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    Giovani e istituzioni: evasione, eversione, integrazione?



    Mario Pollo

    (NPG 1972-02-27)

    Per comprendere il senso di questo articolo è necessario rifarsi ad un dato di fatto. Ogni gruppo che agisce, che fa qualche cosa di serio, presto o tardi, urta contro «qualche» istituzione. A tutti i livelli: sociale o ecclesiale (parrocchia, diocesi, congregazione, sindacato, quartiere, partito...).
    È un fatto inarrestabile. Se è vero che le istituzioni hanno al loro interno un principio di conservazione. Ogni gruppo tende a trovarsi una «sua» soluzione. Il titolo dell'articolo ne fa già una panoramica.
    · Qualche gruppo accetta di vivere totalmente dentro l'istituzione, rinunciando ad ogni ruolo di rinnovamento: si integra.
    · Altri gruppi vivono dentro l'istituzione, lavorando per modificarla, per renderla come di fatto dovrebbe essere: funzionale alle persone. Si pensi alla esperienza del gruppo giovanile di Bolzaneto, presentata nel numero precedente.
    · Altri, invece, vivono ai margini: non sono fuori, ma neppure dentro. Si sentono al servizio dell'istituzione. Anche se non ne condividono i portati tradizionali. L'esperienza di Bose ci pare fondamentalmente su questa linea.
    · Altri tentano di ignorare il problema. Se ne disinteressano. Rimuovono il conflitto, per il timore delle conseguenze. L'analisi condotta da Milanesi sul testo di Rusconi-Saraceno (1971/12) ha sottolineato aspetti interessanti, a questo riguardo.
    · Altri gruppi scelgono la strada dell'eversione. Sono in aperto stato di conflittualità. E non ne fanno mistero.
    Per tutti, le istituzioni rimangono principio di realtà. Con cui (o contro cui) non si può non fare i conti.
    Qual è la posizione ottimale? Quella che fa maggior servizio alle persone (ai membri del gruppo, alla società globale...)? La risposta non può essere data per istinto, a lume di buon senso. È troppo pericoloso affidarsi al buon senso, in questo contesto. È necessario studiare. Confrontarsi con chi ha analizzato scientificamente le dimensioni della realtà.
    Questo articolo tenta di avanzare delle proposte scientifiche sul tema. Va quindi meditato con attenzione.
    Vogliamo aggiungere tre annotazioni.

    (a) I termini con cui il tema è ripreso sono chiaramente di ordine psicanalitico e sociologico. Siamo di fronte ad una visione «parziale» della realtà.
    La chiesa, per esempio, è una istituzione. E quindi risponde a leggi di natura sociologica. Ma nello stesso tempo le trascende, per affondare le sue radici nel mistero. Analizzare la realtà «chiesa» solo con chiavi di lettura sociologiche significa precludersi la capacità di comprenderla, nella sua pienezza.
    D'altra parte non è possibile rifugiarsi nella «teologia» per leggere la chiesa nella sua complessità. L'incarnazione ci ha insegnato l'importanza di utilizzare tutte le scienze umane, come avvio alla comprensione piena del «mistero» della salvezza in azione nella storia.
    Le annotazioni dell'articolo sono «parziali» perché solo sociologiche. Ma fondamentali. Previe a qualsiasi altra chiave di lettura. Ignorarle, rifiutarle con facili etichettature, significa, in ultima analisi, rifiutare l'oggettività della componente umana di tutte le realtà di salvezza.
    Quanto si è affermato a proposito della «chiesa», va riferito, in questo contesto a tutte le altre istituzioni sociologiche che regolano, a vari livelli, i rapporti interpersonali .

    (b) Parlare di condizionamenti, di rapporto persona-società, è tirare immediatamente in campo lo spinoso problema della libertà.
    Il sociologo non lo affronta con categorie metafisiche: non è suo compito. L'operatore pastorale non può rifugiarsi nella metafisica, ignorando il dato della sociologia.
    È necessaria una sintesi, a livello operativo.
    Qualche riflessione sfuggevole è stata fatta nell'apparato di note. Siamo consapevoli che il tema meriterebbe tutt'altro sviluppo. Non lo facciamo, perché non è qui il contesto specifico (si parla soprattutto del rapporto istituzioni e persona) e perché ci pare sufficiente richiamarci a due articoli già comparsi sulla rivista: Milanesi, L'influenza dell'ambiente nella crescita della personalità, 1970/89; Viganò, Verso una educazione liberatrice, 1971/10.

    (c) L'articolo non è di immediata comprensione. È tecnico. E quindi esige una attenzione meditata per entrare in un quadro di analisi che non è comune a molti operatori pastorali. È sintetico e quindi presuppone molti concetti.
    Per aiutare la sua lettura, in sede redazionale e in collaborazione diretta con l'autore, abbiamo steso un apparato di note, destinate a fornire qualche maggiore chiarificazione attraverso la traduzione del discorso tecnico in termini più quotidiani ed una esemplificazione spicciola, destinata a collegare le affermazioni teoriche dell'articolo alla realtà di tutti i giorni. Con questo ci auguriamo di aver fatto un servizio di stimolo alla lettura attenta ' dello studio.
    (Le note sono di R. Tonelli e B. Bartolini).

    1. LE ISTITUZIONI

    Lo scopo della seguente analisi delle istituzioni (vista con particolare riferimento al conflitto di generazione) non è quello di inquadrare su un piano sociologico, metodologicamente corretto, il problema, ma solo di aprire e stimolare una riflessione su quegli aspetti solitamente trascurati. Non bisogna infatti dimenticare che in ogni fenomeno sociale noi abbiamo degli individui soggetto-oggetto del fenomeno. Essi intervengono sui fenomeni, con tutta la loro persona, mobilitando processi psichici del profondo. Sulla loro complessa interrelazione si fonda il sociale.[1]
    Le istituzioni possono essere considerate, almeno dal punto di vista funzionale, sotto due aspetti.[2]
    · Il primo riguarda la loro funzione regolatrice dei rapporti sociali e quindi l'aspetto di ordinatori più o meno adeguati della vita sociale organizzata.
    · Il secondo riguarda la loro funzione al livello delle istanze psichiche delle persone e quindi di regolatori delle ansie primarie che permettono la formazione dell'Io e contemporaneamente la nascita del sociale.
    In questa concezione di fondo il sociale e l'individuale vengono considerati simultanei a livello spazio-temporale e quindi la loro mutua interrelazione, il loro reciproco condizionamento vengono posti su un piano di equilibrio che evita di sottolineare il primato del sociale sull'individuale e viceversa.

    STRUTTURA DELLA PERSONALITÀ SECONDO LA PSICANALISI

    Secondo Freud [3] l'Io che è la parte organizzata della nostra personalità psichica si forma e si differenzia all'interno dell'Es che è la parte più remota della personalità. L'Es ha radice nella proprietà e nei processi somatici dell'organismo, ed è appunto il complesso non strutturato ed inconscio attraverso cui le esigenze organiche ricercano la loro soddisfazione premendo sulla parte organizzata della personalità psichica cosciente, sull'Io. Il processo di formazione dell'Io è analogo a quello attraverso il quale il bambino differenzia la rappresentazione del suo corpo dall'ambiente esterno.
    Un ruolo fondamentale nella formazione dell'Io è rappresentato dall'angoscia nelle sue due accezioni: depressiva quella che implica sofferenza per la perdita dell'oggetto buono e persecutiva quella dovuta alla presenza di un oggetto cattivo.
    L'Io assolve, sul suo piano storico di realtà, la funzione di salvaguardia, di meccanismo di difesa dell'angoscia, permettendo il raggiungimento dell'oggetto buono senza esporsi alla presenza dell'oggetto cattivo. L'Io è perciò, sul piano storico, il principio di realtà che consente di organizzare l'energia indifferenziata e disorganizzata in un sistema socialmente approvato ed utile al fine di ottenere, su un determinato contesto spazio-temporale, la miglior integrazione delle proprie potenzialità. Alle due istanze dell'Es e dell'Io occorre aggiungere quella del Super-io o Io-ideale che viene formandosi tramite il processo di identificazione del bambino con la figura paterna.[4]
    Se da un lato il Super-io rappresenta la via tramite cui i valori e le norme sociali agiscono sull'Io, dall'altro è il portatore di una tradizione. Infatti quello che il bambino introietta non è tanto l'Io dei genitori ma il Super-io che a loro volta essi hanno introiettato dai propri genitori. Le tendenze conservatrici che si attivano nella vita sociale hanno questa origine. E non è improprio considerare in molti casi e situazioni il Super-io come una istanza di conservazione.
    Questa breve descrizione delle istanze della personalità umana secondo la psicanalisi, ha il solo scopo di chiarire le basi su cui il discorso successivo si fonda.[5]

    RAPPORTO FRA ISTITUZIONI E PERSONA

    All'inizio si è parlato di simultaneità tra formazione dell'Io e del sociale in quanto il bambino forma il proprio Io e diventa perciò in grado di entrare in relazione dinamica con gli altri, sviluppando le proprie caratteristiche individuali, tramite l'esperienza della angoscia che lo porta a selezionare e ad orientare la risposta ai propri bisogni secondo i modelli che gli vengono proposti dalla madre o da chi svolge questa funzione. La fuga dall'angoscia e la ricerca della tenerezza proveniente dalla approvazione sono gli strumenti essenziali, con il linguaggio, attraverso i quali il dato energetico-somatico si organizza differenziandosi nella costituzione della persona.[6] Da questo deriva che la formazione della persona umana ha come base il rapporto interpersonale. L'Io, la parte strutturata della personalità, si forma tramite l'esperienza di rapporto con altri e la sua struttura dipende in larga misura da questo rapporto.
    Evitare l'angoscia significa apprendere i modi di soddisfacimento dei propri bisogni e di trasformazione dell'energia, che sono stati istituzionalizzati all'interno del gruppo sociale nel quale il bambino si trova.[7] Nel momento attuale la istituzione è antecedente alla formazione dell'Io. Noi però possiamo ipotizzare che nel momento in cui l'uomo si è generato come tale (in cui l'energia istintuale si è differenziata) vi sia stata simultaneità.
    Nell'uomo si è formato l'Io nello stesso momento in cui è riuscito, forse attraverso tentativi per prova ed errore, a stabilire rapporti con gli altri che escludessero l'esperienza di angoscia, nel momento in cui cioè è nata l'istituzione.

    RAPPORTO TRA ISTITUZIONI E SOCIETÀ

    Le istituzioni sono per il sociale ciò che l'Io è per l'individuale, cioè sono gli aspetti organizzati e strutturati del sociale che adempiono alla funzione di meccanismi di difesa dalle angosce primarie. Le istituzioni da questo punto di vista rappresentano l'insieme delle modalità storiche attuate per garantire l'assenza dell'esperienza di angoscia nei rapporti interpersonali e permettere quindi lo svilupparsi ed il liberarsi della trasformazione dell'energia umana verso obiettivi di lavoro e di creazione. L'assenza di angoscia è la condizione basilare per permettere la collaborazione umana e lo svilupparsi di un comportamento organizzato.

    TUTTE LE ISTITUZIONI: UN SERVIZIO?

    Non per questo però tutte le istituzioni possono dirsi sane e quindi valide. Noi possiamo avere istituzioni malate o per lo meno non adeguate al momento storico in cui si trovano, perché è implicita nelle istituzioni la istanza di conservazione.[8] È implicita in quanto, per la loro funzione di meccanismi di difesa dall'angoscia, tendono a generare la paura del dopo, quando l'istituzione non esisterà più o sarà mutata. La paura che le angosce liberate possano portare le persone a comportamenti distruttivi o depressivi, al dissolvimento dei valori sociali, al caos, alla condizione prestrutturata di energia libera e non organizzata.
    Conservare l'istituzione senza mutarla significa attuare un tentativo inconscio di evitare l'esperienza di angoscia e la regressione dell'Io. Non per nulla le svolte a livello politico ed istituzionale vengono dalla parte conservatrice definite come «salto nel buio». Ma conservare le «istituzioni» al di là del momento storico e quindi della loro funzionalità spazio-temporale alla situazione sociale, significa togliere ad esse ogni capacità creativa ed operativa, riducendole ad un grembo materno all'interno del quale trovare sicurezza e protezione. In questo caso chiaramente l'istituzione è patologica.
    È interessante notare ancora come l'istituzione si possa collocare in parallelo alla situazione dell'Io che tende, ad un certo punto del suo sviluppo, a cristallizzare una visione della realtà, legata, come dice acutamente il Musatti, «alla visione del mondo dei 20 anni», chiudendosi sotto la pressione del Super-io ad ogni istanza di innovazione.

    2. IL PROGRESSO TECNOLOGICO

    Per poter utilizzare. propriamente quanto già esposto per l'analisi del conflitto di generazione, occorre a questo punto esaminare il progresso tecnologico e scientifico, nell'aspetto che riguarda la creazione dei nuovi strumenti che permettono una maggiore e più generalizzata analisi della realtà.[9]

    SIGNIFICATO DELLA TECNOLOGIA

    Il progresso tecnologico e scientifico mette continuamente a disposizione dell'uomo nuovi strumenti sia concettuali che pratici per comprendere e mediare la realtà. In altri termini si colloca come una azione che introduce una nuova misura di ordine nella realtà permettendo lo stabilirsi di un rapporto di comunicazione «meno disturbato» tra l'uomo, il mondo circostante e se stesso. La tecnologia, da questo punto di vista, si può considerare un prolungamento potenziato della sfera sensoriale e motoria dell'uomo, che gli permette di utilizzare più razionalmente ed in maggior quantità l'energia potenziale a sua disposizione.

    TECNOLOGIA E ISTITUZIONI

    Senza voler entrare nel merito dell'utilizzazione di questi strumenti, occorre rilevare che l'uso di questi mezzi non è libero né ottimale in quanto è strettamente condizionato dalla struttura sociale, dai valori sociali in atto, dalle istituzioni e cioè dalla rete di rapporti interpersonali che esistono ad un certo momento storico, in una certa società. Ogni nuova scoperta scientifica, ogni innovazione tecnologica comporta un trauma a livello sociale ed individuale nella misura in cui allarga o mette in crisi i valori tradizionali, le certezze su cui si basa la propria presenza ed anche nella misura in cui modifica il rapporto di equilibrio tra i vari sensi, accentuando alcune capacità e inibendone altre. A questo proposito basti pensare all'invenzione della stampa in occidente che ha portato praticamente allo scomparire della cultura orale con i conseguenti effetti a livello di rapporti sociali e di strutture logiche di pensiero.

    USO «TRADIZIONALE» DELLA TECNOLOGIA

    Oltre a questi effetti a vasto raggio è poi l'atteggiamento delle persone di fronte ai nuovi mezzi, specie di comunicazione. Questo atteggiamento è caratterizzato da due aspetti. Il primo riguarda lo stato di timore, di soggezione con il quale si tende ad usufruire del mezzo che impedisce una utilizzazione completa delle possibilità da esso offerte. Il secondo riguarda il tentativo di utilizzare questi nuovi mezzi secondo schemi tipici di altri mezzi e di strutture logiche tradizionali. Basti pensare a quanto tempo è passato prima che i responsabili delle trasmissioni televisive si rendessero conto che il nuovo mezzo non era un «cinema familiare» ed abbandonassero quindi in parte le trasmissioni registrate, scoprendo le trasmissioni dirette o miste, orientando decisamente il nuovo mezzo verso l'attualità. Si pensi anche ai computers che per molto tempo nelle aziende sono stati utilizzati nello stesso modo in cui si utilizza una macchina calcolatrice, perdendo una vasta gamma di possibilità che il mezzo offriva.

    I GIOVANI E LA TECNOLOGIA

    L'atteggiamento dei giovani è però completamente diverso in quanto essi sono nati contemporaneamente o dopo questi mezzi, che sono perciò parte della loro esperienza infantile e hanno contribuito o contribuiscono al formarsi di nuove strutture logiche di pensiero.
    Un mezzo di comunicazione non influisce sul recettore solo per ciò che trasmette (direi che questo contenuto è quasi irrilevante) ma proprio per le caratteristiche strutturali del mezzo.
    La televisione, ad esempio, tende a spostare la struttura da una logica alfabetica consequenziale ad una logica di insieme, globale. Non è casuale che oggi si tenda, specie da parte giovanile, a riscoprire il fenomeno globale, a ricollegare le singole azioni specializzate ad un insieme più vasto. Le ricerche pluri- o interdisciplinari si collocano in questo contesto.[10]
    I giovani dunque sanno utilizzare molto meglio degli «anziani» i mezzi di comunicazione sia per la familiarità che hanno con essi, sia perché il loro modo di pensare è omogeneo alle caratteristiche strutturali dei nuovi mezzi.

    3. PERCEZIONE DELLA REALTÀ
    E AZIONI SULLA REALTÀ

    Risulta evidente da tutto questo che la sensibilità dei giovani di fronte alla realtà è molto più acuita e più propria della generazione adulta, anche perché, e mi rifaccio al discorso introdotto nella prima parte, l'istanza di conservazione non ha ancora cristallizzato la percezione della realtà. La società poi non riconoscendo ad essi un ruolo attivo e a pieno diritto non ha loro consentito di trarre sicurezza e spegnere l'angoscia nelle istituzioni. La situazione giovanile è ancora fluida, vi è la ricerca di un adattamento che liberi dall'angoscia diverso da quello della precedente generazione, perché la nuova sensibilità richiede una ristrutturazione dei modi di vita e dei rapporti tra gli uomini. Non è casuale che alla contestazione giovanile corrisponda lo sviluppo delle scienze sociali che permettono di capire con più approssimazione la realtà e dei mezzi di comunicazione di massa che hanno esteso i confini del mondo individuale rendendo possibile la partecipazione quasi simultanea ad avvenimenti spazialmente distanti.[11]
    La percezione della realtà da parte dei giovani è diversa da quella degli adulti (almeno della maggior parte) perché in essi agiscono in minor misura i fenomeni percettivi che distaccano, in base alla esperienza precedente ed alla propria visione del mondo, l'esperienza simbolica della realtà. Non c'è il timore di mettere in crisi la sicurezza istituzionale raggiunta, di regredire all'esperienza di angoscia, perché non si è ancora vinta completamente la angoscia e non si è ancora raggiunta la sicurezza.
    Però se da un lato la sensibilità del giovane gli fa percepire la realtà in modo diverso e quindi lo porta ad intraprendere delle azioni che modifichino questa realtà, la mancanza di un ruolo preciso, l'assenza di un potere, gli impediscono di tradurre in azione efficace sulla realtà le istanze che la sua sensibilità ha elaborato.[12]
    Questa situazione di impotenza crea una tensione che difficilmente può trovare uno scarico nell'azione positiva di costruzione perché la struttura sociale, i meccanismi culturali, inibiscono questa azione lasciandogli aperte solo alcune vie istituzionali.

    MOVIMENTI COLLETTIVI E AZIONE VIOLENTA

    La violenza è una di queste vie. Il ricorso alla violenza è sovente l'unica via che si ha per spezzare il cerchio della impotenza e liberare la propria tensione. La situazione di folla, di movimento collettivo consente altresì al giovane di ribaltare la propria posizione nei confronti del Super-io paterno, disporsi cioè egli stesso come Super-io del padre. Di porre cioè i nuovi valori elaborati come normativi rispetto a quelli tradizionali. Il crogiolo, lo stato fluido e prestrutturato dove avviene la progettazione dei nuovi valori è costituito dai movimenti collettivi, generati solitamente dalla crisi delle istituzioni, dovuta alla non aderenza della risposta istituzionale alla nuova sensibilità.

    MOVIMENTI COLLETTIVI: VERSO UNA PROGETTAZIONE ETICA

    La domanda a questo punto è: «come può avvenire una progettazione etica nello stato caotiforme del comportamento collettivo?». Questo processo si può chiarire solo se si prende come ipotesi di base per l'analisi del fenomeno, l'esistenza del Super-io pregenitale studiato dalla Klein[13]. Di quel Super-io cioè non ancora distinto dallo Es e non strutturato in aderenza alla realtà, che non conosce la differenza tra utopia e realtà, tra assoluto e relativo. Ora nelle situazioni fluide e non strutturate dei movimenti collettivi giovanili e non (così simili all'Es originario) emerge l'istanza di questo Super-io pregenitale dal quale proviene l'energia della progettazione di nuovi valori, alcuni dei quali saranno destinati a perdersi per la loro disarticolazione oggettiva dalla realtà, mentre altri saranno assunti ed inseriti vitalmente nella rigenerata struttura sociale di valori.

    IL GRUPPO COME EVASIONE

    Oltre alle vie offerte dai movimenti collettivi, vi sono quelle che conducono il giovane a rifugiarsi in un gruppo chiuso all'interno del quale trova sicurezza e che gli consente di appagare la tensione generata dalla propria sensibilità non con una azione sulla realtà, ma con il ricorso all'azione allucinatoria del verbalismo, o del sesso, o della droga ecc.[14] È questa la situazione di quei gruppi che non sono agganciati alla realtà e non si propongono, o non hanno la forza di farlo, nessun mutamento della realtà a livello pratico e teorico. Per azione allucinatoria intendiamo il soddisfare un bisogno tramite le immagini o simboli di questo in una azione onirica ad occhi aperti. In questa situazione si trovano molti gruppi di hippies.

    L'INTEGRAZIONE: LA TENTAZIONE DELL'INDIVIDUO

    La via istituzionale più allettante, e che prima o poi la maggior parte dei giovani imbocca, è costituita dall'integrazione. Questa ultima strada è seguita da quelli più anziani, da quelli cioè che sono vicini al completamento degli studi e cominciano a farsi interrogativi sulla loro vita domani. Infatti molte inchieste sociologiche hanno rilevato che l'impegno e l'attivismo nella contestazione è appannaggio dei più giovani.
    Questa ultima via è quella che in definitiva risente maggiormente ed evidenzia a livello di struttura sociale la pressione conservativa esercitata dal Super-io, che prima ancora che essere esterna alla persona è interna. Infatti con una autorità esterna prima o poi si può venire a compromesso e salvare le istanze di progresso ed i valori umani, ma la cosa è ben più difficile con l'istanza di conservazione che è in tutti noi e che agisce in termini che portano il nostro Io a difendersi dalla angoscia.[15]

    4. CONCLUSIONE: MUTAMENTO, CONSERVAZIONE
    E CONFLITTO DI GENERAZIONE

    In questi tempi la tensione tra i nuovi valori che la presa di coscienza in termini più approssimativi della realtà ha portato e la pressione normativa dell'istanza di conservazione, è esplosa in termini drammatici di crisi delle istituzioni e di conflitto di generazione.
    Questa crisi è dovuta in gran parte alla elevata velocità di evoluzione tecnologica e scientifica dei nostri giorni e destinata ad incrementarsi ancora, se è vero, come sembra, che questo tipo di progresso, procede in progressione geometrica. La velocità è tale che non si fa in tempo a progettare una nuova istituzione che essa risulta già superata. Le distanze aperte tra le generazioni sono tali da far apparire quasi insignificanti le diversità che potevano esistere cento anni fa tra nipote e nonno. Oggi bastano pochi anni perché ci sia un solco di generazione. In questo tipo di trasformazione così dinamico, le istituzioni, che tendono alla staticità od al massimo ad un lento graduale mutamento, non riescono più ad assolvere la loro funzione e contribuiscono al formarsi di ulteriori fratture tra le generazioni. Oltre a ciò le istituzioni tendono a staccarsi dalla realtà e a depauperarsi della loro capacità creativa ed operativa per diventare solo il rifugio dall'angoscia ed esercitare quel ruolo patologico che è all'origine di conflitti e disgregazioni a livello sociale.
    La rapidità di trasformazione tecnologica esige un continuo riadattamento alla realtà, una continua verifica delle soluzioni attuate a livello individuale e sociale, per rispondere sul piano storico alla nuova situazione. Questo atteggiamento critico comporta anche il saper affrontare l'angoscia, il salto nel buio, con la chiara coscienza che normalità non è fare come tutti ed essere esenti da ansie, ma è saper dare un contributo positivo al progresso umano. In questo modo, con lo sforzo di adeguamento all'evoluzione della sfera sensibile e motoria, che porta a evocare continuamente la propria visione del mondo, si può fare in modo che il conflitto di generazione non sia caratterizzato da incomunicabilità ma bensì da un efficiente rapporto dialettico. Tutto questo, a condizione di non scambiare per verità assoluta ciò che proviene dal nostro Super-io, col suo aspetto di istanza conservatrice.

    NOTE

    [1] Il tema sarà ripreso e sviluppato nel corso dell'articolo. Per una sua retta comprensione, però, è necessario avere con chiarezza l'angolo prospettico.
    Ogni persona è condizionata dalla società: si forma come uomo attraverso i condizionamenti sociali, sia positivi che negativi. L'immissione di un nuovo adulto modifica la società. Siamo di fronte ad un gioco di azione e reazione: la società condiziona l'individuo, ma l'individuo, formato dai condizionamenti in cui è immerso, modifica, «condiziona» la società.
    In questo gioco di reciprocità entra la libertà dell'uomo adulto, libertà che è fondamentalmente liberazione dai condizionamenti, liberazione sempre progressiva, mai definitiva. È la libertà che può rompere il cerchio!
    Qui si innesta il progetto fondamentale di ogni educazione e di ogni pastorale: l'educazione ad una libertà come liberazione permanente (di notevole interesse, a questo riguardo, Freire, La pedagogia degli oppressi, Mondadori-Idoc).
    Solamente persone «libere» sono agenti di cambio sociale. 

    [2] Facciamo qualche esempio per aiutare la comprensione delle riflessioni che l'autore fa a proposito delle istituzioni.
    Le istituzioni sono l'insieme delle norme e delle leggi (scritte o orali) che regolano i rapporti tra gli individui (o i gruppi) all'interno di un determinato contesto sociale.
    La loro funzione è duplice:
    a) regolazione dei rapporti sociali
    La società ha posto un confine tra «sani» e «malati mentali». Il confine fa ormai parte delle norme sociali. Esse sono ben codificate. E si traducono in relativi interventi fisici. Esistono organismi concreti (gli ospedali) dove vengono internati i «malati»: tutto questo per creare un rapporto interpersonale «normale» (secondo le norme prefissate). Altre norme non sono scritte. Ma ben codificate in una serie di rapporti interpersonali. Un emigrante che arriva in una città industriale «sa» come deve comportarsi. Gli altri «sanno» come entrare in rapporto con lui. Chi non si attiene alle norme, viene «punito».
    Lo stesso vale per la famiglia (un istituto sociale che regola l'uso dell'attività sessuale, della procreazione...).
    Alcune norme sono codificate (quelle che si leggono in chiesa nell'atto del contrarre matrimonio...); altre invece non lo sono, ma non per questo sono meno vincolanti (numero dei figli, il modo di trattarsi tra coniugi...).
    Dall'insieme di queste norme ha origine un contesto sociale in cui i rapporti interpersonali sono precisi e stabilizzati.
    b) regolazione delle ansie primarie
    Le istituzioni non hanno solo questa funzione «sociale». Hanno una funzione anche a livello individuale. Servono a codificare i rapporti personali non solo in vista dell'ordine sociale, ma anche in vista del superamento delle ansie.
    Nella famiglia, per esempio, l'armonia tra i coniugi serve ad un uso dell'attività sessuale che escluda la reciproca aggressione. Ciascuno si sente gratificato, quanto basta per superare le ansie che possono nascere in un rapporto personale non normalizzato. Stando «dentro» certe norme ci si sente sicuro. Quando si rompe la norma, l'equilibrio, nasce l'angoscia.

    [3] A qualche operatore pastorale potrà sembrare una scelta insolita, nel nostro ambiente, il ricorso a Freud per presentare una lettura dei fenomeni sociali. Dalla poca dimestichezza con l'autore nasce anche la oggettiva difficoltà di comprensione di questa pagina.
    Perché Freud e non un'antropologia metafisica?
    Per una lettura dei fenomeni in vista dell'azione, una visione metafisica è necessaria (perché dà il quadro dei valori), ma insufficiente.
    Come la psicologia classica metafisica non serve per curare un uomo... così la visione metafisica della socialità umana non è sufficiente per capire i fenomeni e progettare degli interventi.
    Per questo, una lettura di tipo psicanalitico è più funzionale; a patto che si abbiano sempre presenti i limiti di cui è carica (il primo dei quali è l'essere questo un modello di analisi della realtà, «uno fra i tanti») . E perciò che si mettano sul tappeto le necessarie integrazioni.

    [4] Se qualche lettore è interessato ad approfondire il discorso annotato velocemente in queste righe, gli consigliamo la lettura di alcuni testi, di carattere divulgativo:
    - L. Ancona, La psicanalisi, La Scuola editrice, Brescia, 1963 (è una sintesi teorica molto seria, per questo richiede una lettura attenta e meditata);
    - P. Daco, Che cos'è la psicanalisi, Sansoni, Firenze, 1967 (l'autore, noto analista cattolico francese, parte da casi concreti e in essi inserisce le nozioni teoriche della psicanalisi. La lettura è molto semplice e facile);
    - F. Fornari, Per una psicanalisi delle istituzioni, in «Tempi Moderni», n. 7.

    [5] Tentiamo una descrizione «a spanne» della funzione del Super-io. Il Super-io è la introiezione della figura paterna, per quell'aspetto che riguarda soprattutto la fedeltà ai valori socialmente riconosciuti, alle norme sociali della «tradizione».
    Se il padre ha interiorizzato valori morali diversi da quelli della norma, il suo influsso sul Super-io del figlio sarà evidentemente su questa seconda linea. Siamo fuori dalla «tradizione normale», ma questo insieme di nuovi valori tradizionali premono sul figlio per orientare la sua condotta secondo questa nuova linea.
    Generalmente però, nella attuale società, il processo più normale è quello di tipo conservativo, «tradizionale», proprio perché il processo ha una catena ascendente ben ordinata: il figlio introietta i «valori» gestiti dal padre, il padre, a sua volta, ha introiettato quelli del nonno... e così via.
    In questa catena ci saranno delle modificazioni (entra in gioco sempre la libertà). Ma è essa che permette a determinati valori morali e sociali di tramandarsi, nell'arco dei secoli.
    Il progresso sociale nasce da una vittoria sul Super-io: il padre reinterpreta i valori introiettati, li fa suoi secondo una certa prospettiva all'interno della quale egli decide di assumere un ruolo nella società. Quindi modifica i valori di cui era portatore «suo» padre. E la storia cammina...

    [6] Il bambino è un fascio di energie indifferenziate. Come una cascata d'acqua, ricca di energia potenziale. Il bambino non sa comandare all'energia che prorompe dalla sua esistenza (solo per alcuni gesti essenziali, legati alla diretta sopravvivenza, la sua energia è già in modo embrionale, organizzata).
    La cascata d'acqua ha bisogno di essere canalizzata, per tradurre l'energia potenziale in energia reale.
    Il bambino ha bisogno di essere guidato a regolare le sue tensioni e pulsioni istintuali (l'energia indifferenziata). È persona quando utilizza la sua energia secondo una certa linea, approvata dalla società di cui è membro.
    La funzione di canalizzazione, nella crescita del bambino, è esercitata dalla figura materna. Essa approva alcuni gesti (dando al bambino l'esperienza di tenerezza) e ne disapprova altri (facendo percepire l'esperienza dell'angoscia che nasce dalla disapprovazione). Attraverso questo continuo rapporto di premio-castigo, il bambino impara a canalizzare le sue energie, secondo direttrici socialmente approvabili. Si organizza. Diventa «persona».
    Il linguaggio è il tramite di questo rapporto. Il bambino si rapporta con la mamma, per usufruire delle sue approvazioni e disapprovazioni, attraverso il suo linguaggio primordiale (per esempio: il pianto); la mamma si rapporta con il bambino attraverso, per es., un'espressione di mimica facciale.
    Il linguaggio quindi collabora all'organizzazione del dato energetico indifferenziato funzionando da elemento di tramite, di raccordo (è evidente che qui, per linguaggio, si intende ogni forma attraverso cui un essere umano entra in contatto con un altro).

    [7] Basta pensare alle norme istituzionali che regolano, nella nostra società, l'uso delle energie sessuali.
    Esiste tutta una codificazione «tradizionale». Utilizzare le energie sessuali fuori da queste norme... crea un senso di colpevolezza e quindi conduce all'angoscia.
    Canalizzare l'uso dell'istinto sessuale all'interno delle norme, invece, genera sicurezza perché comporta l'approvazione sociale.
    Si noti come il discorso fatto qui non tocca termini specificamente di valutazione morale. Non si parla di «buono» e «cattivo» se non in contesto psicosociale, nei termini di approvazione-disapprovazione sociale. Altro (anche se abbastanza parallelo) sarebbe il discorso in ordine alla morale.
    Le affermazioni rendono comprensibile la facile generalizzazione di comportamenti che un tempo erano considerati abnormi. Quando un determinato uso sociale crea uno stato di approvazione sociale (pensiamo alla moda, per fare uno dei tanti esempi), è possibile un cambio di atteggiamento ( approvazione o disapprovazione, con conseguente gratificazione o angoscia). È cambiata la valutazione istituzionale, è cambiata la norma sociale. E cambia perciò la canalizzazione delle energie istintuali.

    [8] Ogni istituzione tende spontaneamente a conservarsi. Ogni istituzione crea dei privilegiati. Il privilegio gratifica chi ne è oggetto. Colui che dovrebbe mutare l'istituzione... dovrebbe perdere i suoi privilegi. La storia insegna che questo capita ben di rado... In molte istituzioni, chi cerca di agire dall'interno per operare trasformazioni... viene spesso emarginato, con tutti i mezzi «legali» a disposizione... Passano inosservate solo le trasformazioni gestite dalle istituzioni e funzionali alla loro vita. Le concessioni sono molto spesso fatte rientrare...
    Lo stesso dramma si registra all'interno dei gruppi, anche di quelli che si etichettano di spontaneismo ad oltranza. La pressione di gruppo crea le «norme», quei modi di fare e di pensare «funzionali» alla conservazione dello status quo del gruppo. Il leader del gruppo vive sulla conservazione di un certo tipo di cammino del gruppo. E quindi collabora alla non-rottura del cerchio chiuso «normale». È un circolo vizioso...
    Facciamo un esempio.
    Alcuni gruppi sociali lentamente si sono orientati verso una scelta: noi realizziamo noi stessi (e facciamo servizio alla società! si dice) «solo» compiendo determinate azioni...
    Chi tenta di mettere in discussione la scelta, è facilmente emarginato. Il leader del gruppo è colui che sgobba di più... Quello che crede di più alla scelta operata. Ed è quello che la difende con maggior calore. La sua leadership è intimamente legata alla continuità di orientamento... del gruppo. Le «norme» (la scelta del gruppo) sono funzionali all'autorità e quindi sono sostenute dall'autorità.
    Il meccanismo è pericoloso proprio perché a livello latente!
    (Per una più attenta comprensione del fenomeno, rimandiamo a Mucchielli, La dinamica di gruppo, pag. 65-71).

    [9] Per una comprensione più piena e pedagogica del discorso fatto qui, rimandiamo alle annotazioni fornite nell'articolo «Ruolo dell'educatore nell'impegno politico», in 1971/12.

    [10] La incomunicabilità tra le generazioni, con la conseguente conflittualità, oltre ad essere riferita alla accelerazione rapidissima della storia, va forse collegata anche alla diversità di «linguaggio».
    Il nuovo linguaggio dell'immagine sta alla parola scritta e parlata quasi... come l'inglese all'italiano.
    I giovani parlano la nuova lingua delle immagini. Spontaneamente, perché l'hanno appresa da quella nuova babysitter che è la televisione. Noi adulti leggiamo e comprendiamo il linguaggio televisivo con le nostre vecchie categorie logiche e alfabetiche. A meno di un continuo sforzo di traduzione.
    Noi siamo più analitici percepiamo i singoli contenuti. E quindi siamo propensi ad una valutazione morale costruita a partire da alcune battute o da alcune sequenze. I giovani vedono di più l'insieme. Valutano la «moralità» di quanto loro è passato, non tanto dall'aforisma «malum a quocunque defectu», ma dalla sintesi complessiva della vicenda.
    Lo stesso si dica per le immagini pubblicitarie che, volenti o no, introiettiamo quotidianamente.
    Per dialogare è necessario parlare la stessa lingua. Altrimenti non ci si comprende. E ci si arrocca.
    Chi deve fare lo sforzo di imparare la lingua dell'altro?

    [11] In altri contesti, la rivista ha sottolineato questo stesso tema, capitale per una comprensione del fenomeno giovanile attuale.
    Ci sono due cose da ricordare:
    a) La conoscenza apre all'azione: il contatto con i dati fa esplodere una certa tranquillità...
    Tutto il fenomeno della contestazione giovanile, della nuova sensibilità politica, va indubbiamente collegato anche con questo dato di fatto. Non per nulla le facoltà umanistiche, quelle di scienze sociologiche e politiche, sono le più esplosive.
    b) D'altra parte, dal punto di vista della metodologia pastorale, l'educazione ad una informazione seria e oggettiva, anche attraverso l'uso di strumenti scientifici, è il primo momento di intervento. Non si può partire con a priori o con pressappochismi.
    Ci si preoccupa di coltivare, nei giovani più impegnati, una sensibilità a valori nuovi, in modo da far coesione, nei loro gruppi, su questa «responsabilità operativa», prima che su tensioni puramente amicali. Il problema che rimbalza immediatamente è: come rendere sensibili i giovani a questi «nuovi valori». La strada è l'informazione.
    Mettere i giovani a contatto con esperienze scioccanti, farli «parlare» con gente che ha provato e vive, piegarli allo studio di elaborati tecnici... tutto questo costringe a decentrarsi. li rende scattanti e pronti. Sulla loro persona vibra uno spontaneo: che cosa facciamo?
    In seguito ci sarà l'impegno di razionalizzare queste esperienze di punta, di rifinirle, per guidare una seria integrazione. Ma rimane il dato di fatto: la comunicazione è la strada per l'azione. È passato il tempo delle parole che «scaldavano» il cuore...
    Accanto a queste affermazioni c'è un'altra esigenza. La scuola generalmente non educa alla capacità di leggere i dati capitali della nostra società (non dà strumenti di valutazione statistica, economica, politica...). Educare ad essere cristiani «dentro» il nostro tempo, significa fare opera di supplenza anche in questo campo.

    [12] Le annotazioni dell'autore sono molto interessanti. Ed hanno un continuo riferimento nella realtà. Basti pensare al diverso impatto sull'impegno sociale che corre tra studenti e operai.
    Gli studenti, generalmente, sono molto più «intraprendenti » e focosi... nell'azione: sono molto più intransigenti e assolutisti.
    Gli operai invece sono più riflessivi, più ponderati, più moderati al limite. Perché? Da una parte gli studenti hanno a disposizione un fascio maggiore di nozioni, di «dati». La conoscenza è la molla dell'azione.
    Ma, dall'altra, gli operai hanno già un certo ruolo nella società, hanno una responsabilità. Hanno bisogno di portare a casa la busta, perché ci sono bocche da sfamare. Quindi sono più attenti.
    Chi ha paura di perdere qualcosa... è molto meno intransigente. Ruolo e potere tendono verso la conservazione.
    Gli «sradicati» (a livello di integrazione sociale), chi non ha la gratificazione della famiglia, chi non ha problemi economici... sono più spontaneamente dei rivoluzionari!

    [13] In questo capitoletto l'autore sviluppa una intuizione della Klein, molto interessante per una comprensione che superi le teorie di Freud. I termini del discorso... sono un po' per «addetti ai lavori»: ci rendiamo conto che la lettura è tutt'altro che immediata. Quanto però l'autore sottolinea qui, ha risvolti molto stimolanti. Cerchiamo di evidenziarli. Nei «movimenti collettivi» (collettivi, assemblee, gruppi extra-istituzionali...) sono presenti contemporaneamente pulsioni «di folla», pulsioni quasi a livello istintuale, capaci di cancellare tutte le norme, e germi di un nuovo principio organizzatore: un fascio di progetti che non hanno ancora operato una sintesi tra «utopia» e «realtà» (che non sono ancora a livello di possibile, per utilizzare la terminologia solita della rivista: ideale reale possibile). Contengono in germe dei «valori etici», non immediatamente traducibili (perché non sono dalla parte della realtà) ma neppure totalmente astratti e lontani (perché non sono dalla parte della pura utopia). Di questi germi alcuni resteranno, quelli che troveranno il terreno fertile per maturare; altri scompariranno perché acronici e anacronistici.
    Nei movimenti collettivi esiste quindi lo spazio per una nuova progettazione etica: non tutte le loro intuizioni sono verso una progettazione etica (molte anzi sono a livello istintuale), ma neppure tutte sono «eversive» e utopiche. Qualcosa, delle loro intuizioni, resterà. E questo qualcosa sarà il principio di rinnovamento della società.

    [14] Già più volte e in altri contesti la rivista è tornata sull'argomento. Il gruppo non è «comunque» terapeutico. Può diventare evasione, lo slittamento verso posizioni alienanti, pur partendo da una ricerca di antidoto alla massificazione-alienazione della nostra società.
    Lo mette ben in risalto, attraverso analisi sociologiche, il testo di Rusconi-Saraceno (cf 1971/12).
    Il gruppo non ha il diritto di «chiudersi», coltivando una amicizia-comunione tra i membri, mediante un isolamento dalla società.
    O la comunione è in funzione di un impegno politico (è in stato di servizio, per «liberare») o è mistificazione, coloritura con parole grosse di un gretto egoismo.
    Quest'affermazione ha valore in chiave di dinamica di gruppo: la coesione è fatta attorno ai valori, nell'azione. E soprattutto in prospettiva ecclesiale: la chiesa è servizio.
    La tentazione di identificare la «comunione» come elemento principe, il punto da cercare e coltivare a scapito del resto, è purtroppo molto presente nella panoramica dei gruppi giovanili italiani. Ma, così, il gruppo è chiaramente a carattere evasivo. Ci si isola. Si fugge dal vasto mondo. Per paura. E si maschera la paura con parole altisonanti (è interessante l'analisi condotta su «Testimonianze» 136 a proposito dei gruppi «comunione e liberazione». Anche se la redazione non ne condivide tutte le tesi, l'articolista ci ritrova consenzienti nella sottolineatura della primarietà dell'azione, proprio per la verità della «comunione» ) .
    Il tema è molto impegnativo. Ci torneremo su.

    [15] I giovani più sensibili sentono con trepidante angoscia il problema dello sbocco. Hanno una terribile paura che tutti i loro progetti franino sotto l'incalzare della vita. Hanno davanti agli occhi l'esempio di tanti amici, impegnatissimi in attività politiche e sociali, fortemente protesi ad un rinnovamento della società... e che hanno tirato i remi in barca molto presto. Talvolta alle prime battute di un fidanzamento ufficiale. O dopo il matrimonio. O alle prese con un posto di lavoro che chiedeva una certa responsabilità dirigenziale.
    Basti pensare, a questo proposito, alle accorate pagine scritte dalla comunità giovanile di Bolzaneto (cf 1972/1): ci sarà un domani, per la nostra comunità?
    L'integrazione è lo spauracchio dei giovani impegnati.
    Il problema, a livello pastorale, quindi è duplice: guidare a far avvertire il rischio incombente a chi si culla nell'ala rosea dell'entusiasmo; e progettare modi concreti per superare, a livello razionale, il pericolo. Le esperienze di molti gruppi avanzano indicazioni interessanti: la scelta di alcune facoltà universitarie, al posto di altre; di una professione invece di un'altra; l'immissione ricercata di adulti all'interno della comunità giovanile; l'allargamento della comunità al periodo «dopo» il matrimonio...


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