permettere a storie diverse di incontrarsi e il ri-creare le condizioni perché linguaggi diversi possano reciprocamente ascoltarsi e riconoscersi. L’esperienza insegna che nel fluire delle «diversità» si cresce, si cambia, ma soprattutto si migliora. A questo proposito potrebbe tornare utile la metafora dell’acqua. Identità troppo rigide – a storia insegna – generano guerre, trincee e conflittualità insormontabili. La forza del nostro Paese è data dall’identità fluida che il mediterraneo ha permesso e favorito. Senza troppe trincee o rigidità. Non significa smussare i nostri riferimenti. Al contrario. Coincide con il trovare nella contaminazione e nel meticciato che fanno – a parole – così tanta paura, una spinta in più per capire chi siamo e dove andiamo; per capire come reciprocamente sostenerci e riconoscerci. Nel nostro mediterraneo sono nate le nostre grandi religioni che si raccontano e utilizzano tutte lo stesso libro: la Bibbia. Non abbiamo tutti radici cristiane, è vero, ma utilizziamo tutti lo stesso libro. Ebrei, cristiani e mussulmani si riconoscono attorno a questo libro. Tutti utilizziamo gli stessi numeri e soprattutto gli uni sono stati aiutati dagli altri nelle ricerca delle propria identità, cultura, tradizioni, feste… . L’immigrazione ci permette di ri-trovare queste radici per proporci percorsi nuovi. Non significa negare le difficoltà o i problemi che questi intrecci inevitabilmente comportano. Semplicemente ci impone l’obbligo del non pensare che per risolvere alcuni problemi si possa negare la storia o la verità «fluida» da cui proveniamo.

    Problemi e ricchezze

    D. Dove vede lei i problemi più urgenti rispetto all’immigrazione, sia dal punto di vista dei «cittadini», della popolazione locale, che degli immigrati? Dove vede le «ricchezze» che gli immigrati possono apportare alla comunità locale, al di là degli aspetti più esteriori e magari folkloristici?
    R. Dentro ogni problema è nascosta la sua risposta e la sua ricchezza, la sua risorsa. Così mi insegnavano saggi professori ai tempi dell’Università. Ridurre l’immigrazione a sole questioni di folklore vuol dire non prendere coscienza di una di una trasformazione reale che ci attraversa. La questioni più emblematica resta però la capacità – per le nostre democrazie – di ri-pensare la nozione di cittadinanza oltre i confini degli stati nazioni e oltre le questioni di nascita. Non siamo ancora in grado di considerare «cittadino» chi con la sola presenza è vivo nei nostri territori o nei nostri mari. I tanti – troppo! – morti caduti nei mari che bagnano l’Italia sono la più grande provocazione a cui non riusciamo a rispondere. Muoiono. Sono persone. Adulti, anziani, bambini, ma non sono «cittadini». E questo il nodo, il problema o la sfida più alta a cui siamo chiamati. Un procedere che così illuminato riscriva la storia del diritto, della cittadinanza, della convivenza per apportare cambiamenti e soprattutto miglioramenti. Oggi bambini crescono insieme sugli stessi banchi di scuola, nei giardini e sulle piazze dei nostri comuni. Non sanno, questi piccoli, che alcuni di loro non sono cittadini perché non italiani. Da questa premessa si riuscirà poi a risolvere altri problemi quali casa, lavoro, salute… Ma la soluzione a questi problemi reali e di non facile soluzione sarà all’insegna dell’integrazione e non della separazione o della ostilità competitiva.

    Le seconde generazioni

    D. Quali specifici «problemi» o quali «risorse» rappresentano i minori, quelli di «seconda generazione»?
    R. Sono stato avvicinato, in questi ultimi mesi, da italo-argentini di terza generazione che, giunti all’età della pensione in buona salute e con discrete risorse economiche, hanno cominciato a ripercorrere la storia della propria famiglia «a ritroso». Mi hanno contattato perché sindaco di un comune piemontese (Rivoli, in provincia di Torino) non molto distante dai tanti paesi da cui i loro nonni sono emigrati, all’inizio del ’900 per cercare lavoro e nuova dignità. L’analisi da questi amici presentata circa le diverse generazioni piemontese emigrate in Argentina è lucidissima.
    La generazione dei loro nonni (i primi emigranti) erano così alle prese con istanze di sopravvivenza, nel Paese di accoglienza, da non aver avuto nemmeno il tempo di porsi questioni identitarie, occupati come erano nel ricercare per sé e per i propri figli il necessario per vivere.
    La seconda generazione è quella dei figli, che crescono nel Paese di immigrazione e che incontrano non poche volte vergogna, pudore e perfino il tentativo di nascondere le radici italiane per illudersi di una presenza e di un inserimento totale, da sempre.
    La terza generazione, quella dei nipoti, giunta alla maturità, si sente liberata dall’ansia di dimostrare la propria bravura e si ritrova disponibile e desiderosa di ricercare le proprie origini. Sono gli adulti che ho incontrato. Sono arrivati nei nostri Comuni italiani (e piemontesi, nel mio caso) alla ricerca di un’identità mille volte ascoltata nei racconti dei nonni, ma mai approfondita. Dati, informazioni, nomi, storie, tradizioni, riti, cibi, luoghi: sono alcune delle tante domande che mi sono state poste. E nel rispondere a questi quesiti e a queste curiosità ho rivisto l’uguale «tensione» di quanti oggi studiano sui banchi di scuola con i miei figli. Mi riferisco a quelli definiti dalla domanda quelli della seconda generazione. Sono pienamente inseriti nella vita dei coetanei. Uguali a loro in tutto, non possono però nascondere la loro origine. Si presentano e ostentano i medesimi codici comunicativi, ma non possono nascondere la provenienza dei genitori da un Paese lontano. Sono esposti al rischio di essere permanentemente stranieri. Tanto nei confronti della famiglia di origine quanto rispetto alla cultura dei propri compagni.
    Fare in modo che questa condizione della seconda generazione diventi risorsa, eccellenza e soprattutto status dal quale non fuggire e non vergognarsi è il preciso compito della politica. Non significa sostituirsi alle reti primarie di famiglia, amici, concittadini…, ma fare in modo che dalle leggi e dalle istituzioni pubbliche parta verso chi è immigrato la profonda riconoscenza per il fatto di «regalare» al nostro Paese un ulteriore punto di vista. Parole facili a formularsi che devono però diventare «carne», storia, educazione e… leggi.

    Favorire progetti

    D. Quali per lei le tipologie di interventi in favore dei minori che possono essere vantaggiose? E vede metodologie particolarmente utili ed efficaci? Quale il campo dell’amministrazione locale e quali possibili interazioni e collaborazioni con altre associazioni del volontariato, di promozione sociale, le cooperative sociali, in una parola il mondo del terzo settore, le scuole?
    R. L’amministrazione di Rivoli ha favorito progetti che penso possano essere considerati interessanti, al di là della specificità della città e dei suoi abitanti.
    Innanzitutto un impegno di supporto scolastico per minori immigrati di scuole elementari e medie alle prese con i compiti a casa. L’idea è nata per far fronte alle difficoltà di alcuni genitori immigrati nel seguire i loro bambini nei compiti pomeridiani: un comparativo di maggioranza dell’analisi grammaticale o un teorema di Pitagora possono ingenerare difficoltà per genitori italiani, ma spesso sono problemi insormontabili per genitori immigrati chiamati dal figlio a dare una mano nella semplice correzione di un compito.
    La proposta è stata indirizzata ai giovani del liceo (età 15-19 anni). È stato proposto loro un impegno serio, continuativo e di tipo individuale (uno a uno). Ad ogni giovane studenti un piccolo alunno della scuola dell’obbligo. Rigorosamente immigrato. Per sostenerlo nella fatica dei compiti e del ri-prendere o approfondire parti di programma non pienamente acquisite. Si sono messi in gioco con generosità i liceali. Maschi e femmine, non solo ragazze (anche questo dato è importante). Con alcuni risultati collaterali: aiuto all’ordine in questioni di tempo (fare di più aiuta a perdere meno tempo e ad organizzare meglio la propria agenda); sostegno scolastico per chi impartisce ripetizioni (solo chi insegna impara davvero!); migliore affettività e capacità relazionale (nella relazioni ciascuno si è coinvolto e ha visto il volto dell’altro sotto il segno della speranza, del diritto e della solidarietà, non della minaccia e o della paura).
    Un’altra esperienza è quella che vede protagonisti un gruppo di immigrati da sette Paesi diversi (Marocco, Moldavia, Nigeria, Argentina, Perù, Cina e Tunisia) ora abitanti a Rivoli che si sono scoperti tutti accomunati dalla stessa professione di insegnanti svolta nei loro Paesi di origine. Si sono resi disponibili a fare corsi sulle culture delle loro tradizioni ai loro bambini e ragazzi che frequentano le scuole pubbliche di Rivoli, ma hanno pensato di aprire questi percorsi e incontri anche ai bambini italiani: per far conoscere la propria cultura di origine e per aumentare la conoscenza di altre culture.
    Esperienze, vorrei essere molto chiaro, impossibili a realizzarsi senza una forte sensibilità del mondo scolastico, senza il supporto del mondo del volontariato e senza un tessuto sociale intriso dei valori costituzionali che intrecciano giustizia e solidarietà. Aiutare alla regia è il compito di un’amministrazione comunale, a mio parere. Senza sostituirsi a nessuno, ma pronti a sostenere la fatica di ciascuno perché il risultato del convivere risulti migliori per tutti.
    Il fatto che in questo comune si sia realizzata una Consulta degli immigrati con tanto di consultazione aperta a tutti i cittadini non italiani residenti nel comune da almeno un anno e con più di diciotto anni è anche questo, credo, un segno del lavoro che in città si vuole realizzare per superare steccati, paure e incomprensioni.

    D. Ancora sulle seconde generazioni. Dove vede lei il loro futuro? Siamo di fronte a modelli diversi di integrazione e di cammino verso la cittadinanza in Europa. Quali le specificità e le differenze? Si può parlare (se esiste) di un modello italiano? È in grado di avviare a una società interculturale e multireligiosa senza traumi, o l’Italia non è ancora matura?
    R. Non so se esiste un modello italiano. Gli studi mi dicono però che le città romane (da cui proveniamo) erano proposta di convivenza per tutti, non tanto e non solo sede di una determinato stirpe o «gens» (come erano le polis greche). Fare delle nostre città un luogo, uno spazio e una sede di incontri, di coabitazioni e di convivenze «meticciate» può essere lo sforzo perché il modello mediterraneo esponga il massimo e il meglio di sé. Le seconde generazioni esprimono la loro rabbia e la loro non integrazione quando sono costrette a vivere confinate: in periferie escluse da tutto e non aperte al resto della città. In questo caso le multi-culturalità, le multi-religiosità, e le multi-tradizioni non si incontrano, non diventano inter-culturalità, inter-religiosità o inter-tradizioni. Trasformare un «multi» in «inter» è il lavoro che ci attende. Perché da ciò che può essere vicino, accanto o semplicemente appoggiato l’uno all’altro scaturisca un intreccio e un incontro che crea reciproca ricchezza.
    Quella cultura evangelica che ha plasmato molte coscienze italiano può aiutare in questo lavoro. La forza della cultura italiana è sempre stata il mescolarsi, l’accogliere, il contaminarsi e il fare mescolare tra loro liquidi diversi: per un unico grande e migliore risultato finale. Con umiltà possiamo affermare che l’Italia diventerà matura per questo compito solo e se proverà ad attuarlo con serietà e determinazione.

    Promuovere diritti e cittadinanza

    D. L’educazione è uno dei diritti del cittadino e nello stesso tempo un grande mezzo di promozione della cittadinanza. Quali le modalità in cui essa può tradursi rispetto ai minori immigrati?
    R. Educare è un processo continuo e graduale, che coinvolge ognuno in ogni momento dell’esistenza e nei vari contesti in cui si trova a vivere. L’educare non è e non può essere attività astratta che progetta in modo rigido e predeterminato, così come educare non deve diventare evento isolato che si può chiudere in questo o quel settore della vita.
    Si educa (e ci si educa) sempre, lungo l’intero arco della vita: nel partecipare ai diversi contesti sociali cui prendiamo parte, attraverso incontri, esperienze, coinvolgimenti. Così inteso educare non necessita tanto di «corsi» (occasionali, sull’onda delle mode o delle emergenze…), ma diventa autentico «percorso» che promuove e rivisita il senso delle relazioni, che favorisce partecipazione, apprendimento, protagonismo, «fame e sete di giustizia» e che insegue – nella condivisione con altri compagni di strada – gli strumenti più appropriati perché giustizia e legalità restino intrecciati.
    Educarsi ed educare si qualifica, di conseguenza, come impegno corale, esercizio attivo per costruire alleanze con tutte le forze presenti su di un territorio – nel rispetto della reciproca libertà e diversità – perché sempre più il luogo dell’»abitare» diventi realmente spazio di vita dove si rende possibile vivere e convivere nel reciproco educarsi grazie al dialettico confronto che l’incontro con ogni identità esprime.
    Questo richiede che le diverse realtà sociali ed istituzionali presenti ed attive su di un territorio (famiglia, comunità, scuola, privato sociale, servizi, mondo dello sport, realtà ecclesiali, gruppi informali, mondo del lavoro e delle professioni…) siano disponibili a far convergere energie e risorse per pervenire ad orizzonti progettuali condivisi e per moltiplicare le opportunità di partecipazione presenti in quel contesto. Nel caso contrario, procedendo cioè in modo distinto e separato, non solo sarà evidente lo spreco delle risorse e l’inutile dispersione di energie, ma si dovrà fare anche l’amara esperienza dell’inefficacia degli interventi.
    Molte volte, soprattutto in presenza di immigrati, si percorre la scorciatoia del separare i sentieri. Ci si illude che dividere le persone in base ai Paesi di origine possa facilitarne il crescere. Si cercano allora strutture, istituti o momenti educativi che separino gli uni dagli altri. Si tratta di illusioni, non tutte in buona fede. Ma funzionali a non far incontrare e soprattutto tenere divisi.
    I giovani (figli degli immigrati e figli nostri) intuiscono che in questo schema c’è qualche vizio di forma, c’è un errore.
    Ma non sanno come afferrarlo, come evidenziarlo. Qualcuno, pigramente, si adegua. In realtà gli è così negata la straordinaria occasione non solo del dialogo, ma anche dell’incontro e del confronto.
    Un percorso educativo condiviso e costruito insieme ci pungola però nella direzione del saper andare oltre rispetto ad astratte separazioni: di classe, di età, di etnia, di genere, di appartenenza religiosa...

    Per promuovere cittadinanza attraverso il riconoscimento del diritto-dovere alla socializzazione è necessario creare e mettere a disposizione opportunità fondamentali, moltiplicando i luoghi ed i tempi della formazione e dell’informazione esistenti, in modo da riuscire ad incontrare le domande spesso inespresse nella vita dei ragazzi. Inutile negarlo: il bisogno di affettività, di comunicazione, di espressione e di valorizzazione delle proprie abilità, il bisogno di conoscere il mondo e del trovare «senso»… sono pulsioni vitali che accompagnano ogni ragazzo.
    Quando – a questi ragazzi – vengono a mancare opportunità di incontro, di dialogo e di confronto non si negano solo possibilità di «parola», ma viene meno il diritto a crescere, viene minato alla radice il loro futuro.
    Solo il saper «leggere i bisogni di chi cresce nel nostro Paese provenendo da altri contesti come ben precisi diritti» è punto di partenza per una reale ed efficace educazione ai doveri. Non dimentichiamolo mai: chi è orfano di diritti è straniero nella terra dei doveri.
    Il futuro della legalità e della giustizia si gioca, di conseguenza, sulla nostra capacità di riconoscere ed articolare in modo preciso e puntuale i diritti di tutti e di ciascuno, perché ognuno si senta parte di una società in cui vi sia effettivo spazio per lui, nella sua concreta realtà di bisogni, limiti e desideri.
    Si tratta dunque di riconoscere i ragazzi ed i giovani immigrati come «cittadini a pieno titolo», non pretendendo la loro «obbedienza» ma promuovendone senso critico e partecipazione, perché solo dal sentirsi parte attiva ed innovativa di un gruppo, di un’associazione, di una città e di una comunità di cittadini può spontaneamente scaturire in ognuno di loro il rispetto (critico e costruttivo) delle regole che governano la vita all’interno di quel gruppo, di quella comunità.
    Consegnare a questi giovani il loro protagonismo significa perciò fare delle giovani generazioni dei moltiplicatori di cittadinanza democratica, legalità e giustizia; vuol dire costruire – tra i giovani – dei punti di riferimento tra «pari» per renderli educatori di se stessi in grado – essi stessi – di promuovere e progettare percorsi di rinnovamento per tutti.

    Quando sei nato non puoi più nasconderti

    D. Rispetto al «clandestino», che per definizione «non esiste» per nessuna istituzione, e che maggiormente avrebbe bisogno di vedere riconosciuti i suoi diritti, che fare? Esiste uno spirito rispetto alla lettera della legge che permette comunque possibili interventi, o tutto è lasciato alla «clandestinità» della carità o al rigore della legge?
    R. Ho visto ultimamente un bel film: «Quando sei nato non puoi più nasconderti». La storia di un ragazzo italiano salvato da un barcone di immigrati disperati che tentano la traversata del mediterraneo per sopravvivere, per sfuggire alla morte per fame. Nel titolo la forza di una provocazione evidente, ma nascosta: «Quando sei nato non puoi più nasconderti». Clandestino è termine legislativo, non reale! Se sei nato non sei clandestino per la vita. Forse per una legge. Per una norma. Ma non per la realtà.
    Ed è a questo proposito che va ribadito, a mio parere, che il solo terreno di incontro tra legge e carità è la giustizia. Senza tensione alla giustizia la legge è lettera morta; è principio astratto. Senza il fondamento della giustizia la carità è semplice assistenza; è sforzo per zittire una coscienza che consegna per pietà o per dono ciò che è dovuto per giustizia.
    Nella giustizia il diritto non diventa favore e nemmeno merce. E a partire dal diritto si è «giusti» e pronti alla bontà, ma anche nel solco della legalità. Se si arresta questo circolo virtuoso legge e carità tornano a sostenere la clandestinità. Che in realtà non esiste.
    La speranza e la voglia di futuro però esistono. Per ciascuno. Per tutti.

    IMMIGRAZIONE, CHIESA, PASTORALE GIOVANILE
    Intervista a mons. Piergiorgio Saviola, Direttore Generale della F. Migrantes

    Una chiesa «organizzata» per un servizio pastorale

    Domanda. Può a grandi linee indicare i vari soggetti coinvolti in ambito ecclesiale nei servizio ai migranti?
    Risposta. La Chiesa in Italia da quasi due decenni ha ristrutturato il suo servizio pastorale nel grande mondo delle migrazioni, affidandolo a un suo organismo, parallelo a quello della Caritas Italiana, denominato «Fondazione Migrantes», che si articola nei cinque uffici che rispondono alle principali forme di mobilità umana: emigrati italiani all’estero, immigrati in Italia, zingari in particolare rom e sinti, circensi e lunaparkisti, addetti alla navigazione marittima e aerea: il tutto fa capo a un Direttore Generale che coordina i cinque Direttori Nazionali incaricati ciascuno per uno dei cinque settori sopra indicati. Va aggiunto che la Migrantes è in stretto rapporto sia col Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e Itineranti sia con la Commissione Episcopale per le Migrazioni, una delle dodici commissioni costituite da vescovi cui sono affidati i principali settori della vita della Chiesa in Italia.

    D. Quali le grandi linee dell’intervento della Chiesa in questo settore (attraverso Migrantes)?
    R. La Migrantes – dice il primo articolo del suo Statuto – è l’organismo istituito «per assicurare l’assistenza religiosa ai migranti, italiani e stranieri, per promuovere nelle comunità cristiane atteggiamenti ed opere di fraterna accoglienza nei loro riguardi, per stimolare nella stessa società civile la comprensione e la valorizzazione della loro identità in un clima di pacifica convivenza rispettosa dei diritti della persona umana». C’è poi l’articolo quattro che specifica più in dettaglio, ad esempio, la «valorizzazione della loro identità» in tre puntuali obiettivi: «promuovere la crescita integrale dei migranti, perché, nel rispetto e sviluppo dei loro valori culturali e religiosi specifici, possano essere protagonisti nella società civile della quale fanno parte; curare una adeguata informazione dell’opinione pubblica; stimolare l’elaborazione di leggi di tutela dei migranti per una convivenza più giusta e più specifica».

    D. Immagino che la Migrantes non è da sola ad agire in un campo così vasto.
    R. Grazie a Dio non è da sola, non considera i migranti una «riserva di caccia» tutta sua, anzi si impegna con ogni sforzo perché attorno alle migrazioni ci sia la maggiore convergenza possibile di forze ecclesiali e di ispirazione cristiana.
    Molto la Migrantes si è data da fare perché la Conferenza Episcopale Italiana emanasse, nel novembre 2004, quella «Lettera alle comunità cristiane su migrazioni e pastorale d’insieme» che preme per suscitare o intensificare l’intesa e la collaborazione fra le forze ecclesiali e di ispirazione cristiana interessate sul territorio a qualche aspetto del problema migratorio. Tale pastorale unitaria e integrata si fa tanto più necessaria e urgente quanto più la presenza straniera si fa numerosa e complessa.

    Tra apertura e paura

    D. Certo il ricordo della nostra secolare esperienza di popolo emigrante dovrebbe predisporre all’accoglienza; d’altra parte si fa avanti anche la paura causata da un groviglio di fattori.
    R. Già, la nostra esperienza: non si cessa di ricordare agli italiani questa esperienza che non è storia d’un tempo; si continua ad emigrare in particolare dal Sud e sono circa quattro milioni i nostri connazionali, cittadini italiani a pieno titolo come noi, con passaporto italiano, che vivono nei cinque continenti, specialmente in America e in Europa. è di sapore biblico il monito che la Migrantes ripete di continuo: «Ricordati, italiano, che anche tu sei stato straniero». Perciò accoglienza e solidarietà verso i nuovi arrivati, quella stessa accoglienza e solidarietà che 27 milioni di italiani in ogni parte del mondo hanno richiesto e non sempre ricevuto dai Paesi ospitanti. è una memoria storica che va accompagnata, anzi preceduta dalla «memoria evangelica», ossia dalla consapevolezza che vi è implicato il cuore stesso del Vangelo, la legge fondamentale dell’amore.

    D. Però si registra ovunque, anche nei nostri ambienti, una crescente paura dello straniero. è giustificabile o almeno è comprensibile questo fenomeno?
    R. Non vorrei dare risposte salomoniche. Cominciamo a sgomberare un po’ il terreno: la paura che «ci tolgano il lavoro» risulta sempre più demotivata; ormai è alla luce del sole che gli stranieri sono elemento ormai strutturale e portante della nostra economia. Che sarebbe del settore alberghiero e della pesca, dell’edilizia e della collaborazione familiare, senza la presenza immigrata? E poi il calo demografico e il rapidissimo invecchiamento della popolazione ci interrogano seriamente su quale sarà la sorte della forza lavoro tra noi, a prescindere da nuovi flussi immigratori. Dunque la paura per il lavoro dovrebbe scomparire od essere ridimensionata.

    D. Però è seria la paura per fatti di devianza che turbano l’ordine pubblico.
    R. è più comprensibile questa paura per comportamenti asociali fino al crimine, a parte l’estrema rilevanza che i mass media danno a singoli episodi, che non sono rarità, però costituiscono solo una piccolissima frangia a confronto dei tre milioni di stranieri presenti regolarmente tra noi. è giusto invocare rigore da parte delle forze dell’ordine, controllo alle frontiere, espulsione di elementi pericolosi e sospetti. Ma allo stesso tempo è doveroso rivedere una normativa che crea tanta confusione, che intralcia il processo integrativo, favorisce più il sospetto e la paura che l’accettazione del diverso ed è in buona parte responsabile di quelle sacche di clandestinità che sono terreno fertile allo sviluppo della delinquenza.
    è un grosso problema per l’ordine pubblico anche il pericolo di attentati, l’estendersi del fondamentalismo, pericolo che si traduce in paura generalizzata. Diamo atto anzitutto alle forze dell’ordine la cui vigilanza ha forse scongiurato il ripetersi anche in Italia di attentati clamorosi; questo è un elemento molto rassicurante. Altrettanto rassicurante è la constatazione che il fondamentalismo è certamente radicato in alcuni soggetti, non però nella grande massa degli immigrati, anche di quelli provenienti dal bacino del Mediterraneo. Comunque, anche senza vero e proprio movimento immigratorio, questi elementi fanatici e spregiudicati avrebbero ugualmente capacità di infiltrarsi tra noi. In ogni modo regola saggia è non adottare da parte nostra politiche e comportamenti provocatori e discriminatori, perché la reazione anche da parte di gente pacifica potrebbe diventare forte fino alla violenza. Non vuol essere offensivo per nessuno il proverbio: se al cane, anche mansueto, pesti la coda, ti azzanna e ti morde.

    Buona prassi di accoglienza

    D. In fatto di paura, possiamo dunque dire alla nostra gente una parola tranquillizzante? Possiamo fare opera educativa?
    R. Opera educativa è, in primo luogo, far leva sull’indole pacifica e aperta della grande massa della gente italiana.
    Opera educativa è anche il tentativo di ridimensionare i motivi della paura, spesso più fantastici che reali, tante volte indebitamente generalizzati e ingigantiti. Non è superfluo far anche presente che da qualche anno i grossi flussi di ingresso non sono dall’area mediterranea, che è a prevalenza islamica; sono dall’Est europeo a maggioranza cristiana. Si aggiunga poi una considerazione molto realistica: con questa gente, che ci sembra incutere paura, voglia o non voglia dobbiamo convivere, noi italiani, noi europei: il movimento immigratorio è irreversibile: perché allora non prendere il toro per le corna? Intendo dire perché non dare, non fare anche da parte nostra un vigoroso e intelligente sforzo perché sulle tensioni e i sospetti, sul tentativo di emarginazione e di incriminazione prevalgano volontà di dialogo, gesti di accoglienza e di benevolenza, coinvolgimento di italiani e non italiani in un impegno comune per una società più vivibile e accogliente per tutti? Non si naviga tra le nubi, nel regno dell’utopia; siamo circondati da felici iniziative ed esperienze che fanno concludere: se quei tali lo fanno, perché anche noi non lo possiamo fare? Certamente si dovrà far fronte comune, di critica energica e persuasiva, verso quelle posizioni ideologiche e politiche che puntano il dito contro lo straniero quasi fossero causa di tanti nostri malanni congeniti ed hanno per parola d’ordine: «fuori lo straniero!».

    D. Si è accennato a buone prassi, che sono certo incoraggianti. Riguardano però più la prima accoglienza che la seconda, quella che mira a integrazione, dialogo fra culture, cittadinanza.
    R. Esistono in quantità le buone prassi. Si può far riferimento agli oltre tremila centri di ascolto e di accoglienza che la Caritas gestisce su tutto il territorio; la Caritas poi è un nome prestigioso, ma non l’unico. Si può far visita d’estate a Borgo Segezia, nei pressi di Foggia, dove il parroco riesce a dare ospitalità nel corso di una stagione fino a mille «extracomunitari» che invadono quelle campagne per la raccolta del pomodoro. Interventi di prima accoglienza, si dirà. Già, sono ancora necessari anche questi, perché – avverte Gesù – «i poveri li avrete sempre con voi». Però si va pure oltre l’emergenza, un po’ ovunque: chi entra in Via Dandolo a Roma nella Comunità di S. Egidio, troverà a pianterreno due spaziose sale per la cena di centinaia di diseredati, iniziativa di prima accoglienza; ma al primo piano trovi le aule della scuola Massignon dove si insegna lingua e quanto altro giova per inserirsi nel nostro Paese e si fa dell’intercultura non tanto la lezione ma il dialogo quotidiano. E ancora, se vai a Bassano del Grappa, tutti ti parleranno della «Casa a colori», un’associazione che dà decorosa ospitalità a chi ha ormai «tutto»: permesso di soggiorno, lavoro, famiglia riunificata, manca soltanto un tetto dove poter dire: siamo a casa nostra. Ma a proposito di incontro e di dialogo, non hai ancora partecipato a una «Festa dei Popoli»; ormai è una realtà annuale presente in decine di città, talora organizzata per cattolici» mai però in forma esclusiva, tra l’altro per tutti i gruppi etnici, a prescindere dall’appartenenza religiosa.
    Questa sì è intercultura, di quelle genuine, popolari, perché «festa» è proprio mescolarsi assieme, danzare, suonare, recitare dallo stesso palco, gustare cibi d’ogni genere passando per i vari stand.
    Altro quesito: e come la mettiamo con la cittadinanza? Non manca occasione che gruppi e associazioni anche di matrice cristiana facciano pressioni e appelli perché venga cambiata l’attuale legge sulla cittadinanza, vero rudere archeologico, anche se del 1992, e nel frattempo si sveltisca l’iter burocratico per il rilascio della carta di soggiorno a quanti, a norma di legge, ne hanno diritto. E infine uno sguardo sull’Europa, sulla campagna europea in cui si è impegnata anche la Migrantes e altri gruppi cristiani intesa alla raccolta di un milione di firme perché venga inserito nel Trattato di Costituzione dell’UE «la cittadinanza europea di residenza» agli extracomunitari che sono nell’ambito dell’Unione.
    Tale riconoscimento, oltre al suo valore sul piano dei principi, avrebbe sue conseguenze pratiche, quali il diritto di circolazione tra i singoli Stati membri.

    Quale compito per la Chiesa?

    D. La Chiesa è chiamata a farsi presente tra i migranti con un servizio caritativo e di promozione umana, ma in primo luogo di evangelizzazione. Quanto a tal riguardo è cosciente e sensibile in Italia il corpo ecclesiale e i singoli fedeli? Tengono presente che si tratta di una grande sfida?
    R. Sembra sia generale la consapevolezza che primo compito per la Chiesa è l’evangelizzazione, ossia «annunciare il Vangelo ai non cristiani e continuare ad alimentare dei valori evangelici ai cristiani; anzi è ben presente che lo stesso servizio socio-assistenziale, fatto in nome del Vangelo, ha in se stesso una forte carica di evangelizzazione. Quanto questa consapevolezza si traduca in preoccupazione e azione pastorale è altra cosa; ci sono splendidi esempi e sono molti, ma c’è ancora anche tanta disattenzione e lentezza dettata non tanto da idee fuorvianti, quanto piuttosto per il peso di una prassi pastorale adottata quando le migrazioni non erano di così pressante attualità. Non è mortificante ripetere che occorre una «conversione pastorale» che va nella direzione indicata da Giovanni Paolo II quando le ha proposte per tutta la Chiesa come una «priorità pastorale». Rientra in questa «conversione» anche una seria verifica se le idee, i discorsi, gli umori, le reazioni della gente comune nei confronti dei migranti non vengano più o meno condivise all’interno delle nostre comunità cristiane e dei loro responsabili, con la conseguenza di un certo distacco affettivo ed effettivo verso questa parte del gregge.

    D. Quali allora in positivo le linee pastorali da adottare verso le varie categorie di migranti?
    R. In breve: se sono cattolici, riconoscere che verso di loro è necessaria una pastorale specifica, fatta su misura della loro lingua, cultura, tradizione, favorendo per i vari gruppi etnici la costituzione di comunità di fede e di culto dove possano esprimere la loro fede e vita cristiana in continuità con quanto avveniva nel loro Paese di origine.
    Naturalmente questa formula non deve compromettere il contatto e la progressiva integrazione nelle parrocchie locali. Direi che siamo sulla buona strada: sono già circa settecento questi centri pastorali etnici, in progressivo aumento su tutto il territorio.
    Per i cristiani non cattolici è la prendere in forte considerazione l’opportunità che essi presentano, in particolare gli ortodossi, per dare concretezza al dialogo ecumenico, quello della fraternità in primo luogo. Per i non cristiani vale tutto il discorso precedente di cordiale accoglienza, senza alcuna discriminazione sul piano caritativo e promozionale fra cristiani e non cristiani.

    Una sfida anche per la pastorale giovanile

    D. Quali le sfide del fenomeno migratorio alla pastorale giovanile?
    R. Grande è la sfida per la pastorale giovanile, se è vero che i giovani sono i più favoriti e forse i più disponibili a cogliere e far cogliere nell’ambiente le migrazioni come dato sostanzialmente positivo, pronti in pari tempo a fare la propria parte per superare le inevitabili scabrosità che il movimento migratorio sempre comporta. Tra giovani italiani e stranieri sono più frequenti le occasioni di contatto: scuola, lavoro, sport, divertimento, gruppi anche interetnici di cultura e di impegno sociale.
    Sono questi occasioni quotidiane: ne può scaturire conoscenza e stima reciproca, superamento facile di remore psicologiche e pregiudizi, gusto di stare insieme fino all’autentica amicizia; e il tutto può diventare una convincente lezione di serena convivenza per gli adulti, per tutto l’ambiente, anche ecclesiale.
    Per i non cattolici questo rapporto umano autentico può far scattare anche la scintilla della fede, prima come curiosità e interesse, quindi come ricerca, scoperta e condivisione di quanto a noi credenti in Cristo sta più a cuore. Per i cattolici la parrocchia offre ulteriori occasioni di partecipazione attiva sia nelle assemblee liturgiche che nelle tante attività e aggregazioni del mondo giovanile. Non tutto però scatta automaticamente, occorre una forza trainante e questa può essere la pastorale giovanile.

    D. Dopotutto però i giovani sono ancora minoranza.
    R. Una minoranza però in continua crescita al ritmo di circa 100.000 all’anno; più che ai giovani di prima generazione provenienti dall’estero, l’attenzione si deve concentrare sulla seconda generazione, facendo leva sulla conoscenza più o meno perfetta che già possiedono della lingua italiana. Sono sul mezzo milione i minorenni, pari al 20% della popolazione immigrata; questa poi nel suo insieme si connota come una massa giovanile; le centinaia di migliaia di lavoratori subordinati che nel 2003 hanno ottenuto la regolarizzazione avevano in media l’età di 28 anni. Del resto basta dare uno sguardo alla celebrazione liturgica in una comunità etnica per rendersi conto che non vi prevalgono l’età anziana e l’elemento femminile, come abitualmente tra noi italiani, ma la massa giovanile spesso equamente distribuita in maschi e femmine. Conclusione: è urgente portare avanti il processo integrativo, fino a che gli «stranieri», pur mantenendo le loro specificità, non si sentano più stranieri, ma cittadini tra i cittadini, a pieno loro agio tra noi. Londra e Parigi ci... hanno dato una severa lezione: ignorare ed emarginare, tanto più comprimere questa massa di giovani può portare alla rivolta. La sfida per i giovani italiani, e per la pastorale giovanile è grande, è decisiva per il futuro della nostra società ed anche della nostra Chiesa.

    D. In questo contesto quale il ruolo della scuola?
    R. Pare quasi superfluo dire che la scuola gioca un ruolo fondamentale, primissima palestra di integrazione sotto tutti gli aspetti, anche perché è luogo d’incontro ideale non solo per gli alunni ma per le loro famiglie. Un interesse comune lega tra loro famiglie italiane e straniere; i propri figli che studiano, giocano, litigano e poi giocano di nuovo tra loro è una lezione molto concreta di convivenza da portare anche a casa. Naturalmente per procedere su questa linea senza grossi intoppi e contrasti un ruolo importante potrebbe giocare il mediatore culturale e linguistico nelle scuole con forte presenza di stranieri, il continuo aggiornamento didattico degli insegnanti e degli stessi programmi di studio che devono prendere un respiro più universale. Forse tutto questo non è sufficiente per evitare ritardi scolastici: quale spazio aperto per la pastorale giovanile avviare o sostenere un doposcuola dove con amore e competenza si provvede al ricupero scolastico di questi alunni scolasticamente meno fortunati. Oltre alla scuola penso, in ambito ecclesiale, alla funzione educativa degli oratori aperti, con le dovute cautele, a tutti i giovani immigrati, a prescindere dall’appartenenza religiosa; penso a gruppi come quello degli scout così aperto e invitante o ad attività socio-caritative e culturali nelle quali i giovani stranieri potrebbero tanto imparare e altrettanto contribuire con originali apporti. Penso soprattutto alla necessità che la pastorale giovanile si faccia carico della formazione e aggiornamento dei nostri giovani ad un compito così nuovo e complesso, per il quale non bastano le buone intenzioni né la buona volontà.

    NOTE

    [1] Melting Pot = «crogiolo». È un modello di società concepita come un grande recipiente in cui diversi elementi etnici si fondono in un tutto omogeneo (effetto «marmellata»).

    [2] Salad Bowl = «insalatiera». È un modello di società dove ogni componente mantiene la sua separata identità (effetto «macedonia»).

    [3] Appadurai A., Modernità, in polvere, Meltemi, Roma, 2000.

    [4] Armitage J.(a cura di), Virilio Live: Selected Interviews, London, 2001, pp. 84,71.

    [5] Bauman Z., La società sotto assedio, Bari, 2003.


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