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    Giovani lontani, indifferenti e ostili



    Mario Pollo

    (NPG 1993-03-56)


    Il numero dei giovani (tra i 15 e i 29 anni) che a Roma, mediamente, frequentano in modo stabile la parrocchia, sommato a quello dei giovani che sono associati a movimenti e associazioni, può essere stimato in circa 60.000.
    Un numero alto, pari alla popolazione di una città di provincia. Tuttavia abbastanza modesto, se rapportato alla popolazione complessiva di questa fascia di età della città di Roma che è poco meno di circa 650.000 persone.
    Questo significa che solo un 9.2% dei giovani partecipa da vicino e regolarmente alla vita della comunità ecclesiale. Questo dato non significa assolutamente che il restante 90.8% non sia religioso, ma solo che tra questi vi sono coloro che o non sono credenti o che, se sono credenti, hanno una vita religiosa caratterizzata da deboli legami di appartenenza solidale alle articolazioni della comunità ecclesiale.
    Il grande numero di giovani non frequentanti o frequentanti occasionali nella città di Roma, così come nella maggior parte delle grandi città, ha fatto dire ad alcuni pastori che oggi i giovani come categoria sono lontani dalla Chiesa.

    Il limite delle categorie della lontananza e della vicinanza

    L'uso delle categorie di lontananza e vicinanza per definire la relazione dei giovani con la Chiesa, pur essendo fortemente esplicativo, rischia però di semplificare una realtà che in verità è assai più complessa.
    Infatti la realtà sociale odierna, segnata dalla complessità, non consente, se non per piccole sue parti, di individuare in essa posizioni e situazioni definibili e collocabili in modo preciso, in quanto essa è assai frastagliata, composita e mobile, tanto da apparire in alcune circostanze magmatica e priva di una precisa identità.
    Questo significa che in molti casi i confini tra vicinanza e lontananza sono indefiniti, oppure seguono percorsi tortuosi che possono rendere dei giovani, che apparentemente sono vicini, lontani e, al contrario, giovani lontani, vicini. Ad esempio, giovani che frequentano la comunità ecclesiale, e che perciò dovrebbero essere considerati vicini, possono essere in realtà lontani in quanto vittime di un eccesso di soggettivizzazione a livello etico che li induce a rifiutare le norme ed i princìpi morali che la Chiesa manifesta.
    Al contrario, vi sono giovani che non frequentano la vita della comunità ecclesiale, almeno nelle sue forme tradizionali, che praticano sia una adesione convinta ai valori etici della Chiesa che una vita improntata al volto dell'amore, a cui viene dato il nome di solidarietà.
    Queste considerazioni non vogliono però affermare l'impossibilità di stabilire un confine tra giovani vicini e giovani lontani, ma solo la necessità di superare gli schematismi attraverso cui, spesso, vengono classificati i comportamenti giovanili in ordine alla dimensione religiosa della loro esistenza.
    Un buon modo per realizzare una analisi non schematica della lontananza e della vicinanza dei giovani alla Chiesa è quello di contestualizzarla, collegandola a quella delle caratteristiche tipiche della cultura della società complessa in cui i giovani vivono.

    Le radici della lontananza: l'indifferenza

    Tra i giovani che con una certa sicurezza possono essere definiti lontani vi sono quelli che manifestano una apparentemente inossidabile indifferenza nei confronti della dimensione religiosa della vita umana. Questi giovani sono quei figli della secolarizzazione per i quali nella vita dell'uomo non vi è posto per Dio, che viene considerato una realtà superflua ed inutile. Questi giovani non sentono il bisogno né di cercare né di rifiutare Dio, semplicemente perché non lo percepiscono come rilevante per la loro esistenza.
    Questo atteggiamento che si può definire «nichilista» è il prodotto, oltre che di una mancata socializzazione religiosa, della cultura sociale che spinge il soggetto a ripiegarsi su se stesso, a considerare in senso utilitaristico la propria vita all'interno di una dimensione temporale centrata esclusivamente sul presente e a vivere di conseguenza in modo aprogettuale l'esistenza.
    Questa cultura sociale è stata resa prossima ai giovani dagli adulti, con la debolezza delle loro proposte educative e con l'elaborazione da loro prodotta di una sorta di politeismo etico che è dato dalla coesistenza, priva di qualsiasi gerarchia, di un insieme di valori anche in contrasto o poco compatibili tra di loro. È il segno di un pluralismo etico estremizzato, che muove dal presupposto dell'impossibilità di individuare nella vita sociale dei valori comuni condivisibili, per cui l'unico valore comune è, di fatto, quello inerente le regole del gioco, puramente formali, che presiedono la vita sociale.
    Il risultato di questa cultura sociale, che è bene ricordare è stata prodotta dagli adulti e non dai giovani, è il modello di uomo che viene proposto nella vita quotidiana come il più adeguato a garantire il miglior adattamento alla società complessa, ma che mina la possibilità dello stesso uomo di scoprire la sete di assoluto e di verità che è presente in lui.

    L'uomo della società complessa
    Questo modello d'uomo si fonda sulla premessa che a causa della complessità l'individuo vive uno stato di smarrimento, di perdita di punti di riferimento, di crisi dei valori e dei sistemi di pensiero che gli offrivano la capacità di prevedere l'esito delle sue azioni e quindi di ipotizzare il suo futuro prossimo e lontano. L'individuo percepisce una insanabile frattura tra il suo mondo personale e quello della società in cui vive, che tende ad apparirgli incomprensibile e al di fuori del suo controllo.
    Dal suo versante il giovane vive questa incertezza attraverso una profonda crisi di identità.
    Le analisi sociologiche ed antropologiche hanno posto in luce come in queste società l'individuo sia sottoposto a un bombardamento di informazioni e di possibilità, che possono produrre in lui profonde ed angoscianti crisi esistenziali e di adattamento; esse infatti lo costringono a continue scelte se vuole dare un minimo di coerenza, di significato e di ordine alle sue azioni. La risposta più diffusa, anzi quella che la cultura sociale dominante propone, che le persone danno a questo malessere sociale, è quella di rinunciare ad un progetto circa il proprio futuro. Di rinunciare, cioè, a quella che sino a non molti anni fa veniva ritenuta essere una componente fondamentale della natura umana: la dimensione progettuale.
    Questa rinuncia viene giustificata, peraltro anche a livello di teorie sociali, con la considerazione che l'individuo deve poter includere nel proprio futuro qualsiasi evenienza che possa verificarsi e le scelte a cui deve rinunciare nell'oggi. In pratica si dice che l'unico modo che la persona umana ha oggi di non farsi schiacciare dall'angoscia è quello di scegliere senza di fatto scegliere. Scegliere, cioè, una certa opzione tra quelle possibili senza per questo rinunciare a queste ultime, rinviandole solo al futuro. Allo stesso modo si dice che l'individuo, non potendo prevedere, il futuro deve restare disponibile e libero rispetto ai vari eventi che in esso potrebbero accadere.
    Questo iperpragmatismo, questa rinuncia a voler costruire se stesso e il proprio futuro secondo un progetto, da parte dell'uomo contemporaneo comporta come conseguenza diretta, oltre che una crisi del tradizionale concetto di identità, anche una destrutturazione della stessa dimensione temporale in cui si svolge la vita dell'individuo. Per quanto riguarda l'identità, è sufficiente ricordare che essa tradizionalmente è sempre stata definita come la sintesi dinamica nella persona umana di passato, presente e futuro, dove il futuro non era che il progetto che di sé elaborava l'individuo.
    Eliminare il progetto di sé dal futuro significa di fatto minare alla radice la concezione di identità tradizionale.
    Per quanto riguarda la destrutturazione della dimensione temporale, essa si manifesta fondamentalmente come un diverso intreccio nella vita della persona tra passato, presente e futuro, che porta in primo piano il presente nella sua accezione di quotidiano. Questa valorizzazione del quotidiano si manifesta nella piena affermazione della sua autonomia e del suo significato intrinseco.
    In altre parole, questo vuol dire che il significato dei fatti esistenziali che avvengono nel quotidiano non derivano dal loro essere inseriti in un progetto futuro, in una storia, ma solo dalla loro qualità intrinseca. Il loro senso è completamente contingente e legato al qui ed ora.
    La maggioranza dei sociologi vede in questo modo di porsi nei confronti del tempo dell'individuo contemporaneo una sorta, di qualità che viene definita come duttilità. Qualità che consentirebbe alla persona di sfruttare tutte le opportunità che la società postindustriale può offrire e di ridefinirsi continuamente adattandosi alle continue trasformazioni che la società subisce.
    Un individuo, quindi, che ha una sorta di identità mobile, che è disponibile al cambiamento, che è nemico della routine e delle abitudini, oltre che privo di radicamenti stabili e che rinunciando a vivere in modo progettuale non è in grado di porsi domande circa il senso dell'inquietudine che il futuro gli provoca attraverso il limite della morte. Questo comporta però l'individuo lo smarrimento della coscienza del tempo che, come nota N. Elias, è il risultato di una sintesi di momenti che appartengono al passato, al presente e al futuro.
    Per questo individuo privato del tempo che, secondo la sapienza del Libro, è lo scaturire della potenza di Dio nella vita dell'uomo, la realtà è il prodotto di una sorta di calcolo utilitaristico in cui non vi è spazio per il mistero e, quindi, per la domanda religiosa.
    L'indifferenza radicale è figlia della terribile mistura formata dalla complessità sociale e dall'assenza di una educazione religiosa ed umana segnata dalla progettualità.

    Le radici della lontananza: il ritorno del sacro

    C'è una lontananza che è generata da motivi opposti a quelli che sono alla base dell'indifferenza, ed è quella costituita dal rifugio del giovane nel sacro come ricerca di consolazione delle paure esistenziali che affliggono la sua esistenza. Questa scoperta del sacro, sovente venata di sincretismo, non è una autentica apertura all'esperienza religiosa e alla fede, perché nasce da istanze psicologiche invece che dalla ricerca della trascendenza e dalla sete di assoluto.
    Normalmente questa lontananza ha il volto di una religiosità fortemente antropocentrica, e perciò riduttiva, in cui i contenuti della rivelazione rischiano il dissolvimento.

    L'antropocentrismo, la paura e la rassicurazione come radice del sincretismo
    L'antropocentrismo di questa forma di espressione religiosa nasce dal fatto che essa è una risposta a paure che provengono al giovane non dall'esterno dell'uomo, ovvero dal cosmo, dalla natura, ecc., ma dalla potenza manipolatoria dell'uomo sulla realtà e dalla carica di distruttività e di ferinità di cui la sua interiorità psichica si rivela ancora portatrice.
    In questa ricerca di risposta alle paure esistenziali non è tanto importante la verità quanto la rassicurazione che nasce dal dominio su se stessi e, magari, magicamente sugli altri e sulla realtà del mondo in generale. Ecco allora l'aprirsi a tutte le forme sacrali che offrono risposte di questo tipo sino a giungere, in alcuni casi, alle forme magico-superstiziose o addirittura demoniache, in una miscela che di coerente ha solo l'illusorietà. In alcuni casi la ricerca del sacro come rassicurazione psicologica, invece delle forme sincretiste o orientaleggianti, prende la forma di una appartenenza forte, dipendente sino ai limiti dell'annullamento di sé, a movimenti e a gruppi. In alcuni di questi casi, infatti, la motivazione dell'appartenenza non è la ricerca dell'assoluto, ma la propria sicurezza psicologica attraverso una dipendenza. Infine, un modo tipicamente moderno in cui si manifesta la ricerca del sacro sincretista è quello della sacralizzazione della natura, che costituisce il fondamento di alcuni movimenti ecologisti.

    Le radici della lontananza: il soggettivo come verità

    È questa la categoria della lontananza più ambigua e meno definibile con precisione, perché essa attraversa anche il mondo dei giovani vicini. Questa lontananza, come del resto le altre, è figlia della cultura della complessità sociale che ha posto il relativo e il soggettivo come unica fonte legittima di una verità che ha perso ogni carattere di assolutezza. La cultura della società complessa, mentre da un lato nega ai giovani, come si è visto, la conquista di una identità stabile e sufficientemente forte, dall'altro lato offre alla loro soggettività una centralità pressoché assoluta che viene nutrita, oltre che dal relativismo etico e culturale, anche dal mito dell'autorealizzazione.
    Il risultato in alcuni, forse molti casi, è la ricerca di una personalizzazione della propria fede che sfocia in una interpretazione individualistica e selettiva della verità cristiana. I segnali più evidenti di questo modo soggettivo di vivere la verità cristiana sono percepibili nella appartenenza debole e utilitaristica alla comunità ecclesiale, nel relativismo etico in ordine ai comportamenti sessuali, economici e della pratica religiosa.

    Le radici della lontananza: l'ostilità

    Tra tutte le forme della lontananza, quella basata sull'ostilità dei giovani verso la chiesa appare nel contesto della società complessa la meno rilevante.
    La maggioranza delle indagini sulla condizione giovanile non rilevano questa forma, probabilmente perché non la cercano. Occorre, comunque, rilevare che la mancata individuazione di questa forma di lontananza è dovuta al fatto che il pluralismo estremizzato della nostra società, dando lo stesso valore a tutte le configurazioni di valore, consente la convivenza non conflittuale di sistemi di valore anche opposti o reciprocamente contraddittori. Questo significa che la scelta di modelli di vita contrastanti con quelli proposti dalla comunità ecclesiale non produce necessariamente conflitto. L'ostilità, quindi, tende a proporsi più come indifferenza che come ostilità.
    Tuttavia esistono forme di ostilità alla Chiesa che sono generate da situazioni particolari e cioè, a livello giovanile, o dalla devianza o da conseguenze di processi educativi o socializzanti.
    A livello dei processi educativi o socializzanti, alcune forme di ostilità nascono all'interno di una educazione fortemente orientata nel senso dell'identità cristiana che hanno prodotto, per i più disparati motivi, conflitti e rifiuto reciproco tra educatore ed educando. Altre volte il conflitto è generato dallo scontro del desiderio del giovane e vincoli ambientali rigidi che si oppongono alla sua realizzazione, non proposti con sufficiente amore, che vengono attribuiti alla necessità della verità cristiana ma che in realtà non viene giustificata che con le ragioni dell'autorità e del potere.
    L'ostilità non è comunque l'oggetto più rilevante, anche se preoccupante, della lontananza, anche se occorre riflettere sul fatto che le forme inautentiche di annuncio della fede cristiana tendono a generare; in alcuni casi, ostilità.

    Conclusione

    Le radici della lontananza nelle sue varie manifestazioni hanno in comune alcuni fattori che chiamano sempre in causa la responsabilità degli adulti e della cultura sociale della società complessa. Essi hanno origine nella assenza o insufficienza dell'azione educativa, nel politeismo etico, nella destrutturazione della temporalità e nella conseguente crisi della progettualità, in una identità debole e narcisistica, nelle paure dell'uomo prometeico, nella perdita della capacità di lettura dei segni del divino nella storia e nei processi di esclusione che segnano, purtroppo, le dinamiche economiche e sociali della società complessa.


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