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    In ascolto della sua voce /7. Davide. L'elezione


    Carmine Di Sante



    "Io non guardo ciò che guarda l'uomo"


    Davide è ricordato nella tradizione ebraica come re esemplare perché "secondo il cuore di Dio" (cf At 13, 22; 1 Sam 13, 14) e come colui dalla cui stirpe nascerà il messia, secondo la testimonianza del primo evangelista quando nella genealogia si riferisce a Gesù Cristo come "figlio di Davide" (Mt 1,1).

    Succeduto a Saul, il primo re d'Israele scelto da Samuele e segnato dalla follia e dalla morte suicida, così il testo biblico presenta l'elezione di Davide: «Il Signore disse a Samuele: "Ti ordino di andare da Iesse il Betlemmita, perché tra i suoi figli mi sono scelto un re"... Quando furono entrati egli osservò Eliab e chiese: "E' forse davanti al Signore il suo consacrato?". Il Signore rispose a Samuele: "Non guardare al suo aspetto né all'imponenza della sua statura. Io l'ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l'uomo. L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore". Iesse fece allora venire Abìnadab e lo presentò a Samuele, ma questi disse: "Nemmeno su costui cade la scelta del Signore". Iesse fece passare Samma e quegli disse: "Nemmeno su costui cade la scelta del Signore". Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: "Il Signore non ha scelto nessuno di questi". Samuele chiese a Iesse: "Sono qui tutti i giovani?". Rispose Iesse: "Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge". Samuele ordinò a Iesse: "Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui". Quegli mandò a chiamarlo e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto. Disse il Signore: "Alzati e ungilo: è lui!". Samuele prese il corno dell'olio e lo consacrò con l'unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi» (1 Sam 16, 1-13).
    È Dio che sceglie Davide, il più piccolo, indifeso e inesperto. Un Dio "strano", che agisce in un modo che contrasta con il comune agire umano. Quando noi agiamo e scegliamo siamo mossi, cioè spinti e attratti, dal valore che cogliamo riflesso nell'altro: la sua virtù, la sua forza, il suo coraggio, la sua intelligenza, la sua maestria o la sua saggezza. Non così Dio che rivela a Samuele il segreto del suo agire: "Non guardare al suo aspetto né all'imponenza della sua statura. Io l'ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l'uomo. L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore".
    Ciò che per Dio conta non è ciò che appare e, apparendo, si offre allo sguardo e al giudizio altrui: così inteso ciò che appare è apparenza nel senso di illusione e di inganno. Ciò che per Dio conta è l'altro in quanto altro, nella sua nuda alterità sulla quale veglia il suo amore. Ciò che il racconto biblico insegna attraverso l'elezione di Davide "il più piccolo" non è che Dio abbia delle preferenze, escludendo alcuni ed accogliendo altri, bensì che egli è libertà d'amore che si china gratuitamente su ognuno.

    Interrogarsi

    - Perché nella tradizione ebraica e nella tradizione cristiana è così importante la figura di Davide?
    - Come va inteso il racconto biblico per il quale Dio preferisce ai fratelli Davide il più piccolo?
    - Cosa vuol dire che Dio non guarda l'apparenza ma il cuore?

    Preghiera

    Ho tanta paura
    Signore
    di essere
    osservato
    guardato
    giudicato.
    A volte
    neppure mi accetto
    e quando mi guardo allo specchio
    sono tentato
    di rifiutarmi.
    Ma tu, Signore,
    mi accetti
    e mi ami
    per quello che sono.
    Grazie Signore!
    Dammi la gioia
    di sentirmi amato.
    Amen.

    Ruminatio

    Ti sono note tutte le mie vie (Sal 139, 3).


    DAVIDE
    La regalità

    "Tu pascerai Israele mio popolo"

    Secondo il libro di Samuele Davide fu incoronato re ad Ebron dove si recarono tutte le tribù d'Israele: « "Ecco noi ci consideriamo come tue ossa e tua carne. Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha detto: Tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele"... Davide aveva trent'anni quando fu fatto re e regnò quarant'anni» (2 Sam 5, 1-4).
    Davide re d'Israele, ma re paradossale perché Israele, per la bibbia, non ha né può avere altro re che non sia Dio: "Voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa" (Es 19, 5-6). E' questa la ragione per la quale, quando le tribù di Israele chiesero a Samuele un re ("Ora stabilisci per noi un re che ci governi, come avviene per tutti i popoli": 1 Sam 8, 5) la prima reazione fu negativa: «Agli occhi di Samuele era cattiva la proposta perché avevano detto: "Dacci un re che ci governi"» (1 Sam 8, 6). E fu solo in un secondo momento che, quasi andando incontro alla debolezza del suo popolo, Dio acconsente alla richiesta di un re: «Rispose il Signore a Samuele: "Ascoltali; che regni pure un re su di loro"» (2 Sam 8, 22).
    Questa contestazione nei confronti della istituzione monarchica sta a significare una cosa importante: il timore che la nuova figura regale offuscasse il monoteismo biblico, riducendo l'originalità del Dio rivelatore e redentore che con mano forte e braccio disteso liberò Israele dall'Egitto per farne il popolo sul quale regnare. Quando, nonostante la contestazione iniziale, Israele accettò l'istituzione monarchica, ciò avvenne ad una condizione precisa di cui la coscienza profetica si farà interprete esigente: che essa fosse l'incarnazione e il riflesso dell'agire di Dio nei confronti degli ultimi, dei poveri e degli oppressi e dove questa istanza di giustizia fosse stata tradita, essa sarebbe rimasta sottoposta al giudizio e alla condanna da parte di Dio. La ragione per la quale l'esperienza monarchica fallirà definitivamente con la caduta del tempio di Gerusalemme nel 586 a.C., dalla coscienza matura d'Israele è attribuita al "peccato" dei suoi re, alla discrepanza abissale tra il loro agire e quello divino che essi, invece di riflettere, hanno tradito. La grandezza di Davide è di essere stato il re esemplare la cui regalità fu esercitata in conformità al volere divino, secondo la testimonianza stessa di Dio nel libro degli Atti: "Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri" (At 13, 22).
    Di fronte a Dio il senso del "potere", di cui la regalità è la figura principale, è di essere a servizio dell'alterità dell'altro: non il potere dell'io-per-l'io bensì il potere dell'io-per-l'altro. E' conforme al "cuore" di Dio e al suo volere quel "potere" il cui fine non è l'io bensì l'altro. Ogni "potere", a partire da quella accezione originaria con cui io dico a me stesso e all'altro: "posso" parlare, "posso" camminare. Per la bibbia il senso ultimo del "potere" di parlare e del "potere" di camminare non è da ricercare nell'io ma nell'altro: l'altro a cui rivolgo la parola o l'altro verso cui mi dirigo per sfamarlo o accarezzarlo.

    Interrogarsi

    - Qual è il senso della regalità nella bibbia?
    - Perché l'introduzione del modello monarchico inizialmente fu contestata?
    - Cosa vuol dire che il potere non deve essere per-l'io ma per-l'altro?

    Preghiera

    So bene, Signore,
    che nel mondo in cui vivo
    sono sempre di meno
    coloro che hanno
    corone, nomi
    e ruoli di re.
    So bene, Signore,
    che solo tu
    sei re:
    ma non per dominare
    bensì per amare,
    non per farti servire
    bensì per servire.
    Fa' che quando abbiamo potere
    - compreso il mio io
    nel suo potere
    di parlare o camminare -
    non dimentichiamo mai
    di mettere al primo posto
    il volto
    e il bisogno dell'altro.
    Amen.

    Ruminatio

    Dio, da' al re il tuo giudizio (Sal 72, 1).


    DAVIDE
    Il pentimento

    "Pietà di me o Dio"

    Un giorno il Signore mandò il profeta Natan da Davide per raccontargli una storia: "Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l'altro povero. Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; ma il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia. Un ospite di passaggio arrivò dall'uomo ricco e questi, risparmiando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso, per preparare una vivanda al viaggiatore che era capitato da lui, portò via la pecora di quell'uomo povero e ne preparò una vivanda per l'ospite venuto da lui" (2 Sam 12, 1-4). A questo racconto segue la reazione di Davide: "Per la vita del Signore, chi ha fatto questo merita la morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tale cosa e non aver avuto pietà" (2 Sam 12, 5-6).
    Ed ecco il colpo di scena quando Natan apostrofa David con queste parole: "Tu sei quell'uomo! Così dice il Signore, Dio d'Israele: Io ti ho unto re d'Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa di Israele e di Giuda, e, se questo fosse stato troppo poco, io vi avrei aggiunto anche altro. Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Uria l'Hittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti" (2 Sam 12, 7-9).
    Davide, anche se grande re e paradigma di una regalità gradita a Dio, si macchia della duplice colpa dell'omicidio di Uria e dell'adulterio con la moglie Betsabea. Grande re quindi, ma anche grande peccatore. Il peccato - il negarsi a Dio per consegnarsi alla voluttà del proprio io che, pur di appagarsi, è pronto a farsi omicida - non risparmia nessuno, neppure Davide. Come un'infezione, come una peste, esso minaccia ogni membro del corpo sociale: giovani e vecchi, ricchi e poveri, colti e incolti, potenti e derelitti, furbi e stupidi. Nessuno ne è immune per nascita o fortuna. Tutti possono restarne infetti e rovinarsi.
    Oltre che grande peccatore, Davide però è anche grande penitente: colui che di fronte a Natan che smaschera la sua colpa, non accusa né si giustifica ma chiede perdono e la riconosce umilmente: «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato. Riconosco la mia colpa. Il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi io l'ho fatto...". E' l'inizio del celebre salmo 51, il salmo con cui attraverso i secoli la tradizione ebraico-cristiana ha manifestato di fronte a Dio la coscienza della colpa e la richiesta di perdono. A questo salmo anche tu puoi ricorrere quando ti senti oppresso dal peccato e dal rimorso. Dio è capace di creare anche in te un cuore puro e rinnovare nel profondo la tua soggettività: "Purificami con issopo e sarò mondo, lavami e sarò più bianco della neve".

    Interrogarsi

    - Cosa ti colpisce di più nella parabola di Natan a Davide?
    - In cosa consiste la grandezza di Davide come penitente?
    - Perché è così difficile riconoscere la propria colpa quando si commette un' offesa nei confronti di Dio e dei fratelli?

    Preghiera

    Sono sorpreso
    e mi chiedo
    come sia stato possibile
    che Davide,
    l’uomo secondo il tuo cuore,
    si sia macchiato
    di colpe così gravi.
    Ma la grandezza dell'uomo,
    Signore,
    non è nell'innocenza
    ma nel riconoscimento della colpa
    e nella volontà di pentirsi.
    Ti prego,
    Signore,
    quando pecco
    aiutami
    a non farmi schiacciare
    dalla colpa
    e dal rimorso
    e fammi la grazia
    di ricominciare
    ogni volta daccapo.
    Amen.

    Ruminatio

    Lavami e sarò più bianco della neve (Sal 51, 9).


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