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    Il vissuto giovanile del tempo



    Mario Pollo

    (NPG 2000-03-12)


    La crisi della temporalità in atto, come si evince dalle annotazioni in riquadro, indica che è urgente che chi ha la responsabilità della formazione delle nuove generazioni affronti educativamente la sfida che la trasformazione della temporalità lancia ai progetti di futuro della condizione umana. Raccogliere questa sfida significa di fatto affrontare seriamente le novità che nella condizione umana introduce questa trasformazione temporale per valorizzarne, da un lato, gli aspetti evolutivi o, perlomeno, impedire l’emergenza di quelli regressivi di cui essa è portatrice; dall’altro lato si tratta di favorire nei giovani il confronto di queste innovazioni con la tradizione temporale della nostra cultura affinché ne acquisiscano l’identità. D’altronde è noto che l’innovazione è realmente evolutiva solo quando ha profonde radici nella memoria e nella storia della civiltà in cui si produce.
    Concretamente si tratta di comprendere quale è realmente la trasformazione della temporalità che le nuove generazioni stanno vivendo e le direzioni esistenziali e sociali a cui esse orientano. La ricerca qui presentata, e realizzata con interviste in profondità del vissuto del tempo di un campione ragionato di adolescenti e giovani, ha cercato di descrivere in modo non superficiale queste trasformazioni.

    Il metodo della ricerca

    La ricerca, di tipo qualitativo, è stata svolta attraverso l’intervista in profondità tipo «storie di vita» di un campione ragionato di 129 adolescenti e giovani abitanti nelle città di Torino, Padova, Venezia, Udine, Ferrara e Ancona.
    La scelta di queste città è dovuta al fatto che i promotori della ricerca sono i comuni delle stesse città, salvo Udine dove invece del comune partecipa la ASL, che da anni sono impegnati in un progetto comune finalizzato alla promozione delle condizioni di vita e alla prevenzione del disagio delle nuove generazioni.
    Il campione previsto era però di 144, purtroppo alcuni ritardi e difficoltà incontrate dagli intervistatori lo hanno ridotto di 15 unità.
    Tuttavia trattandosi di storie di vita e, quindi, di una ricerca qualitativa, tale riduzione non inficia i risultati, tenendo conto che il numero di storie di vita raccolte è comunque enormemente più elevato di quelle che vengono abitualmente raccolte in questo tipo di ricerca.
    Gli argomenti trattati dalle interviste erano relativi al loro vissuto del passato, ovvero la struttura della loro memoria, del futuro e del presente.

    (vedi scheda al termine)

    La prima dimensione della temporalità esplorata è stata quella del presente, che ha riguardato sia la percezione che i giovani hanno del tempo e del suo fluire, sia l’organizzazione del loro tempo quotidiano e il loro rapporto con il calendario.
    La seconda dimensione esplorata è stata quella della memoria attraverso il racconto del vissuto dei giovani delle fiabe, delle leggende, dei miti, della loro storia personale e di quella della famiglia, della storia locale, della storia universale e, naturalmente, del loro radicamento nella cultura e nella tradizione locale.
    L’ultima dimensione del vissuto del tempo dei giovani esplorata ha riguardato il futuro, chiedendo loro di narrare il loro immaginario relativo al futuro personale, a quello sociale e a quello del mondo e dell’umanità.

    IL PRESENTE

    Cosa è il tempo?

    Nonostante la consapevolezza delle oggettive difficoltà che la definizione del tempo comporta, e che ha intimorito fior di pensatori, è stato chiesto agli intervistati di dire che cosa è per loro il tempo. Il 60,5% di essi ha offerto un’immagine o una definizione del tempo.
    Le riflessioni che i giovani hanno sviluppato nella loro narrazione sono raggruppabili, e non poteva essere diversamente, in sette classi.
    Per un terzo di essi (33,8%) il tempo è un evento lineare che si dispiega lungo l’asse passato, presente e futuro, ben rappresentato dall’arco della vita, nascita, crescita, decadenza e morte, e che è vissuto alcune volte come un ingranaggio che va solo avanti o come una freccia orientata in un’unica direzione.
    A livello esperienziale la linearità del tempo è percepita anche come il susseguirsi degli eventi, come l’invecchiare delle cose e come l’aprirsi del presente al futuro e al passato.
    In questo gruppo di giovani compare dunque la concezione del tempo caratteristica della cultura dell’occidente alle cui radici vi sono indubbiamente le influenze culturali ebraico-cristiane. Il fatto che il gruppo di maggioranza relativa si rifaccia ad essa è il segno di una continuità che le trasformazioni della cultura sociale della complessità non ha ancora scalfito.
    Dopo questo gruppo vi è quello formato da circa un quarto dei rispondenti (26%) per i quali il tempo è qualcosa di sfuggente, che non è possibile controllare in alcun modo, che alcune volte passa in modo più rapido e altre in modo più lento, ma che con il trascorrere degli anni scorre sempre più velocemente. Di questo scorrere del tempo l’uomo è solo uno spettatore impotente.
    Il restante delle risposte si frammenta in cinque gruppi, alcuni dei quali con un numero di componenti molto ridotto.
    Con il 9,1% si collocano coloro che hanno del tempo una concezione ciclica o a spirale. Queste due immagini del tempo non sono simili perché quella della spirale è, di fatto, una sintesi tra quella lineare e quella circolare.
    C’è anche un 7,8% formato da chi che pensa al tempo come un qualcosa di astratto, come una convenzione, qualcosa che si è inventato l’uomo o, molto più semplicemente, come un orologio.
    A questa visione del tempo come non realmente esistente, se non come artificio e convenzione umana, fanno da contrappunto quelle espresse dal 3,9%, per i quali il tempo è qualcosa che deve essere vissuto giorno per giorno, e dal 2,6% secondo cui il tempo è l’unico immortale, è qualcosa che è presente in modo costante nelle persone.
    L’elenco delle immagini e dei vissuti del tempo si completa con quelle variegate, del 9,1% dei rispondenti, che formano una classe non omogenea in cui compaiono sia immagini non convenzionali che cenni alla capacità del tempo nel produrre angoscia.

    Il vissuto del trascorrere del tempo

    Rispetto alla metafora del fluire del tempo, del suo scorrere come un fiume vi è circa un quinto dei giovani (21,2%) che si sente immerso nel fiume del cambiamento. Proprio per questa sensazione dello scorrere del tempo irreversibile e continuo per alcuni di essi è importante non sprecarlo.
    Con la stessa percentuale (21,2%) si colloca il gruppo formato da chi vive il trascorrere del tempo in modo angoscioso o perlomeno opprimente, perché magari evoca il pensiero dell’invecchiamento e della morte.
    La consapevolezza dell’essere immersi nel fiume del tempo è espressa anche da chi vorrebbe fermare lo scorrere del tempo (9,1%), magari per poter cogliere la bellezza delle cose che incontra o solo per poterlo sprecare liberamente.
    A questi si debbono aggiungere poi aggiungere quelli che non riescono a vivere bene il trascorrere del tempo (9,1%) o perché sentono di sprecarlo o perché cercano di sfruttarlo al massimo sentendolo come insufficiente per ciò che vogliono realizzare.
    Accanto a questi giovani che percepiscono con una certa continuità di essere immersi nel fiume del tempo vi sono quelli, che rappresentano un quarto circa (24,2%) dei rispondenti, che affermano di pensare al fluire del tempo solo quando qualcosa glielo fa ricordare. Questo qualcosa va dall’osservazione dei segni dell’invecchiamento su di sé o sugli altri alla celebrazione di eventi importanti o di feste cicliche come il Natale e il Capodanno. C’è anche chi questo scorrere del tempo gli si rivela guardando delle vecchie fotografie.
    L’insieme di questi cinque gruppi rivela che la coscienza dello scorrere inarrestabile del tempo è presente nei tre quarti (84,8%) del campione anche se con tonalità di senso assai differenti.
    Come si può osservare, quelli che non si accorgono del trascorrere del tempo o che cercano di non pensarci sono una minoranza assai piccola. Anzi coloro che esprimono in modo chiaro e netto questa posizione sono solo il 9,1%.

    Il fluire del tempo

    Tra coloro che percepiscono l’immersione nel fluire del tempo la maggioranza assoluta, pari al 52,8%, è convinta che il fluire del tempo si possa, se non governare, perlomeno gestire in qualche modo o utilizzare al meglio, attraverso l’organizzazione della propria vita quotidiana.
    Questa posizione è indubbiamente quella più matura, in quanto, pur prendendo atto del fatto che il tempo sfugge ad ogni possibilità di manipolazione e di controllo, sa che l’uomo può rendere questo fluire funzionale al proprio progetto di vita e, quindi, fare in modo che la propria condizione di abitatore del tempo sia costruttiva e consapevole ed esente, per quanto possibile, dall’angoscia della caducità della vita umana.
    La capacità di organizzare il proprio tempo è la componente essenziale della possibilità di gestire il tempo.
    Coloro che ritengono che, invece, non si possa in alcun modo governare e gestire, e quindi all’uomo non resti che abbandonarsi ad esso, sono il 38,9%.
    Tra queste due posizioni si collocano quelle, alquanto marginali, di alcuni intervistati che pensano che, visto che il fluire del tempo non si può governare, ci si debba limitare a vivere il presente oppure che al massimo ci si possa rifugiare nel sogno di poterlo in alcuni momenti della propria vita fermare. Queste posizioni sono espresse rispettivamente dal 2,8% e dal 5,5% dei rispondenti.

    Percezione della continuità e della discontinuità nel fluire del tempo

    Il 65,4% dei giovani intervistati percepisce il flusso del tempo come irregolare e discontinuo, mentre il 34.6% lo percepisce, al contrario, come regolare e continuo.
    Per alcuni la percezione della discontinuità è prodotta dall’aver vissuto, in un periodo di tempo della loro vita, dei cambiamenti così forti e significativi che fa dire, ad uno di essi, ad esempio, che nell’anno 1998 è come se avesse vissuto tre anni.
    Per la quasi totalità dei rispondenti, invece, la percezione della discontinuità è prodotta dal fatto che in alcuni momenti della loro vita il tempo passa più rapidamente e in altri più lentamente.
    La percezione dell’esistenza di un tempo continuo e regolare è, invece, prodotta sia dal succedersi lineare di futuro, presente e passato, sia dal confronto con il ritmo regolare dell’orologio che sembra rivelare una persistenza della concezione del tempo assoluto di newtoniana memoria.

    La pluralità dei tempi della vita

    È interessante osservare che al quesito se i giovani percepivano nella loro vita la presenza di un solo tempo o l’intreccio di più tempi, il 60% ha risposto affermando che percepisce la presenza nella propria vita di più tempi che si intrecciano, e il 36% la presenza di un solo tempo.
    Alcune delle risposte riflettono, magari banalizzandole un po’, antiche riflessioni sul tempo, come quella del libro biblico del Qoelet, mentre in altre l’intreccio del tempo percepito è quello di passato, presente e futuro.

    La percezione del tempo a disposizione nella vita quotidiana

    Un interrogativo a cui la ricerca ha tentato di offrire una risposta è quello se i giovani ritengano di avere a disposizione per svolgere le loro attività quotidiane abbastanza tempo È interessante rilevare come la maggioranza assoluta di essi, pari al 55,7%, ritenga di non avere a disposizione abbastanza tempo per tutte le attività che desidera o che deve svolgere.
    Questo senso dell’insufficienza del tempo indica come la maggior parte di questi giovani siano profondamente condizionati dal modo frenetico di vivere il tempo che caratterizza la cultura sociale contemporanea, in cui la qualità della vita di una persona sembra essere determinata più dalla quantità di cose che fa o che consuma che dal valore esistenziale delle stesse.
    Accanto a questi giovani malati di tempo, secondo l’espressione un vecchio re melanesiano che così commentava il modo di vivere degli uomini abitanti le società occidentali, ve ne è un gruppo abbastanza consistente, formato da poco più di un terzo dei rispondenti (34,4%), che ritiene di avere abbastanza tempo a disposizione per vivere pienamente la propria vita quotidiana. Tuttavia anche questi ultimi non sembrano indenni dalla malattia del tempo.
    Tra questi due gruppi ve ne è uno minoritario, pari al 9,8%, che afferma di avere alcune volte a disposizione abbastanza tempo mentre altre volte questo è insufficiente.
    La malattia del tempo è prodotta in alcuni casi dall’incapacità di organizzare la propria giornata, in altre dal sovraccarico di attività varie che vanno da quelle della scuola, a quelle del divertimento passando per lo sport e lo stare insieme agli amici. In qualche caso il poco tempo a disposizione è dato dal consumo eccessivo di televisione.
    Spesso c’è forte la sensazione di non avere alla fine un po’ di tempo a disposizione da dedicare a se stessi, alla propria interiorità.
    In qualche caso, poi, la carenza del tempo produce il senso angoscioso della inconsistenza, che la approssima al nulla, della vita umana, che rimanda al salmo 90.

    Il destino

    Le interviste hanno cercato di svelare se gli adolescenti e i giovani vivono la loro transizione verso il futuro come dipendente unicamente dalle loro scelte o imprigionata all’interno di un percorso disegnato da ciò che ha nome destino.
    Ciò che emerge dalle interviste contiene qualche ambiguità, nel senso che vi è il gruppo di maggioranza relativa (43,3%) che crede che il futuro sia frutto tanto della libertà delle scelte che del destino. Destino e scelte personali costituirebbero per questi intervistati una sorta di mix in cui la percentuale dei due fattori cambia a seconda delle persone.
    Si avverte in questi intervistati la convinzione che la libertà e l’autonomia umane esistano sì, ma che esse siano limitate perché comunque collocate all’interno di un progetto esterno alla volontà delle persone.
    Quelli che credono in modo deterministico nel destino sono il 15%, mentre quelli che lo negano decisamente e credono quindi che il futuro sia unicamente figlio delle scelte delle persone, sono il 36,7%.
    Infine vi è un modesto 5% che pensa che il futuro sia determinato non dal destino ma dai vincoli esterni che una percorsa incontra nella sua vita. Questa posizione è espressa unicamente dai giovani ed è assente tra gli adolescenti.
    La forte componente di fatalismo per la presenza di una diffusa credenza, anche solo parziale, nel destino, sarà resa ancora più evidente da quanto emergerà intorno alla percezione del futuro sociale e dell’umanità degli intervistati.
    I giovani nella maggioranza sembrano immersi in una cultura sociale che sembra per molti versi opposta a quella prometeica dominante sino a non moltissimi anni fa.

    Un’immagine del tempo

    L’esplorazione della concezione di tempo posseduta dai giovani si è conclusa chiedendo loro di indicare se avevano incontrato un racconto, un romanzo, un film, una canzone, un quadro o una fotografia che esprimesse un’immagine del tempo in cui loro si riconoscevano.
    È interessante notare come la maggioranza di essi (41,2%) abbia indicato una canzone o un film (23,5%).
    Il primo posto delle canzonette e il secondo dei film indica come l’immaginario dei giovani che hanno risposto alla domanda sia molto influenzato da prodotti culturali di massa alquanto effimeri e assai poco da prodotti culturali di più lunga durata come l’arte e la letteratura.
    Il cantante più citato è senza dubbio Jovanotti con la sua canzone Tempo.
    A molta distanza vi sono i gruppi di coloro che indicano un dipinto (11,8%), un’opera letteraria (8,8%) o una fotografia (5,9%).
    Ci sono poi casi isolati, complessivamente pari allo 8,8%, che hanno indicato la propria cameretta, degli oggetti antichi e il mare.

    L’organizzazione del tempo quotidiano

    Il rapporto degli intervistati con il tempo quotidiano è stato esplorato attraverso otto dimensioni.

    L’organizzazione della giornata

    La prima ha riguardato la presenza o l’assenza del tentativo dei giovani e degli adolescenti di dare una regolarità alle loro attività attraverso la scansione di queste secondo un ritmo programmato od ordinato.
    La maggioranza relativa degli intervistati che hanno affrontato questo tema (40,2%) organizza in modo regolare la propria giornata, il 17,2% cerca di organizzarla ma non sempre ci riesce e in questo caso lascia che gli avvenimenti accadano in modo casuale, l’11,5% organizza solo la parte della giornata predeterminata dai tempi della scuola o del lavoro, il 17,2% vive alla giornata lasciando che sia la casualità degli eventi a determinare l’organizzazione delle attività quotidiane, infine vi è il 6,9% che organizza il proprio tempo momento per momento, giorno per giorno o solo all’ultimo momento. È interessante notare come la maggioranza assoluta (57,4%) ritenga importante, al di la che ci riesca o meno, l’organizzazione del proprio tempo di vita in modo regolare attraverso una programmazione.
    Questi giovani rivelano di avere interiorizzato uno degli atteggiamenti tradizionali della civiltà occidentale in rapporto al tempo, consistente nel tentativo di dare alla propria vita un senso attraverso la sua scansione armonica lungo l’asse del tempo vissuto come un evento lineare.

    La presenza di tempi fissi per le attività quotidiane

    La seconda dimensione ha riguardato la presenza nel trascorrere della giornata di tempi fissi dedicati allo studio, allo svago, all’incontro con gli amici e alle altre attività.
    Tra i giovani è presente una sorta di bipartizione tra chi ha dei tempi fissi da dedicare alle varie attività quotidiane (40%) e chi varia questi tempi a seconda dei giorni (37,8%).
    Tra queste due polarità si colloca un gruppo intermedio più piccolo (20%) formato da chi si lascia trasportare, nello svolgere le varie attività della sua giornata, dalla voglia del momento.
    Marginale (2,2%), infine, la presenza di chi dichiara di tentare di avere dei tempi fissi per l’attività senza però riuscirci.

    I momenti centrali della giornata

    La terza dimensione ha riguardato l’elezione di alcuni usi del tempo come centrali e gerarchicamente più importanti nella giornata normale degli intervistati.
    Tra gli intervistati vi è solo una piccola quota (6,1%) che afferma di non avere momenti centrali, perché il restante 93,9% dichiara di avere alcuni momenti centrali nell’organizzazione del proprio tempo quotidiano.

    Il tempo della cura di sé e della propria interiorità

    La quarta dimensione è stata costituita dalla presenza nella propria giornata di tempi dedicati alla cura di se stessi, della propria interiorità e, quindi, di solitudine.
    Il 72,1% dei giovani afferma di riservarsi dei tempi da dedicare a se stessi in solitudine. Le forme in cui questo tempo viene impiegato vanno da quelle tradizionali caratteristiche dell’esame di coscienza serale alla meditazione passando per la scrittura del diario, la preghiera e le analisi mentali.
    La forma più utilizzata è comunque quella della riflessione solitaria non importa se diurna, serale o notturna. A questi occorre aggiungere il 12,9% di quelli che attivano questi spazi dedicati all’interiorità saltuariamente e raramente.
    Vi è poi chi (4,3%) pensa che il tempo dedicato a se stesso sia quello trascorso con gli amici o comunque in attività sociali. C’è chi (3,2%) ritiene che lo spazio dedicato a sé sia quello in cui vede la telenovela, legge l’oroscopo o va a fare shopping. Infine coloro che affermano di non dedicare mai un tempo a se stessi e alla propra interiorità, magari perché non ci riescono, sono il 7,5%.
    Come si è potuto osservare è notevole la quantità di adolescenti e di giovani che dichiarano questa cura di sé e della propria interiorità e, nello stesso tempo, apprezzano il valore della solitudine come luogo dell’incontro con se stessi. Questo dato smentisce alcuni stereotipi presenti nell’immaginario collettivo a proposito dell’attuale generazione giovanile.

    L’orologio, il moto del sole e la percezione dello scorrere del tempo

    La quinta dimensione ha esplorato la percezione dello scorrere del tempo scandita dal moto del sole e della luna o, al contrario, dell’orologio.
    Lo scorrere delle ore è percepito dal gruppo della maggioranza relativa (31,9%) solo grazie all’orologio, mentre quelli che riescono a percepirlo attraverso il cammino del sole nel cielo sono il 25,5%. A questi occorre aggiungere quelli che utilizzano sia l’orologio che l’osservazione della luce solare (23,4%).
    C’è poi chi non usa l’orologio (14,9%) ma solo perché non vuole essere angosciato dallo scorrere del tempo e non perché è in grado di regolare i suoi orari utilizzando la posizione dell’astro solare nel cielo. Interessante l’ultimo gruppo formato dal 4,3% che utilizza i programmi televisivi come orologio.

    Emozioni e sentimenti legati a momenti della giornata

    La sesta dimensione è rappresentata dalla presenza nel vissuto degli intervistati di emozioni e di sentimenti particolari legati a qualche momento della giornata.
    La maggioranza assoluta di essi (53,1%) ha raccontato di vivere questi sentimenti in rapporto a particolari momenti della giornata con una certa continuità, mentre vi è un 18,8% che li vive solo saltuariamente. Coloro che non li vivono sono il 28,1%.

    I mutamenti della propria vitalità nell’arco del giorno

    La settima dimensione ha riguardato la presenza nella giornata di momenti in cui gli adolescenti e giovani si sentissero più vitali.
    Il momento della giornata in cui questa maggiore vitalità è vissuta varia a seconda delle caratteristiche personali e dei modelli culturali a cui gli intervistati fanno riferimento.
    C’è, infatti, un 24,3% che si sente più vitale al mattino, un 23%che vive questa sensazione la sera prima di cena dopo lo studio, un 16,2% al pomeriggio e un 18,9% alla sera dopo cena. Accanto a questi quattro gruppi più consistenti vi sono poi quelli formati da chi vive questo stato di maggiore vitalità la notte (4,1%) oppure quando è con gli amici, indipendentemente dall’ora del giorno (2,7%) o, ancora, durante il tempo non scolastico (1,3%). C’è anche un 4,1% costituito da chi si sente più vitale solo il sabato sera e un 4,1% di chi si sente vitale a tutte le ore del giorno.

    La regolarità della scansione delle attività vitali nella giornata

    Infine, l’ottava dimensione è stata riferita alla regolarità o meno degli orari relativi al consumo dei pasti e del riposo notturno. La maggioranza assoluta dei rispondenti (53,7%) afferma di mangiare e dormire seguendo degli orari regolari, mentre la minoranza, comunque consistente (47,3%) dichiara di seguire degli orari irregolari o variabili.
    Le testimonianze dei giovani che seguono orari regolari evidenziano spesso, specialmente per gli orari dei pasti, la presenza di un modello familiare che fa del consumo dei pasti un elemento importante della coesione familiare. Per quanto riguarda l’orario del coricarsi la sera gioca, specialmente tra gli adolescenti, la programmazione televisiva.

    Il calendario

    Il rapporto degli adolescenti e dei giovani con il calendario è stato analizzato attraverso il loro vissuto della domenica, delle feste annuali più importanti, degli eventi che si verificano periodicamente e del fluire delle stagioni.

    Il vissuto della domenica

    I vissuti dei giovani intervistati si aggregano intorno a due poli principali: quello in cui gli intervistati percepiscono la domenica come non diversa, o solo marginalmente differente dagli altri giorni feriali (34%), e quello in cui invece percepiscono una differenza significativa di questo giorno con quelli feriali (50,9%).
    Al di fuori di queste due polarità si collocano con percentuali residuali la posizione neutrale di chi vive la diversità della domenica solo in rapporto alle attività che svolge in essa (3,4%), la domenica come confine tra la fine di una routine settimanale e l’inizio di una nuova (1,1%) e, infine, il sabato come vero giorno festivo (10,2%).

    * La domenica omologata.
    I vissuti che omologano la domenica agli altri giorni si articolano in quattro differenti posizioni.
    La prima è rappresentata da coloro che percepiscono la domenica come un giorno uguale agli altri, magari un po’ più noioso, in cui l’unica vera differenza è costituita dal fatto che non si va a scuola e/o si può dormire un po’ di più, ma in cui è assente ogni significato di natura religiosa. Per qualcuno è addirittura un giorno triste e malinconico da abolire. In alcuni è molto evidente che la noia e la tristezza domenicale sono prodotte dal fatto che essa è vissuta come un tempo vuoto e, quindi, come spazio aperto all’angoscia o all’inedia. Questo insieme di vissuti della domenica è espresso da un quarto esatto degli intervistati.
    La seconda posizione ascrive la mancata diversità della domenica è originata dal doverla impiegare per studiare (4,5%).
    La terza posizione è rappresentata da chi vorrebbe abolire la domenica: essa non è noiosa e vuota solo quando si può andare a sciare (3,4%).
    Infine, la quarta posizione è espressa da chi percepisce la domenica come non diversa dagli altri giorni pur andando con una certa continuità, anche se non regolarmente, a Messa, e quindi attribuendo ad essa un senso religioso.

    * La domenica giorno diverso.
    Come si è visto all’inizio, la maggioranza assoluta dei rispondenti percepisce il giorno domenicale come un giorno differente dagli altri.
    I motivi alla base di questa percezione sono molto differenti e si possono riassumere in otto classi.
    La prima classe, quella più numerosa essendo pari al 17% dei rispondenti, è formata dagli intervistati che vivono la domenica come un giorno diverso in cui si può finalmente uscire dalla routine, rallentare il ritmo, fare delle cose diverse e autogestire il proprio tempo. Normalmente per questi giovani la domenica non ha un significato religioso particolare.
    La seconda classe è formata dai giovani (9,1%) che sentono la domenica come un giorno diverso perché è un giorno di riposo e per alcuni anche il giorno in cui andare a Messa.
    La terza classe di intervistati (7,9%) che sperimenta la diversità della domenica è formata da coloro che hanno al centro di questa giornata il pranzo speciale, domenicale appunto, in famiglia e la vivono comunque come un importante momento di socializzazione familiare. Anche in questi casi la dimensione religiosa è assente.
    La quarta classe (6,8%) vede raggruppati coloro che attribuiscono alla domenica principalmente un significato autenticamente religioso.
    La quinta classe (4,5%) raccoglie alcuni intervistati che vivono la domenica come il giorno che imprime una cadenza, un ritmo allo scorrere del tempo dà una forma al proprio calendario, a volte anche di natura religiosa.
    La sesta classe (3,4%) è formata da alcuni giovani che percepiscono la domenica come un giorno diverso solo perché consente loro di andare a dormire più tardi il sabato sera.
    La settima classe (3,4%) è formata solo da femmine che legano la maggiore o minore piacevolezza di questo giorno alle attività che riescono a realizzare in essa. Accanto a questi modi di vivere la domenica c’è un gruppo, abbastanza consistente, di intervistati (10,2%) che percepisce come vera festa settimanale il sabato perché esso non è limitato da un giorno lavorativo.

    Le feste annuali

    Come è noto, il calendario oltre che intorno al giorno festivo settimanale, in questo caso la domenica, riceve la sua particolare identità dalle feste annuali.
    Per i giovani e gli adolescenti intervistati il Natale e la Pasqua sono sempre le feste principali, quelle cioè che riescono a dare la scansione esistenzialmente più significativa al fluire del tempo. Infatti per ben il 50% dei rispondenti le feste più significative e importanti sono il Natale e la Pasqua. Se a questi si aggiungono gli intervistati che dichiarano di non riuscire più a sentire queste feste come un tempo (13,3%), vuoi perché sono diventate degli eventi consumistici, vuoi per altri motivi, si raggiungono quasi i due terzi (63,3%).
    Dopo Natale e Pasqua, a una certa distanza, compaiono il proprio compleanno (20,4%) e il capodanno (14,3%).
    Altri momenti festivi come le vacanze (5,1%), le feste civili come il 25 aprile e il 1° maggio (2%), alcune feste religiose particolari (2%), il carnevale (1%) e il ferragosto (1%) sono vissuti come significativi per il proprio ritmo di vita annuale, come si vede, solo da circa un decimo dei rispondenti. Coloro che non percepiscono nessuna festa come importante, per cui tutti i giorni sono per loro uguali, sono solo il 2%.
    Questo dato indica, assai chiaramente, il permanere in Italia, nonostante tutte le crisi, di una scansione del tempo annuale legata al calendario della tradizione e alla dimensiona religiosa, e consente di rilevare che la trasformazione della sociotemporalità non ha ancora ingrigito completamente il calendario che mantiene, anche se attenuati, alcuni chiaroscuri.

    Gli eventi periodici e/o eccezionali

    Nella scansione del fluire del tempo giocano un ruolo gli eventi che accadono periodicamente o che sono accaduti una sola volta ma che sono stati vissuti come un vero e proprio passaggio da una dimensione esistenziale ad un’altra.
    C’è da notare che questi eventi sono diversi a seconda dell’età degli intervistati.
    Infatti gli eventi vissuti come significativi dagli adolescenti sono il passaggio da un ordine di scuola ad un altro (13,8%), la nascita di un fratello o di una sorella (10,8%), la morte di una persona cara (6,9%), la fine annuale della scuola, il ritorno a scuola o altri eventi scolastici (13,8%), il fidanzamento (3,4%) e un trapianto di organi (3,4%).
    Quelli vissuti come significativi dai giovani sono stati, invece, la separazione dei genitori (3,4%), il compimento del diciottesimo anno (3,4%), gli esami e il calendario universitario (20,7%), i mondiali di calcio (3,4%), una delusione amorosa (3,4%), l’essere diventati zii (3,4%), la festa del paese (3,4%), il periodo premestruale (3,4%) e un apprendimento intorno alle cose della vita (3,4%).
    Il lungo elenco di questi eventi, molto disparati, indica, come si vede anche dalle percentuali, che la loro significatività è alquanto soggettiva e che si disperdono in una frammentazione assai minuta.
    Al di la di questo è comunque da segnalare che gli eventi vissuti dalla maggioranza relativa sia tra gli adolescenti sia tra i giovani sono relativi alla scuola, non importa se secondaria o universitaria.

    La percezione del fluire delle stagioni

    L’ultimo aspetto relativo alla scansione del tempo proposto dalle storie di vita riguarda il modo di vivere il fluire delle stagioni da parte degli adolescenti e dei giovani.
    Per la maggioranza relativa del campione (40%) il vissuto è legato alle sensazioni di maggiore o minore vitalità, allegria e vivacità sperimentate durante le diverse stagioni dell’anno. Subito dopo compare l’insieme degli intervistati che legge il trascorrere delle stagioni attraverso i segni della natura (26,4%).
    C’è anche un gruppo (5,3%) che accanto ai segni della natura percepisce lo scorrere delle stagioni anche attraverso un aumento o una riduzione della propria vitalità personale.
    Per un altro gruppo di intervistati (11,6%) le differenze tra le varie stagioni sono vissute in relazione al fatto che durante l’inverno si esce di meno o al fatto che in ognuna di esse si fanno delle attività differenti.
    C’è solo un piccolo gruppo di intervistati che dichiara di vivere tutte le stagioni allo stesso modo e che non percepisce delle differenze significative tra di esse (3,2%)
    Infine, c’è un intervistato che lega il vissuto delle stagioni alla pratica sportiva (1,1%) e un altro alla capacità di cogliere in ogni stagione la sua unicità (1,1%).

    IL PASSATO

    La storia personale

    Gli indiani Hopi non possiedono la parola «presente». Questo perché il loro tempo si basa solo su due tempi: passato e futuro.
    Il passato è formato da tutto ciò che si è già manifestato mentre il futuro è ciò che sta cominciando a manifestarsi sotto forma di immagini interiori, di progetti, aspettative, di sogni e di emozioni. Il passato appartiene maggiormente, quindi, al mondo oggettivo e il futuro a quello soggettivo.
    Il presente nella concezione degli Hopi non esiste realmente perché non è che quell’istante imponderabile in cui gli eventi smettono di cominciare a manifestarsi o sono sul punto di cominciare a manifestarsi.
    L’assenza del presente impediva a questo popolo di percepire la storia, ovvero il continuo fluire del tempo in cui gli eventi si intrecciano, e proponeva loro una esperienza del tempo che per alcuni versi può essere considerata simile a quella del tempo spazializzato.
    Questo significa che la loro storia era semplicemente una molteplicità di eventi che sussistevano l’uno accanto all’altro separati da sottili ma precisi confini. Molti dei giovani intervistati, la maggioranza relativa pari al 44,7%, sembra vivere la propria storia personale in modo simile a quello degli Hopi o del tempo spazializzato. Il loro ricordo è, infatti, frammentario, fatto quasi esclusivamente di flash isolati l’uno dall’altro e privo quindi di quella linearità e di quell’intreccio che è tipico della storia.
    Si potrebbe affermare che esso è simile ad uno zapping che mette accanto momenti, episodi, sensazioni accaduti in tempi differenti e non legati da una qualche relazione causale o temporale. Accanto agli avventurosi spazializzatori del tempo c’è però ancora un nucleo di resistenti noetici, formato dal 36,2%, che percepisce il proprio passato come una storia lineare, in cui i vari episodi si connettono l’uno all’altro all’interno di una trama unitaria, che intreccia attraverso il senso narrativo il passato al presente.
    Tra questi due gruppi di intervistati si colloca un terzo gruppo, formato dal 19,1% dei rispondenti, che percepisce la propria storia passata in modo ambivalente sia come un insieme di frammenti che come una storia.
    Il caso più tipico è quello di coloro che percepiscono i loro ricordi da una certa data in avanti come storia, e prima di quella data come insieme di flash frammentari.
    Di solito i ricordi frammentari sono riferiti all’infanzia mentre quelli connessi in una storia sono i successivi. Sembra quasi che la loro coscienza riesca ad intrecciare narrativamente solo i ricordi più vicini mentre quelli lontani si sfrangiano in immagini isolate.
    Si potrebbe dire che questi giovani stanno vivendo la crisi del passaggio dalla temporalità noetica a quella spazializzante ma il cui esito è ancora incerto e indefinito. La tripartizione appena descritta del vissuto della propria storia personale indica chiaramente la presenza nel mondo giovanile della crisi della temporalità noetica tradizionale il cui esito, come in ogni vera crisi, non è ancora prevedibile ed è tutt’altro che scontato. Infatti gli stessi giovani che non riescono a vivere la propria biografia come una storia unitaria, nel corso delle interviste hanno detto che quella era stata per loro la prima occasione che hanno avuto di pensare in modo sistematico e narrativo al proprio passato.
    E già questa occasione sporadica è servita a loro per dare un minimo di struttura e di unitarietà al loro ricordo e, soprattutto, a far percepire loro il valore che può avere per la loro vita presente e futura la memoria della loro storia personale.
    Questo fatto fa formulare l’ipotesi che se a questi giovani fossero offerte in modo più continuo delle occasioni e degli stimoli adeguati, essi probabilmente potrebbero dare una forma narrativa ai loro ricordi e, quindi, sviluppare una delle strutture di base di quella nootemporalità indispensabile a sostenere la formazione di un sé meno dipendente dalle situazioni e dalle relazioni in cui sviluppano la loro vita.

    Le radici nel fondamento arcaico della cultura sociale

    La storia personale dei giovani affonda le proprie radici nella storia del gruppo sociale in cui sono nati e vivono, nella sua cultura e nelle tradizioni attraverso cui essa manifesta la propria memoria viva. Ogni cultura ha un proprio fondamento arcaico, perlopiù inconscio, tessuto da archetipi, valori, orientamenti esistenziali che colora il presente di un senso non contingente.
    Le vie di accesso a questo fondamento che il giovane sin dai primi anni di vita ha a disposizione sono costituite principalmente dalle fiabe, dalle leggende e dai miti.

    Le fiabe

    Dalle storie di vita emerge che il rapporto delle nuove generazioni con la memoria ancestrale costituita dalle fiabe è alquanto composito se non complesso.
    Infatti nella maggioranza di queste storie (68,2%) sono presenti situazioni tradizionali, in cui le fiabe sono state raccontate dai genitori e sono state interiorizzate dai giovani intervistati, altre in cui pur essendovi stata l’esperienza del racconto questa è stata almeno in parte rimossa e il contenuto narrativo è stato obliato, e altre ancora in cui la fiaba è stata trasformata in un intrattenimento o in un semplice supporto ad una esperienza relazionale forte.
    A questi casi si debbono aggiungere poi quelli in cui le fiabe sono giunte ai giovani attraverso i media, ovvero attraverso film, video, audiocassette e dischi.
    Questa complessità è il segno di una situazione di crisi del racconto orale o letterario della fiaba, a fronte dello sviluppo delle moderne forme di comunicazione in un orizzonte culturale in cui la trasmissione intergenerazionale della tradizione culturale ha perso valore rispetto alla trasmissione del presente. Tuttavia, anche per questo aspetto della memoria del passato come già per quello della storia personale, l’esito della crisi non sembra essere scontato. Infatti se è vero che i media sembrano disancorare la fiaba dal suo spazio culturale locale, e a questo proposito basta osservare l’universalizzazione dell’immaginario delle fiabe prodotta, ad esempio, dai film della Disney con i conseguenti effetti di omogeneizzazione dell’immaginario culturale delle nuove generazioni, è altrettanto vero che tra i giovani è diffuso il riconoscimento del valore formativo del racconto orale della fiaba.
    Riconoscimento che farà sì che essi raccontino ancora fiabe ai loro figli e tengano vivo il legame del presente con il passato in cui ha sede il fondamento culturale del presente. Ma non solo; questo indica anche che la memoria viva veicolata dalla fiaba è, magari in forma debole e nascosta, presente nel loro essere.

    Le leggende e i miti

    Un’altra importante radice della memoria collettiva è costituita senz’altro dal patrimonio narrativo formato dai racconti popolari, dalle leggende e dai miti.
    Ogni luogo umanizzato possiede intrecciata con la sua geografia fisica una geografica mitica che dà un senso e orienta l’agire delle persone.
    Il territorio disegnato dalla geografia mitica è quello che consente alle persone che lo abitano l’elaborazione di una identità culturale in grado di nutrire la loro identità individuale e di collocarsi all’interno di una storia capace di offrire un senso non precario alla loro esistenza individuale e sociale.
    Questa geografia mitica, molto sviluppata e presente nelle cosiddette società tradizionali, è stata per molti versi cancellata dalla modernità e dalla secolarizzazione e, spesso, relegata in quel vasto insieme, qualche volta disprezzato, formato dalle credenze irrazionali.
    L’esplorazione di questa geografia attraverso la verifica di quanto del patrimonio narrativo che la innerva è stato trasmesso alle nuove generazioni, indica chiaramente che di esso non sono rimasti che tenui barbagli e che è in corso, quindi, il suo irreversibile oblio.
    Infatti appare molto debole, soprattutto tra gli adolescenti, la conoscenza del patrimonio dei racconti popolari e delle leggende legati al proprio territorio di vita. Dall’analisi delle storie di vita si può addirittura affermare che la quasi totalità degli adolescenti non ha ricevuto alcuna memoria della narrativa popolare e leggendaria locale.
    Il dato interessante è che una minoranza un po’ più consistente di giovani ha, invece, ricevuto qualcosa di più degli adolescenti di questo patrimonio culturale.
    Confrontando gli adolescenti con i giovani non si può fare a meno perciò di formulare l’ipotesi che questa tradizione sia oramai giunta alla soglia della scomparsa, visto il suo accentuato deterioramento che il passaggio da una generazione a quella successiva denuncia.
    Ciò che del patrimonio narrativo fantastico è tramandato estesamente è, invece, quello dei miti della classicità greca e romana, che essendo però stato trasformato in un patrimonio letterario ha assunto un significato che è molto lontano da quello che normalmente caratterizza la sua presenza nella geografia mitica.
    D’altronde non è un caso che la quasi totalità degli intervistati sia entrata in contatto con i miti classici dell’occidente nella scuola media inferiore e superiore attraverso l’epica e lo studio dei poemi dell’Iliade, dell’Odissea e dell’Eneide.
    È interessante notare che nonostante il passaggio di questi miti nella sfera della coscienza e della razionalità, la grande maggioranza degli intervistati riconosce, più o meno esplicitamente, questi miti come fondanti la cultura dell’occidente ed è attratta, a volte affascinata, dalla loro forza narrativa.
    Questo fa affermare che questa radice della memoria collettiva è ancora attiva anche se depotenziata, spesso dei suoi contenuti più profondi. Comunque le storie di vita rivelano spesso la capacità di questi giovani di leggere la presenza del mito nelle espressioni sia artistiche che letterarie e filosofiche della nostra cultura, quando non addirittura negli stili di vita degli italiani.

    Le radici nella storia

    Dopo l’esplorazione della presenza della radice che lega agli intervistati, è stata effettuata la ricognizione del loro legame consapevole e cosciente con la storia.
    Questa radice, molto importante nella cultura dell’occidente, è stata esplorata analizzando il vissuto dei protagonisti delle interviste rispetto alla storia della loro famiglia, di quella del luogo in cui vivono e, infine, di quella della civiltà che abitano.

    La storia della famiglia

    Dalle storie di vita raccolte emerge un dato interessante, ovvero che la maggioranza assoluta (56%) dei giovani ha ricevuto dai propri nonni (37%) o dai propri genitori (19%) delle informazioni sulla vita che questi hanno vissuto.
    Anche se spesso si tratta di racconti parziali, limitati cioè ad alcuni aspetti della vita e della situazione storica e sociale che i nonni e i genitori hanno sperimentato, essi hanno comunque ottenuto il risultato di dare ai giovani quella memoria necessaria al sentirsi figli di una storia che, per il fatto di essere raccontata all’interno di una relazione affettivamente ricca e significativa, è divenuta in qualche modo parte della loro interiorità.
    Accanto a questo ricco tessuto di ricordi di famiglia che fa parte della memoria della maggioranza degli intervistati, vi è però quello non tessuto da coloro i cui genitori e nonni non hanno trasmesso la memoria familiare (44%).
    I motivi per cui questa trasmissione non è avvenuta sono molteplici e diversi tra di loro.
    Si va, infatti, dal giovane che non ha ricevuto questa memoria per questioni ideologiche, essendo figlio di un rivoluzionario comunista sessantottino, al giovane che vive in una famiglia con gravi problemi relazionali, passando attraverso situazioni di nonni assenti dalla comunicazione intergenerazionale o di disinteresse degli intervistati che appare però quasi sempre prodotto da problemi di comunicazione in famiglia.

    La storia locale

    Nella maggioranza dei casi gli intervistati possiedono una conoscenza, anche se spesso un po’ generale e sommaria, della storia del luogo in cui vivono.
    Questa conoscenza è stata acquisita quasi sempre nelle scuole elementari, e questo spiega il suo livello generico e le dimenticanze.
    Coloro che non hanno alcuna conoscenza della storia locale sono solo il 25,6% del totale degli intervistati. La conoscenza della storia locale è maggiore tra gli adolescenti, in quanto l’insegnamento della storia locale a scuola ha avuto un significativo sviluppo in tempi recenti.

    La storia

    Un terzo esatto degli intervistati manifesta un interesse reale per la storia e ha vissuto in modo positivo il suo insegnamento scolastico.
    Poco meno di un quinto esprime, invece, un non interesse per questa disciplina sia a livello scolastico che extrascolastico.
    Tra questi due poli estremi si situano gli altri intervistati, tenendo conto però che poco più di un quarto di essi non ha fornito nel corso della propria intervista notizie significative a riguardo del loro rapporto con la storia.
    Molto vicina al polo dell’interesse si colloca un 9,3% formato da coloro che lo manifestano solo per un qualche periodo della storia, magari recente, oppure che amano sentir raccontare la storia ma non studiarla.
    Più vicino al polo del disinteresse si situa un altro 9,3% che, più che la storia, non ama l’esercizio mnemonico che essa comporta o le modalità con cui viene insegnata e deve essere studiata.
    C’è, infine, un 2,3% che si colloca in una posizione intermedia perché dichiara di aver studiato male la storia ma nello stesso tempo ne riconosce l’importanza e vorrebbe perciò conoscerla meglio. Le storie di vita rilevano però accanto a questo significativo interesse per la storia un deficit di memorizzazione, in quanto molti degli intervistati che pur gradiscono la storia, al termine del ciclo di studi affermano di non ricordarla.
    Si ha qui il fatto, molto evidente e tutt’altro che paradossale, che lo studio della storia non ha prodotto memoria a livello personale di molti intervistati.
    Questo è dovuto al fatto che la storia si colloca ad un livello logico superiore a quello della memoria e si potrebbe affermare che essa è una sorta di metamemoria e, come tale, richiede per la sua interiorizzazione nella memoria personale processi che sono tipici dell’apprendimento del sapere scientifico e che sono molto diversi da quelli del sapere narrativo.

    L’identità culturale

    La ricerca ha poi esplorato se il rapporto con la memoria attraverso la storia, le fiabe, i miti e le leggende si riverberava nel possesso di una identità storico culturale.
    Questo perché una delle caratteristiche delle società complesse è quella dell’avere reciso in gran parte le proprie radici storico-culturali e di aver sostituito, quindi, la loro identità tradizionale con quella derivante dal modello culturale definito a suo tempo da Paul Ricoeur come «universalismo tecnico scientifico».
    Dove questa espressione indica quell’insieme culturale prodotto dalla applicazione dei modelli derivati dalla razionalità tecnico-scientifica alla vita quotidiana veicolati dall’industrialismo, dall’espansione dei consumi

    Le radici nella cultura locale

    La maggioranza relativa (42,1%) di coloro che hanno affrontato il tema dell’identità culturale, di fatto non vive un’appartenenza significativa alla cultura locale e, quindi, non sente di avere radici profonde nel luogo in cui vive perché si sente maggiormente appartenente a quella cultura sociale universalistica disegnata dai mass media e dai modelli di vita consumistici tipici delle società economicamente più sviluppate.
    Un gruppo di giovani poco meno consistente (39,5%) vive, invece, un legame di appartenenza forte nei confronti del luogo e, quindi, della cultura sociale della sua città.
    Tra questi due poli si situa un gruppo più piccolo di giovani (18,4%) che vive in modo ambivalente questa appartenenza, nel senso che si sentono sia legati alla cultura e al luogo in cui abitano sia alla cultura sociale disegnata dai mass media e dalla modernità.
    Si può affermare che i dati di queste interviste indicano che questo processo non è ancora definitivamente compiuto perché esistono dei giovani che mantengono un radicamento locale.
    Il fatto che questo sia più forte tra gli adolescenti rispetto ai giovani segnala forse l’esistenza di un processo, ancora allo stato germinale, di ri-simbolizzazione dello spazio urbano.

    IL FUTURO

    Dopo aver affrontato il tema della memoria e quindi del passato, le storie di vita hanno esplorato la dimensione temporale del futuro attraverso tre grandi nuclei: il futuro personale, quello della società e quello dell’umanità in generale.
    Il tema del futuro personale è stato sviluppato intorno agli aspetti della percezione del proprio futuro, dei progetti a breve, medio e lungo termine riguardanti anche la propria realizzazione personale, il rapporto tra il proprio agire nel presente e il proprio futuro, la consapevolezza dell’esistenza del limite della morte e, infine, della vecchiaia.

    Il futuro personale

    Il vissuto del proprio futuro personale

    Il 43,7% degli intervistati racconta di pensare solo al futuro a breve, di vivere essenzialmente alla giornata lasciandosi trasportare dagli eventi perché non riesce a pensare al futuro a medio e lungo termine o perché non ha progetti e sogni inerenti il futuro.
    Qualcuno di questi intervistati si accorge che è necessario fare dei progetti quando si trova a dover affrontare una fase nuova della propria vita perché, ad esempio, è giunto al termine del proprio ciclo di studi.
    La maggioranza di quelli che proiettano il loro sguardo su un futuro più lontano (26,2%) restringe la sua attenzione alla famiglia che vuole costruirsi e al lavoro che vuole ottenere.
    C’è anche un piccolo gruppo di giovani e adolescenti (12,5%) che tenta di sognare il futuro in modo più ricco e articolato, anche se quasi sempre più che di sogni sembra trattarsi di fantasticherie ad occhi aperti.
    Coloro che hanno, invece, un rapporto costruttivo e realistico allo stesso tempo con il futuro, in quanto stanno costruendo nel loro agire quotidiano il loro futuro per mezzo di progetti concreti, sono una minoranza esigua (7,5%).
    A questo gruppo di giovani che hanno un atteggiamento vitale e imprenditivo nei confronti del proprio futuro fa da contrappeso un altro formato da coloro che affermano di non avere prospettive anche per l’incertezza che contrassegna la loro possibilità di accedere al lavoro (3,7%), oppure dal rifiuto della prospettiva di un impiego, del farsi una famiglia che è vissuta in modo negativo (2,5%).
    Accanto a questi raggruppamenti di intervistati vi sono poi alcune posizioni molto marginali espresse da chi vede nel futuro essenzialmente l’evento della morte (1,2%), oppure che non riesce ad aprire il proprio sguardo al futuro perché è proiettato maggiormente verso il passato (2,5%).
    Come si vede, l’orizzonte del futuro disegnato da una progettualità personale a medio e a lungo termine è presente in modo debole tra i giovani e gli adolescenti di questo campione, e non ci sono differenze significative tra i maschi e le femmine, tra le differenti fasce di età e tra gli appartenenti a ceti sociali alti o bassi. Si tratta di un vissuto che prescinde dalle variabili personali e sociali, e questo conferma che l’oscuramento del senso del futuro è un fenomeno che attraversa la cultura sociale del nostro paese nella quale domina una temporalità centrata sul presente anche non ha smarrito la capacità di proiezione verso il passato.
    Il gruppo di maggioranza relativa, come si è visto, è centrato sul presente o su un futuro a corto raggio. In alcuni casi la rinuncia a progettare il futuro a medio e a lungo periodo sfiora il fatalismo. Un fatalismo però «gaio», nel senso che chi lo esprime è convinto che in ogni caso le cose gli andranno bene, sia per la protezione ancillare della propria famiglia che di quella della società del benessere.

    La percezione del rapporto tra presente e futuro

    Un aspetto importante per verificare l’esistenza o meno di una temporalità noetica, ovvero dell’acquisizione da parte della persona della capacità di vivere in modo cosciente e progettuale il tempo costituendolo in storia, è rappresentato dalla consapevolezza del fatto che le scelte nell’oggi avranno dei riflessi, sulla vita.
    Un po’ più dei tre quarti di coloro che lo hanno affrontato (78,2%), pari al 33,3% del campione, ha manifestato una piena acquisizione di questa consapevolezza.
    A questi occorre aggiungere il 10,9%, che è formato da intervistati che pur avendo questa consapevolezza vivono ugualmente alla giornata o hanno una concezione fatalista in cui gioca un qualche ruolo la credenza che il destino delle persone è comunque scritto.
    Una posizione molto matura espressa però solo dal 3,6%, ritiene sì che le scelte del presente condizionino il futuro, ma che esista comunque sempre la possibilità di fare scelte diverse uscendo dalla spirale del determinismo.
    Ci sono anche alcune posizioni individuali che negano il valore del rapporto tra presente e futuro, o perché non si può vivere in funzione del futuro e occorre perciò vivere il presente, o perché essendo il futuro imprevedibile esso non può essere condizionato dalle scelte del presente.
    Accanto a queste posizioni ve ne sono altre che ritengono che alcune scelte lo influenzino e altre no. È interessante osservare la presenza di una certa contraddizione tra come i giovani hanno raccontato questo tema e la mancanza di proiezione verso il futuro prima rilevata.
    È questo il segno di quella transizione culturale relativa alla temporalità non ancora pienamente compiuta che attraversa il mondo giovanile e che lascia aperta la speranza verso un esito diverso da quello della spazializzazione del tempo.

    La percezione del limite della morte

    Questa speranza è rafforzata da come i giovani hanno affrontato il tema della morte.
    Infatti, nonostante si affermi da parte di molti osservatori della società italiana contemporanea che la morte è rimossa dalla coscienza delle persone che la abitano, la stragrande maggioranza delle storie di vita, pari all’80,6%, ha affrontato il tema della morte rivelando che nella gran parte dei casi esso non è in alcun modo oggetto di una rimozione.
    È interessante notare che questo tema è stato affrontato maggiormente dagli adolescenti (87,3%) rispetto ai giovani (74,2%) e in particolare dagli adolescenti maschi (90,6%).
    Le storie di vita offrono fondamentalmente tre tipi di narrazione intorno ai momenti in cui gli intervistati hanno affrontato in profondità il pensiero della morte.
    – La prima riguarda i motivi e le situazioni che hanno fatto sì che gli intervistati si confrontassero con il mistero della morte. E qui occorre osservare che le cause più ricorrenti (20,2%) sono costitute dalla morte di un famigliare o di un amico/conoscente, da altri eventi esterni come la visione di un film, di una trasmissione televisiva, ecc.
    L’altro gruppo di cause, meno diffuso, riguarda poco più della metà dei casi del gruppo precedente (10,6%), ed è costituito da esperienze personali come la malattia, che in qualche caso ha condotto l’intervistato alle soglie della morte, dal vivere dei problemi a livello esistenziale o relazionale e, infine, dall’aver incontrato in alcuni momenti della propria vita la tentazione del suicidio.
    Questa tentazione è stata vissuta dal 3,6% degli adolescenti intervistati e da nessun giovane.
    C’è, infine, un 13,5% che dichiara di non pensare alla morte perché la sente come un qualcosa di molto lontano e, in qualche caso, perché preferisce godersi la vita.
    – La seconda narrazione riguarda l’atteggiamento nei confronti della morte, che è intriso di paura per il 21,2% dei rispondenti, e di distacco e serenità per il 17,3%.
    La paura nei confronti della morte nasce da tre diversi ordini di motivi.
    Il primo è costituito dalla paura della sofferenza che potrebbe precedere e accompagnare la propria morte.
    Il secondo ordine di motivi nasce dal pensiero che la morte possa cogliere questi intervistati in giovane età e, quindi, impedire la realizzazione dei loro progetti e rendere incompiuto il senso della loro vita.
    Il terzo ordine di motivi, infine, riguarda coloro che non hanno tanto paura della propria morte, quanto di quella dei loro famigliari o di altre persone care.
    Coloro che pensano alla morte con distacco e/o una certa serenità derivano questo loro atteggiamento o da esperienze personali, come un incidente o una malattia grave, che li hanno condotti ai confini della vita, oppure da riflessioni prodotte dalla fede religiosa o, in casi più rari, dalla riflessione filosofica o, ancora, dalla semplice constatazione che la morte è il limite naturale dell’esistenza.
    – La terza narrazione riguarda il tema dell’oltre la morte. Solo una minoranza pari al 6,7% è convinta che oltre la morte vi sia il nulla. A questi si possono aggiungere un numero pari formato da coloro che, invece, sono inquietati dal dubbio e si interrogano sul dopo morte senza riuscire a darsi una risposta. Un numero più consistente, pari al 22,7%, afferma con sicurezza di considerare la morte come un passaggio verso un aldilà o, comunque, verso un’altra forma di vita.
    È interessante osservare come in questo ultimo gruppo siano presenti sia coloro che vedono la morte come un passaggio verso la vita eterna, sia coloro che vedono in questo passaggio la compensazione delle ingiustizie, delle sofferenze e dei sacrifici che le persone hanno affrontato nella loro vita.
    Per questi ultimi intervistati l’aldilà è il luogo in cui si rende finalmente giustizia, per cui senza di esso la sofferenza e l’ingiustizia che sono presenti nella condizione umana rimarrebbero senza senso.
    Infine c’è da segnalare come vi sia una piccolissima minoranza, pari all’1,9%, che non si preoccupa tanto dell’esistenza di un aldilà quanto di lasciare un segno del proprio passaggio sulla terra o anche semplicemente un buon ricordo in coloro che rimangono.
    Come si vede da queste tre narrazioni, il tema della morte è tutt’altro che rimosso dall’orizzonte esistenziale di questo campione di adolescenti e giovani, e questo è un indicatore forte della permanenza di un fondamento della nootemporalità nella loro coscienza.

    Il futuro sociale

    Il tema del futuro della società è stato esplorato lungo tre direttrici. Le prime due hanno stimolato l’immaginario degli intervistati per verificare da un lato se essi percepivano il futuro della società come migliore, uguale o peggiore del presente, e dall’altro lato se in questo futuro fossero più presenti la giustizia, la solidarietà e la condizione di benessere.
    La terza direttrice ha riguardato la presenza o meno tra gli adolescenti e i giovani di un sogno di società ideale.

    L’immagine del futuro

    Le storie di vita che hanno affrontato in modo esplicito questo argomento sono state solo il 52,7% del totale, a dimostrazione della difficoltà esistente nell’attuale mondo giovanile di proiettare il proprio sguardo nella direzione dello sviluppo sociale, che è un aspetto costitutivo della politica.
    Questa difficoltà segnala, quindi, la persistente crisi della politica che, essendo rinchiusa in orizzonti a breve periodo, non riesce a stimolare i sogni e la creatività delle nuove generazioni.
    Ma non solo; a questa opacità di sogni fa da riscontro un certo pessimismo, a volte travestito da realismo disincantato, intorno al futuro della società
    Infatti, tra coloro che hanno affrontato questo tema, la maggioranza relativa (30,9%) è formata da intervistati che pensano che tutto sommato il futuro sarà peggiore del presente.
    Coloro che invece manifestano ottimismo, in quanto ritengono che ci sarà comunque uno sviluppo e un progresso sociale, sono il 20,6%.
    Tra questi due poli si collocano gli intervistati che guardano alla società futura con un senso di inquietudine o di incertezza (11,8%), quelli che ritengono che vi saranno un insieme di progressi e di regressi che in qualche modo si compenseranno per cui non ci sarà di fatto alcuna evoluzione sociale (11,8%), quelli che affermano che secondo loro nel futuro la società rimarrà simile a quella attuale (7,3%) e, infine, un esiguo gruppo (5,9%), composto solo da giovani, che si affidano alla speranza che nonostante tutto il futuro possa riservare una situazione migliore di quella presente anche se hanno molti dubbi e incertezze. Accanto a questi vi sono dei giovani e delle adolescenti (11,8%) che non vogliono pensare a come potrà essere la società futura, anche perché non se ne sentono in alcun modo responsabili.
    Da tutto questo emerge con chiarezza come quelli che in qualche modo sono convinti o, più semplicemente, sperano che la vita sociale possa essere migliore, sono solo un quarto di coloro che hanno affrontato questo tema nel racconto della loro storia personale.
    Ciò significa che non esiste a livello della realtà sociale attuale italiana un affidamento alle nuove generazioni che le renda consapevoli che il futuro della società è in qualche modo nelle loro mani e non un qualcosa che fatalisticamente investirà la loro esistenza.

    Giustizia, libertà, solidarietà e benessere nella società futura

    Le risposte degli intervistati intorno alla domanda se in futuro nella società ci sarà più o meno giustizia, libertà, solidarietà e benessere che in quella attuale, confermano la tendenza già registrata riguardo alla società in generale descritta nel paragrafo precedente.
    Infatti tendono a prevalere, tra la percentuale molto bassa di adolescenti e giovani che hanno affrontato questo tema (36,4%), gli atteggiamenti di sfiducia.
    Il gruppo più numeroso, di poco inferiore alla metà dei rispondenti (46,8%), è convinto che nel futuro la vita sociale registrerà un peggioramento per quanto riguarda la solidarietà, la libertà, la giustizia o il benessere.
    Coloro che credono che, al contrario, vi sarà un effettivo progresso sono poco più di un terzo (34,1%), mentre quelli sono incerti sono solo l’8,5% e quelli che credono che la situazione rimarrà come quella attuale sono il 10,6%.

    Gli ideali di società e di vita

    La grande maggioranza dei rispondenti, i due terzi circa (65,9%), esprime ideali che riguardano sempre solo alcuni degli aspetti che definiscono la qualità della vita e si colloca, quindi, in una posizione molto distante da quella ideologizzata, globale e onnicomprensiva che ha caratterizzato i sogni politici di alcune generazioni di giovani e adulti non molto distanti temporalmente da oggi.
    La fine delle grandi narrazioni e, più in particolare, la crisi delle ideologie, è facilmente rilevabile da questo dato.
    Questo gruppo dei due terzi dei rispondenti si può dividere in quattro sottogruppi.
    Il primo sottogruppo, pari al 17%, vorrebbe, ad esempio, vivere in una società tranquilla, rilassata e serena, in cui regni la pace e che sia in grado di offrire un minimo di sicurezza economica a tutti i cittadini insieme ad una effettiva tutela dei loro diritti. Una società in cui le persone siano capaci di accontentarsi.
    Il secondo sottogruppo, pari al 21,3%, vorrebbe invece una società multietnica senza razzismo e pregiudizi, flessibile, dove vi sia più libertà, anche di espressione, più giustizia, più accettazione delle diversità e una effettiva democrazia capace di garantire che tutti i cittadini godano degli stessi diritti.
    Il terzo sottogruppo, formato dal 12,8%, vorrebbe una società in cui vi fosse più amore e altruismo, più sincerità, onestà e giustizia, dove le persone orientassero il loro desiderio di miglioramento più che verso la competizione egocentrica verso la creatività.
    Il quarto e ultimo sottogruppo, che vede il 14,8% dei rispondenti, si disperde in visioni pressoché individuali.
    C’è chi vorrebbe una società meno violenta e più solidale, chi con meno televisione e comodità più aperta però nelle relazioni interpersonali, chi ancora la vorrebbe più sensibile al rapporto con la natura e più altruistica oppure in cui le differenze tra le persone siano accettate. Come si vede i sogni dei due terzi di questi giovani e adolescenti, pur essendo permeati di valori, si caratterizzano per la loro concretezza, per il loro disincantato realismo, che fa sì essi siano consapevoli che i sogni debbono sì averli ma certamente non aspettare che si realizzino.
    Come si è già detto prima, i loro sogni prescindono poi da un progetto organico, o presunto tale, di società da realizzare.

    Il futuro del mondo e dell’umanità

    Oltre alle attese verso il futuro della società sono state esplorate quelle verso il futuro del mondo e dell’umanità. L’esplorazione ha toccato in generale l’immagine che gli adolescenti e i giovani hanno del futuro dell’umanità, gli eventuali timori nei confronti delle conseguenze dell’inquinamento e della sovrappopolazione, le loro convinzioni circa la possibilità del verificarsi di una guerra, l’esistenza o meno di paure o di credenze circa la possibilità di una apocalisse, dell’instaurarsi di una pace universale e, infine, il loro pensiero sulla possibilità che la piaga della fame del mondo possa essere sconfitta.

    Il futuro dell’umanità

    Il gruppo di maggioranza relativa, pari al 45,2%, manifesta un atteggiamento fortemente pessimistico nei confronti del futuro dell’umanità, mentre quelli che rivelano un atteggiamento ottimistico sono il 28,6%.
    Tra questi due estremi si collocano gli adolescenti e i giovani che manifestano o un senso di impotenza fatalistico, magari mascherato da constatazione realistica (7,1%), o la rassegnazione verso un mondo che sarà secondo loro sempre più dominato dalle superpotenze (2,4%) o, ancora, la previsione che ci sarà solo un cambiamento che non sarà né positivo né negativo in quanto la situazione continuerà a rimanere come è sempre stata.
    C’è, infine, chi si limita ad osservare che sono le persone che debbono cambiare se si vuole che il mondo cambi (2,4%), e chi dichiara di non voler pensare a questo o perché è spaventato o semplicemente perché non vuole pensarci (9,5%).
    Il gruppo di adolescenti e giovani che è stato definito come pessimista è alquanto composito, essendo formato da intervistati che vedono nel futuro dell’umanità il diffondersi di conflitti, l’avviarsi dell’umanità verso l’autodistruzione, la presenza di guerre, i nefasti influssi delle manipolazioni genetiche o il verificarsi di catastrofi naturali.
    Ci sono poi coloro che pensano che nel futuro si diffonderanno i conflitti soprattutto a causa dello squilibrio prodotto dalle forti disuguaglianze tra i paesi ricchi e paesi poveri e dalle guerre cosiddette locali che affliggono il nostro pianeta.
    Accanto a questi ci sono gli apocalittici, che pensano che l’umanità sia votata, quasi per un suo istinto genetico, all’autodistruzione, magari con l’aiuto delle bombe atomiche.
    Anche il gruppo degli ottimisti è formato da un insieme di varie posizioni, tra cui quelle di coloro che vedono o sperano in un’evoluzione positiva dell’umanità che condurrà ad un mondo di pace senza conflitti e quelle di chi crede negli effetti positivi dello sviluppo tecnico scientifico.
    Gli ottimisti a tutto tondo sono giovani che vivono profondamente la dimensione della speranza e non si fanno condizionare dalle cose negative del presente.
    Come prima accennato, vi sono quelli che fondano il loro ottimismo sullo sviluppo tecnico-scientifico, convinti dei benefici effetti che esso avrà sulla vita degli uomini. Le stesse biotecnologie che per qualche pessimista erano il «male», qui sono considerate invece per gli effetti positivi che possono avere su persone malate o portatrici di svantaggi a livello fisiologico.

    L’inquinamento e la sovrappopolazione

    È il problema dell’inquinamento a godere della maggior attenzione, essendo presente in un numero doppio di storie di vita rispetto a quello della sovrappopolazione.
    Del 64,8% dei rispondenti che hanno sviluppato le loro riflessioni intorno al problema dell’inquinamento e dell’esaurimento delle fonti di energia, i due terzi manifestano timore e preoccupazione, mentre l’altro terzo pensa che esso possa essere efficacemente affrontato e risolto.
    La percentuale del 29,6% di chi ha toccato il problema della sovrappopolazione è la somma del 12,7% formato da coloro che o non pensano che questo sia un problema o che pensano che comunque lo si potrà risolvere, del 5,6% costituito da quelli che, invece, temono questo problema, e dell’11,3% formato da quelli che sono consapevoli dell’esistenza del problema ma che o non esprimono valutazioni o non hanno idee in proposito oppure, molto più semplicemente, non ci pensano.
    C’è anche un 2,8% di intervistati che unisce sovrappopolazione e inquinamento in un unico problema, e pensa che essi possano essere efficacemente affrontati, mentre vi è un 9,8% che manifesta alcune paure legate solo indirettamente a questi due temi.
    Infine, coloro che dichiarano di non pensare a nessuno di questi due problemi, sono il 18,3%.
    Il timore manifestato dagli intervistati nei confronti dell’inquinamento è maggiore rispetto a quello relativo alla sovrappopolazione, sia perché il primo è più presente nelle comunicazioni di massa, sia perché tocca più direttamente la loro vita.
    Non è un caso che qualche adolescente metta molto l’accento sulle esperienze personali che sperimenta quando va in luoghi dove l’aria è più pura.

    La guerra

    Tra le paure che possono offuscare lo sguardo verso il futuro delle giovani generazioni vi è quella della guerra. Ora questa paura, in forme e in modi differenti e più o meno accentuati, è presente in oltre i due terzi (69,2%) degli intervistati che hanno affrontato questo argomento (40,3%).
    Coloro che rifiutano decisamente la possibilità di una guerra che coinvolga gran parte dell’umanità e quindi anche l’Italia, sono solo 11,5%.
    Si tratta di una paura molto forte che la fine della guerra fredda e dei blocchi non sembra aver ridotto e che aggiunge un’altra ombra allo sguardo verso il futuro di questi adolescenti e giovani.
    Tra coloro che manifestano questa paura vi è chi crede nella possibilità dello scatenarsi direttamente di una guerra mondiale (32,7%), chi pur sperando che non accada una guerra mondiale teme però che i focolai costituiti dalle guerre locali possano scatenarla (32,7%), chi la vede lontana e vicina nello stesso tempo (1,9%) e chi teme l’avverarsi delle profezie millenariste (1,9%).
    Coloro che escludono decisamente la possibilità di una guerra mondiale, lo fanno o perché sostengono che l’uomo non sia così stupido (3,8%), o semplicemente perché ci sperano (5,8%) o perché pensano che in futuro ci saranno solo guerre etniche locali (1,9%).
    La quota di coloro che sentono la possibilità di una guerra come una cosa vaga e lontana e a cui quindi non prestano molta attenzione, sono l’11,5%.
    Infine vi è la posizione marginale di chi ritiene che, di fatto, la terza guerra mondiale sia già in atto.
    C’è anche qualcuno che concepisce la guerra come una sorta di purificazione del mondo.

    L’apocalisse e la pace universale

    La totalità di coloro che hanno affrontato il tema della pace universale, senza distinzioni di sesso e di età, è convinta che essa non potrà esistere. Al massimo una piccola percentuale (3,2%) di essi, formata esclusivamente da giovani femmine, manifesta la speranza che possa realizzarsi anche se è convinta che ciò non accadrà.
    C’è su questo argomento, come già per altri affrontati in precedenza, un eccesso di realismo e di scetticismo che contraddice lo stereotipo secondo cui i giovani in genere sarebbero idealisti e sognatori.
    Per quanto riguarda, invece, la credenza nella possibilità del verificarsi nel futuro di una apocalisse, le risposte si dividono in due gruppi di pari consistenza: l’uno di chi è convinto che essa non si verificherà (32,3%) e l’altro di chi è convinto che, magari a lunghissimo termine, essa accadrà (32,2%).
    Coloro che dichiarano di non pensare alla possibilità di questo evento sono il 9,7%.
    Su questo argomento c’è un livello di maggiore ottimismo rispetto agli altri pur relativi alla possibilità di catastrofi in grado di mettere in pericolo il futuro dell’uomo.
    Forse più che di un vero ottimismo c’è il rifiuto di una immagine, quella dell’apocalisse, che appartiene ad una visione religiosa messa in crisi dalla secolarizzazione.

    La povertà e la fame nel mondo

    L’ultimo argomento esplorato riguardo al futuro dell’umanità è stato quello relativo alla possibilità di sconfiggere la povertà che affligge la grande maggioranza della popolazione mondiale.
    Solo poco più di un quarto del campione (27,9%) ha affrontato questo tema, e questo è da solo indicativo di come questo argomento sia oggetto di una forte rimozione tra gli abitanti dei paesi più ricchi.
    Che questa ipotesi sia attendibile è confermato dal fatto che tra chi ha affrontato questo argomento non sono comparse le posizioni, presenti in tutti gli altri temi della ricerca, di coloro che affermavano di non pensarci. Chi non ci pensa o non vuole pensarci non ha affrontato il problema della fame nel mondo nel racconto della sua storia di vita.
    Tra quelli che lo hanno affrontato, più dei due terzi (69,4%) è convinto che la povertà non potrà essere sconfitta a causa di vari fattori tra cui la natura e la condizione umana, l’interesse dei paesi ricchi che, per qualcuno degli intervistati, condurrà addirittura all’eliminazione fisica dal mondo dei poveri e lo sfruttamento da parte degli Stati Uniti dei paesi poveri con l’asservimento delle élite locali.
    Il dato che lascia un po’ perplessi è che spesso, a fronte di una corretta diagnosi circa le cause della presenza della povertà grave nel mondo, ci sia una sorta di passiva e fatalistica accettazione della realtà esistente. Infatti, in pochissime storie di vita compare qualche barbaglio di ribellione verso questa situazione di ingiustizia planetaria.
    C’è anche tra questi pessimisti o iperrealisti chi spera nella sconfitta della povertà nel mondo, ma che però nello stesso tempo afferma che questo sarebbe un vero miracolo.
    Ancora una volta emerge quella disillusione cinica di cui si è più volte rilevata l’esistenza nella maggioranza degli intervistati.
    Coloro che invece hanno un po’ più di ottimismo sono solo il 30,6%, e motivano questa loro speranza con considerazioni estremamente diverse e alquanto frammentarie.
    C’è, infatti, chi pensa che la povertà può essere sconfitta solo se nei paesi poveri sorgeranno dei leader come Gandhi, chi si affida al progresso tecnico-scientifico, chi a progetti a lungo termine che favoriscano la crescita dell’istruzione, della solidarietà, sostengano lo sviluppo dei paesi poveri e nello stesso tempo intervengano per porre un freno alla crescita della popolazione, chi richiedendo a chi ha il potere di farlo di intervenire prima che il problema esploda, chi è convinto che una soluzione consista nel non fornire più armi ai paesi poveri e, infine, chi crede nell’efficacia degli interventi umanitari di aiuto.

    Scheda

    IL MISTERO DEL TEMPO

    Il tempo è uno dei misteri che né la ricerca filosofica né la ricerca fisica sono riuscite a violare, per cui, nonostante le innumerevoli descrizioni, analisi e teorizzazioni a cui esso è stato sottoposto, rimane sostanzialmente irriducibile ad ogni spiegazione che tenti di dargli la definitezza di una forma finita o di una legge fisica o di una qualsiasi formulazione concettuale.
    Tutto questo nonostante nella fisica moderna il tempo sia un elemento di una struttura matematica attraverso cui vengono descritti gli eventi fisici.[1]
    D’altronde una antica tradizione rabbinica vede nel tempo non un semplice divenire ma lo scaturire del mondo dalla potenza di Dio.
    Nel cristianesimo poi il tempo diviene il luogo in cui si manifesta la salvezza attraverso l’incarnazione di Gesù che lo spezza in un prima e un dopo e, nel dopo, giungerà la salvezza con il ritorno del Cristo in gloria e il compimento del Regno alla fine dei tempi.
    Nell’orizzonte ebraico/cristiano il tempo non è, quindi, solo il luogo della morte e della distruzione delle cose ma, soprattutto, il luogo in cui Dio manifesta il suo amore e la sua tenerezza per l’uomo.
    Il rapporto tra il tempo e Dio è rintracciabile anche in molte altre tradizioni religiose antiche. In alcune di esse il tempo è pensato, addirittura, come una vera e propria divinità.
    In ogni caso al di la della sua divinizzazione il tempo è visto sia come il principio creativo e dinamico dell’universo sia principio di distruzione e di morte.
    Nella Grecia antica l’ouroboros, il serpente che si mangia la coda, che circondava la terra e che portava sulla schiena lo zodiaco era identificato con il tempo. Anche nell’antico Egitto l’immagine del serpente era associata al tempo e simboleggiava la vita e la morte: ogni individuo era protetto da un «serpente della vita» che era una divinità del tempo e della sopravvivenza dopo la morte.[2]
    I Maya adoravano un serpente a due teste, di cui una simboleggiava la vita e l’altra la morte.
    Nella tradizione dell’India antica testimoniata nella Bhagavadgita, Vishnu dice di sé: Sappi che io sono Tempo, che fa perire i mondi, quando il tempo è maturo, e vengo a portare loro la distruzione.
    Oltre a Vishnu anche Shiva rappresenta il tempo in quanto egli è anche il simbolo dell’energia dell’universo che incessantemente crea e sostiene le forme nelle quali si manifesta.[3]
    Mentre nel mondo cristiano il tempo è il luogo della salvezza nel mondo induista, e poi anche in quello buddista, il tempo è il luogo del dolore e della morte per cui esso è considerato un nemico da cui fuggire per approdare alla realtà ultima del mondo, quella vera: l’atemporalità.
    Tra gli Aztechi, la divinità suprema, il dio creatore Omotéotl, era chiamato signore del fuoco e signore del tempo.
    Nella Cina antica il tempo non era associato ad alcuna divinità ma al principio maschile, creativo e dinamico, rappresentato dallo Yang. È interessante notare che sia il confucianesimo che il taoismo non propongono la fuga nell’atemporalità bensì la ricerca dell’armonia temporale nella persona e nel rapporto fra società e natura.
    Da queste interpretazioni arcaiche del tempo, sentito come qualcosa legato al divino e comunque al senso dell’esistenza umana nel mondo, balena la radicale ragione del suo mistero.
    Tuttavia, nonostante l’impossibilità della comprensione della vera natura del tempo, l’uomo non può fare a meno di riflettere sul tempo che percepisce come elemento costitutivo della sua stessa umanità oltre che della sua vita.
    L’uomo abita il tempo, e la storia della sua emersione alla vita cosciente è contrassegnata dalla scoperta del tempo come regolatore della sua esistenza individuale e sociale.
    Su questa scoperta si fonda la possibilità dell’uomo di esercitare una forma, efficace anche se limitata, di signoria della sua vita. Il controllo del tempo, la possibilità cioè di scandire la propria vita secondo un ritmo che si fa progetto di vita, è il dono di libertà donato da Dio all’uomo attraverso la coscienza.
    Infatti, l’uomo prigioniero della sopravvivenza giorno per giorno, governata dalla necessità e dalle forze istintuali, è un uomo che non percepisce il ritmo del tempo che scandisce la vita dell’universo che abita e, quindi, il senso del suo essere nel mondo.
    L’uomo non emerso alla coscienza è un uomo prigioniero della sua vita fisiologica, oltre che delle sue paure e delle sue angosce più profonde.
    L’uomo che non conosce il tempo è un uomo che non sa prevedere il proprio futuro e, quindi, che non sa vivere secondo un progetto.

    L’orologio, il tempo e l’uomo della società complessa

    Il rapporto tempo-vita umana nella cultura dell’attuale società complessa, aut postmoderna o surmoderna, è stato banalizzato in quanto il tempo è stato ridotto ad un puro evento meccanico mentre la vita dell’individuo, e forse anche quella della società, è stata privata della dimensione progettuale.
    Il tempo nella cultura sociale attuale non ha alcuna consistenza se non il suo scorrere meccanico, regolare e omogeneo. In altre parole questo significa che nella attuale vita sociale non si riconosce al tempo alcuna qualità rilevante per la vita umana se non la sua disponibilità. Sono le cose che si fanno che rendono il tempo prezioso o dozzinale, pieno o vuoto, costruttivo o distruttivo. Il tempo libero, o addirittura la festa, non ha alcun valore se non quello di essere sottratto al lavoro e reso disponibile per il riposo, lo svago e il gioco.
    È questa, indubbiamente, una concezione riduttiva del tempo a cui fa da contrappunto l’offuscamento della concezione del tempo storico, intesa nel senso biblico dell’assunzione di responsabilità della memoria dell’uomo verso il suo futuro.
    Questa concezione, infatti, sembra essersi dissolta e di essa rimane traccia solo all’interno di sempre più esigue minoranze sociali. Ad essa sembra essersi sostituita la concezione di un tempo quotidiano insignificante. La vita umana, nella sua dimensione quotidiana, sembra non offrire più alcun senso esplicito e comprensibile che possa essere considerato vero. La vita quotidiana, infatti, sembra risolvere la ricerca della felicità umana esclusivamente all’interno dei gesti che connotano il consumo quotidiano delle informazioni, dei beni materiali e delle relazioni sociali.
    La cultura del piacere sembra avere sostituito la cultura della felicità sovrapponendosi ad essa. Il futuro è più sovente evocato come minaccia piuttosto che come promessa di felicità. Solo il presente sembra poter offrire strade percorribili alla ricerca di felicità/piacere. Dentro questa opacità di senso del quotidiano balenano sovente antiche suggestioni che inducono molte persone ad abbandonare il centro esistenziale costituito dalla loro coscienza razionale per affrontare la ricerca di sensi completamente irrazionali, astorici e inconsci della loro esistenza.
    L’esoterismo, con le sue pratiche misteriche, che sovente debordano nel ridicolo, rappresenta molto bene questa ricerca che porta l’uomo lontano dal suo tempo quotidiano e dalla sua storia per immergerlo in un tempo privo di qualsiasi rilevanza per la sua vita nella realtà del mondo o che, al massimo, gli offre l’illusione di poter manipolare magicamente, senza la sofferenza dell’impegno quotidiano, il mondo stesso.
    Chi non si abbandona a questa fuga dalla realtà del quotidiano rimane molto spesso prigioniero del tempo inteso come somma di opportunità di consumo, e cerca disperatamente di elevare il proprio consumare ad atto dotato di senso per la sua esistenza, bruciando senza accorgersene la sua memoria del passato e il suo sogno di futuro.
    Anche se non esclusiva questa cultura del tempo è oggi dominante e lo scorrere del tempo è ridotto ad un meccanico movimento, utile solo alla regolazione della vita sociale, all’interno del quale ogni istante è separato da tutti gli altri.
    La solitudine di ogni istante è il segno dell’impossibilità del tempo di proporsi come un disegno dotato di un senso globale e in cui ogni istante assume la funzione di un particolare. Ogni istante, infatti, propone il suo significato, irrimediabilmente relativo e soggettivo, senza avere la pretesa di proporsi come un passo di quel cammino che prende il nome di storia.
    Questa concezione del tempo ossessivamente fissato sul proprio presente, fissato cioè sull’istante in cui esso appare alla coscienza, porta con sé necessariamente anche la concezione dell’inconsistenza e della illusorietà del tempo essendo questi considerato solo come la manifestazione di ciò che accade nello spazio.
    In altre parole questa concezione postula che il tempo esista solo come prodotto degli eventi che accadono nello spazio. Senza eventi non si avrebbe tempo e sono perciò questi a determinare la qualità del tempo.
    Questa trasformazione del vissuto del tempo è uno dei prodotti della cultura sociale della complessità e della sua transizione verso la surmodernità che si è verificato a causa della rottura dell’equilibrio tra sociotemporalità e nootemporalità e del conseguente predominio della prima. L’affermazione della sociotemporalità caratterizza infatti le società complesse.
    L’espressione «nootemporalità» indica la concezione del tempo tipica della condizione dell’uomo e nasce dal fatto che esseri umani «sono capaci di comprendere il mondo nei termini di un futuro e di un passato distanti, e non solo nei termini delle impressioni sensoriali del presente» [4] e che le loro azioni nel presente sono influenzate dalla consapevolezza della morte, che appare come «un ingrediente essenziale del tempo dell’uomo maturo, i cui orizzonti si estendono senza limiti nel futuro e nel passato».[5]
    Il tempo che dal futuro attraverso il presente scorre verso il passato è il telaio che tesse l’ordito della vita umana nel mondo e che orienta tutte le domande e le risposte di senso degli uomini maturi emersi alla coscienza.
    Infatti, almeno nell’orizzonte dell’Occidente, la vita umana trova il suo senso nella storia, cioè nella memoria e nel progetto di futuro.
    La sociotemporalità che accompagna sempre la nootemporalità è null’altro che la socializzazione del tempo che si esprime nella sincronizzazione e nella pianificazione delle azioni collettive senza cui nessuna società può esistere. Il tempo sociale è fondato sull’esistenza del presente sociale, che è l’intervallo di tempo minimo necessario a consentire alle persone di agire di concerto. Il presente sociale si forma e si mantiene attraverso la comunicazione che interrela i membri di un determinato gruppo sociale, e l’ampiezza dell’intervallo temporale che lo costituisce dipende dalla velocità dei processi di comunicazione. È chiaro che quando i messaggi venivano portati da corrieri a cavallo il presente sociale era molto esteso, mentre ora che i messaggi viaggiano alla velocità della luce esso è molto piccolo.
    La sociotemporalità è tanto più sviluppata nella vita delle persone che fanno parte di una società quanto più esse sono in relazione. Più la sociotemporalità è sviluppata, più gli stili di vita, i valori e le condotte delle persone divengono omogenei.
    La sociotemporalità mantiene il suo valore solo se si armonizza con la nootemporalità, ovvero solo se le esigenze della sincronizzazione sociale non entrano in conflitto o ostacolano il progetto particolare di vita dell’individuo, non mettono cioè in pericolo la sua unicità, la sua differenza particolare, ovvero non minano la sua identità personale e storico culturale.
    Oggi si assiste, invece, ad una dilatazione della temporalità sociale prodotta dai bisogni delle economie e delle culture delle società complesse.
    Infatti «via via che i bisogni e le necessità politiche costringono il genere umano ad adottare un comune ritmo di lavoro, procedimenti industriali simili e ragionamenti scientifici identici, viene a mancare la base stessa della molteplicità dei modi di socializzazione e di valutazione del tempo, che ci ha accompagnato sin dall’inizio della storia».[6]
    Le tecnologie della comunicazione che relano gli individui nelle società complesse tendono sempre più a far dipendere, per la loro sopravvivenza, questi individui dalla rete del sistema informativo in cui sono inseriti. La possibilità di lavorare a distanza, di avere diagnosi sulla loro salute via telefono, di ricevere tutto quanto ciò che hanno bisogno a domicilio, di avere informazioni in tempo reale attraverso la televisione e la radio, di partecipare a videoconferenze, ecc., tutto questo fa sì che le persone debbano occuparsi solo del loro presente, mentre la capacità di fare progetti a lunga scadenza, come l’imparare dal passato, dipende sempre di più dagli specialisti.
    Il presente diventa l’unica dimensione esistenziale significativa per la vita delle persone.
    Secondo altri autori [7] questo fenomeno è prodotto dalla «spazializzazione del tempo» che non sarebbe altro che il risultato della supremazia nell’attuale vita sociale delle coordinate spaziali su quelle temporali che, di fatto, anestetizza l’idea del tempo e della storia, del vissuto diacronico a favore della sincronicità spazializzante.
    Immersi in questo tempo spazializzato gli individui perdono la coscienza della propria appartenenza alla storia e, quindi, anche la propria capacità di produrre storia e divengono delle comparse prive di memoria e di sogni di futuro.
    Questo fa sì che solo ciò che è immediato e simultaneo venga vissuto come reale. Le dimensioni del passato e del futuro sono espulse dalla coscienza, la memoria e il sogno sono esiliati. L’istante diviene un punto nello spazio in cui non vi è durata ma solo l’appartenenza atemporale ad un insieme spaziale.
    All’origine di questa trasformazione della temporalità vengono indicati fenomeni sociali complessi come l’urbanizzazione, l’espansione della tecnologia e della presenza dei fondamenti tecnico-scientifici di tipo universalistico nelle culture locali, il predominio del senso ottico, ovvero il predominio delle immagini rispetto alla parola parlata e scritta e, infine, l’influenza dell’industria culturale che per evitare che l’effetto del rapidissimo succedersi delle sue proposte abbia effetti distruttivi sulla sua stessa produzione deve appiattire l’esperienza del tempo a favore della simultaneità.
    Questa trasformazione della temporalità ha degli effetti profondi sull’identità delle persone, sulla loro coscienza e sulla possibilità di dare un senso alla propria esistenza.
    Non è casuale che oggi il percorso di conquista dell’identità che le nuove generazioni debbono percorrere sia frammentato, accidentato e che spesso conduca a quelle forme che vengono definite «deboli». Allo stesso modo la vita priva del tessuto del progetto e della storia appare sempre di più come un caotico susseguirsi di opportunità a volte positive e a volte negative, piacevoli o spiacevoli, ma in cui comunque il paradigma del consumo si manifesta come dominante. La coscienza della propria responsabilità personale e sociale risulta indebolita e la persona sembra avere responsabilità, spesso illusoria, solo verso se stessa e le persone che le sono spazialmente e affettivamente prossime.
    Il risultato è una persona che vive senza un’etica che non sia quella dell’utilità personale e dell’adattamento alla realtà sociale e alla sua cultura.
    La riflessione sul tempo ha toccato fondamentalmente due esperienze particolari del suo vissuto: l’una legata alla coscienza individuale, al tempo mentale, l’altra alla cultura e all’organizzazione sociale.
    È bene però ricordare che l’uomo vive anche altre esperienze del tempo. Infatti egli condivide attraverso la materia in cui è tessuto la prototemporalità delle particelle e la biotemporalità dei tessuti organici. Ma non solo. Egli abita l’universo delle stelle e delle galassie in cui è presente sia l’eotemporalità, ovvero un tempo privo di presente, passato e futuro nel senso offerto dalla metafora tradizionale del flusso, sia l’atemporalità della radiazione elettromagnetica.
    Questo significa che nell’uomo si intrecciano in modo complesso più tempi che, in qualche modo, al di fuori dell’orizzonte della coscienza, influenzano la sua vita.


    NOTE

    [1] Von Franz M.L., L’esperienza del tempo, Como, red edizioni, 1995, p. 9.
    [2] ibidem., p. 13.
    [3] Zimmer H., Myths and Symbols in Indian Art and Civilization, New York, 1962, pp. 148-151.
    [4] Fraser J.T., Il tempo una presenza sconosciuta, Feltrinelli, Milano 1993, p. 17.
    [5] Fraser J.T., op.cit, p. 22.
    [6] Fraser J.T., op.cit, p. 300.
    [7] Gross D., Space, Time and Modern Culture, Telos, 1981, p. 50.


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