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    Giovani e adulti oggi. Una lettura antropologica



    Mario Pollo

    (NPG 1990-05-10)


    C'è una diffusa convinzione secondo la quale l'evoluzione della persona umana si ferma alla soglia dell'età adulta, ragion per cui, in questa fase della vita, i cambiamenti vengono visti esclusivamente come il frutto di fatti esterni, come la conseguenza delle situazioni sociali ed economiche in cui l'adulto si trova a vivere. In altre parole questo significa che i cambiamenti che investono la persona adulta non sono altro che il risultato del suo adattamento all'ambiente naturale e sociale nel quale egli vive. Al suo interno l'adulto non avrebbe, secondo questa concezione, né una fonte energetica né un programma sufficientemente autonomi per garantirgli dei significativi cambiamenti di tipo evolutivo indipendentemente dalle condizioni sociali ed economiche che intessono la sua vita.
    Tale convinzione appare errata in quanto la moderna ricerca psicologica, sociologica ed antropologica ha messo in evidenza che l'età adulta è una età in cui la persona prosegue il suo ciclo evolutivo, anche se in modo meno evidente.
    Le scienze umane sembrano confermare, un po' tardivamente per la verità, quello che la riflessione filosofica aveva da tempo intuito. Valga, tra tutti i possibili esempi, la citazione della riflessione in cui Bergson afferma: "Esistere significa cambiare; cambiare significa maturare; maturare significa creare se stessi incessantemente".
    Si può, perciò, dire che la condizione adulta è la fase in cui la persona deve far evolvere la "differenza", conquistata nella fase evolutiva precedente, verso l'unità e la totalità.
    Essa è anche la fase in cui l'adulto deve restituire a livello sociale i frutti della sua evoluzione personale e deve, quindi, ricambiare i doni ricevuti nel corso del suo processo di formazione personale. Infatti l'adulto ha costruito la sua individualità originale, il suo Io, solo perché è esistito un Noi che gli ha fornito l'aiuto necessario al suo farsi uomo, al suo costruirsi.
    Senza questo Noi, che è l'espressione della solidarietà concreta di un gruppo sociale, così come viene vissuta direttamente dall'uomo nelle sue fasi evolutive che vanno dall'infanzia all'adolescenza, nessuna persona raggiungerebbe l'autonomia e la responsabilità tipiche dell'essere autocosciente. Il Noi, ovvero la cura che ogni uomo manifesta per gli altri uomini che condividono con lui lo spazio tempo sociale, è una sorta di prestito che ogni persona, una volta divenuta adulta, deve restituire, con gli interessi, alle nuove generazioni divenendo per esse una espressione concreta dello stesso Noi.
    Parlando di caratteri della condizione adulta si intende l'intreccio di questi tre fattori nella vita della persona:
    - gli obiettivi evolutivi che essa deve raggiungere;
    - i compiti sociali a cui essa deve assolvere;
    - il livello evolutivo già raggiunto.
    Ognuno di questi fattori pur avendo un suo grado di autonomia è strettamente interdipendente con gli altri due. Nessuno di essi da solo, infatti, è in grado di garantire il raggiungimento di una matura condizione adulta.

    GLI OBIETTIVI EVOLUTIVI DELLA CONDIZIONE ADULTA

    La concezione che vede nella condizione adulta non la stasi ma la prosecuzione di quell'evoluzione umana che qualcuno vede conclusa alla fine dell'adolescenza, può essere riassunta nel ciclo: Noi-Io-Noi.
    Questo significa che l'adulto dopo avere completato la conquista dell'Io nell'adolescenza deve, mentre stabilizza il suo ruolo sociale, cominciare il percorso che lo porterà nella fase più avanzata della sua vita alla riconquista del Noi da cui si è separato con l'evoluzione della sua individualità.
    Infatti se la conquista dell'Io che si conclude nell'adolescenza si basa sulla accentuazione della diversità e, quindi, dell'opposizione della persona umana a tutti quei legami che lo omologano al tutto costituito dalla natura e dalla società umana, la conquista del Noi si basa, invece, sulla accentuazione dei legami di solidarietà e di armonia della persona con lo stesso tutto. Questo senza perdere, ma anzi rinforzandoli, i confini della sua individualità.
    Questa conquista del Noi, tra gli altri obiettivi, comporta in modo particolare quelli del superamento del sesso e dell'età.

    Il superamento del sesso

    Nell'età adulta i maschi devono fare spazio al femminile che è in loro e le femmine devono lasciar affiorare il maschile che è in loro.
    Questo significa che i maschi dovrebbero essere meno competitivi, meno autonomi, meno interessati all'affermazione ed alla conquista dei beni materiali e, al contrario, più aperti alla cooperazione, alla solidarietà ed ai valori spirituali.
    Le femmine, invece, dovrebbero diventare più sicure, più indipendenti e più in grado di governare gli aspetti materiali della vita.
    Il superamento del sesso è l'azione attraverso cui la persona umana cerca la completezza e l'unità interiore delle componenti, spesso contraddittorie, che formano la sua natura. Se la conquista dell'identità ha richiesto nella fanciullezza e nell'adolescenza il dominio di alcune componenti della natura personale sulle altre. L'età adulta, specie quella più matura, la mezza età per intendersi, richiede invece il dialogo armonico tra queste stesse componenti.
    Se il ragazzo e l'adolescente devono accentuare la loro caratteristica sessuale, specie nelle sue dimensioni sociali e culturali, l'adulto, invece, deve cercare di far convivere la sua identità sessuale con l'altra che pure è presente in lui.
    La ricerca di dialogo del proprio carattere sessuale con il suo opposto è fonte di armonia, di completezza ed è una profonda molla all'affermarsi di uno stile di vita più equilibrato, maturo e spirituale.
    Infatti la manifestazione della differenza nell'età adulta deve passare dall'opposizione dialettica alla tolleranza del dialogo. Solo così la persona può iniziare la riscoperta che la sua individualità è tale perché è nutrita dal rapporto con la totalità e che senza questa essa non potrebbe esistere.
    La solidarietà è, ancora prima che un imperativo etico, una dimensione costitutiva della natura umana.
    Questa scoperta non è né facile né tantomeno spontanea: è il risultato di una lunga e faticosa ricerca evolutiva che comporta, tra l'altro, un modo più evoluto di vivere il rapporto uomo-donna nella quotidianità della vita sociale.

    Il superamento dell'età

    "Se non vi convertirete e non diverrete come bambini non entrerete nel Regno dei Cieli".
    In questa frase evangelica è sottolineata l'esigenza che l'adulto apra la sua età e, quindi, il suo ruolo sociale e il suo stile di vita alla ricchezza esistenziale che è presente nelle altre età se vuole perseguire la completezza e l'unità del suo essere. Per l'adulto, ad esempio, divenire come un bambino può voler significare, tra gli infiniti significati possibili, recuperare la curiosità, la disponibilità a nuove esperienze, ad apprendere e, infine, a modificare, magari radicalmente la sua vita. Può voler significare, anche, la riscoperta della gioia della vita, della semplicità e della freschezza dei sentimenti umani.
    La società moderna attuale, nella sua complessità, rende più facile che in altre epoche incrociare la propria età con altre infatti come affermano Neugarten e Hagestad:
    "A quanto pare, la nostra è una società che si è abituata a studenti settantenni, a rettori trentenni, a sindaci ventiduenni, a nonne trentacinquenni, a pensionati cinquantenni, a padri sessantacinquenni di bambini in età prescolare , sessantenni e trentenni vestiti allo stesso modo e a genitori ottantacinquenni che si prendono cura di figli sessantacinquenni. Nella misura in cui la forza delle norme relative all'età si riflette nella variabilità intorno a strutture modali, sembra proprio che ci stiamo dirigendo verso quella che si potrebbe definire una società indifferente all'età; se ne può dedurre che l'età, come la razza ed il sesso, stia diminuendo di importanza come regolatore della condotta"[1].
    La flessibilità delle età consente alle persone di tendere alla completezza ed alla perfezione restando nel contempo disponibili e aperte all'apprendimento.
    La modernità, se ben interpretata, offre al percorso di autorealizzazione della persona nuove ed insperate opportunità. Ogni uomo ha, cioè, a sua disposizione più tempi della sua vita per la realizzazione del suo progetto di sé e non solo il tempo della sua "età evolutiva".
    Questa non è solo una opportunità offerta dalla attuale complessità sociale, ma una vera e propria esigenza della vita delle società cosiddette postindustriali o postmoderne.
    Infatti, per riuscire a utilizzare tutte le opportunità esistenziali offerte da questo tipo di società, la persona deve riuscire ad incrociare le varie codificazioni culturali di età che ha depositate nella sua psiche, senza per questo venir meno al dato vincolante della sua età cronologica che deve sempre e comunque costituire il centro ordinatore di questi incroci.

    L'adulto verso l'unità del suo Sé e della sua vita

    L'adulto ha sovente la sensazione e, quasi sempre, la prescrizione di vivere in funzione dei propri ruoli sociali: lavorativi, famigliari, politici, associativi, sessuali, relazionali, ecc. Il suo essere adulto sembra esprimersi nella capacità di essere fedele a questi ruoli. Ruoli che nella sintesi dell'esistenza personale diventano il ruolo. La fedeltà al ruolo è una sorta di programma di vita che vincola le possibili scelte dell'adulto e, paradossalmente, blocca ogni sua possibile ulteriore trasformazione in senso evolutivo.
    Il ruolo diviene non solo il regolatore sociale della vita della persona nell'ambito del sistema sociale ma anche, se non soprattutto, il regolatore della sua esistenza individuale fissandola in un'identità statica centrata sugli obblighi sociali della persona.
    Quella che doveva essere solo la recita di una parte sulla scena della vita diventa la personalità dell'attore che di per sé non è più nulla essendo diventato tutt'uno con le parti che deve recitare.
    Il ruolo per molte persone diventa l'unica, o perlomeno dominante, fonte della loro identità.
    All'adulto, che non vuole essere prigioniero della parte che recita, anche per evitare di essere sepolto nella terra sconsacrata, si chiede di liberarsi progressivamente dai condizionamenti e dalle richieste del suo ruolo sociale. La persona deve cercare, cioè, le ragioni della sua identità nella sua interiorità più intima e profonda e non solo nel suo apparire nella scena sociale.
    Questo significa, sostanzialmente, che la persona deve distanziarsi dal proprio ruolo e, al pari dell'attore brechtiano, guardarsi recitare criticamente modificando, di conseguenza, la sua recita a seconda degli imperativi etici e progettuali che sono depositati nella sua coscienza. Ma non solo, questo significa anche che egli deve agire, attraverso le varie forme in cui si manifesta la partecipazione alla vita sociale, per modificare in senso evolutivo e personale il suo ruolo.
    Questa azione di distanziamento dal proprio ruolo sociale richiede che l'adulto si liberi, il più possibile, dai condizionamenti dei suoi livelli emozionali profondi, che gli impediscono di esercitare il controllo critico e cosciente sulla sua vita di relazione sociale e di manifestarsi nella sua autenticità all'interno della stessa.
    Queste due azioni combinate consentono all'adulto, se accompagnate dall'assunzione concreta di una maggiore responsabilità verso gli altri, di raggiungere una maggiore unità personale.
    La capacità di giocare il proprio ruolo sociale in modo più cosciente e personale richiede, infatti, una maggiore attenzione all'altro che nasce solo da una pratica di assunzione di responsabilità come quella che si ha nelle relazioni di amore o di aiuto fraterno e gratuito. L'esercizio della responsabilità è la forma adulta della solidarietà ed è una delle trame che tessono l'unità personale dell'adulto.

    I compiti sociali dell'adulto

    Oltre a svolgere le varie funzioni che la società gli richiede nel campo del lavoro, dell'affettività, della convivenza sociale e della riproduzione della specie, l'adulto ha il compito affatto particolare di svolgere la funzione che consente al fluire del tempo di divenire storia.
    L'adulto dopo l'emersione della coscienza umana alla storia ed alla responsabilità, che è stata iniziata parzialmente dal pensiero greco e realizzata nella sua completezza dalla rivelazione giudaico-cristiana, ha la responsabilità di tessere il tempo in modo che possa strutturarsi come storia, ossia di consentire che gli eventi della vita umana abbiano un senso, non solo in sé ma anche come passi di un cammino che dal passato porta, attraverso la sua azione nel presente, verso una realizzazione ed una liberazione della condizione umana che in parte appartiene al tempo e che in parte è alla fine del tempo.
    La vita, infatti, si inscrive in una storia, che per l'uomo può essere sia fonte di salvezza che di perdizione nei sentieri facili della distruttività.
    È all'interno di questo orizzonte temporale che l'adulto cristiano costruisce la sua giornata terrena.
    Questo compito è oggi particolarmente importante perché la cultura sociale attuale tende a chiudere l'orizzonte di senso della vita all'interno dell'angusto limite temporale del presente. I giovani vivono in modo drammatico questa limitazione temporale attraverso la crisi di tempo che attraversa la loro esistenza. L'adulto deve restituire ai giovani il senso storico dell'esistenza.

    L'adulto al confine tra memoria e sogno del futuro

    Per far questo l'adulto deve divenire cosciente che egli è da un lato memoria del passato e dall'altro sogno del futuro. Infatti, ogni adulto è, che lo voglia o no, la memoria vivente di un frammento significativo di cultura sociale ed è, nello stesso tempo, portatore o compartecipe di un progetto di futuro entro il quale si snoda la sua vita individuale e la sua partecipazione alla vita sociale.
    È compito dell'adulto di preservare la memoria culturale trasmettendola e nello stesso tempo lavorare per la transizione verso il futuro della società in cui vive secondo il progetto, o il sogno, di cui è portatore.
    Questo significa che l'adulto deve sviluppare nell'ambito intero della sua vita sociale un atteggiamento di tipo genitoriale, che è una forma di responsabilità educativa verso le giovani generazioni.
    Educare significa, infatti, dare un passato ed un futuro ai giovani, come ogni genitore autentico, più o meno consapevolmente, sa. L'evoluzione della civiltà umana si basa su questa azione educativa che consente alle nuove generazioni di collegare il proprio presente ed il proprio futuro al passato che, di fatto, li ha resi possibili.
    Perché questo avvenga è però necessario che l'adulto divenga narratore della memoria mentre cerca, faticosamente, di essere fedele nella vita quotidiana al suo sogno di futuro.

    L'adulto come trascendimento delle costrizioni della necessità verso i valori

    L'adulto dovrebbe come suo compito di restituzione primaria alla società del dono della sua realizzazione umana riuscire a dimostrare che la sua vita, nonostante le difficoltà e gli insuccessi, è una risposta non solo a bisogni, desideri, impulsi emotivi e calcoli razionali ma anche, se non soprattutto, alla fedeltà ad un insieme di valori.
    È, infatti, compito della condizione adulta la ricerca di una condizione esistenziale non determinata solo dalle necessità della sopravvivenza o da principi di utilità e di ricerca del benessere materiale. L'adulto dovrebbe riuscire, con tutti i limiti imposti dalla sua radicale finitudine, a trovare l'equilibrio tra ciò che deve fare per sopravvivere, o per vivere il meglio possibile, e i valori, dai quali solo può derivare il senso o il non senso della sua vita e del mondo che abita.
    Un adulto che non tesse il suo progetto di vita sull'ordito dei valori, di fatto, ha rinunciato allo sviluppo delle sue potenzialità umane e, in qualche modo, ha rinunciato a trovare se stesso o, perlomeno, ha rinunciato a governare la propria vita lasciandola alla deriva delle circostanze e delle manipolazioni di chi ha il potere di influire, se non di determinare, queste circostanze.
    L'uomo senza valori è un uomo in balia degli eventi della vita e, quindi, delle condizioni politiche, sociali ed economiche in cui essa si svolge, oltre che delle tensioni e degli impulsi che provengono dalla sua persona a livello biologico e psicologico.
    La maturità, l'autonomia e la libertà di essere protagonista della propria vita derivano all'uomo dall'avere su di sé un progetto che trascende l'orizzonte, quasi istintuale, dei bisogni, dei desideri e delle passioni.
    C'è, quindi, una sorta di equivalenza tra l'essere adulti la capacità di vivere oltre l'orizzonte del puro adattamento alle varie situazioni personali, sociali e naturali che l'individuo si trova ad affrontare.

    La condizione adulta come impegno alla comprensione ed alla lotta per il superamento della sofferenza nella vita umana

    L'adulto ha tra i suoi doveri primari quello di tentare di dare un senso alla presenza della sofferenza nel mondo e nella sua vita e, nel contempo, di operare fattivamente per ridurne la presenza.
    Nonostante il progresso sociale ed economico la sofferenza continua a mostrare i suoi multiformi volti nella vita umana. C'è, infatti, la sofferenza che sorge dalla natura, c'è quella che nasce dalla psiche delle persone e, infine, c'è quella che è provocata dalla vita sociale. La lotta dell'uomo per allontanare questa presenza inquietante dalla sua vita è un succedersi di vittorie e di sconfitte in cui è, a volte, difficile osservare un qualche progresso significativo.
    La cultura delle società complesse sembra aver perso la capacità di dare senso al dolore e le persone cercano, nella maggioranza dei casi, di eluderne la presenza rimuovendolo o rifugiandosi negli analgesici fisici e psichici. Non importa se questi analgesici sono sostanze chimiche, bevande, cibi, svaghi, mass media. Essi sono uniti dalla loro funzione, che è quella di nascondere il dolore, di impedirgli di interpellare la coscienza umana.
    In questo tipo di cultura sociale il dolore non è più il mistero che inquieta la coscienza e pone radicali interrogativi al senso della vita umana, esso è semplicemente un evento che la razionalità dell'uomo non ha saputo prevenire o controllare.
    L'abitudine, poi, a ricorrere a sostanze esterne per alleviarne la presenza ha ridotto la stessa tolleranza umana alla sua presenza ed ha reso indifese molte persone nei suoi riguardi.
    Eppure la capacità di affrontare l'esperienza del dolore rimane uno dei compiti sociali fondamentali della condizione adulta, nonostante la rimozione della cultura sociale di questo compito di autorealizzazione umana.
    Accettare di farsi interpellare dal mistero del dolore non significa, però, rassegnarsi alla ineluttabilità della sua presenza. Al contrario significa ricavare energia e sapere per una efficace lotta nei suoi riguardi.
    Essere adulti significa saper scrutare il mistero del dolore e agire con tutte le risorse disponibili per combattere le cause che lo generano, pur con la consapevolezza che la vittoria su di esso si realizzerà solo alla fine del tempo.

    L'adulto come creatore di limiti

    La vita per svilupparsi ed avere qualche probabilità di far affiorare nel suo corso la felicità ha bisogno di trovare dei limiti, ovvero delle regole e delle forme, al cui interno declinarsi. È questa una consapevolezza che è alla base del pensiero occidentale e la si ritrova espressa chiaramente sin dai primi filosofi greci. La vita, almeno quella che si sviluppa tra uomini emersi alla coscienza, nasce e si sviluppa attraverso l'incontro del desiderio, parafrasi dell'energia vitale che muove la vita dell'uomo e dell'universo, con i limiti che le norme, i codici, i saperi e i valori pongono alla sua espressione. La capacità di emettere suoni di un bambino, ad esempio, per divenire linguaggio deve incanalarsi all'interno di precise regole fonetiche. Solo questo flettersi del suo desiderio di comunicazione alle regole del codice linguistico gli consentono di divenire un atto comunicativo. La coscienza stessa dell'uomo è il regolatore fondamentale di questo incontro/scontro tra desiderio e limite.
    Questi limiti, per non divenire una prigione della creatività della vita e, quindi, produttori di morte, devono essere continuamente ed incessantemente rinnovati attraverso un loro continuo riadattamento alle mutazioni delle persone, della società e della natura.
    Compito dell'adulto, se vuole essere un produttore di vita, è quello di operare affinché questi limiti esistano in misura adeguata e siano continuamente rinnovati ed adattati alle mutate condizioni storiche ed esistenziali.
    Questa sua azione egli la realizza, oltre che con la genitorialità dell'educazione, anche attraverso la sua partecipazione alla vita sociale e politica.
    L'adulto, poi, deve dimostrare che i limiti che egli produce sono sempre superati e superabili dall'amore inteso nel modo che Gesù ha insegnato. Infatti i limiti sono creativi quando sono sottomessi alla legge dell'amore. Sono una prigione quando ricavano da se stessi la loro ragione di esistenza.

    L'adulto come silenzio

    L'adulto non deve però solo essere attivo, deve, infatti, anche riuscire ad essere passivo, nel senso che il suo compito non è solo quello di trasformare la vita ma anche quello di contemplarla. Questo significa che egli deve essere in grado di fare silenzio, di lasciarsi, cioè, pervadere da ciò che esiste per riuscire a comprenderlo al di là delle sue personali precomprensioni. La capacità di fare silenzio è, tra l'altro, l'unica in grado di consentire ad ogni persona di comprendere e di accettare gli altri nella loro singolarità irrepetibile, così come ogni altra manifestazione del vivente.
    In una realtà in cui dominano il soggettivo, il relativo e la fragilità di fronte alla possibilità di comprensione della realtà, il silenzio appare come una delle poche vie che consente una comprensione "oggettiva". Il silenzio consente, infatti, una conoscenza non distorta dalla propria soggettività perché è un tentativo di percepire direttamente la soggettività della realtà contemplata lasciandosene pervadere. Tra l'altro è attraverso il silenzio che l'adulto può percepire le vibrazioni che provengono dalla fonte profonda e misteriosa dell'Amore.

    L'adulto come presenza al mistero della morte

    La morte è il mistero più descritto e, nello stesso tempo, più rimosso dalla nostra società. Basta infatti accendere il televisore o aprire un giornale per essere inondati da descrizioni, a volte impudiche, di eventi luttuosi reali o immaginari. Qualcuno ha calcolato che un telespettatore medio in un anno vede, tra finzioni e cronache, alcune migliaia di morti.
    Questa descrizione, quasi barocca, della morte che i mass media fanno non è che il tentativo di esorcizzarla. La si descrive perché la nostra cultura non ha più gli strumenti idonei per spiegarla, per dare ad essa un significato.
    Il pensiero della morte, così come la sua presenza materiale concreta, è sempre più rimosso dalla vita quotidiana delle persone.
    La morte quando accade, specialmente nelle grandi città, è nascosta in luoghi separati. Questa rimozione si manifesta poi in modo molto evidente nel generalizzato rifiuto da parte delle persone di considerare che ogni loro progetto, prima o poi, incontrerà il limite radicale della morte. La maggior parte delle persone vive come se non dovesse mai morire.
    Eppure, nonostante la nostra volontà la morte è il confine che segna tutti i nostri sogni di futuro e balena da tutte le esperienze del ricordo.
    L'adulto deve affrontare nel progetto della sua vita e dell'intera società il senso di questo evento, se non vuole che la sua vita si inaridisca e perda la sua reale dimensione di senso. La sua stessa salute psichica dipende dalla sua capacità di dare significato all'evento della morte come confine della sua vita.
    Molte angosce, molte nevrosi e molte depressioni che affliggono gli abitanti delle culture delle società complesse sono figlie della rimozione della morte.

    L'adulto come operaio del Regno

    L'adulto deve operare nella sua vita sapendo che egli è un esecutore imperfetto di un disegno più grande, che già esiste ma che ancora deve rivelarsi nella sua completezza. La sua vita ha il compito di essere fedele a questo grande disegno che comprende e ricapitola tutti gli altri di cui è protagonista.
    In questa sua azione l'adulto deve essere sorretto dalla consapevolezza che se egli lavora con fedeltà e coraggio alla costruzione del Regno, quale sia la durata ed il successo del suo lavoro, egli abiterà per sempre nel Regno. Allo stesso modo deve fare spazio alla consapevolezza che sovente le esperienze dell'insuccesso, della sconfitta e del fallimento se poste con Fede ai piedi della Croce diventeranno anch'esse passi importanti nella costruzione del Regno.
    Queste consapevolezze, che solo la Fede può dare, sono l'antidoto più efficace sia alle tentazioni prometeiche, sia alla disperante angoscia che deriva all'uomo dalla contemplazione della sua radicale finitudine.
    La fede apre all'uomo le porte del raggiungimento della sua umanità integrale.

    L'ADULTO CONCRETO OGGI

    La vita dell'adulto medio contemporaneo pare molte volte lontana da questi compiti, assorbita come è da dimensioni molto più contingenti ed utilitaristiche.
    Eppure se si osserva bene la vita quotidiana degli adulti si nota l'emergere di frammenti, di aspirazioni e di tensioni che fanno dire che per molti di essi questi compiti, al di là di tutto, sono sentiti come quelli veri della loro vita.
    Occorre liberare la vita adulta dalle prigioni che le impediscono di espandersi in tutta la sua pienezza, offrendo agli adulti la scoperta che la loro evoluzione personale ha ancora molte tappe da percorrere e che, quindi, la loro vita non è assolutamente uno stanco e routinario avvolgersi su se stessa.
    L'incontro con i giovani è forse il luogo da cui questa liberazione può partire perché richiama gli adulti alla loro responsabilità, facendo loro comprendere che solo la loro realizzazione umana piena apre ai giovani un futuro più ricco di possibilità di vita.
    Questo significa che se l'adulto lavora per il futuro dei giovani lavora per la propria autorealizzazione.


    NOTA

    [1] Neugarten, Bernice L., e Hagestad, Gunhild O., Age and the life course, in Handbook of aging and the social sciences, New York 1976.


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