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    L'animazione pastorale della comunità (III/cap. 4 di J.E.Vecchi)


    Juan E.Vecchi - Pastorale giovanile. Una sfida per la comunità ecclesiale - Elledici 1992


    Capitolo quarto

    L'ANIMAZIONE PASTORALE DELLA COMUNITÀ

    Prima di affrontare il tema su che cosa significhi animazione e animazione pastorale, mi introduco chiarendo l'idea di processo.
    Parliamo di processo quando una proposta educativa o un progetto di trasformazione sociale vengono organizzati in fasi progressive che portano i soggetti da una data situazione iniziale ad un'altra considerata di maggiore maturità, sviluppo o benessere.
    Il processo di socializzazione mira a inserire la persona nel tessuto dei rapporti sociali in modo non conflittuale e anche creativo. Il processo di inculturazione tende a comunicare beni, valori e significati che sono propri di una determinata comunità. Il processo di educazione, che comprende in certo grado la socializzazione e l'inculturazione, mira a sviluppare in maniera armonica e stabile l'essere della persona secondo le sue concrete risorse e opportunità nella libertà e responsabilità.
    In un qualsiasi processo sono da considerare il soggetto, le mete, le mediazioni. Quando in un processo le mediazioni si collocano soprattutto a servizio del conseguimento di mete stabilite da agenti esterni alla persona e considerano come secondarie la partecipazione, la creatività, l'autonomia del soggetto, la strada intrapresa segue una direzione contraria all'animazione. Se invece nei processi la mediazione si mette perlopiù accanto al soggetto per stimolare la sua autonomia rafforzandone le motivazioni, risvegliare la sua capacità critica e la corresponsabilità, richiederne l'apporto attivo e coinvolgimento creativo nelle proposte, favorirne la capacità di comunicare e inventare, allora essa produce una crescita di coscienza e di libertà e matura la persona: questo è animare.
    L'animazione dunque non è propriamente un contenuto o un processo particolare, diverso da quelli che abbiamo usati come esempio. È piuttosto una qualità che compare in tutti i processi liberanti o espansivi che riguardano la persona; è un modo originale di ordinare gli obiettivi e di pensare i fini e le mediazioni. Se per esempio nell'insegnamento o nella catechesi si punta sulla capacità di ricerca e sul gusto della verità piuttosto che sulla quantità di dati da ritenere, si applicano i criteri dell'animazione.
    Ne proviene allora che la cosa più importante non è il risultato materiale, qualunque sia il livello di coinvolgimento del soggetto; ma l'intensità di partecipazione e di elaborazione personale, le qualità e gli atteggiamenti che si sviluppano in lui, e lo rendono responsabile e agente principale dei processi che lo riguardano.
    L'animazione è dunque un metodo, non certamente slegato dagli atteggiamenti interni di chi lo mette in pratica; un metodo che si fonda su convinzioni e su scelte precise, che ritiene inadeguata alla costruzione della persona l'imposizione dall'esterno, anche quando questa si esercita attraverso meccanismi di consenso di tipo affettivo, economico, sociale o religioso, oppure pretende di basarsi sullo stesso valore oggettivo di quanto si propone.
    Nell'animazione il soggetto è al centro dei processi ed è lui che viene favorito. Certo non da tutti e non in tutti i casi, ma particolarmente nel mondo degli adulti e nei rapporti pubblici si possono sempre assumere le esigenze dell'animazione.
    Si potrebbe obiettare che l'animazione lascia in balia della spontaneità o dell'estrosità degli individui le proposte obiettive di valori e i comportamenti, che risultano così secondarie se non addirittura inesistenti. Le proposte invece esistono; i valori sono addirittura sperimentati, motivati, assunti, interiorizzati. Se così non fosse, non svilupperebbero la persona e non la renderebbero capace né disponibile a crearsi uno stile di vita nella responsabilità.

    1. LA SCELTA DEL METODO DELL'ANIMAZIONE

    Per garantire tutto ciò l'animazione si fonda su scelte precise e seleziona i suoi strumenti.
    La prima scelta è che la persona deve essere protagonista e committente principale di tutti i processi che la riguardano.
    La seconda prescrive che la persona non venga considerata «a fette», ma come una «unità originale»: ossia, ogni aspetto di essa viene interessato o sviluppato, influisce sul tutto, e influisce in modo originale, poiché non determinato o prescritto secondo un vieto determinismo.
    La terza scelta afferma che la comunicazione è la via maestra della conoscenza della realtà, e quindi anche della crescita della coscienza e delle potenzialità della persona nell'imparare a inventare linguaggi e significati, nello sviluppare e sintetizzare, nel ricomporre e verificare. Per questo il metodo dell'animazione assume come strumenti propri il gruppo e la ricerca comune.
    Essendo essenzialmente metodo e qualità, l'animazione è applicabile a diversi processi o aree di contenuti e valori. Si possono pertanto mettere accanto aggettivi che la qualificano: animazione sportiva, culturale, religiosa. Applicata alla pastorale, l'animazione sviluppa i processi tipici di quest'area, assumendo la sua dinamica tipica. Perciò l'animazione pastorale ha ragioni fondanti proprie, che ne qualificano il metodo e lo stile.
    Quanto ad esempio è stato detto sulla persona, non solo viene confermato dalla teologia che guida l'agire pastorale, ma addirittura condotto da questa a visioni più profonde.
    La pastorale presenta tre tipi di processi fondamentali: il primo è l'educazione alla fede e della fede, che aiuta la persona a rispondere alla chiamata di Dio a entrare in comunione con Lui; il secondo riguarda la formazione nella storia e nel tempo della comunità cristiana, costituita da coloro che accolgono la chiamata del Signore a vivere in Cristo secondo il Vangelo; il terzo si riferisce all'impegno da parte delle comunità cristiane di lievitare il mondo nello spirito del Vangelo.
    I tre processi, uno nella persona, uno nella comunità ecclesiale, uno nel mondo, sono intimamente collegati fra loro.
    È nella natura di questi processi di non poter essere condotti e maneggiati semplicemente all'esterno, bensì di essere connessi all'accoglienza e alla risposta del cuore della persona.
    Per la sua chiamata alla fede, che è dono e impegno, appello e risposta, l'esistenza umana acquista una forma originale: l'uomo diventa interlocutore di Dio, ascoltatore della sua parola e chiamato a rispondergli. Un tale dialogo non può avvenire che a livello profondo della coscienza personale.
    Ma tutto ciò che all'esterno lo può rivelare o favorire serve nell'ordine delle mediazioni; esso non va sottovalutato, perché richiesto dal nostro essere corporale che vive nel tempo. E tuttavia ogni stimolo esterno deve tendere come intenzione a toccare il nucleo più profondo della persona, in modo che essa percepisca e accolga personalmente il dono che Dio le fa chiamandola all'esistenza e alla fede. Il dialogo della fede non avrà luogo, se il soggetto non lo prende su di sé nella vita, quali che siano le pratiche religiose cui si è abituato.
    Al processo dell'educazione alla fede segue il secondo processo che riguarda la formazione della Chiesa, della comunità costituita da coloro che rispondono all'appello di Dio. Anche nella Chiesa l'organizzazione esterna è una mediazione, mentre la realtà più profonda è il suo essere Corpo di Cristo che realizza in maniera comunitaria la comunione con Dio e tra gli uomini.
    Gli Atti presentano la Chiesa come la comunità di chi ha risposto alla chiamata di fede che Dio ci ha rivolto in Cristo. La semplice aggregazione delle persone non farebbe crescere la Chiesa se non crescesse nei suoi membri la consapevolezza e il coinvolgimento nel mistero di comunione con Dio. La Chiesa si costruisce come comunione di persone che per decisione personale aderiscono a Cristo. L'appartenenza autentica non avviene per iscrizione né per presenza, ma per adesione interiore a Cristo.
    Viene infine il terzo processo pastorale: la Chiesa, vivendo nel mondo, partecipando alla sua storia, è il sacramento della sua realizzazione. Infatti essa s'impegna ad attuare la comunione tra gli uomini mediante la carità, rivelando la chiamata alla vita divina propostaci da Cristo e facendo prendere coscienza delle relative conseguenze storiche. Animatore di questo cammino di crescita in eventi religiosi e profani è lo Spirito di Dio. È un filone biblico che vale la pena di accennare: dall'atto creatore, passando per la vocazione dei patriarchi e la formazione del popolo eletto, si arriva al culmine del «riempimento» di Spirito in Gesù e alla sua «diffusione» nella Chiesa.
    Ora, lo Spirito che ha fatto e fa crescere l'unica storia dell'uomo verso il suo compimento opera illuminando e muovendo, rafforzando e coinvolgendo chi percepisce i suoi «gemiti» e scopre i suoi «semi». Seguendo queste indicazioni che vengono dalla pedagogia di Dio, che parla della coscienza e che coinvolge responsabilmente nella storia della salvezza, la pastorale può intraprendere il cammino dell'animazione.

    2. LE RAGIONI DELL'ANIMAZIONE NELLA PASTORALE GIOVANILE

    L'animazione appare particolarmente congeniale alla pastorale giovanile per la scelta educativa che entrambe suppongono.
    La scelta dell'educazione non è esterna o congiunturale alla pastorale giovanile, ma è qualificante e sostanziale. Certo, non tutti coloro che s'impegnano nella pastorale giovanile fanno formalmente professione di educatori. Se ogni azione pastorale ha una sua forte incidenza educativa perché sviluppa la totalità della persona, tuttavia non sempre assume esplicitamente e direttamente il compito educativo, vale a dire lo sviluppo integrale religioso e culturale del giovane.
    La meta del cammino educativo cristiano è per tutti la maturazione della fede, ma nel quadro dello sviluppo integrale della persona è intesa in modo originale e tipico. Questa situazione ci interessa perché evidenzia meglio l'incidenza dell'animazione.
    Nella Chiesa c'è chi sceglie di dedicarsi ai giovani che hanno già fatto fondamentalmente una scelta di fede, accompagnandoli nella loro maturazione, ma affida gli aspetti della formazione umana ad altre agenzie: fa con loro un cammino strettamente religioso. Ma c'è anche chi, per motivi di carità o per criterio pedagogico, si propone di fare con i giovani un cammino che proietta la fede su molteplici esperienze di vita, che perlopiù consente di svolgere il discorso di crescita anche là dove la fede e l'appartenenza alla comunità cristiana non sono state raggiunte.
    Tale scelta educativa determina perciò il campo pastorale. Non ci si dedica solo a ragazzi e ragazze «che vengono alla parrocchia»,ma si tende ad accogliere la gioventù della «strada» disposta a fare un cammino o bisognosa comunque della «carità» cristiana.
    L'organizzazione di contenuti è allora particolare: non c'è solo catechesi o scuola di religione, ma si assumono le tante esperienze che predispongono alla scelta di fede. Certamente la catechesi rimane prioritaria e caratterizzante, ma la proposta educativa assume e valorizza come contenuti le esperienze giovanili quotidiane, perché in esse si percepisce e si gioca il senso della vita e si scopre anche il valore della fede. Di conseguenza si compie con i giovani un certo cammino di maturazione culturale, si partecipa alle loro esperienze sociali, si valutano positivamente le domande ricreative. Chi non ha operato la scelta educativa prescinde da queste esperienze: mira a realizzare direttamente ciò che è specifico della missione della Chiesa: ossia i sacramenti, la predicazione, la partecipazione alla comunità cristiana.
    La scelta educativa nella pastorale implica anche suggerimenti di metodo. Il punto di partenza del cammino di fede è lì dove i giovani si trovano. Si accetta che alcuni in difficoltà non arrivino alle mete fissate per i più. Nel desiderio di aiutarli ad aprirsi al Vangelo si cerca di valorizzare le loro esperienze più sentite e vissute.
    L'animazione viene ulteriormente richiesta dal fatto che l'educazione deve far appello alle risorse profonde della persona, ossia alla ragione come capacità di cogliere il valore e il senso delle cose; alla religione che è soprattutto interpellare e formare la coscienza e aiutare la persona a mettersi in ascolto con Dio; e all'amore educativo quale capacità di rispondere al dono gratuito del rapporto interpersonale.
    In questo non vengono sottovalutati gli elementi di stimolo e gli appoggi esterni: la persona infatti è da coinvolgere attivamente in un ambiente propositivo e liberante, ricco di iniziative svariate.
    Non si tratta però di un ambiente predisposto da altri, perché il giovane lo rispetti e ne goda; anzi, questi è chiamato a costruirlo, partecipando alle varie attività e alla normativa di convivenza.
    In esso si stabilisce un rapporto educativo che è molteplice, con educatori e con amici, personale e di gruppo, di scambio amichevole, maturo e maturante. È un rapporto basato più sull'amicizia e sull'autorevolezza del testimone che su insegnamenti e regole.
    Oggi non appare praticabile un altro stile di educazione: esso però non è legato alle circostanze odierne, è invece assai più un metodo ispirato alla pedagogia di Dio con noi.

    3. GLI AMBITI DELL'ANIMAZIONE PASTORALE

    Le istanze dell'animazione possono essere applicate soprattutto a tre ambiti: la presenza tra i giovani, il processo educativo, la comunità educativa.

    3.1. La presenza

    La presenza fra i giovani dice essenzialmente «rapporto educativo». Se non si riduce a un fatto occasionale, si deve esprimere in una relazione globale e permanente, concepita come condivisione di un'esperienza.
    Sono mutati i criteri pedagogici, modificati i comportamenti dei giovani, cambiato stile e clima d'ambiente, ma rimane stabile l'importanza di questo elemento, anche se c'è qualche difficoltà di traduzione concreta nella prassi.
    Taluni educatori pensano di dover riprendere una forma più direttiva, mentre altri vogliono allargare gli spazi di libertà. E se qualcuno si ripromette di fare un interessante cammino educativo aprendo un certo spazio all'autodeterminazione e alla creatività, qualche altro teme che ciò comprometta il raggiungimento delle mete educative e la qualità dell'ambiente.
    L'incertezza può provenire anche dalle nuove forme di educazione. Senza sottovalutare l'incontro «programmato», oggi si vanno moltiplicando le forme educative più spontanee, in cui c'è più attenzione al gruppo che traccia il suo cammino e si dà i suoi ritmi di crescita. In ogni modo rimane valido il senso fondamentale della presenza adulta tra i giovani come condivisione di vita che aiuta a maturare all'esistenza piena.
    Non si può inoltre parlare di presenza tra i giovani in termini di stare fisicamente insieme o come generica presenza di amicizia. Rapporto educativo significa, assai più, dare ai giovani un valido aiuto per la loro crescita: sarà la cultura, sarà l'esperienza, la guida spirituale, la competenza pedagogica. L'intervento richiesto va di certo oltre il semplice stare con loro per trasformarsi in stimolo e guida delle attività in vista di una loro maturazione completa.
    Il rapporto è allo stesso tempo propositivo e liberante; e ciò significa che ha tutte le caratteristiche, gli atteggiamenti e le esperienze proprie dell'animazione.
    Per l'animatore il rapporto veramente maturante non è quello che si stabilisce in forza di un ruolo istituzionale, ma quello che si fonda sull'accettazione del giovane per averne guadagnato il cuore, la fiducia, perché ha scoperto nell'educatore un valore, una capacità dialogante, una fonte di arricchimento. Influisce colui che è stato riconosciuto come persona valida e disponibile.
    L'aiuto di un animatore si esprime in definitiva come accoglienza personale, volontà di incontro, valutazione positiva di aspirazioni e gesti: è al servizio della persona più che delle norme, è farsi compagni di viaggio verso la maturità.

    3.2. Processo educativo

    Il secondo ambito a cui applicare le istanze dell'animazione è il processo educativo cristiano. Il che significa una certa organizzazione pedagogica di contenuti e di esperienze per portare una persona, attraverso fasi progressive, verso mete maturanti.
    Il processo educativo cristiano accoglie i princìpi dell'animazione quando assume come pastoralmente valido e indispensabile sia le domande vitali dei giovani che le esperienze religiose che la fede offre.
    L'uomo vive e sente la fede non soltanto quando si inginocchia in chiesa, ma nella famiglia, nel lavoro, nella politica. La fede non è un aspetto dell'esistenza, ma la sua dimensione di profondità.
    Se la fede fosse soltanto un settore particolare dell'esistenza, se non riuscisse a esprimersi in concrete manifestazioni di vita, allora non potrebbe essere nemmeno un elemento di trasformazione del mondo. La fede è luce, è seme, è lievito, è fermento.
    Le esperienze tipiche dell'età giovanile non sono da considerare come «occasionali» e «passeggere», di «parcheggio»; non ci si serve di esse come di «strumenti» per altre finalità o come semplici «attrattive», bensì costituiscono il tessuto fondamentale della vita.
    Sono due i modi principali secondo cui si può guardare alle esperienze e richieste giovanili: l'uno le considera mera «occasione» per perseguire determinate finalità. Sono semplicemente strumentali: si offre il piacere (gioco) o l'utilità (scuola) per poi trattare anche il tema religioso quale principale finalità.
    L'altro modo invece approfondisce queste esperienze secondo il valore educativo che esse portano, aprendole alle domande di senso di vita, sino a giungere all'annuncio esplicito della novità di Cristo. Questa modalità non prevede tempi successivi – prima l'esperienza del giovane, poi l'annuncio del Vangelo –, bensì un'unica duplice attenzione al mistero dell'uomo e al mistero di Dio. Lo Spirito fa accogliere e comprendere la parola della salvezza nell'intimo della coscienza. È dunque possibile cogliere immediatamente il senso della proposta di fede che si riversa sulla vita, producendo conversione. Ma è pure praticabile, particolarmente con i giovani «poveri», l'altro itinerario, in cui le briciole di verità che operano nella loro vita vanno raccolte e valorizzate. In ambedue i modi è comunque indispensabile la mediazione tra fede ed esistenza.
    Il processo educativo cristiano pensato secondo le istanze dell'animazione pone più attenzione al passo del soggetto, allo sviluppo degli atteggiamenti personali come disposizioni, alla comprensione viva dei messaggi, anziché insistere su comportamenti stabiliti, condotte dettate, verità memorizzate.
    A spiegazione riportiamo quanto il documento sulla scuola cattolica dice parlando dell'assimilazione della cultura: «La scuola deve stimolare all'esercizio dell'intelligenza, sollecitando il dinamismo della elucidazione e della scoperta intellettuale ed esplicando il senso delle esperienze e delle certezze vissute. Una scuola che non assolva questo compito e che al contrario offra delle elaborazioni prefabbricate, diventa perciò ostacolo allo sviluppo della personalità degli alunni» (Sacra Congregazione per l'educazione cattolica, La scuola cattolica, n. 27). Significa che il nodo della «formazione» sta nel rifare con il giovane il cammino della verità in modo che egli sviluppi abiti e capacità di ricerca, onestà verso i dati obiettivi e sensibilità per il senso più ricco che la realtà rivela. E ciò vale per qualsiasi campo.
    Infine il giovane va considerato come soggetto del processo educativo piuttosto che come oggetto di un'azione dell'educatore. A lui deve essere progressivamente consegnata la responsabilità delle mete e del proprio cammino.
    In un libro di don Milani si racconta che, dopo la visita di un pedagogista alla scuola di Barbiana, uno dei ragazzi, colpito dal fatto che lo specialista visitatore non aveva mai guardato i ragazzi durante la conversazione, fece questo commento: «Io so perché quelli che hanno studiato pedagogia non guardano i ragazzi: è perché li sanno a memoria». Non è infrequente procedere per immagini confuse riguardo alla responsabilità nel processo di crescita dei giovani, dimenticando che la meta finale è l'autonomia.

    3.3. Comunità educativa

    Il terzo ambito chiamato in causa è la comunità educativa. Ed è forse l'ambito in cui l'opera di animazione diventa più visibile.
    Ci sono indicatori di ogni tipo che segnalano la comunità quale unico possibile soggetto-oggetto dei processi educativi e l'ambiente come indispensabile perché questi avvengano. L'educazione è diventata complessa. Gli stimoli, i rapporti, le conoscenze e le proposte sono talmente molteplici che la loro sintesi e interpretazione oltrepassano non soltanto l'azione di un singolo educatore, ma le stesse agenzie come la famiglia e la scuola. L'educazione, cristiana e no, esige un accordo collettivo di intenti, criteri e interventi: o si lavora in maniera convergente o si favorisce dispersione diseducativa.
    La comunità educativa è soggetto-oggetto di processi educativi, perché se non è capace essa stessa di assumerli, non potrà nemmeno proporli con efficacia. Se gli adulti della comunità non elaborano cultura ed evitano di affrontare le situazioni problematiche o conflittuali, non saranno in grado nemmeno di dare ai ragazzi la capacità critica per interpretare i fenomeni del proprio ambiente. Se nella comunità come insieme non hanno rilevanza le domande religiose e non si è sensibili alla comunicazione della fede, non sarà facile neppure suggerire ai ragazzi un cammino di fede.
    Inoltre la comunità è passata in questi anni da un'organizzazione verticale a una di tipo orizzontale; si è imposto il criterio partecipativo e non solo: dal discorso partecipativo «familistico», impreciso e generico, si è giunti a stabilire livelli di decisione e a concordare strutture di corresponsabilità. Numerose istituzioni educative e sociali hanno assunto tale criterio arricchendo la loro esperienza di nuove prospettive e possibilità.
    C'è dunque un compito comunitario: la partecipazione di tutti alla progettazione e realizzazione delle proposte educative, e l'inserimento della comunità in realtà più ampie, come la Chiesa locale e il territorio. E proprio questo si propone l'animazione: attivare i processi di partecipazione per favorire la creatività e la corresponsabilità di tutti.
    Ma a quali condizioni si riuscirà a svolgere con efficacia questo compito? Accenniamo a due.
    La prima sta nell'assumere comunitariamente la nuova situazione e i nuovi modelli di lavoro. Si possono dare nelle comunità differenze di valutazioni che possono incidere sulle linee pratiche. Sono più che legittime, ma se queste differenze impediscono di assumere la nuova situazione «comunitariamente», l'animazione sarà considerata non come un impegno ma come un hobby individuale.
    Non tutti necessariamente devono fare la stessa cosa. E tuttavia è indispensabile che alcune linee di azione vengano capite, apprezzate, appoggiate e svolte comunitariamente, di modo che, pur avendo compiti diversi, attraverso la collaborazione educativa, attraverso l'intervento degli organismi, si tenda tutti insieme alla promozione della comunità educativa e del suo cammino comune.
    La seconda condizione è preparare un gruppo che svolga il compito di animazione-moltiplicazione. Animare pastoralmente richiede competenza ed esperienza acquisita, come ogni altro lavoro. Non è frutto di solo entusiasmo o di semplice spontaneità. Ciò non significa allora che occorrano alti gradi di conoscenze accademiche. Spesso basta un quadro teoretico abbastanza semplice sulla cui base incominciare quanto è possibile, guidati dall'esperienza del senso comune e dalla volontà di operare.

    4. L'ANIMAZIONE DELLA COMUNITÀ PER LA PASTORALE

    La nostra vita presenta aspetti diversi, ma inseparabili nell'esperienza della persona, che non va mai considerata a compartimenti stagni.
    Tali differenti aspetti si condizionano e si colorano vicendevolmente, e si realizzano assieme come se fossero l'uno contenuto nell'altro. Ogni distinzione tra di loro è formale sebbene giustificata; ma ogni separazione reale è fuorviante e mortale: è come una vivisezione.
    Non è possibile infatti contrapporre l'impegno religioso all'impegno apostolico. Sarebbe solo una reale forzatura della prassi. Così è pure risibile opporre lo spirito apostolico alla serietà professionale, come se fossero qualità inconciliabili e separate nell'individuo. È vero, possono essere separate nella realtà e venire vissute in modo schizofrenico. Ma non è pensabile nell'unità della persona discriminare la loro uguale importanza.
    Nel caso ad esempio dei credenti, siano educatori o medici o assistenti sociali o altro, l'aspetto professionale appartiene in tal modo al carattere apostolico, che non può dirsi buon apostolo chi non tende ad essere un buon professionista. Ciò significa che la competenza educativa non è trascurabile o dispensabile quando si parli dell'animazione pastorale.
    Ma se è vero che questi aspetti si richiamano e finalmente devono fondersi facendo la ricca unità dalla persona educatore-apostolo, è altrettanto vero che l'uno non proviene e non è sostituibile dall'altro, per cui ciascuno va esplicitamente curato, sebbene non in maniera staccata. Da una buona condotta umana o da una profonda fede infatti non proviene la capacità e tanto meno la competenza di educare i giovani. L'animazione è una prassi orientata da princìpi, ma giudicata e corretta dagli effetti reali. Ciò vuol dire che non punta solo a insegnare le «verità», ma persegue la trasformazione della realtà; che non è solo esortazione, ma azione che usa strumenti e procedimenti adeguati; che le metodologie di analisi e di intervento non sono secondarie né trascurabili, ma coessenziali.
    Nell'animazione pastorale di una comunità sono ulteriormente rilevanti alcune considerazioni.
    Cominciamo dagli obiettivi dell'animazione. Su che cosa si deve puntare per animare una comunità? Poiché se gli obiettivi sono troppo settoriali, non servono; se sono esterni alla persona e non la toccano, gli effetti si esauriscono presto; se sono troppo teorici, astratti o eccessivamente «ideali», si percepirà che gli stimoli sono dilettevoli all'orecchio o anche al pensiero, ma non trovano aggancio con la realtà, creando un certo scollamento tra l'enunciazione del momento e la pratica nel quotidiano.
    Ma allora in che cosa impegnare energia, tempo e sforzi di animazione nell'esplicitare gli obiettivi da raggiungere?
    Si possono enucleare cinque gruppi di obiettivi, che vanno dall'interiorità della persona al piano concreto di azione.
    Il primo sta nell'aiutare le persone ad approfondire l'identità vocazionale in tutti gli aspetti. Ciò corrisponde a quello che nello sport viene detto «assicurare le condizioni generali dell'atleta». Nelle ultime Olimpiadi c'è stato un contendente che deteneva un record mondiale di velocità. Ma durante la corsa è crollato per problemi di respirazione. A niente è valso l'esercizio per aumentare la velocità se mancava la capacità di respirare. È inutile indicare iniziative o fronti elevati a persone di fragile struttura spirituale, che non si sentono bene con la propria identità e vocazione. Bisogna svegliare e caricare l'energia interiore, non tanto i meccanismi esterni. L'organismo non è fatto a settori e la sua debolezza si ripercuote in tutte le sue funzioni e movimenti. È vero che dove non c'è mistica non serve nemmeno la tecnica.
    Il secondo gruppo di obiettivi riguarda il mantenere viva la carità e il senso pastorale. Il senso pastorale ci fa scorgere e interpretare le situazioni e gli eventi dal punto di vista della salvezza dell'uomo, e ci aiuta a vedere l'azione salvifica di Dio nel mondo. La carità pastorale è amore di Dio e dei fratelli che ci spinge a intervenire come collaboratori nell'opera salvifica del Signore nella storia.
    Nel terzo gruppo si trovano gli obiettivi che sollecitano a motivare e rivisitare scelte personali tipiche: per esempio la scelta giovanile, la scelta evangelizzatrice-educatrice, il valore di queste scelte nel loro insieme e di ciascuna. Chi dimentica i motivi e la valenza di tali scelte, chi non le vive nel loro significato spirituale e apostolico, a un certo momento non può che perdere quota e sentire come peso quello che era stato previsto come sostegno.
    Più concretamente, il quarto gruppo di obiettivi si riferisce all'aspetto operativo. Nell'animazione non si tratta solo di fornire un bagaglio di idee, ma di inserire a poco a poco in una prassi, che insegna a stabilire rapporti educativi, ad animare gruppi e organizzare ambienti, a partecipare e a essere protagonisti di iniziative ricreative, culturali e religiose, a dare alle situazioni giovanili risposte reali.
    Questo criterio può assumere nel momento attuale connotati differenti. Oggi è fondamentale riflettere sulla propria azione, imparare a sviluppare un quadro di riferimento anche teorico o comunque illuminante. Tuttavia il maggiore spazio dato alla riflessione deve essere un arricchimento e non una sostituzione dell'impegno pratico. È indispensabile oggi sviluppare insieme alle idee proposte le abilità operative corrispondenti.
    Infine, il quinto gruppo di obiettivi coinvolge attivamente in piani concreti di azione.
    È importante immergersi in un ambiente dove le idee e le proposte prendono corpo visibile, dove i ruoli e le qualifiche funzionano; dove i discorsi pastorali e formativi vengono sottomessi alla prova.
    Questi cinque gruppi di obiettivi partono dall'attenzione all'unità della persona, passano attraverso la promozione e lo sviluppo delle capacità operative, e giungono sino alla sua ubicazione in un programma.
    Gli obiettivi sono importanti: si esplicitano, perché segnano l'orientamento nell'impiego delle forze. Se ci si fermasse a indicare solo azioni da compiere o tecniche da usare, senza motivare in profondità, si produrrebbe soltanto una certa «agitazione», che somiglia all'agire pastorale come un frutto di cera somiglia a quello naturale.
    Se si enunciassero idee o provocassero entusiasmi senza preoccuparsi di una loro traduzione operativa, si darebbe l'impressione che operiamo a due livelli separati: quello delle idee che non servono per il quotidiano, e quello della realtà che non viene mai assunta nelle direttive.
    Ma oltre agli obiettivi, nell'animazione di una comunità influiscono molto le decisioni autorevoli.
    Quando si enuncia un'idea o si indica un'azione condivisa dalla comunità educativa, ma poi non seguono decisioni necessarie, si corre il reale rischio della confusione e del disorientamento: ciascuno intraprende la sua strada senza preoccuparsi del cammino da compiere insieme.
    Se invece le persone interessate vengono fatte partecipi delle decisioni attraverso la condivisione dei motivi, non solo si risolve una questione pratica, ma cresce il coinvolgimento, l'appartenenza e la partecipazione alla vita dell'insieme.
    In questo la carta vincente è la comunicazione. Poiché la pastorale è un'azione comunitaria con fini o interventi condivisi e non soltanto la somma di azioni individuali, essa richiede un sistema di comunicazione. Quanto viene elaborato deve circolare tra tutti coloro che sono interessati, arrivare all'attuazione pratica e ritornare verificato al punto di partenza.
    A volte ci sono magazzini di idee e di proposte; mancano però la consegna o i canali di comunicazione: è problema di linguaggio, di riferimenti concreti, di chiarezza di funzioni.

    5. GLI ANIMATORI PASTORALI

    La realizzazione dell'animazione pastorale suppone l'esistenza di animatori: una figura che non nasce spontaneamente dal gruppo, e nella quale la preparazione professionale ha un suo peso particolare.
    Una definizione assodata presenta l'animatore come un «tecnico militante». Dei due termini nessuno è superfluo. «Militante» esprime che l'animatore è personalmente convinto dei valori che propone e desideroso di diffonderli: non è dunque una persona indifferente o distaccata dal senso e dalla qualità di vita verso cui anima. «Tecnico» aggiunge che è professionista: una persona di una certa competenza per la comunicazione, la formazione della comunità, l'accompagnamento di persone, lo svolgimento di piani comuni.
    La definizione quadra anche in campo pastorale, perché i due termini corrispondono nella sostanza e in analogia, anche se non nelle sfumature, ad altre due assai familiari: l'apostolo e l'educatore.
    L'animatore è un apostolo che sente e vive profondamente quello che sta proponendo e che vuole comunicare; ma è un educatore qualificato, che fa attenzione alla forma più propria ed efficace di comunicare, di coinvolgere, di toccare i nuclei più profondi della persona, di far partecipare.
    Per quanti hanno il compito di animare la pastorale sono decisivi alcuni atteggiamenti.
    Anzitutto l'animatore pastorale abbia la coscienza di essere collaboratore in un'impresa che lo supera e il cui protagonista è il Signore.
    Non tutto in pastorale può essere suggerito o progettato, come nemmeno c'è da pensare che quanto più si improvvisa tanto più è presente lo Spirito. Bisogna essere preparati all'imprevedibile, sapere che non tutto è calcolabile, che siamo strumenti e mediatori, che chi opera la salvezza è il Signore. Questo mantiene viva la speranza e ci dà la ragione del senso di inadeguatezza che accompagna il nostro agire: la salvezza è possibile solo al Signore. Nello stesso tempo siamo mossi a metterci in comunicazione con le sue intenzioni e i suoi piani, a «seguirlo» secondo i segni che ci offre.
    È indispensabile poi sviluppare la capacità di mediare attentamente e con pazienza. L'animatore non è una persona chiamata a realizzare piani propri, forse a lungo sognati; è chiamata a mediare tra diversi membri della comunità, tra i diversi progetti, tra le istanze ideali e le situazioni concrete. Ciò vuol dire essere al servizio della comunità. E d'altra parte, se non ha nessuna proposta da fare si favorisce la dispersione. Generalmente, in una comunità, da molte briciole di ispirazione dopo qualche tempo matura un progetto comune. L'abilità del mediatore è di riuscire a raccogliere queste briciole di progettualità, di organizzarle, di svilupparle in modo che non si perda niente, si condivida quello che è assodato, si spinga alla creatività di fronte alle nuove domande.
    Collegato alla capacità di mediare è il senso del tempo dei processi pastorali. Sovente i tempi di maturazione e di compimento non sono prevedibili. Bisogna calcolare che la sola diffusione di un'idea, dal momento in cui viene concepita fino al momento in cui diviene patrimonio comune di una comunità, esige «tempi lunghi». Se poi si tratta di attuarla con risultati reali e visibili bisogna allungare ulteriormente i tempi. A tale proposito il modello evangelico è quello del grano che viene seminato: il tempo di germinazione non si può ridurre artificialmente.
    In pastorale bisogna aver chiaro che di alcune realtà stiamo gettando semi i cui frutti non raccoglieremo, così come spesso si raccolgono i frutti della semina di chi ci ha preceduto.
    Un'ulteriore sensibilità sta nella professionalità, cioè nell'accurato svolgimento del proprio compito, non come fatto aggiunto, ma come atteggiamento profondo di servizio.
    È l'uso della ragione come uno degli atteggiamenti fondamentali, che dice valutazione calma delle possibilità, preparazione puntuale delle proposte, studio delle situazioni, svolgimento accurato del servizio.
    E infine c'è l'ascesi della comunicazione personale. In pochi casi è qualità naturale, nei più è invece atteggiamento coltivato.
    Si tratta di ascesi perché richiede «l'esercizio», e l'esercizio «spirituale» in vista della perfezione della carità.
    Infatti per comunicare è necessario lo sforzo di chiarimento, di trasparenza, di saper andare verso gli altri con tutto quello che si ha, senza nascondere ciò che è possibile condividere e senza mascherare i propri vuoti. Non c'è da confondere la comunicazione col molto parlare: potrebbe avvenire che, dopo aver parlato parecchio, non si sia comunicato che assai poco. Non si è ascoltato e non si è detto quello che conta o non si è parlato in modo da predisporre l'interlocutore all'accoglienza, alla collaborazione critica, alla accettazione.
    L'ascesi della comunicazione ci vuole soprattutto quando si comunica qualche realtà che ci supera, e sopraggiunge spesso il silenzio, l'incapacità di esprimere e di arrivare all'altro: perché in pastorale non si comunica qualche cosa, bensì comunichiamo «Qualcuno» che sentiamo operare in noi e tra noi.


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