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    In ascolto della sua voce /6. Mosè. La rivelazione


    Carmine Di Sante

     

    "Il Signore gli parlava faccia a faccia"


    Tra le figure bibliche delle scritture ebraiche, nessuna ha l'altezza di Mosè, la cui morte il libro del Deuteronomio così celebra: "Non è sorto in Israele un profeta come Mosè - lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia - per tutti i segni e i prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nel paese d'Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro tutto il suo paese, e per la mano potente e il terrore grande con cui Mosè aveva operato davanti agli occhi di tutto Israele" (Dt 34, 10-12).

    La ragione dell'altezza di Mosè, il "fondatore" vero e proprio dell'ebraismo, è che Dio gli si è rivelato, parlando con lui "faccia a faccia", cioè intimamente, come avviene tra due amici o innamorati. La grandezza di Mosè non è pertanto in ciò che lui ha fatto quanto in ciò che gli è stato fatto: Dio che lo chiama e gli parla, confidandogli i suoi "progetti" sulla storia di Israele e dell’umanità.
    «Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb. L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: "Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?". Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: "Mosè, Mosè!". Rispose: "eccomi!". Riprese: "Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!". E disse: "Io sono il Dio di tuo Padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe". Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido... Il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l'oppressione con cui gli egiziani li tormentano. Ora va'! Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!"» (Es 3, 1-11).
    Sono tanti gli elementi che, in questo racconto colpiscono: Mosè che pascola il gregge nel deserto (per essere incontrati da Dio non si richiedono luoghi o professioni particolari. Dio ci viene incontro dovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo!); l'angelo del Signore che appare in fiamme di fuoco in mezzo ad un roveto per dire, con il linguaggio metaforico, che Dio, quando viene incontro all'uomo, sfugge alla sua presa e al suo possesso; il dialogo breve ed essenziale dove Dio si definisce come colui che chiama per nome ("Mosè, Mosè") mentre Mosè come colui che risponde immediatamente ("Eccomi").
    Ma il cuore del racconto è la rivelazione di Dio come compassione ("Il grido degli Israeliti è arrivato fino a me") e la missione di Mosè ("Ora va'") della quale Dio ha bisogno perché la sua compassione diventi efficace storicamente.
    La storia umana - la tua storia come pure la storia di ogni ragazzo e ragazza - è incrociata dalla storia di Dio che è storia di compassione che si prende a cuore la sofferenza umana e associa ciascuno di noi in questa storia di liberazione e di amore.

    Interrogarsi

    - Hai mai pensato al ruolo unico di Mosè nella storia biblica e nella tradizione ebraico-cristiana?
    - In cosa consiste la rivelazione di Dio a Mosè?
    - Qual è il significato della "missione" di Mosè? Perché Dio associa a sé Mosè nel suo progetto di compassione e di liberazione?

    Preghiera

    Signore
    era un giorno tra i tanti
    quando Mosè,
    pascolando il gregge
    nel deserto
    fu sorpreso dalla tua voce
    con cui ti rivelavi
    come Dio
    della compassione
    e della tenerezza.
    Fa' Signore
    che ancora oggi
    io possa ascoltare la tua rivelazione
    e, come Mosè,
    risponderti
    con il mio: "Eccomi".
    Amen.

    Ruminatio

    Il Signore rialza chiunque è caduto" (Sal 145, 14).


    MOSÉ
    Il monte Sinai

    "Se volete ascoltare la mia voce..."

    La liberazione di Israele dall'Egitto è finalizzata all'ingresso nella terra promessa, dove scorrono "latte e miele", una metafora per dire la pienezza dei beni e la felicità per tutti. Ma la via che introduce in questa terra non è lineare perché passa per il monte Sinai dove Dio consegna a Mosè la "legge" ed è attraverso questa che il popolo entrerà nella terra promessa: «Al terzo mese dall'uscita degli Israeliti dal paese di Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai... Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte dicendo: "Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Queste parole dirai agli Israeliti"» (Es 19, 1-6).
    In cosa consistono questa "voce" e questa "alleanza" che fanno d'Israele un popolo particolare, cioè "un regno di sacerdoti" e una "nazione santa"? La risposta a questa domanda è sorprendente: innanzitutto perché ciò che Dio propone ad Israele è una serie di comandamenti riassunti nel cosiddetto "decalogo" o "dieci parole", secondo l'etimo del termine; poi perché il contenuto di questi comandamenti riguarda soprattutto il comportamento dell'uomo nei confronti dell'altro uomo piuttosto che il comportamento dell'uomo nei confronti di Dio. Ciò che Dio chiede ad Israele è di amare l'altro allo stesso modo con cui egli lo ha amato in Egitto quando si chinò gratuitamente sulla sua sofferenza: "Voi stessi avete visto ciò che ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me". Ciò che Dio dà ad Israele sul Sinai è la "legge" o il "comandamento" dell'amore.
    Ma non è un controsenso parlare di "legge" o "comandamento" dell'amore? Non è l'amore un sentimento spontaneo che è contraddittorio comandare? La bibbia afferma e così svela che l'amore vero, quello che ama l'altro in quanto altro, non in quanto desiderabile che appaga bensì in quanto alterità che mette in crisi l'io e lo spodesta, può essere solo comandato, e che l'amore naturale o spontaneo che si istituisce al di fuori del comandamento è un amore che si rivolge al proprio io, dove l'altro è amato non come fine in sé bensì come momento interno al suo autorealizzarsi.
    Il Dio che sul Sinai si rivela come "legislatore dell'amore" è il Dio che, attraverso la forza del comandamento, interrompe il movimento naturale dell'io verso l'io e lo genera all'altezza dell'amore verso l'altro: miracolo della bontà o santità che è il senso stesso del rivelarsi di Dio all'uomo.

    Interrogarsi

    - Qual è il rapporto tra l'uscita dall'Egitto e il Sinai?
    - In cosa consiste l'evento del Sinai e in che senso il Dio biblico è il Dio "legislatore"?
    - Qual è il senso della "legge" o del "comandamento" dell'amore e qual è la differenza tra l'amore per sé e l'amore per l'altro?

    Preghiera

    Che strano
    Signore
    sentire
    che tu ci comandi di amare
    e che la legge
    da te rivelata
    è la rivelazione
    dell'amore come legge.
    Ma forse Signore
    è vero:
    in ogni amore
    amo solo me stesso
    e se non ci fosse il tuo comandamento
    sarei solo
    prigioniero dell’io.
    Grazie Signore
    che mi comandi di amare
    e rendimi capace
    di amare
    come tu ami.
    Amen.

    Ruminatio

    Fammi grazia della tua legge (Sal 119, 29).


    MOSÉ
    La terra promessa

    "Paese dove non ti mancherà nulla"

    Dio si rivela ad Israele e gli consegna la legge dell'amore per introdurlo in un paese dove non gli manchi nulla: "Il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile: paese di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele; paese dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla; paese dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame. Mangerai dunque a sazietà e benedirai il Signore tuo Dio a causa del paese fertile che ti avrà dato" (Dt 8, 7-11). Dio parla ad Israele quindi non per rivelargli chissà quali misteri o verità nascoste ma per svelargli che il suo essere nel mondo è un essere destinato alla felicità: una felicità personale, che riguarda l'io nella sua irriducibile singolarità, perché solo un "io" può essere felice e non il corpo sociale o il collettivo; una felicità universale, che oltre all’io coinvolge e riguarda ogni altro, perché fino a quando, sia pure su un solo volto, resta una lacrima da asciugare, nessuno può essere felice fino in fondo; una felicità terrestre, che non si colloca fuori del tempo e dello spazio ma fiorisce in ogni pezzo di mondo o angolo dove ad ogni io è dato abitare.
    Ma più che promessa della felicità piena, descritta con le immagini della terra ricca di acque e di alberi (immagini legate ad una società agricola che conservano il loro fascino anche per noi figli della tecnologia!), Dio sul monte Sinai è soprattutto, per Israele, la Volontà rivelatrice e istitutrice delle condizioni da cui essa fiorisce: "Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro, e abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso...; che ha fatto sgorgare per te l'acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta... Guardati dunque dal pensare: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze. Ricordati invece del Signore tuo Dio perché egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l'alleanza che ha giurato ai tuoi padri. Ma se tu dimenticherai il Signore tuo Dio... io attesto oggi contro di voi che certo perirete!" (Dt 8, 12-18).
    La felicità alla quale Dio ci destina è condizionale: una felicità che non si realizza naturalmente, in forza di un principio dal quale si è sospinti, bensì soggettivamente, in forza di una decisione che appartiene all'ordine della responsabilità singolare e irriducibile. La felicità è il miracolo che ac-cade quando, oltre il mondo in cui e di cui si vive, l'io intra-vede e riflette il di più che in esso si cela e da esso ci appella: il "di più" dell'amore personale di Dio che mentre tutto dona gratuitamente, chiama a ridonare tutto allo stesso modo.

    Interrogarsi

    - Qual è il rapporto tra il Sinai e la terra promessa?
    - Perché la bibbia descrive con le immagini di una terra ricca di acque e di alberi la meta alla quale vuole condurre l'umanità?
    - Dov'è la differenza tra la felicità naturale da una parte e la felicità promessa da Dio sul Sinai dall'altra?

    Preghiera

    Signore,
    hai voluto per noi una terra
    bella come un giardino
    e accogliente come una casa,
    dove ci fosse per tutti
    abbondanza
    di beni e di gioia.
    Ma il nostro sguardo,
    si è fatto sordo
    duro ed opaco,
    incapace
    di ascoltare
    il sole,
    le stelle,
    i fiumi e le piante.
    Apri, Signore, i nostri occhi
    perché,
    oltre la bellezza del mondo,
    scorgiamo la tua bontà.
    Amen.

    Ruminatio

    Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore (Sal 138, 1).


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