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    In ascolto della sua voce /10. Eliseo. Il discepolo


    Carmine Di Sante

     

    "Lo spirito di Elia si è posato su Eliseo"


    Oltre che grande profeta e capostipite dei profeti, Elia è ricordato nella tradizione soprattutto per la sua morte avvolta nel mistero. Sentendo prossima la sua fine, egli chiama il discepolo Eliseo, dirigendosi verso il fiume Giordano: «Elia prese il mantello, l'avvolse e percosse con esso le acque, che si divisero di qua e di là; i due passarono sull'asciutto. Mentre passavano Elia disse a Eliseo: "Domanda che cosa io debba fare per te prima che sia rapito lontano da te. Eliseo rispose: "Due terzi del tuo spirito diventino miei". Quegli aggiunse: "Sei stato esigente nel domandare. Tuttavia, se mi vedrai quando sarò rapito lontano da te, ciò ti sarà concesso, in caso contrario non ti sarà concesso". Mentre camminavano conversando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo. Eliseo guardava e gridava: "Padre mio, padre mio, cocchio d'Israele e suo cocchiere". E non lo vide più» (2 Re 8-12).

    Più che della morte di Elia, questo racconto parla della sua scomparsa dalla terra e del suo rapimento al cielo attraverso il carro di fuoco. Elia pertanto non muore, ma trapassa da un luogo all'altro, dalla terra al cielo. La sua morte più che morte è il sottrarsi alla visibilità dell'occhio. Per questo egli può essere presente dovunque sotto mentite spoglie (Gesù stesso nel vangelo dirà che Giovanni Battista è "quell'Elia che deve venire", Mt 11, 14) e per questa stessa ragione nel Nuovo Testamento l'ascensione di Gesù al cielo è pensata narrativamente con un rimando probabile alla fine di Elia.
    Ma cosa può insegnare a noi una storia così bizzarra, dove si parla di "carro di fuoco" e di "cavalli" e dove prevale il gioco della finzione e del racconto popolare?
    Che la profezia, di cui Elia è la figura esemplare, non muore e non scompare mai dalla storia umana. Se muoiono e scompaiono i profeti, non muore né scompare la profezia. Questa, intesa come la parola di Dio che abita la storia umana ed accompagna l'uomo nella sua vocazione all'amore e alla giustizia, sopravvive ai profeti e trova sempre nuovi profeti, cioè nuove donne e nuovi uomini, attraverso cui esprimersi e tramandarsi, sia pure nel silenzio e nell'anonimato. Stando alla struttura narrativa del racconto, il centro della storia è rappresentato più che dalla fine di Elia rapito al cielo dalla figura di Eliseo su cui si trasferisce lo spirito di Elia: «Domanda che cosa io debba fare per te prima che sia rapito lontano da te. Eliseo rispose: "Due terzi del tuo spirito diventino miei"». Più che la storia della fine di Elia, il racconto è e vuole essere la storia della profezia che non hai mai fine perché lo spirito di Dio che prima era su Elia ora si è posato su Eliseo: "Lo spirito di Elia è su Eliseo".
    Forse anche tu qualche volta avrai detto o avrai sentito dire che il momento in cui viviamo è così difficile perché mancano i profeti, i giusti e i santi. La storia di Elia ci insegna che nella storia - anche nella tua piccola storia quotidiana e familiare - di fatto non manca mai la parola di Dio che illumina e che salva. Il problema non è la sua assenza, ma l'ascolto e l'adesione alla sua presenza.

    Interrogarsi

    - Quali sentimenti e pensieri ti suscita la storia della fine di Elia rapito al cielo?
    - Perché al centro del racconto c'è la figura di Eliseo sul quale si posa lo spirito profetico di Elia?
    - Cos'è la profezia e perché essa non può mai estinguersi nella storia?

    Preghiera

    Da qualche parte
    ho letto
    che Tu sei morto
    Signore
    e che gli uomini
    vivono
    come
    se Tu non ci fossi.
    È vero.
    A volte anch'io
    mi dimentico di Te,
    e penso
    che la storia
    è abbandonata a se stessa
    e che a trionfare sono
    i furbi
    e i forti.
    Ma l'importante
    Signore
    è sapere
    che Tu mai ci abbandoni!
    Donami
    la tua Parola
    che inquieta
    e ricrea il mio cuore
    Amen.

    Ruminatio

    La tua parola mi fa vivere (Sal 119, 50).


    ELISEO
    Il compassionevole

    "Che posso fare io per te?"

    Annunciando una parola che proviene da Dio, il profeta è il "porta-parola" divino, colui che, alla sua parola, sostituisce quella di Dio, divenendone il testimone e il difensore anche a costo della vita. Ma qual è il contenuto di questa parola che, come una lama tagliente, entra nella storia e vi introduce una rottura che la giudica e la misura dall'alto e dal di fuori?
    Narra il testo biblico che un giorno una donna si rivolse ad Eliseo piangendo: «Mio marito, tuo servo è morto; tu sai che il tuo servo temeva il Signore. Ora è venuto il suo creditore per prendersi come schiavi i due miei figli". Eliseo le disse: "Che posso fare io per te? Dimmi che cosa hai in casa". Quella rispose: "In casa la tua serva non ha altro che un orcio di olio". Le disse: "Su, chiedi in prestito vasi da tutti i tuoi vicini, vasi vuoti, nel numero maggiore possibile. Poi entra in casa e chiudi la porta dietro a te e ai tuoi figli; versa olio in tutti quei vasi; i pieni mettili da parte". Si allontanò da lui e chiuse la porta dietro a sé e ai suoi figli; questi porgevano ed essa versava. Quando i vasi furono pieni, disse a un figlio: "Porgimi ancora un vaso". Le rispose: "Non ce ne sono più". L'olio cessò. Essa andò a riferire la cosa all'uomo di Dio, che le disse: "Va', vendi l'olio e accontenta i tuoi creditori; tu e i tuoi figli vivrete con quanto ne resterà" (2 Re 4, 6).
    In questo miracolo, uno tra i tanti che la tradizione biblica attribuisce ad Eliseo, c'è la risposta all'interrogativo precedente: il contenuto della parola divina, che il profeta custodisce e difende, non riguarda Dio bensì l'uomo e non l'uomo come essere di potere, in quanto dotato di capacità di realizzazione dell’io, bensì l'uomo come essere di bisogno, in quanto vuoto che invoca di essere riconosciuto e colmato dall'altro. La vedova per la quale Eliseo compie il miracolo dell'olio, liberandola dai creditori esosi e dalla riduzione dei figli in schiavitù, è la metafora dell'uomo essere di bisogno sul quale veglia la sollecitudine di Dio. La profezia annuncia e custodisce questa sollecitudine di Dio per il "debole" che, nella storia dei riusciti, è una macchia da occultare, come si occulta un neo sul corpo, o un ostacolo da eliminare, come si elimina dalla strada la pietra o il macigno che impedisce al vincitore il raggiungimento dello scopo.
    La profezia - la parola di Dio che entra nelle parole dell'uomo e le sovverte, trasfigurandole e sottraendole alla pretesa dell'assoluto che le rende idolatriche - non parla di Dio, non annuncia il futuro o l'utopia, non disegna il mondo ideale a misura del desiderio umano, bensì parla dell'oggi e del presente e annuncia che l'assoluto si cela in ogni "qui e ora", nel volto anonimo dell’"orfano", della "vedova" e del "povero", di tutti coloro cioè che, per la storia, non contano nulla e non sono.
    Su chi non è nessuno veglia l'assoluto: è questo il senso del racconto del miracolo di Eliseo. L'olio che, con la sua parola profetica, egli moltiplica straordinariamente non è una pia favola ma lo svelamento mirabile che l'assoluto veglia sul bisogno umano e chiama il mio io a fare altrettanto. E' questo il "miracolo" da credere e da compiere: davvero la cosa più meravigliosa e mirabile.

    Interrogarsi

    - In cosa consiste la parola profetica e quale il suo contenuto?
    - Come reagisci al racconto del miracolo dell'olio compiuto dal profeta Eliseo?
    - In che senso il miracolo dell'olio è svelamento della cosa più meravigliosa e importante della storia?

    Preghiera

    Che strano
    leggere
    o parlare
    di miracoli:
    immaginazione,
    illusione
    o desiderio?
    Eppure
    a volte
    anch'io
    invoco miracoli:
    per me
    per il mondo
    per gli altri.
    Ma c'è un solo miracolo
    Signore:
    l'Amore
    con cui mi ami
    e mi chiami ad amare.
    Fammi comprendere
    Signore
    che questo
    è il miracolo più grande!
    Amen.

    Ruminatio

    Fammi sentire la tua grazia perché in te confido (Sal 143, 8)


    ELISEO
    La moltiplicazione dei pani

    "Ne mangeranno e ne avanzerà anche"

    Oltre il miracolo dell'olio, la tradizione biblica attribuisce al profeta Eliseo anche altri prodigi: la risurrezione di un bambino (2 Re 4, 8, 37), la purificazione dell'acqua dal veleno (2 Re 4, 38-41), la guarigione di Nàaman (2 Re 5, 1-27), l'ascia perduta e ritrovata (2 Re, 6, 1-7) e la cessazione di una carestia devastante durante la quale alcune madri giunsero perfino a nutrirsi della carne dei propri figli (2 Re, 6, 32ss).
    Tra i vari prodigi il più importante è però quello dei pani: «Da Baal-Salisa venne un individuo, che offrì primizie all'uomo di Dio, venti pani d'orzo e farro che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: "Dallo da mangiare alla gente". Ma colui che serviva disse: "come posso mettere questo davanti a cento persone". Quegli replicò: "Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: Ne mangeranno e ne avanzerà anche". Lo pose davanti a quelli, che mangiarono, e ne avanzò secondo la parola del Signore» (2 Re 4, 42-44). Con pochi pani d'orzo e di farro Eliseo sfama cento persone e la ragione di questa "moltiplicazione" è la parola profetica che su di essi viene pronunciata: "Poiché così dice il Signore: Ne mangeranno e ne avanzerà anche". E' per "la parola di Dio" e non per chissà quali poteri straordinari del profeta che tutti mangiano a sazietà. Ma un'affermazione come questa non è insensata? Quando mai la parola di Dio ha sfamato le folle? E che coloro che credono in lui hanno forse visto sconfitta la loro fame? O non è vero il contrario: che proprio coloro che più credono in lui - la sterminata massa dei poveri, dei diseredati, degli umiliati, degli emarginati - sono privi spesso del minimo indispensabile?
    Nel salmo 136, il salmo di lode più importante del salterio, noto come il "grande hallel" (in ebraico "hallel" vuol dire "lodare"), si elencano le opere mirabili della creazione e della liberazione che Dio compie "per dare il cibo ad ogni vivente" (v.25; cf pure Sal 145, 15). Affermazione mirabile: sfamare chi ha fame è gesto divino, espressione e concrezione della sua sollecitudine per l'uomo essere di bisogno. Sfamare chi ha fame è cosa radicalmente diversa dallo sfamarsi perché tra l'uno e l'altro esiste la stessa irriducibile differenza tra chi allunga la mano per prendere e portare il pane alla propria bocca e chi lo sottrae alla propri bocca per portarlo alla bocca dell'altro. Sfamare è l'attività di Dio per eccellenza, perché espressione della sollecitudine con cui egli, nella sua libertà d'amore, si china in ogni istante sull'uomo essere di bisogno. A questo gesto divino Dio associa anche l'uomo che così, da essere di bisogno, curvato su di sé e intento a sfamarsi, è elevato all'altezza dell'amore, libero dal proprio io e responsabile dell'altro.
    "Un giorno un mandarino", narra una storia cinese, "fece un viaggio nell'aldilà. Prima arrivò all'inferno. C'erano là molti uomini seduti davanti a piatti pieni di riso, ma tutti morivano di fame, perché avevano dei bastoncini lunghi due metri, e non potevano servirsene per nutrirsi. Poi andò in cielo. Anche là c'erano molti uomini seduti davanti a piatti pieni di riso, ma tutti erano felici ed in buona salute; anche loro avevano dei bastoncini lunghi due metri, ma ciascuno se ne serviva per nutrire il fratello che era di fronte a lui".
    Sotteso allo sfamare, a differenza dello sfamarsi, c'è l'evento della sollecitudine o gratuità, la cui assenza è l'inferno, la cui presenza è il paradiso. E' nell'annuncio di questo evento il senso della narrazione profetica della moltiplicazione dei pani, che non senza significato, nella testimonianza dei sinottici, è l'attività più importante di Gesù messia.

    Interrogarsi

    - Come può essere interpretato il racconto miracoloso della moltiplicazione dei pani?
    - Perché e in che senso "sfamare" è gesto divino?
    - Qual è la differenza tra sfamarsi e sfamare e perché nel primo si nasconde l'inferno, mentre nel secondo il paradiso?

    Preghiera

    Un cane
    del primo mondo
    consuma
    diciassette volte di più
    di un bambino
    del terzo mondo!
    Perdonaci
    Signore
    per questa vergogna
    e facci capire
    che la fame nel mondo
    non è solo problema
    di lavoro
    e di tecnica
    ma di conversione dell'io
    nell'io-per-l'altro.
    Fa'
    che il mio cuore comprenda
    che l'inferno è l'io
    e il paradiso
    l'altro
    che mi sfama e sfamo.
    Amen.

    Ruminatio

    Egli dà il cibo ad ogni vivente (Sal 136, 25).


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