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    Un mondo in situazione di progettazione etica



    Mario Pollo

    (NPG 1972-08/09-11)

    UN TEMPO DI GENERALE INSODDISFAZIONE

    Il sintomo più evidente della crisi istituzionale attuale e della struttura sociale è dato da una insoddisfazione generalizzata a tutti i livelli che investe la maggior parte delle persone.
    Diversi sono i modi attraverso i quali questa insoddisfazione traspare in quanto si differenzia sulla base delle ideologie e delle credenze, ossia dei «valori sociali» che le persone professano ed anche in egual misura sulla base della struttura della personalità e del sistema di adattamento all'ambiente sociale individuale. Questo secondo aspetto è stato già trattato in un precedente articolo (cf Note di Pastorale Giovanile, 1972/2, Giovani e istituzioni: evasione, eversione, integrazione?) per cui si rimanda ad esso.

    Dove sbocca l'insoddisfazione?

    Il termine insoddisfazione è molto generico e poco scientifico, ma permette di rendere in modo pittorico la situazione. Più propriamente si può dire che il disagio delle persone e delle strutture non è che la tensione derivante da uno squilibrio tra le potenzialità che il sociale nella sua evoluzione ha elaborato e i modelli attraverso cui queste potenzialità (i valori) trovano la loro definizione operativa, la loro traduzione in un modo di vita. Questo vale anche per quella parte di persone che non riescono, per difetto di strumenti cognitivi, o a causa di condizionamenti sociali, ad intravedere nel sociale le linee dinamiche del mutamento progressivo. Sono le persone che reagiscono al disagio invocando il ritorno ad un modello di vita del passato, al modello di vita che ha permesso loro di attuare nel passato un soddisfacente adattamento eliminando le esperienze di insicurezza ed ansietà. Questo atteggiamento che è una fuga dalla realtà, è nient'altro che il tentativo di saturare la propria insicurezza, le proprie ansietà, i propri conflitti, le proprie frustrazioni con il ricorso ad un modello di regressione. È evidente che un tentativo di tal genere è negativo e disgregativo non solo per la personalità ma anche per la struttura sociale, in quanto manifesta una inquietante incapacità di evoluzione e di maturazione.
    Inquietante perché l'atteggiamento regressivo dimostra chiaramente la presenza di ansie primarie, e quindi uno stato disturbato dell'io, che con il suo principio di realtà dovrebbe garantire l'assenza dell'esperienza di angoscia o perlomeno ridurne notevolmente l'incidenza.
    Il fascismo Rappresenta propriamente una risposta regressiva ed è la liberazione dell'ansia persecutiva in quanto tentativo di reagire al disagio di un non ancora raggiunto umano equilibrio con il ricorso ad una violenza che distrugge tutto ciò che è fattore di crisi e di progresso a livello sociale. È il ricorso più pieno all'emozionalità, il rifiuto del mondo adulto, il rifiuto della responsabilità, il rifiuto della capacità di vita autonoma, il rifiuto dei valori ai quali si sostituiscono delle caricature di valori per giustificare il ritorno ad un mondo di forze magiche che consenta la prosecuzione dello stato infantile di dipendenza. Così il ricorso, l'invocazione di un conservatorismo illuminato, può essere, oltre che il tentativo di garantire una determinata distribuzione di potere, il manifestarsi di un'ansia depressiva. In altre parole è il tentativo di evadere dalla tensione e dall'ansia rimanendo in quella situazione sociale che nel passato aveva permesso un accettabile adattamento, rinunciando così ad una ulteriore maturazione ed a una crescita individuale e sociale.

    È possibile uno sbocco positivo?

    È chiaro che i due tipi di risposte descritte (ma ne esistono molte altre che hanno una identica matrice) sono patologiche e manifestano l'incapacità di molte persone di soffrire nel «sociale», di affrontare la crisi e contribuire a maturarla verso un nuovo e più approssimato adattamento alla realtà, che consenta lo sviluppo di più progredite e quindi più umane modalità di vita.
    La presenza di questo tipo di risposte patologiche non significa affatto che lo squilibrio a cui si accennava prima non sia risolubile in senso positivo, ma solo che l'attuale sistema sociale ha impedito a molte persone di crescere equilibratamente, privandole della capacità di affrontare il nuovo ed i conflitti che il nuovo comporta. Non si può pensare che persone tenute per lungo tempo in stato di dipendenza ritrovino dal mattino alla sera la capacità di autodeterminare coscientemente la loro partecipazione alla vita sociale.
    Per comprendere meglio le ragioni di questa crisi del sociale che è alla radice degli stati di tensione sia positivi che negativi occorre accettare il concetto secondo il quale esiste un progresso, una crescita ed una maturazione del sociale verso forme sempre più approssimate e giuste di convivenza umana. Niente è più inesatto del «niente di nuovo sotto il sole» perché il lavoro dell'uomo nei tempi conduce ad un affrancamento dalla dipendenza dalla natura, permettendo la trasformazione e la organizzazione secondo una funzione positiva delle forze distruttive e disgregatrici.

    Conoscenza e lavoro per il progresso

    Questo vuol significare che è possibile ridurre ogni giorno di più la presenza delle forze disgregatrici e negative che sono alla base delle ingiustizie e delle sperequazioni sociali e trovare un nuovo equilibrio che consenta l'organizzazione e l'utilizzazione efficiente delle possibilità individuali nella dimensione sociale.
    Se si può essere liberi dall'esperienza di angoscia accettando la dipendenza da altri, è anche possibile ottenere una maggiore liberazione rifiutando la dipendenza e impostando la convivenza sociale su basi realistiche. Per spiegare questo si può fare un esempio che anche se banale ed improprio può aiutare a chiarire il concetto. Se in un gruppo sociale la malattia è qualcosa di misterioso di cui non si conoscono le origini, le cause e gli effetti, è naturale che ci si affidi ad un potere altrettanto misterioso ed oscuro per combatterla. Ciò favorisce l'accentramento di questo potere nelle mani di una persona che pretenderà la cieca subordinazione, se si vuole ottenere una guarigione, dei membri del gruppo. E nello stesso tempo i membri del gruppo affidandosi completamente a questo potere potranno ridurre la loro insicurezza, la loro ansietà e la loro paura che deriva dalla presenza e dal possibile verificarsi della malattia.
    Viceversa se la malattia comincia (anche se non completamente) a non essere più qualcosa di misterioso ma un accidente con precise cause ed effetti, e, condizione irrinunciabile, le conoscenze intorno a questa malattia non sono dominio di pochi ma diffuse a tutto il gruppo sociale, ecco che lo stato di dipendenza diminuisce. Il gruppo ha trovato una nuova modalità per contenere ed eliminare l'insicurezza e l'ansietà derivanti dalla malattia. In questo caso la persona avrà il diritto di essere tutelata dalla malattia dall'insieme di risorse che il gruppo avrà messo a sua disposizione per combattere la malattia. Risorse che possono essere la scienza e le persone che esercitano questa scienza. Il lavoro e la ricerca del gruppo hanno reso possibile un adattamento più equo e giusto alla realtà.
    È questo che si intende quando si accenna alla diretta connessione tra conoscenza-lavoro e progresso-maturazione individuale e sociale. Senza il primo il secondo non esiste. Questo per dare un senso più preciso anche alla scienza che non è mai neutrale, in quanto a seconda delle sue direttrici di ricerca `e di sviluppo può determinare l'uno o l'altro modello di progresso.
    Senza lo sviluppo della conoscenza, senza il lavoro, la ricerca, non è possibile una maturazione sociale. Molti, anche molto famosi e colti, ritengono che la coscienza dell'uomo di duemila anni fa sia la stessa dell'uomo odierno, in quanto secondo loro la scienza ed il lavoro non contribuiscono alla crescita ed alla maturazione umana. Ci permettiamo di dissentire in quanto certe esperienze sociali, certi modelli di convivenza sono stati favoriti e resi possibili dal nuovo rapporto tra uomo e realtà ipotizzato dalle scoperte scientifiche.
    Il discorso fatto fino a qui ha il solo compito di servire ad accreditare il concetto che se attualmente esiste una crisi sociale generalizzata, essa è dovuta alle istanze di evoluzione e di progresso maturate storicamente, che si scontrano contro una realtà di strutture e di istituzioni fondate su modelli storici precedenti e non più adeguati.
    Tutto quanto già esposto non dimostra questo in quanto pone solo le premesse dicendo che esiste nella storia umana un progresso sociale legato strettamente alla conoscenza ed al lavoro.

    LE CRISI: DATO POSITIVO O NEGATIVO?

    Compito della esposizione che segue ora è di evidenziare che lo stato attuale di crisi è un crogiolo nel quale avviene la progettazione etica di una nuova realtà sociale e che le istituzioni e le strutture non sono adeguate a tradurre operativamente questo nuovo e ancora confuso sistema di valori.
    Una crisi sociale al di là di come poi si risolve, ha sempre un riferimento positivo, nascendo non da un'istanza distruttiva ma da un'istanza costruttiva. Occorre spiegare quest'affermazione un po' dogmatica e scarsamente accettabile se non si riescono a ribaltare alcune categorie tradizionali con le quali si analizzano e giudicano i fenomeni umani.

    Suggerimenti per una valutazione: le variabili in gioco

    Se in un determinato momento storico della vita di una persona o di un gruppo entra in crisi una modalità che consentiva alle persone o al gruppo un adattamento attivo e soddisfacente con una determinata realtà, ciò può significare:
    * che la persona o il gruppo ha preso coscienza che questo adattamento non è approssimato in quanto non consente l'esplicamento di tutte le potenzialità della persona o del gruppo (è limitativo). Oppure che la realtà è mutata essendo mutati uno od entrambi i membri del rapporto (ad esempio se va in crisi l'adattamento dell'uomo con il suo lavoro ciò può significare che è mutato il lavoro o è mutata la persona o sono mutati entrambi);
    * che la persona ed il gruppo sono regrediti e non hanno più la necessaria disponibilità di energie e risorse per affrontare secondo le modalità precedenti la situazione reale (ad esempio un uomo ammalato, un gruppo patologico; oppure il deterioramento psicosomatico dell'invecchiamento);
    * che è avvenuto un mutamento nell'orientamento degli interessi delle persone o del gruppo (anche a livello ideologico) verso quella realtà (ad esempio il rapporto di subordinazione dell'uomo nel lavoro. Questa possibilità può essere però compresa nella prima.
    In tutte queste possibilità è implicito un concetto dinamico, ossia che un rapporto e quindi un adattamento si modifica nella misura in cui si modificano i membri del rapporto. L'aspetto dinamico comprende sia la evoluzione sia la regressione.
    Sia nel caso di evoluzione che in quello di regressione del rapporto emerge chiaramente che l'adattamento non è più in grado di soddisfare i bisogni di uno dei membri del rapporto e la crisi non è che la esplicitazione di questa tensione.
    La tensione che deriva dalla situazione del primo punto sta a significare che la persona o il gruppo ha accresciuto la propria coscienza di sé e rifiuta una realizzazione di sé parziale, oppure tende, di fronte alla modificazione dell'altro membro del rapporto, a non accettare la nuova modalità perché meno soddisfacente della precedente. Questa è una tensione positiva che tende a salvaguardare l'accrescimento o perlomeno la conservazione intatta delle potenzialità della persona o del gruppo.
    Così per la situazione del secondo punto dove la persona o il gruppo in quanto meno efficienti a causa della malattia tendono a preservare la propria sopravvivenza e le proprie potenzialità rifiutando il rapporto precedente la malattia.
    Per la situazione del terzo punto si può dire che di fronte a una riformulazione dell'orientamento e quindi dei valori sociali si tende a ristrutturare l'adattamento perché sia più consono a questa umana sensibilità.
    In ognuno di questi casi la tensione è sempre positiva, tesa a costruire o perlomeno a non far deteriorare il membro dall'adattamento. Positiva a livello di cause originarie perché è sin troppo chiaro che l'atteggiamento di risposta a queste situazioni può essere negativo o distruttivo. Ad esempio, colui che sceglie (è libero veramente nella scelta?) la delinquenza risponde in modo non positivo alla crisi positiva di adattamento.
    I casi negativi di risposta pratica alla crisi provengono però per la maggior parte dalla modificazione dell'altro membro o di entrambi i membri del rapporto.
    La persona, ad esempio, poteva essere soddisfattissima dell'adattamento ma ecco che la modificazione della realtà la costringe a mettere in crisi l'equilibrio raggiunto, e quindi ad attivare uno stato di difesa persecutivo che gli può far scegliere la strada della distruzione e della violenza. Si può ancora dire riferendosi all'ultimo esempio che la crisi deriva da una istanza positiva?
    La risposta anche se carica di dubbi è sì in quanto l'istanza originaria di fronte al mutamento sfavorevole del rapporto è quella di ricostruire un equilibrio soddisfacente. Le modalità operative però sono state non adeguate sia per difetto di strutture personali o perché rispondenti a determinati condizionamenti sociali. L'improvvisa povertà in un mondo che reclamizza il superfluo può non essere per alcuni sopportabile e portarli al ricorso ad un modello culturale già esistente: la delinquenza.

    VERSO L'EVOLUZIONE O LA REGRESSIONE?

    Dopo queste considerazioni si può tentare una riformulazione meno dogmatica e più comprensiva di quella data all'inizio e cioè che in ogni crisi sociale esistono potenzialità che possono tradursi in energia utile al progresso e alla evoluzione così come possono essere soffocate dall'emergere di fenomeni regressivi. Le probabilità che possono orientare la crisi verso l'evoluzione o la regressione derivano soprattutto dagli strumenti a disposizione del gruppo e delle persone per tradurre in pratica i valori emersi nel crogiolo della crisi. In altre parole si può parlare sia di capacità del gruppo e delle persone di aderire alla realtà con risposte mature che di strumenti cognitivi, metodi logici, ideologici, organizzativi che permettano di manifestare operativamente questa capacità.

    I movimenti collettivi

    Quando le tensioni, la crisi di adattamento, non rimane ristretta nell'ambito di piccoli gruppi o di una categoria limitata di persone ma si allarga per investire tutto il sistema sociale è il segno che i valori su cui si basa la strutturazione del sociale non sono più rispondenti alla realtà attuale. È come una persona che si ritrovi addosso un vestito troppo stretto che gli impedisce di muoversi e di agire come vorrebbe. In questo stato generalizzato di disagio sociale ci sono alcune esperienze che vengono privilegiate per la loro natura collettiva e sono quelle più vitali nella progettazione di nuovi valori.
    Si pensi all'esperienza delle lotte sindacali, dei movimenti studenteschi, di gruppi impegnati sul terreno sociale. La situazione di crisi conduce alla riscoperta del valore del mutamento collettivo, dell'abbandonarsi insieme agli altri alla libera manifestazione di sé. Viceversa chi è escluso dal movimento collettivo rischia (a meno di una grande capacità personale di aderenza e comprensione della realtà) di regredire in uno stato di difesa che lo porta sovente al rifiuto del nuovo. La partecipazione al movimento collettivo è un'esperienza a suo tempo già efficacemente descritta da Durkheim che dice: «L'uomo ha l'impressione di essere dominato da forze che non riconosce come sue, che lo trascinano, che egli non domina; e tutto l'ambiente nel quale è immerso gli sembra solcato da forze dello stesso genere. Egli si trova trasportato in un mondo differente da quello in cui si svolge la sua esperienza privata... trascinato dalla collettività l'individuo dimentica se stesso, si dà interamente agli scopi comuni. Il polo della sua condotta è riportato fuori di lui».
    Questa esperienza è l'unica che permette l'emergere dei grandi ideali che possono incidere profondamente nella trasformazione delle strutture sociali. La dimensione collettiva è l'unica che permette di uscire fuori dalle pastoie delle contingenze private consentendo l'abbandonarsi in piena sicurezza alla ricerca dell'interesse comune. Le piccole insicurezze, i timori, le paure perdono rilevanza (ad esempio la paura di perdere il lavoro, di non guadagnare abbastanza, di non fare carriera, la paura del futuro...): quello che conta è l'obiettivo comune. Il movimento collettivo è così il vero crogiolo dove nascono i valori; alcuni si perderanno ma altri potranno tradursi operativamente o subitaneamente a seconda del «potere» del movimento collettivo.

    I giovani luogo privilegiato

    Tra le forze più vive e più incidenti del movimento collettivo si privilegia quella giovanile in quanto i giovani non avendo ancora cristallizzato il loro adattamento alla realtà sono i più disponibili alla ricerca del nuovo. Le forze della conservazione che agiscono all'interno di tutti gli «adulti» sono molto meno efficaci nei giovani. Occorre però sottolineare che a questa maggior disponibilità dei movimenti giovanili non corrisponde in egual misura la capacità di traduzione operativa dei valori collettivamente elaborati. Questo è imputabile a vari motivi: mancanza di un preciso ruolo sociale del giovane, una non piena aderenza alla realtà, difetto di esperienza intesa come capacità di agire tra le cose concrete mediando gli ideali. Dati questi che sono ad esempio posseduti in larga misura dalla classe operaia il cui realismo è fuori discussione.
    Infatti quest'ultima pur elaborando qualitativamente meno a livello di valori in sede di movimento collettivo, è più pronta e capace nel tradurli in conquiste pratiche. Il movimento collettivo giovanile produce molto a livello di valori che vengono generalizzati a tutto l'ambiente sociale e sono assorbiti da altre forze che li tradurranno operativamente. I movimenti giovanili producono ma spesso si ritrovano a mani vuote, arricchiti sì dall'esperienza, ma relegati di nuovo ad un non-ruolo sociale. Basta vedere ciò che sta capitando, specie a livello politico, in questi giorni. Si è insistito sui movimenti giovanili perché forse sono i meno compresi ed in definitiva quelli che danno di più a livello di valori, anche quando la loro sembra essere una reazione solo negativa senza alcun risvolto costruttivo. Questo è più comprensibile se si prende il concetto di crisi prima esposto. Infatti si è detto che la crisi, il rapporto negativo contro un adattamento ritenuto insoddisfacente è già il sintomo anche se non chiaro dell'esistenza della possibilità di un adattamento più favorevole e più ricco di possibilità di realizzazione umana.
    La contestazione giovanile alla situazione anche se non contiene come molti «adulti» vorrebbero, l'alternativa positiva (sovente è un alibi per dare libero ascolto alle proprie istanze di conservazione) è l'indice che a livello del sociale qualcosa di nuovo è maturato ed è stato acquisito dal movimento giovanile più dotato di sensibilità.
    C'è nel movimento giovanile la consapevolezza che la crisi farà nascere delle controproposte, dei controvalori, una controcultura.

    L'adulto educatore

    Qui deve intervenire il ruolo dell'adulto educatore e non, il quale deve porsi in tensione di ascolto aiutando a maturare nel movimento le istanze realistiche positive. Deve animare in altre parole la fusione dell'utopia con la realtà. L'adulto (nella maggior parte dei casi) possiede in maggior misura lo strumento della mediazione con la realtà che incontrandosi con l'utopia posseduta dai giovani può generare una positiva e feconda sintesi. L'adulto nei confronti dei movimenti giovanili ha un compito privilegiato che consiste nel comprendere invece del condannare, nel porre il suo realismo a servizio delle istanze ideali. È più facile dirlo che realizzarlo. Per fortuna questo avviene sovente in modo spontaneo e non programmato anche se poi gli adulti rifiutano la paternità dell'ideale che stanno realizzando, non riconoscendolo come elaborato dal movimento giovanile. Disponibilità quindi dell'adulto che, nella misura in cui sarà capace di essere a servizio del gruppo impegnato nel collettivo, eviterà che questo, spinto dall'ansietà derivante dal proprio non-potere sulla realtà, si rifugi in atteggiamenti regressivi (violenza per violenza) o in un gruppo chiuso protettivo socialmente sterile. L'animatore in altre parole deve essere il tramite tra la realtà ed il gruppo e deve controllare continuamente l'aderenza di tale realismo.


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