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    La scuola come sostegno all'identità personale e alla solidarietà



    Mario Pollo

    (NPG 1992-05-63)


    Frugando nelle varie declinazioni del Significato della parola identità mi ha colpito una definizione del Rosmini: "Identità è ciò che si conosce con un solo concetto". Questa definizione va oltre quelle normali che caratterizzano l'identità, e di cui il Tommaseo offre un sapiente esempio: "Condizione dell'oggetto che è, o si riconosce essere, il medesimo. Il rimanere nel medesimo stato", e che riguardano l'uguaglianza dell'oggetto con se stesso. Infatti la definizione del Rosmini va oltre, in quanto pone come caratteristica peculiare del concetto di identità quell'unità profonda dotata di significato che la rende esprimibile con un unico concetto.

    L'IDENTITÀ SOGNATA

    Trasferendo questa definizione dal piano linguistico a quello del processo attraverso cui l'essere umano conquista il proprio modo personale, unico ed irripetibile, di essere uomo nell'orizzonte del mondo, si può dire che essa permette di cogliere come l'identità umana non possa essere racchiusa solo nella capacità dell'individuo di riconoscersi come persona autonoma, radicalmente diversa e separata e nello stesso tempo dipendente, irrimediabilmente simile e unita agli altri uomini ed alla natura che abita. Questa capacità umana, che è uno dei doni della coscienza, è una condizione necessaria dell'identità, tuttavia essa non è da sola sufficiente. Infatti è necessario, affinché esista identità, che lo specifico della persona che la rende uguale e diversa dalle altre persone si esprima in un nome.
    Questo nome, che non può pretendere di esprimere e descrivere la complessità della persona, deve però essere in grado di evocarne l'unità profonda e il senso globale che questa unità esprime.
    Una persona divisa, frammentata e incoerente che non riesce a trovare un centro in cui far gravitare la fatica ed il senso dei suoi giorni, delle sue ore e dei suoi attimi non conosce il proprio nome ma solo quello della sofferenza o dell'ottundimento, molto spesso piacevole, che accompagna la sua avventura nello spazio-tempo che ha come confine il mistero.
    Aiutare un giovane a costruire la propria identità personale significa aiutarlo non solo a differenziarsi, a costruire il proprio Io ma anche a scoprire il suo nome segreto che è alle porte del senso unico ed irripetibile della sua vita.

    L'IDENTITÀ REALIZZATA

    Tuttavia questa offerta al giovane di avventura nel labirinto del senso della vita alla ricerca del proprio nome oggi, all'interno della cosiddetta complessità sociale, appare sempre più rara. Genitori, educatori, insegnanti e adulti in genere sembrano aver dimenticato i sentieri dell'avventura attratti dalle strade comode del mercato e della scambio utile che propone, a chi ha la fortuna di sedere al tavolo del banchetto dell'abbondanza, il simulacro della realizzazione personale esclusivamente attraverso il piacere del benessere e dei suoi correlati.
    Il giardino di Eden non è più il luogo della vicinanza di Dio e, quindi, dell'armonia assoluta di senso che l'Essere irradia nell'uomo e nella natura ma il luogo in cui esprimere e consolare la propria sete di piacere.
    Questa perdita del senso profondo della ricerca dell'identità è resa evidente dalla crisi della stessa identità che la nostra società vive, specialmente alla frontiera delle nuove generazioni.
    Nella attuale società a causa della complessità l'individuo vive uno stato di smarrimento, di perdita di punti di riferimento, di crisi dei valori e dei sistemi di pensiero che, ancora in un passato prossimo, gli offrivano la capacità di prevedere l'esito delle sue azioni e quindi di ipotizzare il suo futuro prossimo e lontano. L'individuo percepisce una insanabile frattura tra il suo mondo personale e quello della società in cui vive, che tende ad apparirgli incomprensibile ed al di fuori del suo controllo.
    Dal suo versante il giovane vive questa incertezza attraverso una profonda crisi di identità. Nel labirinto della complessità sociale il non avere una identità stabile, coerente e unitaria è ritenuto normale. Il modello di identità della società complessa, infatti, è quello di una identità frammentata, composita, in continua evoluzione, ambivalente, contraddittoria e mai compiutamente raggiunta. Questo tipo di identità è teorizzato sia a livello filosofico che sociologico.
    Nel rapporto con la realtà esterna l'attuale cultura sociale tenta di accreditare, in coerenza con il concetto di identità debole, l'impossibilità di comprendere e di dominare efficacemente la realtà. L'unica modo possibile per l'abitante delle società complesse di porsi nei confronti della realtà è quello di chi tace e se formula una domanda non pretende risposta.
    Le analisi sociologiche ed antropologiche hanno infatti posto in luce come in queste società l'individuo sia sottoposto ad un bombardamento di informazioni e di possibilità, che possono produrre in lui profonde ed angoscianti crisi esistenziali e di adattamento perché lo costringono a continue scelte se vuole dare in minimo di coerenza, di significato e di ordine alle sue azioni. La risposta più diffusa, anzi quella che la cultura sociale dominante propone, che le persone danno a questo malessere sociale è quella della rinuncia al progetto dell'identità.
    Questa rinuncia viene giustificata, peraltro anche a livello di teorie sociali e filsofiche, con la considerazione che l'individuo deve poter includere nel proprio futuro qualsiasi evenienza possa verificarsi senza essere chiuso da progetti obbliganti e, quindi, rigidi. In pratica si dice che l'unico modo che la persona umana ha oggi di non farsi schiacciare dall'angoscia e dall'assenza di sentieri di senso è quello di scegliere senza di fatto scegliere.
    Scegliere, cioè, una certa opzione tra quelle possibili senza per questo rinunciare a quelle che non si scelgono, rinviando solo queste ultime al futuro. Allo stesso modo si dice che l'individuo non potendo prevedere il futuro deve restare disponibile e libero rispetto ai vari eventi che in esso potrebbero accadere. Questo iperpragmatismo, questa rinuncia, da parte dell'uomo contemporaneo, a voler costruire se stesso ed il proprio futuro secondo un progetto unitario e coerente comporta come conseguenza diretta oltre che la crisi del tradizionale concetto di identità, anche una destrutturazione della stessa dimensione temporale in cui si svolge la vita dell'individuo.
    Per quanto riguarda l'identità è sufficiente ricordare che essa tradizionalmente è stata anche definita come la sintesi dinamica nella persona umana di passato, presente e futuro, dove il futuro non era che il progetto che di sé elaborava l'individuo.
    Eliminare il progetto di sé dal futuro significa di fatto minare alla radice la concezione di identità.

    La fuga dal tempo storico come fuga dall'identità come progetto

    Per quanto riguarda la destrutturazione della dimensione temporale essa si manifesta fondamentalmente come un diverso intreccio nella vita della persona tra passato, presente e futuro che porta in primo piano il presente nella sua accezione di quotidiano.
    Questa valorizzazione del quotidiano si manifesta nella piena affermazione della sua autonomia e del suo significato intrinseco e rende inutile ogni discorso intorno ad una identità progettuale ed unitaria.
    In altre parole questo vuol dire che il significato dei fatti esistenziali che avvengono nel quotidiano non derivano dal loro essere inseriti in un progetto futuro, in una storia, ma solo dalla loro qualità intrinseca. Il loro senso è completamente contingente e legato al qui ed ora.
    Molti osservatori e studiosi della realtà umana, sociale e culturale attuale vedono in questo modo di porsi nei confronti del tempo dell'individuo contemporaneo una sorta qualità che viene definita come duttilità. Qualità che consente alla persona di sfruttare tutte le opportunità che la società postindustriale può offrire e di ridefinirsi continuamente adattandosi alle continue trasformazioni che la società subisce.
    Un individuo, quindi, che ha una sorta di identità mobile, che è disponibile al cambiamento, che è nemico della routine e della abitudini, oltre che privo di radicamenti stabili.
    Questo comporta però per l'individuo lo smarrimento della coscienza del tempo che, come nota N. Elias, è il risultato di una sintesi di momenti che appartengono al passato, al presente ed al futuro.
    Questo modello di "uomo nuovo" si fonda però una premessa che è ben lungi dall'essere scontata; quella della libertà dai bisogni materiali ed immateriali legati alla sopravvivenza fisica e psichica. Nessuna società è in grado di garantire questo in modo permanente, specialmente all'interno di una situazione mondiale in cui la miseria e la fame colpiscono ancora la stragrande maggioranza della popolazione. In ogni caso questo è un modello di uomo tipico di una società opulenta, di una società che può consentire la sopravvivenza, ad esempio, anche a chi non lavora.
    Al di là di queste fantasticherie sociologiche, resta comunque la constatazione che il giovane di oggi vive un processo di destrutturazione rispetto al tempo. Destrutturazione che si riflette in modo piuttosto evidente sulla sua identità personale.
    Occorre però sottolineare che la destrutturazione del tempo non investe tutti i giovani allo stesso modo.
    Infatti alcuni giovani vivono questo processo in modo più intenso di altri; alcuni addirittura non lo vivono affatto. Vi è poi chi lo vive come sua scelta personale cosciente e meditata e chi, invece, solo come atteggiamento indotto dalle pressioni e dai condizionamenti sociali.
    Al di la di ogni interpretazione che di questo fenomeno si voglia dare, resta la constatazione che esso interpella profondamente la responsabilità dell'adulto educatore, proponendogli la crisi addirittura del fondamento d'uomo di cui è portatore. Non si tratta qui del rifiuto di una certa visione dell'uomo e della vita, come poteva avvenire un decennio fa, ma del rifiuto del fatto che l'uomo debba porsi in modo progettuale e coerente di fronte alla sua avventura nel mondo, che debba cioè pensare al senso della sua vita come quello di una storia individuale dentro una storia sociale.
    Se a questo si aggiunge che qualsiasi proposta educativa si scontra con l'assenza del futuro dalla dimensione temporale del giovane si può intuire l'entità dei problemi che la destrutturazione del tempo provoca all'educazione.

    LA CRISI DEL NOI

    Strettamente interrelata con la crisi dell'identità la società complessa propone una profonda crisi del Noi, ovvero della dimensione sociale della vita che è costituita da quella rete di solidarietà che consente ad ogni individuo umano l'utilizzo nel proprio progetto di vita delle risorse, materiali e spirituali, messe a disposizioni dagli individui che con lui condividono lo spazio ed il tempo.
    Senza questa dimensione solidale sociale non è possibile l'esistenza dell'Io. Il formarsi dell'Io ed il suo mantenersi, infatti, è reso possibile solo dall'esistenza del Noi. Se non ci fosse un Noi che si prende cura, tutela ed educa i nuovi nati questi non solo non potrebbero conquistare la coscienza ma, addirittura, non potrebbero sopravvivere.
    Senza il Noi ogni forma di identità dell'Io appare fragile e distruttiva come lo specchio d'acqua che inghiotte Narciso.
    Il Noi oggi è in crisi sia per la caduta delle relazioni interpersonali che ha condotto le persone a vivere, specialmente nelle grandi città, nell'isolamento e nell'indifferenza reciproca, sia per la crisi della politica che indebolisce il tessuto organizzativo del Noi, oltre che per l'eccessiva enfasi che è stata posta sulla risposta ai bisogni soggettivi dell'individuo.
    Il risultato è un non attenuarsi, e forse un accentuarsi, degli egoismi nell'orizzonte della vita sociale. Chi ha il benessere non vuole dividerlo con chi non ce l'ha. Chi sta bene non vuole essere disturbato da chi sta male. Il soggetto è, proprio perché ha smarrito il suo senso, l'unica fonte del giudizio e dell'atteggiamento etico verso la realtà sociale. Questo egoismo è anche uno dei volti della crisi della politica.
    La crisi della politica, infatti, si riflette non solo nella incapacità di una società di affrontare in modo efficace i problemi, nuovi e vecchi, che la attraversano, ma anche perché non fornisce più alle persone i percorsi attraverso cui connettono e sottomettono i loro bisogni individuali a quelli comuni di carattere più generale ed universale. Le forme di egoismo e di corporativismo che esprimono alcune categorie sociali non è che un risultato della crisi della politica.
    È chiaro che nel termine politica rientrano oltre che il comportamento dei politici e dei partiti i sistemi di pensiero e di valore che li orientano. Questo significa che è in crisi radicale proprio l'etica della politica.
    Dopo aver fatto un'incursione intorno ai temi della crisi dell'identità e del Noi, ovvero del circolo virtuoso della solidarietà Io-Tu-Noi, è tempo di spostare l'attenzione su cosa la scuola può fare per contribuire ad una uscita evolutiva da queste due crisi.
    Per fare questo è utile forse ricordare rapidamente quali sono gli obiettivi educativi che tradizionalmente sono stati attribuiti alla scuola italiana.

    GLI OBIETTIVI EDUCATIVI DELLA SCUOLA

    Essi sono:
    - La formazione dell'identità personale;
    - la formazione alla professionalità attuata attraverso:
    * l'inserimento attivo nella vita sociale;
    * l'acquisizione del senso di responsabilità;
    * l'acquisizione dei contenuti e delle abilità elaborate precedentemente dalla cultura sociale.
    Gli strumenti che la scuola ha a disposizione per raggiungere i suoi obiettivi sono:
    - l'insegnamento fondato sulla criticità, sulla sistematicità e sull'interdisciplinarietà;
    - l'abilitazione ad un stile di vita centrato sull'orientamento democratico, sulla responsabilità collettiva, sul pluralismo e sulla complessità;
    - il clima, o ambiente, segnato profondamente dall'amore alla vita e dalla capacità di far sentire ogni giovane "protagonista".
    Questi strumenti della scuola non si giocano però solo all'interno dell'insegnamento/trasmissione tipico della lezione e della sua verifica, ma anche negli altri luoghi educativi tipici della scuola:
    - la classe intesa come gruppo sociale primario;
    - l'istituto scolastico in quanto segno dell'istituzione;
    - la relazione esistenziale insegnante/allievo;
    - la comunità educante.
    Questo significa che l'educazione scolastica deve uscire dagli angusti limiti della competenza disciplinare, che peraltro deve essere significativamente migliorata, per assumere la dimensione dell'animazione culturale. Infatti l'espressione animazione culturale è il nome di un modo di fare educazione che mette al centro il giovane nella sua globalità di essere complesso e libero e che utilizza come fondamento del proprio metodo il gruppo primario e la relazione educativa.

    SUGGESTIONI DELL'ANIMAZIONE CULTURALE ALL'EDUCAZIONE SCOLASTICA

    La scuola oggi, per poter proporsi al giovane almeno come luogo di formazione dell'identità e come luogo della elaborazione del suo personale progetto di vita, deve essere in grado di offrire delle risposte alle non domande del giovane.

    Le domande del giovane che non pretendono risposta

    Per poter dare risposta alle domande del giovane che non pretendono risposta è necessario che l'educatore assuma sino infondo l'atteggiamento della reciprocità educativa.
    Ogni processo educativo autentico richiede la disponibilità dell'educatore a educarsi mentre educa.
    Questa affermazione è divenuta molto popolare in questi ultimi anni sotto la spinta, in modo particolare, delle pedagogie della liberazione.
    Eppure nonostante la sua popolarità questa concezione non ha indotto significative modificazioni negli stili educativi degli adulti. Infatti la maggioranza degli adulti educatori opera come se l'unico beneficiario del processo educativo fosse l'educando.
    Questa sorta di monodirezionalità dell'adulto non riguarda solo il suo modo di vivere la relazione educativa, ma anche, e in modo ancora più accentuato, i processi attraverso i quali vive la sua crescita personale.
    Ora se l'adulto educatore vuole conquistare la pienezza della sua condizione deve, invece, scoprire che la sua crescita può avvenire solo all'interno del processo, formativo ed esistenziale, attraverso cui i giovani costruiscono la propria maturità umana. In altre parole questo significa che l'adulto evolve solo se la sua vita aiuta i giovani ad evolvere. Anzi ribaltando la questione si può dire che l'uomo diviene adulto nella misura in cui sa assumersi la responsabilità verso le nuove generazioni, che sono il futuro attraverso cui si concretizzerà il futuro della storia che sta costruendo insieme agli altri uomini.

    La conquista della coscienza e lo sguardo dell'altro: la partecipazione alla vita sociale alla frontiera della solidarietà

    La coscienza per divenire lo specchio limpido in cui l'uomo legge la verità su se stesso e sulla propria vita, deve passare dalla porta stretta costituita dall'incontro scontro del soggetto con l'altro. Un incontro scontro segnato dalla fatica della costruzione di una relazione autentica al cui interno la persona cerca di vedere se stessa attraverso gli occhi dell'altro, accettando pienamente la irriducibile diversità di questi.
    Una corretta socializzazione è alla base della costruzione di una coscienza in grado di innalzarsi sopra le fredde paludi del soggettivismo egocentrico e narcisista.
    L'adulto educatore è il protagonista primo del processo di socializzazione, o almeno dovrebbe, essendo l'altro significativo del giovane e, a sua volta il giovane è l'altro significativo dell'adulto.
    La socializzazione costruttrice di coscienza non si ferma all'età della adolescenza ma dura tutta la vita.
    Anche se ogni età, naturalmente, ha diversi livelli di profondità, di estensione e di qualità del processi di socializzazione, questi sono però tutti interrelati tra di loro. Ad esempio ad un processo di socializzazione carente a livello giovanile corrisponde un narcisismo dell'adulto. Ad un adulto altruista corrisponde un giovane che lavora duramente per aprire il suo Io al vento della responsabilità sociale.
    Questo intreccio tra socializzazione e costruzione della coscienza trova la sua naturale conclusione nei processi che disegnano nel progetto di vita del giovane l'avventura della solidarietà. La socializzazione autentica, la scoperta dell'altro come fondamento etico della propria vita, la coscienza limpida di sé sono la base di quella forma dell'agire umano che è la solidarietà. È questa l'avventura più bella che un giovane ed un adulto possono compiere insieme. L'adulto per educare alla solidarietà deve viverla e deve farla vivere al giovane all'interno di una esperienza comune. Questo tra l'altro è l'unico modo che l'educatore ha a disposizione per rileggere criticamente e impietosamente il suo modo di vivere la solidarietà. Il giovane, con la sua lucidità scevra di compromessi aiuta l'adulto a superare le sue precomprensioni, i suoi alibi, le sue mistificazioni e quindi a maturare la sua socialità. Nello stesso tempo mentre l'educatore si mette in crisi rispetto al giovane dona a questi il realismo del potere necessario a rendere produttive ed efficaci le azioni di solidarietà del giovane.

    La storia come radice del passato che apre al futuro

    L'adulto educatore deve fare memoria se vuole aiutare il giovane a liberare la sua coscienza dal drago che gli impedisce di conquistare l'anima, ovvero se vuole che la liberazione del giovane dai vincoli dell'io lo apra alla conquista della responsabilità e della creatività. L'adulto deve far si che la sua memoria diventi parte del fondamento dell'identità del giovane. Fare memoria non è solo ricordare ma è anche operare affinché la propria storia, personale e sociale, diventi parte di quel sapere culturale da cui il giovane attinge per formare il progetto originale innovativo della propria vita.
    Da questo punto di vista il fare memoria è la capacità di rivisitare criticamente la propria storia e quella della propria generazione alla luce delle storie che l'hanno proceduta e che la seguiranno e che stanno cominciando a riflettersi negli occhi dei giovani. Una memoria che non si fa presente nella vita dei giovani non aiuta né l'adulto educatore ad evolvere né i giovani a divenire autori della loro vita in senso pieno attraverso la progettualità.
    La memoria, oltre alle esperienze ed ai saperi, contiene anche il racconto della storia della salvezza così come essa è apparsa nella vita umana sino all'oggi. È questa la sola memoria che può aprire lo sguardo del giovane alla concezione del futuro come luogo della speranza. Senza questa memoria il passato ed il presente possono essere apparire al giovane come prigione dell'impotenza umana nei confronti del male che abita lo spazio ed il tempo della vita nel mondo.

    La frontiera del limite come potenza del desiderio: l'emancipazione dal bisogno

    Nell'educazione c'è uno scambio vitale tra adulto e giovane: quello tra desiderio e limite. Scambio in cui l'adulto si nutre dell'energia creatrice del desiderio e il giovane da al desiderio la creatività che nasce dal suo incontro con le regole le norme che sono tipiche delle forme in cui si dice la civiltà umana.
    Se l'adulto educatore non si offre come limite al desiderio del giovane e se, al contrario, il giovane non offre la potenza del suo desiderio ai limiti dell'adulto la civiltà umana si inaridisce e la vita non fiorisce.
    Se non c'è questo scambio il limite radicale della morte crea angoscia, e per questo viene rimosso, e non viene integrato nell'orizzonte di senso della vita umana.
    Il senso della vita nasce anche dal suo confronto con l'evento che più sembra negarlo: la morte.
    La morte è il mistero più descritto e, nello stesso tempo, più rimosso dalla nostra società. Basta infatti accendere il televisore o aprire un giornale per essere inondati da descrizioni, a volte impudiche, di eventi luttuosi reali o immaginari. Qualcuno ha calcolato che un telespettatore medio in un anno vede, tra finzioni e cronache, alcune migliaia di morti.
    Questa descrizione, quasi barocca, della morte che i mass media fanno non è che il tentativo di esorcizzarla. La si descrive perché la nostra cultura non ha più gli strumenti idonei per spiegarla, per dare ad essa un significato.
    Il pensiero della morte, così come la sua presenza materiale concreta, è sempre più rimosso dalla vita quotidiana delle persone.
    La morte quando accade, specialmente nelle grandi città, è nascosta in luoghi separati. Questa rimozione si manifesta poi in modo molto evidente nel generalizzato rifiuto da parte delle persone di considerare che ogni loro progetto, prima o poi, incontrerà il limite radicale della morte. La maggior parte delle persone vive come se non dovesse mai morire.
    Eppure, nonostante la nostra volontà la morte è il confine che segna tutti i nostri sogni di futuro e balena da tutte le esperienze del ricordo.
    L'adulto deve affrontare nella sua relazione educativa con il giovane il senso di questo evento, se non vuole che la vita del giovane si inaridisca e perda la sua reale dimensione di senso. La stessa salute psichica del giovane, specialmente quando questi diventerà adulto e anziano, dipende dalla sua capacità di dare significato all'evento della morte come confine della sua vita.
    Molte angosce, molte nevrosi e molte depressioni che affliggono gli adulti e gli anziani delle culture delle società complesse sono figlie della rimozione della morte.

    I VALORI

    I valori, come è noto, prima di essere delle entità astratte sono degli atteggiamenti, dei comportamenti che manifestano stoicamente l'orientamento esistenziale di persone e di gruppi sociali. L'educazione ai valori è, perciò, la costruzione da parte dell'adulto educatore di esperienze esistenziali in cui il giovane possa sperimentare la verità dei valori che la cultura dell'adulto professa. Questo significa che l'adulto per educare i giovani ai valori deve viverli. Ma non solo. Egli deve anche avere il coraggio di sottoporre i suoi valori e i suoi atteggiamenti e comportamenti che li manifestano nella vita quotidiana al confronto critico della demistificazione giovanile. Questo non perché l'adulto debba necessariamente rinnegare i suoi valori tradizionali, ma perché egli deve sempre reinterpretarli e verificarli se vuole che essi mantengano inalterata la loro produttività esistenziale.
    Educare ai valori è sempre una esperienza di verifica dei propri valori personali oltre che della propria coerenza esistenziale. Una esperienza, questa che aiuta l'adulto a superare i suoi limiti per evolvere verso il confine dove i valori divengono amore.

    I valori dell'animazione culturale

    Il sistema dei valori dell'animazione è strutturato intorno al valore della coscienza e della libertà e dell'autonomia della persona umana da tutte le dipendenze che impediscono la sua piena realizzazione. Connessi e inscindibili da questo valore, perché se no esso perderebbe il suo vero senso, vi sono quelli della solidarietà, dell'armonia e dell'unità con il tutto costituito dalla realtà sociale e naturale in cui l'uomo abita. Questa unità presuppone una coscienza aperta al dialogo con le dimensioni psichiche che abitano le regioni dell'inconscio e con il mistero del radicalmente Altro. Questo valore della coscienza, proprio perché fa sistema con questi altri valori, è assolutamente diverso da quello che propone la dominante cultura dell'affermazione narcisistica dell'Io.
    Un altro valore forte del sistema è quello della "storia". L'animazione accetta sino in fondo la concezione secondo cui il senso della vita umana, individuale e sociale, è nella sua storia. Che lo svolgersi della vita umana nel tempo non è un inutile e vano procedere ma un cammino lungo, faticoso, doloroso ma anche gioioso verso la propria redenzione e salvezza.
    L'acquisizione di questo valore comporta la condivisione dei valori della memoria, come fondamento dell'identità umana, e del futuro, come fondamento della speranza del presente. Dentro questo grappolo trovano spazio i valori del lavoro come contributo alla storia della redenzione della condizione umana e non solo alla sopravvivenza, dell'amore come antidoto al potere nella vita sociale, dell'utopia come fondamento i ogni realismo e della finitudine come luogo sia del peccato, ovvero della debolezza umana, sia della possibilità della sua sconfitta.
    Accanto a questi valori vi sono, ad essi inestricabilmente connessi, quelli inerenti la sfera della responsabilità dell'agire sociale. Centrale in questo grappolo è l'altro da me come valore, ovvero il riconoscimento che il senso ed il valore della propria vita è strettamente interconnesso al senso ed al valore della vita delle altre persone con cui si condivide lo spazio ed il tempo. È questo il valore dell'amore come fondamento di quella realizzazione umana piena in cui non c'è conflitto tra la dimensione individuale e quella sociale. L'amore come fonte dell'unità profonda della persona con se stessa e con gli altri. Un altro valore importante è quello dell'accettazione che la relatività degli elementi che costituiscono la vita umana è compresa all'interno di un assoluto che diventa normativo e giudica, quindi, lo stesso relativo. Questo assoluto è dato dall'intangibilità di ogni forma di vita umana come espressione del radicale amore alla vita.
    Questa intangibilità si esprime non solo nel rispetto della vita fisica delle persone ma anche nel rispetto della loro vita psichica e della loro vita spirituale. È anche questo valore la manifestazione della certezza che in ogni vita umana, anche in quella più povera e disperata, vi è una radicale dignità che deve essere salvaguardata ed amata.
    Questo assoluto comporta anche che l'utilizzo degli strumenti con cui l'uomo esercita il suo rapporto con se stesso, con gli altri e con la realtà, sia sottoposto alla verifica di come esso rispetta la vita umana. Uno strumento, nonostante il dilagante relativismo, non vale un altro. Alcuni strumenti sono per la vita, altri la negano.
    Infine questo assoluto consente di affermare che ogni situazione umana, ogni persona umana è redimibile.
    La gratuità è un altro dei valori cardine. Questo è un valore che può essere definito trasformatore degli altri. Esso, infatti da un senso affatto particolare a tutti gli altri valori e li carica oltre che di donatività anche della gioiosità che sono tipiche della festa e del gioco, che possono essere considerati essi stessi dei valori. Gratuità, festa e gioco sono i valori che accompagnano la dolorosa redenzione che l'uomo conduce, dopo il dono della Croce, della terra straniera in cui ancora abita.
    Accanto a questi valori finalizzati alla vita attiva ve ne sono altri che sottolineano la dimensione contemplativa dell'esistenza umana, intesa come capacità da parte dell'uomo di sottomettere la sua vita, dopo averne affermato la libertà e l'autonomia ad un disegno più grande la cui origine è laddove è mistero.
    Questi valori sono quelli del silenzio, dell'accettazione, nonostante i continui sforzi per superarli, dei limiti propri e altrui come luoghi da cui è possibile cogliere la presenza dell'infinito nella storia umana, della capacità del linguaggio, quando lo si apre al simbolico, di trascendere la banalità per mettere in relazione la vita dell'uomo con il mistero del Totalmente Altro.
    Tutto il sistema dei valori è, infine, giudicato nella sua coerenza dal punto di vista della Fede. Infatti la Fede pur non intervenendo direttamente nell'azione dell'animazione la giudica e la ispira.

    Contro le fantasticherie, contro i simulacri e contro l'implosione della parola. Storie di linguaggi che aprono e chiudono l'azione

    L'adulto educatore deve pronunciare parole vere, parole, cioè, che hanno nella fedeltà alla vita il fondamento della loro verità.
    L'educatore deve aiutare il giovane a scoprire che le parole sono lo strumento essenziale che egli ha disposizione per trasformare la realtà in cui vive.
    Per fare questo deve riscoprire la parola ebraica, che è fedeltà alle cose che nomina, e riequilibrare la parola greca, che, al contrario, liberazione del potere di astrazione. Deve aiutarlo a capire che le fantasticherie rinchiudono l'uomo nella distruttività senza nome dell'inazione e, perciò, che è necessario sostituirle con il sogno. Quante volte, infatti, di fronte alla durezza dei vincoli della realtà il giovane, e anche l'adulto, ha la tentazione di rifugiarsi in un mondo immaginario costruito dalla sua fantasia. Le fantasticherie fanno pagare per la loro breve ed effimera consolazione un prezzo altissimo: quello della rinuncia ad agire, magari soffrendo, per trasformare la realtà. Il sogno, quello vero, invece, non è consolazione ma un progetto su una realtà che si sente che può essere diversa da ciò che nel presente e può essere, quindi, come la vita dei Santi dimostra il motore di un impegno del giovane a costruire un mondo più giusto e bello.
    Come suggerivano gli antichi mistici occorre combattere le fantasticherie con il gioco e lo studio del moto di ciò che si libra nell'aria vincendo, per un istante, la prigione della forza di gravità. Questo significa che quando la fantasticheria assale la mente del giovane è meglio per questi giocare con gli oggetti che si librano nell'aria come il pallone o i pensieri strategici che progettano il futuro.

    Il senso della propria vita individuale

    Quando il giovane ha tessuto il proprio progetto di vita con la memoria e l'ha illuminato con lo sguardo limpido della sua coscienza, quando l'ha aperto ad una socialità intrisa di solidarietà, quando la sua vita è orientata dai valori allora nasce dalle profondità dell'essere l'autentico amore per l'uomo e per la vita. È il momento in cui il giovane formula il suo si pieno e convinto alla vita e, al di là di tutte le esperienze negative, irrompe nella sua coscienza la consapevolezza della dignità e grandezza della condizione umana.
    È il momento in cui il salmo 8 viene compreso in tutta la sua maestosità, la bellezza della vita si manifesta in tutta la sua gratuità e la forza del desiderio incanala la propria energia creatrice nel progetto teso a espandere le ragioni della vita nelle culture umane che regolano l'esistenza individuale e sociale delle persone.

    La trascendenza come dono del finito

    Il sì alla vita è la premessa indispensabile al fiorire nella coscienza del giovane di una Fede matura, in grado di giudicare e orientare la sua vita quotidiana. È il momento in cui può iniziare quel lungo cammino che termina solo con l'evento della morte.
    In questa fase c'è il riconoscimento che Gesù è il Signore della vita, che Gesù è il volto di Dio che si fa presente nella storia umana.
    In questo punto alto della costruzione della persona umana, in cui il giovane scopre che solo ciò che è totalmente Altro consente di sperimentare il senso pieno della vita umana, lo scambio tra adulto e giovane è veicolato dal silenzio.
    Silenzio inteso come capacità di riconoscere la propria radicale incompletezza.
    Silenzio inteso come capacità di far tacere la propria volontà di potenza per lasciarsi pervadere dalla volontà del Padre.
    Silenzio inteso come capacità di scoprire dietro le sembianze dell'altro, specie se ultimo, il volto di Gesù.
    Silenzio come disponibilità a lasciarsi pervadere dal mistero senza tentare di spiegarlo.
    Silenzio come capacità di accoglienza della ricchezza giovanile nella comunità cristiana.

    Conclusione

    La proposta di contenuti della relazione educativa nello stile dell'animazione appena fatta è null'altro che la proposta al giovane del suo nome, ovvero di un progetto d'identità in grado di superare gli angusti limiti dell'Io, della soggettività fine a se stessa dell'autoaffermazione. Infatti un'identità degna di questo nome è il centro esistenziale in cui si incrociano le vie attraverso cui l'uomo scende in se stesso, sale alle porte del cielo e percorre il bordo del baratro degli inferi in cui si agitano i demoni ed i mostri che possono si distruggerlo, ma oltre il quale c'è la fonte della sua energia vitale. Un'identità forse un po' diversa da quella tradizionalmente offerta dalle scienze umane, ma che cerca di recuperare la potenza del nome segreto che, come la tradizione d'Israele ci tramanda, è la fonte del potere dell'uomo su stesso e sulle cose di cui è fatta la sua vita.


    T e r z a
    p a g i n A


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