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    Costruire assieme (giovani e adulti) l'adulto credente



    Mario Pollo

    (NPG 1990-05-40)


    Ogni processo educativo autentico richiede la disponibilità dell'educatore a educarsi mentre educa. Questa affermazione è divenuta molto popolare in questi ultimi anni sotto la spinta, in modo particolare, delle pedagogie della liberazione. Eppure, nonostante la sua popolarità, questa concezione non ha indotto significative modificazioni negli stili educativi degli adulti. Infatti la maggioranza degli adulti educatori opera come se l'unico beneficiario del processo educativo fosse il giovane educando. Questa sorta di monodirezionalità dell'adulto, non riguarda solo il suo modo di vivere la relazione educativa, ma anche, e in modo ancora più accentuato, i processi attraverso i quali egli vive la sua crescita personale.

    LA RELAZIONE EDUCATIVA GIOVANI E ADULTI: LA RECIPROCITÀ

    Ora, se l'adulto vuole conquistare la pienezza della sua condizione deve, invece, scoprire che la sua crescita può avvenire solo all'interno del processo, formativo ed esistenziale, attraverso cui i giovani costruiscono la propria maturità umana. In altre parole questo significa che l'adulto evolve solo se la sua vita aiuta i giovani ad evolvere. Anzi, ribaltando la questione, si può dire che l'uomo diviene adulto nella misura in cui sa assumersi la responsabilità verso le nuove generazioni, che sono il futuro attraverso cui si concretizzerà il futuro della storia che sta costruendo insieme agli altri uomini. È chiaro che lo stesso discorso, in modo ancora più accentuato, vale anche per il percorso di maturazione attraverso cui l'adulto conquista giorno per giorno un modo più autentico di vivere la propria fede.
    Questo modo di concepire la relazione educativa ed esistenziale dell'adulto con il giovane, attraverso la reciprocità, non significa affatto che l'adulto debba porsi in modo simmetrico al giovane, annullando la differenza di responsabilità, di esperienza e di ruolo che segna le due generazioni. Tutt'altro! L'adulto, infatti, per svolgere efficacemente il suo ruolo educativo deve valorizzare al massimo la differenza generazionale che lo separa dal giovane. E questa differenza si basa sul fatto che l'adulto è portatore di una responsabilità educativa e di un patrimonio esistenziale e culturale che deve e questo è l'imperativo della conservazione e dello sviluppo della civiltà umana trasmettere al giovane. Questa trasmissione può avvenire solo perché c'è una asimmetria, una differenza di potenziale, tra l'adulto e il giovane.
    L'asimmetria, tuttavia, non significa che tra l'educatore e l'educando debba esistere una relazione autoritaria, in quanto essa deve essere sempre fondata sulla criticità e sulla democraticità, ovvero sulla persuasione e sul dialogo. L'essere adulti comporta, tra l'altro, la capacità di costruire una relazione asimmetrica, democratica e critica con i giovani.

    IL RAPPORTO DELL'ADULTO CON I GIOVANI

    Se l'adulto partendo dal suo primo compito quello di essere lo strumento attraverso cui il tempo diviene storia sviluppa tutti gli altri compiti indicati precedentemente, di fatto si pone in una relazione educativa con i giovani caratterizzata sia dalla reciprocità, sia dall'asimmetria. Questo modo di concepire la relazione educativa significa anche che è sbagliato porre il rapporto giovani adulti come un problema. Infatti esso diviene un problema solo quando gli adulti rinunciano ad essere adulti. Questo non significa che non ci siamo da risolvere problemi di comunicazione tra le diverse generazioni, che non sia necessario aggiornare continuamente i metodi e gli stili educativi, che non occorra dare risposte precise ai bisogni particolari della condizione giovanile, che, come è noto, mutano con il mutare della vita sociale. Significa solo affermare che tutti questi problemi sono risolvibili quando l'adulto svolge i compiti tipici della sua condizione. Si possono infatti leggere i compiti che l'adulto deve svolgere per perseguire la propria autorealizzazione, così come sono stati descritti precedentemente anche come modi educativamente efficaci di vivere la relazione con i giovani. Sinteticamente, questi compiti possono essere così formulati al fine di divenire il fondamento di una relazione educativa esistenzialmente significativa: la trasmissione della memoria e l'educazione alla progettualità; la socializzazione e la costruzione della coscienza; l'educazione alla solidarietà; la trasmissione dei valori; l'educazione al senso della vita; l'educazione alla trascendenza. Queste relazioni, come si è già detto, sono la trascrizione dei compiti della condizione adulta, almeno secondo il punto di vista del metodo educativo tipico dell'animazione culturale. Essi sono anche la dimostrazione, abbastanza probante, del fatto che, se l'adulto fa l'adulto seriamente, affronta necessariamente anche i temi fondamentali della relazione adulti giovani e si pone in una prospettiva spontaneamente educativa. Questo consente anche di affermare che molti problemi della condizione giovanile, sovente, sono generati dai problemi non risolti della condizione adulta e, quindi, dalla chiusura egoistica in se stessi degli adulti. Perché queste relazioni abbiano efficacia educativa, è importante che si svolgano all'interno di una comunicazione esistenzialmente autentica che rispetti il più possibile la personalità del giovane.

    La trasmissione della memoria e l'educazione alla progettualità

    L'adulto deve fare memoria se vuole liberare la sua coscienza dal drago che impedisce che essa conquisti l'anima, ovvero se vuole che la liberazione dai vincoli che imprigionano l'io, liberi la conquista della responsabilità e della creatività. Infatti, la coscienza può divenire fonte di futuro solo se riesce a incorporare nel suo presente la memoria del passato. La coscienza non si espande verso il futuro e, quindi, verso la progettualità creativa, se non si nutre della memoria viva della sua storia passata, rivissuta e rivisitata in modo critico ma non disincantato. Ora, l'unico modo che l'adulto ha per far sì che la sua memoria sia qualcosa di vivo, è quello di operare perché essa diventi parte del futuro della società nella quale vive. L'unico modo che l'adulto ha di consegnare la propria memoria al futuro è quella di depositarla, attraverso l'educazione, nella cultura sociale che fonda il «farsi uomo» del giovane. Fare memoria, per un adulto, non può essere perciò solo il ricordare, ma deve essere anche l'operare affinché la sua storia, personale e sociale, diventi parte di quel sapere culturale a cui il giovane attinge per formare il progetto originale innovativo della propria vita. Da questo punto di vista il fare memoria richiede, allora, anche la capacità di rivisitare criticamente la propria storia e quella della propria generazione alla luce delle storie che l'hanno preceduta, che la seguiranno e che stanno cominciando a riflettersi negli occhi dei giovani. Una memoria che non si fa presente nella vita dei giovani, non aiuta né l'adulto ad evolvere, né i giovani a divenire autori della loro vita in senso pieno attraverso la progettualità. La memoria dell'adulto, infatti, è l'unica via che il giovane ha di accesso all'identità storico-culturale che fonda la sua identità personale e i processi attraverso i quali egli disegna i suoi sogni di futuro. Il fare memoria da parte dell'adulto è già, quindi, a tutti gli effetti, un'azione formativa sia per i giovani che coinvolge che per l'adulto stesso.

    La socializzazione e la costruzione della coscienza

    La coscienza per divenire lo specchio limpido in cui l'uomo legge la verità su se stesso e sulla propria vita, deve passare dalla porta stretta costituita dall'incontro-scontro del soggetto con l'altro. Un incontro-scontro segnato dalla fatica della costruzione di una relazione autentica. Di una relazione, cioè, nella quale ognuno dei protagonisti cerca di vedere se stesso attraverso gli occhi dell'altro, accettando nel contempo pienamente la irriducibile diversità di questi. Questa esperienza di relazione interpersonale, che è l'unica, tra l'altro, in grado di fondare una corretta socializzazione, è alla base della costruzione di una coscienza in grado di innalzarsi sopra le fredde paludi del soggettivismo egocentrico e narcisista. Infatti la coscienza si realizza attraverso la scoperta del Tu e, quindi, attraverso una definizione aperta e relazionale dell'Io. Se la persona non scopre il Tu, non riesce a definire il proprio Io e i confini della sua identità rimangono labili e opachi allo sguardo della consapevolezza indagatrice che genera la coscienza. L'adulto è il protagonista primo di questo processo di socializzazione attraverso cui il giovane conquista la sua coscienza, essendo l'altro significativo, o almeno dovrebbe esserlo, del giovane. La relazione di socializzazione autentica non è però monodirezionale, perché il giovane è, sua volta, l'altro significativo dell'adulto, e consente a questi il suo cammino di espansione della coscienza alla scoperta del Noi. La socializzazione costruttrice di coscienza, infatti, non si ferma all'età della adolescenza, ma dura tutta la vita. Anche se ogni età, naturalmente, ha diversi livelli di profondità, di estensione e di qualità dei processi di socializzazione, questi sono però tutti interrelati tra di loro.
    Ad esempio, ad un processo di socializzazione carente a livello giovanile corrisponde un narcisismo dell'adulto, mentre ad un adulto altruista corrisponde un giovane che lavora duramente per aprire il suo Io al vento della responsabilità sociale. Quando i giovani vivono la crisi dell'identità personale e la crisi della responsabilità sociale, come capita di questi tempi, vi è, per la legge della solidarietà intergenerazionale prima enunciata, una crisi profonda che attraversa la coscienza della condizione adulta. La coscienza dei giovani è lo specchio crudele, perché privo di compiacenti inganni, della coscienza adulta. Tuttavia il giovane possiede, se ha la fortuna di vivere esperienze esistenzialmente significative, la capacità di trasformare i limiti della condizione adulta in fattori di crescita.

    L'educazione alla solidarietà

    L'intreccio tra socializzazione e costruzione della coscienza trova la sua naturale conclusione nei processi che disegnano nel progetto di vita del giovane l'avventura della solidarietà. La socializzazione autentica, la scoperta dell'altro, la coscienza limpida di sé sono la base di quella forma dell'agire umano che è la solidarietà. La solidarietà comporta la scoperta della condivisione e, quindi, dell'altro come un fondamento etico della propria vita. Avere una concezione solidaristica della vita significa, infatti, pensare all'altro non solo come persona da rispettare, ma da amare, e porre la sua realizzazione umana come imperativo al proprio agire. La condivisione nasce da questa scoperta e si esprime nell'essere partecipe della vita altrui e nel partecipare all'altro la propria nella pari dignità. In altre parole, significa coinvolgersi con chi è emarginato per lottare e per rimuovere insieme le logiche dominanti, le cause del disagio, per costruire insieme a chi si trova in difficoltà risposte adeguate ed efficaci, nel rispetto della complessità dei bisogni e dei diritti, nella vicendevole accoglienza. È questa l'avventura più bella che un giovane e un adulto possono compiere insieme. L'adulto per educare alla solidarietà deve viverla, e deve farla vivere al giovane all'interno di una esperienza comune. Questo è l'unico modo che l'adulto ha a disposizione per rileggere criticamente e impietosamente il suo modo di vivere la solidarietà. Il giovane, con la sua lucidità scevra di compromessi, aiuta l'adulto a superare le sue precomprensioni, i suoi alibi, le sue mistificazioni e quindi a maturare la sua socialità. Nello stesso tempo, mentre l'adulto si mette in crisi rispetto al giovane, dona a questi il realismo del potere necessario a rendere produttive ed efficaci le azioni di solidarietà del giovane. L'esperienza della condivisione aiuta, quindi, l'adulto e il giovane a sentire di appartenere a una storia concreta fatta di persone e, quindi, di tante storie che si intrecciano. In modo particolare aiuta il giovane a essere consapevole che la sua storia ha un senso solo se si apre alla responsabilità verso le altre storie e che tale apertura ha la sua espressione compiuta nel sociale, ovvero in quel luogo in cui l'economia e la politica intrecciano i loro destini costruendo l'ambito delle possibilità della vita in un determinato luogo dello spazio-tempo.

    L'educazione ai valori

    I valori, come è noto, oltre ad essere delle entità ideali, sono degli atteggiamenti, dei comportamenti che manifestano storicamente l'orientamento esistenziale di persone e di gruppi sociali. La prima dimensione, quella «ideale», è l'espressione dei sistemi etici, religiosi e filosofici, la cui validità è acquisita universalmente o perlomeno dalla società in cui il giovane e l'adulto vivono. La seconda dimensione, quella «pratica», è invece l'espressione delle valorizzazioni concrete di un dato gruppo sociale o di particolari individui. Queste valorizzazioni, di solito, orientano il comportamento della persona perché le forniscono i parametri per individuare ciò che per lei è utile e buono nella vita quotidiana. La dimensione pratica del valore non coincide necessariamente con quella ideale, sia per la difficoltà che ogni uomo incontra nell'essere fedele ai suoi valori ideali nella vita quotidiana, sia perché sovente molti di essi non sono principi di tipo etico. Nella vita quotidiana, ad esempio, il possesso dell'automobile è un valore che orienta il comportamento degli individui finalizzando ad esso l'accumulazione di risorse economiche. Questa finalizzazione comporta, di fatto, una selezione delle risorse a disposizione dell'individuo che le sottrae da altri possibili impieghi, per destinarle all'acquisto e al mantenimento dell'automobile. Questo avviene perché l'individuo è convinto che l'automobile è una cosa buna e gli è utile per la sua vita. Come si può intuire facilmente, non vi è alcun tipo di relazione diretta tra il valore pratico «automobile» e il sistema dei valori ideali di un individuo. Al massimo, analizzando le conseguenze dirette ed indirette della presenza di questo valore nella vita di un gruppo sociale, si può rilevarne la coerenza con il sistema dei valori ideali che quello stesso gruppo sociale possiede. Le due dimensioni del valore appartengono perciò a due piani diversi, anche se interrelati all'interno della vita individuale e sociale della persona, e hanno un certo grado di indipendenza reciproca. Nel progetto esistenziale dell'uomo giocano, quindi, entrambe le dimensioni del valore. L'educazione ai valori richiede, perciò, all'adulto sia la costruzione di esperienze esistenziali in cui il giovane possa sperimentare la varietà dei valori che la cultura dell'adulto professa, sia l'annuncio della validità e della grandezza dei valori ideali. Tuttavia, come si è visto, nonostante la loro autonomia i due piani del valore nella vita umana sono interrelati. Questo significa che l'adulto per educare i giovani ai valori deve viverli. Ma non solo. Egli deve anche avere il coraggio di sottoporre i suoi valori e i suoi atteggiamenti e comportamenti, che li manifestano nella vita quotidiana, al confronto critico della demistificazione giovanile. Questo non perché l'adulto debba necessariamente rinnegare i suoi valori tradizionali, ma perché egli deve sempre reinterpretarli e verificarli se vuole che essi mantengano inalterata la loro produttività esistenziale. Educare ai valori è sempre una esperienza di verifica dei propri valori personali oltre che della propria coerenza esistenziale. Una esperienza, questa, che aiuta l'adulto a superare i suoi limiti per evolvere verso il confine dove i valori divengono amore.

    L'educazione al senso della vita

    Quando il giovane ha tessuto il proprio progetto di vita con la memoria e l'ha illuminato con lo sguardo limpido della sua coscienza, quando l'ha aperto ad una socialità intrisa di solidarietà, quando la sua vita è orientata dai valori, allora nasce dalle profondità dell'essere l'autentico amore per l'uomo e per la vita. È il momento in cui il giovane formula il suo sì pieno e convinto alla vita e, al di là di tutte le esperienze negative, irrompe nella sua coscienza la consapevolezza della dignità e grandezza della condizione umana. È il momento in cui il salmo 8 viene compreso in tutta la sua maestosità, la bellezza della vita si manifesta in tutta la sua gratuità e la forza del desiderio incanala la propria energia creatrice nel progetto teso a espandere le ragioni della vita nelle culture umane che regolano l'esistenza individuale e sociale delle persone. In questa fase dell'educazione c'è uno scambio vitale tra adulto e giovane: quello tra desiderio e limite. Dove l'adulto si nutre dell'energia creatrice del desiderio e il giovane dà al desiderio la creatività che nasce dal suo incontro con le regole e le norme che sono tipiche delle forme in cui si dice la civiltà umana. Se l'adulto non si offre come limite al desiderio del giovane e se, al contrario, il giovane non offre la potenza del suo desiderio ai limiti dell'adulto, la civiltà umana si inaridisce e la vita non fiorisce. Se non c'è questo scambio, il limite radicale della morte crea angoscia, e per questo viene rimosso, e non viene integrato nell'orizzonte di senso della vita umana.
    Il senso della vita nasce anche dal suo confronto con l'evento che più sembra negarlo: la morte.
    La civiltà occidentale si è nutrita fin dalla sua nascita di questo confronto tra l'espressione del desiderio come fonte della vita e l'esperienza della finitudine radicale della condizione umana nel mondo. Tuttavia l'uomo ha scoperto che l'accettazione del proprio limite e, nello stesso istante, l'azione per il suo superamento, è il fondamento stesso della creatività della vita umana e, quindi, della civiltà. L'uomo senza regole e codici non può vivere e sviluppare la sua esistenza, ma nello stesso tempo l'uomo prigioniero delle regole e dei codici inaridisce la propria gioia creatrice di vita. Non è questo un paradosso, ma l'espressione della complessità della vita umana e della necessità che ogni regola e codice siano continuamente superati nel nome dell'amore. Questo gioco tra desiderio, limite e suo superamento nel nome dell'amore è alla base di tutte le esperienze che producono il senso della vita.

    L'educazione alla trascendenza

    Il sì alla vita è la premessa indispensabile al fiorire nella coscienza del giovane di una fede matura, in grado di giudicare e orientare la vita quotidiana del giovane. Il momento del sì pieno alla vita da parte del giovane è quello che segna l'inizio di quel lungo cammino che termina solo con l'evento della morte. In questa fase c'è il riconoscimento che Gesù è il Signore della vita, che Gesù è il Volto di Dio che si fa presente nella storia umana. In questo punto alto della costruzione della persona umana, in cui il giovane scopre che solo ciò che è totalmente Altro consente di sperimentare il senso pieno della vita umana, lo scambio tra adulto e giovane è veicolato dal silenzio.
    Silenzio inteso come capacità di riconoscere la propria radicale incompletezza.
    Silenzio inteso come capacità di far tacere la propria volontà di potenza per lasciarsi pervadere dalla volontà del Padre.
    Silenzio inteso come capacità di scoprire dietro le sembianze dell'altro, specie se ultimo, il volto di Gesù.
    Silenzio come disponibilità a lasciar si pervadere dal mistero senza tentare di spiegarlo.
    Silenzio come capacità di accoglienza della ricchezza giovanile nella comunità cristiana.

    Conclusione

    Questi punti, in modo forse sommario, segnano i momenti forti di un cammino attraverso cui l'adulto educa e viene educato, e offrono alcune indicazioni utili alla costruzione di una relazione adulto giovane autentica. Il tentativo sviluppato da questa riflessione mirava poi a far vedere, come premesso all'inizio, i legami di interdipendenza tra la condizione adulta e quella giovanile, evidenziando le situazioni esistenziali in cui essi si manifestano concretamente. Se il tentativo è riuscito, dovrebbe essere chiaro a questo punto che l'adulto può maturare nella sua umanità e nella fede solo se aiuta i giovani a fare altrettanto.


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