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    Dall’emozione al sentimento



    Mario Pollo

    (NPG 2005-02-24)


    A proposito delle emozioni

    Anche se spesso non sono riconosciute, o la loro presenza è negata o sottostimata, le emozioni sono presenti in modo diffuso nella vita delle persone di ogni cultura e genere e orientano i loro comportamenti, le loro scelte di vita.
    Basti pensare come molte scelte di vita abbiano alla base tanto la ricerca di quell’emozione a cui è dato il nome di felicità, quanto l’evitamento delle emozioni spiacevoli.
    Pur non essendo l’unico essere vivente a sperimentare nella propria vita la presenza delle emozioni, essendo queste presenti in tutto il regno animale, l’uomo tuttavia è l’unico in grado di sperimentarle in modo riflesso e consapevole.
    Infatti, è solo nell’essere umano che le emozioni sono collegate a idee complesse, valori, principi e giudizi. In altre parole ciò significa che solo l’uomo è in grado di essere consapevole e di interpretare le emozioni grazie alla coscienza e, quindi, di far nascere da esse i sentimenti.
    Questo significa anche che le emozioni accadono nel corpo mentre i sentimenti nella mente. Questo fa sì che le emozioni siano pubbliche, visibili allo sguardo di un osservatore e che, invece, i sentimenti siano privati, invisibili dall’esterno.
    In alcuni casi, in particolare in quello delle sei emozioni primarie o universali (gioia, tristezza, paura, rabbia, sorpresa e disgusto), il corpo umano attraverso il volto esprime le emozioni in modo indipendente dalla cultura e, quindi, universale.
    Diverso, invece, è il caso delle emozioni secondarie o sociali (ad esempio imbarazzo, gelosia, colpa e orgoglio) la cui espressione, pur avvenendo sempre nel corpo, è maggiormente legata a modelli culturali. Oltre a questi due tipi di emozioni Damasio [1] indica anche l’esistenza delle emozioni di fondo, come ad esempio il benessere o il malessere, la calma o la tensione. Queste emozioni nascono di solito all’interno dell’organismo, dai processi di regolazione della vita, dai conflitti mentali, dall’attività fisica come una corsa prolungata, dalla ruminazione intorno ad una decisione difficile, dall’attesa di un piacere o di un dolore, ecc.[2]  
    Comunque, sia che siano primarie, secondarie o di fondo, alla base delle emozioni vi è un nucleo biologico comune. Infatti, tutte le emozioni svolgono un ruolo regolatore che ha come fine la creazione di circostanze vantaggiose per l’organismo, essendo il loro ruolo quello di assistere il corpo umano nella conservazione della vita. Oltre a questo occorre ricordare che tutte le emozioni, anche se la loro espressione è influenzata dall’apprendimento e dalla cultura sociale, sono biologicamente determinate e dipendenti da dispositivi cerebrali predisposti in modo innato. Questi dispositivi si possono innescare automaticamente senza una decisione cosciente. Infine, “tutte le emozioni usano il corpo come teatro (milieu interno, sistemi viscerale, vestibolare e muscolo-scheletrico), ma le emozioni influenzano anche la modalità di funzionamento di numerosi circuiti cerebrali: la varietà delle risposte emotive è responsabile dei profondi cambiamenti tanto del paesaggio del corpo quanto del paesaggio del cervello”.[3]
    In modo semplice si può dire che le emozioni sono una sorta di kit di sopravvivenza che il genoma mette a disposizione di ogni essere umano.
    Anche se la dipendenza del meccanismo delle emozioni dall’apprendimento è scarsa o nulla, “quest’ultimo, con il passare del tempo assume… un ruolo importante nel determinare quando tali meccanismi saranno impiegati”. In altre parole l’educazione e la socializzazione indicano in quali circostanze si può o si deve vivere una certa emozione o, al contrario, questa deve essere inibita.
    Ma non solo. La vita di relazione fa sì che le persone associno delle situazioni e degli oggetti, che di per sé sono emotivamente neutrali, con situazioni ed oggetti che invece sono induttori di emozioni, e questo fa sì che anche queste situazioni e questi oggetti diventino a loro volta induttori di emozioni.
    Oltre a questo è necessario sottolineare che l’essere umano non prova emozioni solo attraverso le informazioni che riceve dai suoi organi sensoriali, ma anche dall’evocazione di situazioni ed oggetti per mezzo della memoria, delle fantasie e dei sogni sia ad occhi chiusi che aperti.
    L’elemento interessante che le neuroscienze hanno messo in evidenza è che nell’essere umano il kit, innato e automatico, delle emozioni è compromesso solo dalla perdita della coscienza. Tra l’altro è proprio la coscienza che amplifica le emozioni e nello stesso tempo consente, attraverso l’uso della ragione, di controllarle. Si tratta, normalmente, di un controllo modesto visto che anche la ragione per funzionare ha comunque bisogno delle emozioni.
    Per comprendere il tipo di relazione che esiste tra emozione e coscienza è necessario riflettere sul ruolo che il corpo gioca nell’esperienza umana della coscienza.

    Il corpo, la vita, la mente e la coscienza

    La moderna ricerca biologica ha messo in evidenza come “la vita e l’impulso alla vita esistano all’interno di un confine”,[4] come “l’idea di organismo sia imperniata sull’esistere di tale confine”[5] e, quindi, come “se non c’è confine non c’è corpo e se non c’è corpo non c’è organismo”.[6]
    Ma non solo. Le stesse ricerche hanno messo in luce che la mente, che normalmente definisce la persona umana, esiste solo se c’è il corpo, ovvero solo se esiste un luogo che ne fissa le condizioni di esistenza nello spazio e nel tempo.
    L’uomo diviene cosciente di sé e della propria unicità solo grazie al suo corpo, all’interno di quella relazione biunivoca che fa sì che ad ogni mente corrisponda un solo corpo e ad ogni corpo una sola mente.
    Si può affermare addirittura che la caratteristica costitutiva della condizione umana, rispetto alle altre specie viventi, nasce dal fatto che essa è l’incontro di un oggetto vivente limitato, ben circoscritto, facilmente identificabile: il corpo, con una mente apparentemente priva di confini spaziotemporali, invisibile e difficile, se non impossibile, da localizzare, ma che tuttavia si può esprimere solo all’interno dello spazio tempo, ovvero della materia di cui è fatto il corpo umano.
    Infatti qualsiasi cosa accada nella mente, accade nel tempo e nello spazio, accade cioè in quell’istante in cui il corpo occupa una determinata porzione di spazio.[7]
    Senza corpo non esisterebbe la coscienza, perché essa esercita il suo dominio sulle relazioni del corpo con gli altri elementi spazio-temporali che costituiscono il mondo.
    Il bambino comincia il suo cammino verso la sua identità/unicità e la coscienza prendendo consapevolezza del proprio corpo e della sua relazione con gli oggetti che ne costituiscono il mondo.
    Da questo punto di vista l’uomo appare il prodotto di uno strano matrimonio tra il materiale e l’immateriale che spingeva Nietzsche a identificare l’essere umano come un ibrido di “pianta e spettro”.
    Da questa sommaria e ultrarapida incursione in alcune acquisizioni fondamentali delle neuroscienze si può ricevere la conferma che la condizione di paradossalità della condizione umana, che la rende irriducibile, nonostante il desiderio di alcuni ricercatori, al piano della materia o al contrario a quello dello spirito, che è alla base dei dualismi tradizionali, continua a caratterizzare la natura umana alimentandone, invece di ridurlo, il mistero.

    Il corpo come confine

    Ritornando alla constatazione del corpo come luogo reso possibile da un confine, si può evocare la metafora del corpo come patria della vita umana, che come ogni patria identifica chi la abita ma nello stesso tempo non ne esaurisce le potenzialità umane, che possono realizzarsi compiutamente solo se c’è anche l’incontro con ciò che è oltre il confine.
    Infatti il corpo, se da un lato rinchiude l’uomo nei confini dello spazio-tempo, dall’altro lato, proprio grazie alla sua funzione di confine, apre allo sguardo dell’uomo l’oltre il confine.
    Un confine ha sempre anche una funzione relazionale in quanto separa e identifica due realtà: il dentro e il fuori e nello stesso tempo le congiunge mettendole in relazione.
    Da questo punto di vista il corpo è pienamente un confine, in quanto da un lato identifica l’unicità e la solitudine dell’uomo e del suo sé, e dall’altro lato gli consente la relazione facendogli vivere concretamente che la sua identità è definita da un’alterità. Che la sua identità non potrebbe esistere senza l’alterità da cui il corpo separa ma a cui unisce.
    Il corpo è il luogo del gioco attraverso cui l’uomo sperimenta la grandezza e il mistero della propria condizione, definisce il senso della propria vita ai bordi di quel confine che da un lato ha la visibilità e la concretezza della materia e dall’altro l’invisibilità e leggerezza dello spirito.
    Il corpo come detto è però anche il luogo privilegiato della relazione dell’uomo con se stesso, con gli altri e con il mondo. Anzi si potrebbe dire che il corpo è la comunicazione dell’uomo.

    A proposito dei sentimenti

    Ed è proprio all’interno della comunicazione della mente con il corpo che si originano i sentimenti. Infatti il sentimento può essere definito in larga misura come “l’idea che il corpo sia in un certo modo”.[8] I sentimenti nascono sia dalle emozioni vere e proprie – occorre a questo proposito ricordare che le emozioni precedono i sentimenti e ne rappresentano la base portante e che i sentimenti e le emozioni sono così profondamente legati che spesso vengono percepiti come un tutt’uno – sia dalle reazioni omeostatiche dell’organismo, e sono la rappresentazione, per mezzo del linguaggio mentale, dello stato vitale in cui versa l’organismo.[9] In modo sintetico si può dire che “il sentimento di un’emozione è l’idea del corpo in cui esso è perturbato dall’emozione”.
    Tuttavia la percezione dello stato corporeo da sola non è sufficiente a produrre un sentimento. Infatti il sentimento nasce solo se la percezione dello stato corporeo è associata a quella di un particolare stato della mente. Si può perciò affermare che i sentimenti sono le percezioni di un certo stato del corpo unite alla percezione di una particolare modalità di pensiero nonché di pensieri con particolari contenuti.[10]
    Questa concezione dei sentimenti si oppone a quella che li considera come un insieme di pensieri con un contenuto particolare, come ad esempio quello della perdita di una persona cara. Questa concezione è rifiutata da un neuroscienziato aperto al pensiero filosofico come Damasio, il quale afferma: “Se i sentimenti fossero davvero insiemi di pensieri con determinati temi, come potrebbero distinguersi da altri pensieri?. […] A mio avviso , i sentimenti sono funzionalmente distinti perché la loro essenza consiste nei pensieri che rappresentano il corpo nel suo coinvolgimento in un processo reattivo. Togliete quell’essenza, e il concetto di sentimento svanisce. Togliete quell’essenza e nessuno potrà più dire: ‘mi sento’ felice, dovrà dire piuttosto: ‘penso’ pensieri felici. Tutto questo però solleva una domanda: cosa è che rende ‘felici’ i pensieri? Se noi non sperimentassimo un certo stato corporeo caratterizzato da una certa qualità che chiamiamo piacere e che consideriamo “buona” e “positiva” nel contesto della nostra vita, non avremmo più alcuna ragione per considerare felice – o triste – qualsiasi pensiero”.[11]
    Se i sentimenti nascono dalla percezione dello stato corporeo associata a quella di un particolare stato della mente, ne consegue che essi non sono generati da oggetti ed eventi esterni al corpo ma interni al corpo.
    Schematicamente si può rappresentare il processo di produzione di un sentimento nel seguente modo: oggetto/ evento ® emozione ® [stato corporeo « mente] ® sentimento.
    In modo meno schematico si può dire che il processo di formazione dei sentimenti comprende tre elementi:
    – gli stati corporei che costituiscono, come si è visto, il carattere distintivo e l’essenza del sentimento;
    – la modalità di pensiero “alterata” che accompagna la percezione dello stato corporeo;
    – il tipo di pensieri il cui tema è congruente con il tipo di emozioni percepite.
    Questo significa che nei sentimenti il ben-essere, alla base delle emozioni positive, è solitamente accompagnato dal ben-pensare; mentre il mal-essere, alla base delle emozioni negative, si accompagna quasi sempre al mal-pensare, nel senso di un pensiero inefficiente, spesso inceppato di fronte a un numero limitato di idee.[12]
    Ciò significa che le emozioni generano sentimenti “negativi” ovvero distruttivi quando sono interpretate da idee e pensieri “negativi”. La stessa emozione può produrre sentimenti che fanno regredire la persona o sentimenti che la fanno evolvere sulla base dello stato mentale a cui si associa e, quindi, del sentimento a cui dà origine.
    Questa concezione del sentimento prodotta dalle neuroscienze non riduzionistiche si accorda profondamente con l’etimologia della parola sentimento che, come è noto, deriva dal latino “sentire”, il cui significato, oltre che “ricevere un’impressione per mezzo dei sensi”, è anche “percepire colla mente, conoscere e giudicare”.

    L’educazione dei sentimenti

    Da quanto sin qui detto emerge chiaramente che l’educazione dei sentimenti deve investire sia la dimensione del corpo che quella della mente. Ma non solo. Esso deve riguardare tanto l’individuo quanto la cultura sociale, perché lo stato mentale che le persone associano di solito a determinati stati del loro corpo sono legati non solo a fattori di tipo individuale ma anche a fattori di tipo socioculturale.
    Questo significa che l’educazione ai sentimenti è un’azione alquanto complessa e multidimensionale che, a scopo didattico, può essere declinata in tre azioni particolari: l’educazione all’ascolto e alla gestione del corpo; l’educazione alla coscienza e all’ascolto dell’interiorità; l’educazione alla relazionalità e all’alterità.

    L’educazione all’ascolto e alla gestione del proprio corpo

    Nell’attuale cultura sociale, le persone non sono in contatto con il proprio corpo ma solo con la sua immagine. Questa constatazione nasce dall’osservazione che nella vita delle persone non è il corpo reale che occupa una posizione centrale ma il corpo simulacro.
    Anche le pratiche del cosiddetto “fitness” paradossalmente non hanno il corpo al proprio centro ma la sua immagine, e il loro fine è quello di renderlo simile all’immagine culturale del corpo in buona salute, che non è che una immagine aggiornata dell’arcano desiderio dell’eterna giovinezza e, quindi, un fuga dalla coscienza della finitudine e della mortalità del corpo.
    Il corpo con la sua cosalità sembra essersi dissolto ed essere emigrato verso il regno del virtuale, dell’immateriale, in cui il decadimento, l’invecchiamento, la malattia e la morte sono espulsi.
    Questa perdita di cosalità del corpo sembra essere avvenuta in rapporto alle trasformazioni dello spazio-tempo introdotte dalla seconda modernità attraverso lo sviluppo degli strumenti di comunicazione e in particolare di quelli post-elettronici.
    La prima modernità aveva disgiunto lo spazio e il tempo nell’esperienza della vita quotidiana quando la velocità di movimento non è più stata legata alla velocità di organismi o elementi naturali ma è diventata una questione di ingegno.
    In altre parole, la disgiunzione si è verificata quando la velocità non è più dipesa dalla capacità di locomozione degli esseri umani o degli animali, come ad esempio il cavallo, ma dall’invenzione di mezzi di locomozione come il treno, l’automobile, l’aereo o di comunicazione come il telegrafo, la radio e il telefono. Questo ha fatto sì che la velocità emergesse come elemento importante nella definizione dello spazio facendo perdere alle distanze la loro consistenza oggettiva per assumere quella soggettiva, fortemente dipendente dalla velocità. Lo spazio-tempo sin da questa prima fase della modernità si era avviato sulla strada che lo ha condotto alla meta dello spazio-velocità.
    Il compimento della trasformazione dello spazio-tempo in spazio-velocità è pienamente in atto in questa seconda fase della modernità, per effetto dell’evoluzione degli strumenti di comunicazione, sia di quelli del trasporto delle merci e delle persone che di quelli della trasmissione delle informazioni e dei comandi dell’azione. Per questi ultimi la velocità di trasmissione è quasi prossima al limite (la velocità della luce).
    A questo proposito Virilio afferma: “Viviamo in un mondo fondato non più sull’estensione geografica, ma su una distanza temporale che viene costantemente ridotta dalle nostre capacità di trasporto, trasmissione e azione telematica … il nuovo spazio-velocità non è più uno spazio-tempo”.[13]
    Per questo studioso “la velocità non è più un mezzo, ma un milieu; si potrebbe dire che la velocità è una sorta di sostanza eterea che satura il mondo e nel quale viene trasferita sempre più azione, acquisendo in questo processo nuove qualità che solo tale sostanza rende possibili e ineluttabili”.[14]
    Nell’ambiente costituito dallo spazio-velocità le cose hanno perso la loro fisicità materiale, che si manifesta non solo nella loro capacità di opporre resistenza all’azione delle persone ma anche nella loro caducità.
    Infatti lo spazio-velocità, oltre a smaterializzare lo spazio, ha prodotto anche la scomparsa dello scorrere lineare del tempo lungo l’asse passato-presente-futuro, ovvero della nootemporalità. La velocità nel suo approssimarsi al limite ha oscurato lo scorrere del tempo a favore della simultaneità e, quindi, ha introdotto la vita dei suoi abitatori in una sorta di eterno presente.
    Le conseguenze di questa trasformazione dello spazio-tempo in spazio-velocità sono leggibili anche nella concezione che la cultura sociale attuale offre del corpo. Il corpo dell’uomo appare perciò, per alcuni versi, de-spazializzato e de-temporalizzato.
    Un corpo cioè che ha sempre di più una componente immateriale, virtuale, fatta di immagini, di segni e simboli. Un corpo che si fa presente agli altri corpi senza la propria fisicità e senza la propria paradossalità dell’essere qualcosa di più di ciò che apparentemente è, ma solo con l’espressione di una sua potenzialità e possibilità, che è assai parziale e che può essere addirittura illusoria. Un corpo che è sempre di più visto attraverso il gioco delle immagini in cui le persone sono immerse e i segni che esso manda all’esterno e che ad esso ritornano strutturati in interpretazioni.
    Un corpo che le persone perdono la capacità di ascoltare direttamente e il cui stato di benessere spesso è dato da indicatori attraverso cui alcuni stati suoi stati sono letti dall’esterno, attraverso diagnosi di specialisti, test vari, modelli e pregiudizi e stereotipi dell’immaginario collettivo.
    Un corpo che, addirittura, è riconosciuto come proprio solo quando la sua immagine rientra all’interno dei modelli che collettivamente vengono definiti come socialmente accettabili e positivi.
    Quando questo non avviene perché il proprio corpo è diverso da quello dei modelli socialmente accettati e riconosciuti, il corpo è fonte di disagio, di difficoltà da parte della persona di riconoscere in esso il proprio sé e diviene, in molti casi, l’oggetto di cure ossessive al fine di renderlo simile ai modelli culturalmente valorizzati.
    Ginnastiche, di cui il cosiddetto body building è l’esempio più chiaro, attività sportive varie, interventi chirurgici, cosmesi e diete sono spesso il segno del tentativo di ricondurre il proprio corpo all’interno dei modelli sociali.
    Alcune malattie che investono il rapporto delle persone con il cibo sono il segno del fallimento di questo tentativo che induce le persone alla scelta più radicale e terribile: distruggere il proprio corpo nell’illusione che questo liberi quel sé idealizzato che il proprio corpo nega.
    Ma oltre a questo la riduzione del corpo a semplice elemento simbolico, a segno e non più luogo della comunicazione, produce una profonda alienazione delle persone da se stesse e dagli altri.
    Questa incapacità di percepire e, quindi, di entrare in contatto con il corpo reale, indebolisce la capacità di “sentire” le emozioni e di conseguenza di sperimentare dei veri sentimenti. I sentimenti che sono prodotti dalle esperienze del corpo simulacro sono anch’essi dei simulacri, privi di una vera consistenza e realtà. Ciò si manifesta nell’effimericità dei sentimenti, nella loro assoluta volubilità e fragilità nella loro incapacità di promuovere un’educazione duratura.
    Ma non solo. Il corpo virtuale rende anche incapace la persona di percepire gran parte delle emozioni che il corpo produce e, quindi, ciò riduce la gamma di quelle che sono “sentite” ovvero interpretate a livello mentale e trasformate in sentimenti.
    Entrare in contatto con il corpo, sentirlo pulsare è l’azione fondante di ogni educazione ai sentimenti. È utile ricordare che la maggioranza delle tecniche di supporto alla meditazione ha come primo passo l’entrare in contatto con il proprio corpo, sentirlo e divenire coscienti dello stato in cui si trova in quel momento.
    A questo scopo possono essere utili tutti quegli esercizi, molti dei quali provenenti dalle tradizioni dell’oriente, di ascolto del proprio corpo. Tra l’altro alcuni di questi esercizi, impropriamente chiamati giochi, sono proposti dai manuali di tecniche di animazione, tra cui, ad esempio, quelli del Vopel.

    L’educazione alla coscienza e all’ascolto dell’interiorità

    Se sentire il proprio corpo e le emozioni che lo attraversano è il primo passo sulla strada dell’educazione dei sentimenti, il secondo passa riguarda la mente, il ben pensare.
    L’educazione al ben pensare è complessa perché tocca innumerevoli saperi e conoscenze, praticamente l’intero ambito della cultura umana.
    La poesia, la letteratura, l’arte, la musica, la filosofia, la logica, la storia, le scienze umane e non, la religione sono tutti “saperi” che intervengono profondamente nell’educazione dei sentimenti. Ma questo accade però solo se questi “saperi” sono nutriti dallo sviluppo della coscienza e, quindi, ricadono nel corpo di chi li acquisisce. Se l’ascolto di un brano musicale, ad esempio, non si lega a un’emozione, e se questa esperienza non trova il suo specchio nella coscienza, non vi è alcuna educazione al sentimento. La coscienza svolge un ruolo centrale nell’educazione al sentimento, perché questa non richiede solo l’abilitazione al sentire ma anche quella al sentire il sentire. E affinché questo avvenga è necessario sviluppare non solo la capacità di ascoltare le emozioni e di esprimerle in sentimenti, ma anche l’acquisizione di quei saperi e di quei metodi che consentono lo sviluppo della metacognizione che non è che il volto più maturo della coscienza.
    Acquisire e accumulare delle conoscenze, se non produce la consapevolezza di come queste stesse conoscenze sono acquisite e pensate, di come esse trasformino, arricchiscano o impoveriscano il proprio rapporto con se stessi, gli altri e il mondo, non produce alcuna educazione alla coscienza.
    Perché ciò avvenga è necessario divenire consapevoli di come il rapporto con la realtà è mediato, in generale, dal proprio linguaggio, dalla propria cultura e, quindi, dalle proprie categorie mentali e in particolare da ogni nuova conoscenza e abilità acquisita.
    Questa consapevolezza postula un rapporto non ingenuo con il reale, fondata sul fatto che l’uomo si differenzia dalle altre specie viventi perché ha un elemento che rende unico il suo circolo funzionale e, quindi, il suo mondo: il sistema simbolico.[15]
    Questo sistema, che è inserito tra quello recettivo e quello reattivo, è costituito dalla cultura e, in particolare, dal linguaggio simbolico che la articola e costituisce.
    Questo significa che l’uomo, tra qualsiasi stimolo e la reazione ad esso, salvo casi limitati, compie delle elaborazioni di tipo simbolico, ovvero interpreta lo stimolo e sceglie la risposta più adeguata ad esso, attraverso gli strumenti che gli offrono la sua cultura sociale e la sua esperienza personale, così come è stata rielaborata a livello simbolico. È questo il motivo per cui a volte stimoli apparentemente deboli e insignificanti producono nell’uomo reazioni molto forti, non giustificate da un’analisi biologica della relazione stimolo-risposta.
    Si può affermare che nella maggioranza dei casi l’uomo reagisce non tanto allo stimolo materiale quanto all’interpretazione simbolica che egli dà di quello stimolo.
    È questa caratteristica che ha indotto alcuni filosofi del passato ad affermare che l’uomo è decaduto dalla sua condizione naturale.
    Proprio per l’esistenza di questo sistema simbolico il mondo dell’uomo è un mondo culturale, in cui la stessa realtà fisica è sottoposta ad un’elaborazione di tipo simbolico.
    Il fatto che l’uomo abiti un mondo culturale di tipo simbolico rende conto delle differenze, al di là di quelle genetiche, che esistono tra le persone e tra i gruppi umani dotati di differenti culture sociali. Infatti persone che abitano culture sociali differenti e che utilizzano linguaggi diversi, di fatto abitano mondi differenti. Allo stesso modo persone che vivono esperienze diverse, che apprendono ed elaborano linguaggi differenti per qualità, estensione e sfere di significato, acquisiscono modi diversi di dare senso alla esistenza e, di fatto, abitano mondi parzialmente differenti.
    La creazione di questi mondi, sociali e individuali, avviene sin dai primi anni di vita, in quanto il bambino già nel periodo in cui completa il suo organismo attraverso la crescita, incorpora gli elementi simbolici che costituiranno il suo mondo.
    Questo significa che anche i sentimenti risentono della cultura sociale della persona. Il modo attraverso cui la persona interpreta le sue emozioni, ovvero dei particolari stimoli, e reagisce ad esse, è profondamente influenzato dalla sua cultura e dal suo linguaggio.
    Educare alla metacognizione significa perciò aiutare la persona a divenire cosciente di come il suo linguaggio, la sua cultura, il suo modo di pensare e di costruire certe azioni siano responsabili delle caratteristiche particolari e specifiche del mondo che abita.
    Ma questa educazione si sviluppa all’interno delle singole esperienze di acquisizione dei saperi che le persone hanno nella loro vita quotidiana, nella loro capacità di dare significato alle loro emozioni e alle loro azioni e di riflettere sull’origine culturale e personale di questo significato.
    Oltre che attraverso la coscienza, l’educazione dei sentimenti passa attraverso il rapporto con la propria interiorità che, come si è accennato, è profondamente legata all’ascolto del corpo. Tuttavia essa non si esaurisce nell’ascolto del corpo, perché essa è legata alla capacità di leggere i sentimenti, la loro qualità di principi che danno valore, che rendono significative o insignificanti determinate esperienze personali e sociali, che spingono la persona ad agire in modo selettivo nei confronti della realtà e che disegnano e colorano di tonalità affettive ed esistenziali il mondo che abita.
    Ciò significa, con altre parole, esplorare il mondo delle premesse esistenziali, di quel mondo più profondo costituito dal modo particolare di ogni persona di produrre il significato e di dare senso.
    Ma significa anche porsi in ascolto, una volta riconosciuta la propria finitudine, di quella sfera di significato che trascende l’esistenza delle singole persone e del loro mondo e che ha origine nel mistero del Totalmente Altro.
    Significa che l’interiorità nasce anche dalla contemplazione dell’Alterità e non solo dal rapporto con i propri processi psichici profondi.  

    L’educazione alla relazionalità e all’alterità

    Come si è detto prima, la riduzione del corpo a semplice elemento simbolico, a segno e non più luogo della comunicazione, produce una profonda alienazione delle persone da se stesse e dagli altri.
    Questa alienazione è provocata dall’indebolimento della coppia identità/alterità prodotta dallo smarrimento del corpo all’interno dell’universo della comunicazione nello spazio-velocità.
    Smarrimento reso possibile dal fatto che la vita delle persone è sempre più immersa nella “finzione”, ovvero nel mondo delle immagini prodotto dai mass media post-elettronici.
    Questa immersione sembra aver dilatato enormemente le conoscenze su di sé e sugli altri di cui le persone sono in possesso, mentre in realtà ha solo reso astratti gli oggetti del loro conoscere.[16]
    Infatti sempre più oggi si è convinti di conoscere quando in realtà si è in grado solo di riconoscere. Solo perché una cosa la si è vista si pensa di conoscerla, come ad esempio accade nei confronti dei personaggi televisivi che la gente crede di conoscere ma che in realtà riconosce solamente, perché vedere non significa necessariamente osservare, comprendere e interpretare.
    Questa confusione tra il conoscere e il riconoscere passa attraverso l’incapacità di conoscere, ascoltandolo nell’interiorità profonda del proprio sé, il proprio corpo e, quindi, quello dell’altro. E questo fa sì che si produca un indebolimento della capacità di rapportarsi all’altro, che è si visto ma che contemporaneamente è privato della sua realtà complessa e reso astratto in una immagine.
    L’aver sostituito le immagini dei media alle mediazioni simboliche ha prodotto una interruzione o un rallentamento della dialettica identità/alterità. I media, infatti, consentono spesso solo di ri-conoscere, dando però l’illusione di conoscere. Questo indebolisce indubbiamente la possibilità di stabilire un contatto con l’altro reale, offrendo in cambio la possibilità di un contatto esteso con il simulacro dell’altro. Se l’alterità è un simulacro, anche l’identità diviene un simulacro. Perdere il contatto con l’altro significa perdere il contatto con se stessi e, quindi, con il proprio corpo che, come si è visto, è il fondamento della propria coscienza e della capacità di vivere emozioni e sentimenti.
    Alcuni studiosi osservano, sulla scia della lezione di Durkheim, nell’indebolimento della dialettica tra alterità e identità un fattore di produzione della violenza, che può essere interpretata come il frutto di un “mal pensare” le proprie emozioni. “Mal pensare” che ha origine nella riduzione dell’altro e di sé a simulacro. All’incapacità cioè di cogliere il mistero, il miracolo e la necessità di ogni vita individuale.
    Di cogliere che ogni vita è necessaria al mondo, indispensabile alla sua completezza oltre che alla pienezza di tutte le altre vite individuali.
    Il “mal pensare” che nasce dal ridurre se stessi e gli altri a simulacro è l’espressione della tentazione della riduzione dell’essere al niente, dell’esistere ad una forma che si esaurisce nell’apparire come immagine senza tempo e spazio.
    È fare acquisire alla vita la consistenza di una finzione (fiction), di una storia che non rimanda alla realtà concreta e profonda delle persone che la interpretano.
    È la tentazione di pensare alla vita come un teatro di ombre in cui il corpo dei protagonisti è solo lo strumento tecnico per proiettare le immagini sullo schermo e non il luogo in cui si declina il senso profondo della loro vita.
    La violenza nasce sia dal pensare, illusoriamente, la propria vita come autosufficiente, sia dal ritenere che la violenza abbia come oggetto solo un’ombra, la cui distruzione non è nient’altro che la restituzione della stessa ombra al nulla da cui proviene. In questo estremismo della virtualità si ha forse la radice più profonda della violenza come espressione dell’angoscia di essere null’altro che niente.
    Il ben pensare nasce, al contrario, nell’esperienza dell’altro da me.
    È, infatti, l’incontro con l’altro con la sua unicità, con la sua concreta corporeità che può generare la scoperta dell’unicità e della necessità di ogni esistenza individuale.
    Ma non solo l’accettazione dell’altro nella sua unicità è l’unico modo per arrivare ad accettare se stessi, il proprio corpo nonostante i limiti e i difetti di cui si è portatori.
    Accettare e amare gli altri nella loro totalità, nonostante le loro imperfezioni, significa acquisire la capacità di amare se stessi nonostante i propri limiti, le proprie imperfezioni e le proprie debolezze.
    E questa accettazione di se stessi e degli altri è il fondamento di un ben pensare, della creazione di sentimenti capaci di dare un significato positivo alla vita sottraendola all’impotenza di un narcisismo sterile.
    Ma non solo. L’incontro con l’altro, lo sviluppo dell’ascolto, dell’empatia e della condivisione costituiscono una dimensione essenziale dell’educazione dei sentimenti.
    È un’esperienza questa che conduce anche allo sviluppo della sensibilità nella percezione dei sentimenti dell’altro e, di conseguenza, anche dei propri.

    Conclusione

    Da questa incursione pluridisciplinare nel territorio delle emozioni e dei sentimenti e dell’educazione di questi ultimi, nasce la consapevolezza che occorre educare le nuove generazioni all’interno di uno spazio-tempo, in cui vi sia un incontro reale con se stessi e con gli altri. Ma anche che questo spazio-tempo deve essere intessuto da una trama di significati capaci di offrire senso alla vita.
    Ma non solo. Che senza lo sviluppo della coscienza e dei propri sistemi simbolici capaci di dare un nome alle emozioni i sentimenti rischiano di non sbocciare, se non in modo effimero e precario, oppure di sbocciare come fiori del male, tipici di chi non sa dare uno sbocco evolutivo alla propria sete di vita ma che, invece, rimane prigioniero di un modo difensivo e egocentrico di considerare la propria vita, e alla cui base vi è sostanzialmente la mancanza di amore per se stessi e gli altri.

    NOTE

    [1] Damasio A. R., Emozione e coscienza, Adelphi, Milano, 2000, p. 69.

    [2] Ivi, p. 71.

    [3] Ivi, p. 70.

    [4] Ivi, p. 169.

    [5] Ivi, p. 169.

    [6] Ivi, p. 170.

    [7] Ivi, p. 171.

    [8] Damasio A., Alla ricerca di Spinoza, Adelphi, Milano, 2003, p. 107.

    [9] Ivi, p. 107.

    [10] Ivi, p. 108.

    [11] Ivi, p. 109.

    [12] Ivi, p. 113.

    [13] Armitage J.(a cura di), Virilio Live: Selected Interviews, London 2001, pp.84,71.

    [14] Bauman Z., La società sotto assedio, Bari 2003, p.xx.

    [15] Cassirer E., Saggio sull’uomo, Armando, Roma, 1968, p.79.

    [16] Augè M., La guerra dei sogni, Elèuthera, Milano 1998.


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