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    Imparare a dare un nome alle cose



    Mario Pollo

    (NPG 1984-10-20)


    Le due culture che segnano la storia dell'occidente: quella giudaica e quella greca, offrono due significati del termine «parola» assai differenti. Significati la cui diversità, tra l'altro, simboleggia il diverso atteggiamento di fronte al mondo ed alla vita di queste due culture.
    Infatti nella lingua greca, parola ed idea si identificano nel termine «logos», mentre nella lingua ebraica la parola si identifica con la «cosa» attraverso il termine «da- bar».
    A questo proposito nota Quinzio che la «parola greca, in quando idea, ha riferimento alla conoscenza, la parola ebraica, in quanto cosa, ha riferimento invece all'azione. (...) La parola greca, come suo ultimo traguardo, va verso il silenzio mistico, e la parola ebraica va, come suo ultimo traguardo, verso la redenzione del mondo».[1]
    Queste due polarità di significato, che dormono al fondo della cultura dell'occidente contemporaneo ed il cui conflitto, mai risolto, continua a segnare la vita, il pensiero e le opere dei contemporanei, anche se a livello inconsapevole, si riscoprono allorché si osservano le culture che hanno scelto decisamente una delle due polarità ed ad essa si sono mantenute, nel tempo, fedeli.
    È il caso ad esempio della tradizione hassidica della cultura ebraica.
    In questa tradizione esisteva la figura del - baal shem». letteralmente il maestro del nome. Questo titolo veniva dato a chi «conosce il vero nome degli esseri e delle cose, ne possiede il segreto e può agire su di essi e per mezzo di essi. Nominando le forze le domina: la sua conoscenza è potere».[2]
    Secondo questa cultura le parole hanno senso se rimandano, permettendone la comprensione ed il possesso, agli oggetti, alle cose la cui trama costituisce la realtà. Se le parole sono in qualche modo fedeli alle cose che nominano.

    LA PAROLA DIVENTATA INESPRESSIVA

    La nostra cultura attualmente sembra trovarsi in una situazione opposta, in cui parole e cose sono scisse da un vuoto.
    Oggi infatti le parole e le cose possiedono un legame assai debole, frutto di una convenzione sociale che rivela sempre di più la sua effimera precarietà. Un legame che al pari del tessuto sociale appare destinato a modificarsi, indebolirsi, mutarsi o dissolversi con la crisi dell'identità culturale, con il frammentarsi della vita sociale in tante piccole isole della soggettività.

    Le parole giocano con le parole

    Le parole sono divenute l'ultimo segno del relativo, dell'arbitrario, del non necessario, della futilità e casualità del destino umano. Le parole non sono oramai che suoni che ritagliano un significato dal mare astratto del mondo delle idee, senza bisogno di particolari corrispondenze con le «cose» che sono la realtà. La parola «pane» non designa la cosa concretamente storica pane, ma bensì un significato che nasce dal fatto che questa parola esiste con altre nel sistema astratto della lingua. È il gioco della differenza e delle opposizioni tra le parole che genera il significato, non la relazione delle parole con le cose per cui in qualche modo stanno.
    La lingua è fine a se stessa e le sue parole non hanno più bisogno di quel residuo di barbarie costituito dalla cosiddetta referenza e cioè dal rapporto con le cose. Esso esiste sì, ma soggetto ai giochi della cultura, al mutarsi della convenzione sociale. La realtà è sempre meno posseduta, compresa dalle parole: le cose vivono oggi una indicibile solitudine e sono scoperte, vissute al di fuori della loro stessa realtà. Finalmente, liberata dalla schiavità delle cose, la parola può dire il mondo del possibile, delle idee, costruire essa stessa un nuovo mondo, popolarlo di cose più reali di quelle antiche, anche se evanescenti come una lieve foschia autunnale. Un mondo mai fermo, statico ma in continuo mutamento che dimentica il futuro perché ha dimenticato il passato. La sua funzione è estrarre dal magazzino apparentemente infinito della possibilità nuove forme, nuovi mondi e nuove disperazioni.

    Il mondo e le cose perdono la loro «verità»

    Le cose nella loro autonomia, nella loro staticità, nel loro sottrarsi al gioco del possibile, per essere ciò che sono destinate ad essere, non appartengono più al mondo di oggi a meno che esse stesse non divengano parole, segni che rimandano a significati che sono al di fuori di loro stesse. Per sopravvivere, oggi le cose devono divenire veicoli di idee, astratte a sé medesime. In questo gioco di parole e di segni il mondo perde la sua consistenza, il suo desiderio di oggettività, e la verità diviene un ricordo ingenuo di uno stato di vita arcaico e un po' barbaro.
    Oggi esiste una sola verità che può essere detta ed è quella che sottrae al mondo della possibilità, facendole esistere, nuove idee, nuove forme e nuove cose, viste però solo come segni materiali di un discorso che ha altrove le sue radici.
    Il vestito non è una cosa, ma un segno che per necessità è anche una cosa. Un segno che consente l'accesso ad un particolare universo, o mondo artificiale, in cui sovente si consuma la vita del giovane.
    La parola come idea porta necessariamente con sé anche una particolare concezione della verità, la cui origine può anche questa volta essere rinvenuta nella cultura greca.
    Infatti il termine greco verità, «aletheia», indica il venir fuori dall'oscurità attraverso un'operazione in cui l'uomo mette in chiaro l'essenza della cosa osservata. Al contrario la parola ebraica «'emet • vuol dire anzitutto fermezza, stabilità, fedeltà. La verità è quindi una sorta di stabile conformità, di credibilità nella certezza. Ad esempio, la verità di Dio non è la sua essenza ma bensì la sua fedeltà a ciò che la sua misericordia promette all'uomo. La verità è clemenza di Dio, è certezza nella giustizia, fedeltà alla memoria ed alla tradizione, accettazione della certezza delle cose.
    La verità nella ricerca greca è la ricerca dell'essenza ultima nascosta nelle cose, ciò che sta oltre l'apparenza spazio-temporale delle cose e degli eventi. È il mettere in chiaro, al di là delle illusorie apparenze, la vera natura delle cose; è lo scoprire i veri significati che dalle cose sono oscurati e che dalle parole possono essere svelati. Eppure nella tradizione ebraica le parole svelano il vero non perché portano alla luce lati nascosti ed oscuri delle cose ma perché sono fedeli alle cose e le nominano correttamente.

    COMPITO DI UN NUOVO LINGUAGGIO

    Verità, da questo punto di vista, è dare alle cose dei nomi che le descrivono correttamente, sono stabili nel tempo e sono il frutto di una storia e di una tradizione. È chiaro che la verità non è solo quella greca e non è solo quella ebraica, così come le parole non servono solo a descrivere ma anche a svelare le profonde oscurità che celano allo sguardo dell'uomo la vera natura delle cose.
    Tuttavia ho voluto qui evidenziare il polo ebraico della concezione della nostra cultura del rapporto delle parole con le cose e con la verità, perché mi sembra che oggi ci sia un eccesso di radicamento nel polo greco, con un conseguente processo di nullificazione del senso della realtà e della stessa verità e giustizia del mondo. La storia stessa, la memoria del passato perdono ogni significato nel gioco astratto delle significazioni delle parole e dei segni sganciati da ogni potere di descrizione e di comprensione della realtà delle cose.
    Lo stesso linguaggio rischia la dissoluzione perché riducendosi a convenzione, a gioco precario, anche se affascinante, di astrazioni, di possibilità di forme secondo regole che sfuggono a qualsiasi certezza di un radicamento nella storia, nella memoria della tradizione, diviene strumento della impossibilità della comunicazione e quindi manifestazione della propria irriducibile impotenza ad essere ciò per cui è nato e per cui esiste.
    Il linguaggio nell'effimero dei significati instabili, incerti e non generalizzabili confessa il proprio scacco, il proprio fallimento e segna la fine di se stesso e della condizione sociale dell'uomo. È necessario quindi che il linguaggio, oltre alla sua potenza di creatore di mondi possibili, riscopra la sua funzione più primitiva e più potente, che è quella di nominare le cose, di comprenderle e di fornire all'uomo un potere reale su di esse. È quindi necessario, allo stesso modo, una riscoperta della verità delle cose al di là dei segni con cui sono rivestite, o che sono diventate.
    Paradossalmente il linguaggio che doveva svelare l'aspetto nascosto delle cose ha finito per nascondere le cose, per celarle allo sguardo dell'uomo, per oscurarne il senso nell'orizzonte del mondo spazio- temporale umano.
    La necessità di riscoprire le «cose», il loro ruolo al di là del loro uso come segni nel costruire il mondo dell'uomo si lega strettamente, indissolubilmente, alla urgenza della riscoperta di una parola che leghi, relazioni l'uomo con la realtà oltre che con le idee.

    DUE PISTE PER EDUCARE ALLE COSE

    Educare alle cose allora vuol dire, fondamentalmente, operare in due direzioni. La prima è quella di far scoprire come ogni cosa non sia neutrale, non sia solo un segno ma una realtà che porta con sé una propria dimensione etica, un proprio valore e una capacità di stimolare comportamenti individuali e collettivi.
    La seconda è quella di-far riapprendere un uso del linguaggio in cui le parole siano meno soggette all'arbitrarietà nella loro significazione, ma siano viceversa legate in modo più stabile alla realtà che rappresentano e dotate di un maggiore potere di collegare l'individuo con i suoi contemporanei, con quelli che l'hanno preceduto e con quelli che lo seguiranno nell'avventura della vita umana nel mondo finito dello spazio-tempo.
    Una educazione linguistica di questo tipo richiede che si avvii un processo di trasmissione culturale teso a radicare il giovane nella tradizione, facendogli cogliere il valore ed il significato che nelle parole e nelle forme della lingua si sono sedimentati nel corso della storia. Si tratta, in altre parole, di stabilire un rapporto con la memoria collettiva, anche se filtrata.dalla cultura attuale. È questa la premessa perché il giovane acquisisca un significato più stabile e certo delle parole e dei segni che in generale utilizza.
    Oltre a questo è necessario che avvenga una continua verifica della capacità della lingua di aprire alla comunicazione ed al processo della comprensione della realtà. Questo non può che avvenire attraverso esperienze di socializzazione di gruppo ed esperienze di ricerca che trovino nella validazione collettiva, se non la loro verifica, la loro sicurezza.
    Accanto a questo lavoro di educazione ad un uso più vero del linguaggio, è necessario esplorare le cose, specialmente quelle frutto del lavoro umano, per verificarne non tanto il significato legato al loro consumo ed alla loro fruizione immediata, ma gli effetti più profondi che esse producono sull'uomo e sul suo mondo.
    Ogni cosa umana, al di là del suo uso, possiede un valore che le è dato dalla sua natura, e cioè dall'insieme di tutte le possibilità di azione nella vita che possiede, oltre che dalle concezioni pratiche intorno all'uomo ed al suo mondo di cui è portatrice. Ogni cosa contiene, non come essenza ma come realtà fattuale, dei valori che fanno sì che essa contribuisca a far germogliare, negli individui e nella cultura sociale, particolari modi di vita e di pensiero. Non è solo l'uso che fa buona o cattiva per la vita umana una cosa, ma anche, e direi soprattutto, la sua stessa intrinseca natura. Un coltello non è buono se usato per tagliare il cibo e cattivo se usato per uccidere. Esso è uno strumento che possiede nella sua natura sia la possibilità di aiuto alla vita che di distruzione della vita stessa.
    La moda non è buona o cattiva secondo l'uso. Occorre invece andare al di là del suo uso, per scoprire la realtà e quindi le possibilità che possiedono le forme ed i materiali attraverso cui essa si esprime. Educare alle cose significa allora piegare il linguaggio a questa operazione di scoperta dell'identità delle cose. In questa operazione il linguaggio può utilizzare tanto la potenza di dominio e di comprensione sulla realtà implicita nella parola/cosa, quanto quella implicita nella parola/idea.

    CONCLUSIONE

    Ponendo il discorso sulle cose all'interno della polarità idea/cosa, unificando in un tutto dinamico le radici culturali dell'occidente, è possibile uscire dalla spirale distruttiva che le cose ed una lingua non salvata producono nella vita del mondo contemporaneo, specialmente nel suo versante del mondo dei giovani.
    Non bisogna avere paura della distruzione e del dolore, non perché essi non siano un insulto terribile alla vita umana, ma perché al fondo di essi si può cogliere il senso della promessa di salvezza, che è nella domanda muta che le cose rivolgono allo sguardo dell'uomo, per oltrepassarlo e fermarsi alla fonte di ogni promessa.
    Educare alle cose passa attraverso una riscoperta dell'intimo rapporto, non esclusivamente linguistico, tra cosa e nome. E questo senza voler ritornare ad una concezione magica, ma restando saldamente ancorati alla razionalità ed alla solarità di una vita sottratta all'urlo della paura.
    La moda, la musica, il personal computer, ecc. imbecilliscono, distruggono il giovane quando non sono una amplificazione della sua capacità di rapporto con gli altri, il mondo e la realtà in genere, ma un modo per disarticolare la sua presenza nella realtà e condurlo in un mondo totalmente artificiale, di pure possibilità formali, in cui la speranza è solo nell'illusione che ciò che si vive è vero perché possibile.
    Leggere le cose vuol dire possedere le cose e non farsene possedere. Vuol dire aprire le cose alle novità che rendono, se non felice, almeno necessaria e costruttiva la presenza dell'uomo nel mondo. Educare alle cose vuol dire scoprire nelle cose le possibilità che rendono il futuro un luogo in cui la novità può dire più speranza che nel passato.
    Educare alle cose, infine, vuol dire salvare il linguaggio umano dalla distruzione connessa al suo sganciarsi dalla realtà e dalla verità della storia.


    NOTE

    [1] Sergio Quinzio, La croce ed il nulla, Milano 1984.
    [2] Elie Weisel, Celebrazione hassidica, Milano 1983.


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