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    Semplicemente servi

    Lc 17,5-10

     

    «Se aveste un briciolo di fede!». Il senso dell'esclamazione di Gesù apparirà alla fine, come condizione per capire tutto il messaggio di questa liturgia. Partiamo invece dalle tre idee concentrate nell'aggettivo con cui Gesù qualifica il servizio. In greco è akreioi, che può essere tradotto in vari modi: nell'edizione della CEI viene tradotto "servi inutili", altri traducono "siamo semplicemente servi", "non siamo altro che servi", "siamo poveri servi". Sono diverse traduzioni possibili di quell'aggettivo, che però comprende tutte queste idee.
    Tutto è grazia
    La prima idea è che non possiamo rivendicare diritti per quello che facciamo: per il bene che si esprime in noi, per la verità che si traduce nelle nostre parole. Non possiamo rivendicare diritti, perché non abbiamo meriti per quello che siamo. Tutto è dono.
    Gesù illustra questa idea con la parabola del padrone che non si sente debitore nei confronti dei suoi servi. Ma il paragone che Gesù propone non è completo, perché il rapporto con Dio è diverso dal rapporto che un servo ha col suo padrone: è infatti un rapporto di dipendenza totale e radicale. Ed è un rapporto che si sviluppa dal di dentro, quindi non avviene attraverso leggi o patti: è un rapporto costitutivo. Noi dipendiamo totalmente nella nostra realtà; tutto ciò che costituisce la nostra vita ci è continuamente donato. Questa dipendenza raramente la viviamo in modo cosciente. Ci sono momenti in cui abbiamo un'intuizione chiara di questa nostra condizione, ma poi torniamo alla modalità iniziale della nostra interpretazione della vita e quindi ci sentiamo noi il centro di tutto. Pensiamo che i beni realizzati siano nostri, che le idee formulate siano nostre. Abbiamo anche trovato il sistema di brevettarle: le riteniamo talmente dominio e possesso nostro, che rivendichiamo ogni utilizzazione fatta dagli altri come un abuso. Anche nei libri viene indicato che nessuno ha diritto di riprodurre quello che è stato scritto senza chiedere il permesso. Tutto questo nasce dalla convinzione che quello che emerge nella nostra vita è nostro, perché siamo noi a realizzarlo.
    Questo è un errore, perché in realtà le cose non stanno così. La forza della vita in noi si esprime, anzi spesso vorrebbe esprimersi in un modo molto più ricco, solo che noi poniamo dei limiti, a causa delle nostre insufficienze. Non siamo quindi noi il principio e il soggetto.
    Metterci in questa prospettiva è fondamentale per capire il senso della nostra vita - e per vivere bene. Quindi non possiamo rivendicare diritti nei confronti della vita. Certo, possiamo regolare queste cose in ordine al bene comune, per una buona distribuzione dei beni, per ordinare la convivenza sociale, ma non per la presunzione di esserne i proprietari, e di poterne rivendicare i diritti: no, dobbiamo partire dalla convinzione che la vita in noi si esprime in funzione di una diffusione, di una comunicazione.

    Semplicemente servi

    La seconda idea fondamentale che completa la prima è questa: siamo semplicemente servi, servi della vita. Siamo a servizio della diffusione della vita, siamo a servizio della verità, siamo a servizio della giustizia tra gli uomini. Possiamo dire, con una parola del Vangelo: siamo a servizio del Regno. Siamo perché l'azione di Dio possa diffondersi fra gli uomini. A questo noi siamo destinati, perché l'azione di Dio, che vuole condurre gli uomini ad un compimento e tutta la creazione ad un traguardo che noi non conosciamo, possa esprimersi. Per condurre a perfezione compiuta tutta la realtà Dio si serve della nostra azione, della nostra presenza, dei nostri pensieri, della nostra esistenza. Noi quindi siamo perché Dio si esprima, perché la vita si diffonda, perché il bene si traduca in gesti d'amore, perché la giustizia diventi struttura della società e così via. Perché la vita proceda.
    È questo sentirsi a servizio che rende significativa la nostra esistenza. Ma come servi, non come signori o come padroni.
    Se ci rendiamo conto che siamo semplicemente servi il criterio non è il nostro pensiero, il nostro desiderio, la nostra volontà, ma il bene che deve diffondersi, la verità che deve comunicarsi, la giustizia ché deve realizzarsi e così via. Allora saremo sempre in attenzione, con lo sguardo puntato sul criterio della vita.
    Quando poi sperimentiamo che questa funzione è transitoria, scopriremo la componente provvisoria anche di tutte le situazioni precedenti. Cioè scopriremo che ogni situazione è in funzione di quella successiva, e quella successiva verrà finché noi saremo in grado di renderla possibile. Ad un certo momento diventeremo insignificanti in ordine alla comunicazione della vita.

    La componente "inutile" del nostro servizio

    Questa condizione appare con chiarezza quando diventiamo inutili. Perché arriva il momento in cui il nostro servizio finisce, non possiamo andare oltre. Se fossimo noi i padroni, potremmo gestire la vita come vogliamo; invece ad un certo momento non possiamo fare più nulla, cioè diventiamo realmente inutili. Per cui anche l'idea di inutilità contenuta in quell'aggettivo è fondamentale.
    Il nostro servizio finisce perché arriva il momento in cui i nostri pensieri non sono più significativi come potevano esserlo prima, in cui le nostre azioni non hanno più valore in ordine alla diffusione della vita. Abbiamo esaurito la nostra capacità di diffondere la vita. Diventiamo inutili. Quando abbiamo consapevolezza di questo fatto, che il traguardo è diventare inutili, allora coglieremo anche l'inadeguatezza delle singole situazioni del processo, l'insufficienza di tutte le nostre azioni. Ma questa caratteristica è già presente, fin dai primi atti della nostra esistenza, perché è il nostro traguardo, è il nostro destino, fa parte della nostra condizione di vita.
    Quando non sappiamo accettare questa nostra condizione, non riusciamo a vivere bene non solo la sofferenza, il limite, la vecchiaia e così via, bensì neppure i momenti di pienezza e di efficacia della nostra esistenza. Non li viviamo bene perché ci illudiamo di essere noi i signori e di poter disporre delle cose e non assumiamo invece quell'atteggiamento di trasparenza, di abbandono fiducioso, di servizio alla vita, che corrisponde alla nostra realtà. Cioè non viviamo conforme alla nostra condizione, non viviamo armoniosamente.
    Ma allora tutto finisce nell'inutilità e quindi nell'insensatezza? No, perché in tutto ci è dato di crescere come figli di Dio e di raggiungere la nostra identità di figli. Il passaggio da servi a figli è proprio il processo che noi stiamo vivendo in questa terra. Solo che l'identità di figli non si raggiunge nella stessa direzione dello sviluppo del servizio. Cioè: noi esercitiamo il servizio facendo le cose, realizzando dei progetti, aiutando gli altri. Ma la direzione in cui si sviluppa il servizio va verso l'inutilità e l'insensatezza e finisce nella morte, mentre la dimensione per cui noi cresciamo come figli si sviluppa in verticale e acquista senso man mano che procediamo. Mentre la vita nella direzione del tempo perde senso, perché non siamo più capaci di fare quello che facevamo prima, lo acquista nella direzione verticale, o trascendente, quella in cui cresciamo come figli. Per cui alla fine non possiamo far nulla, ma siamo tutto quello che dovevamo essere, perché siamo diventati persone, cioè abbiamo raggiunto la nostra identità di figli di Dio.
    Questa è la ragione finale del tutto. Se invece noi mettiamo la ragione nell'altra dimensione, quella in cui realizziamo delle cose, attuiamo dei progetti, alla fine scopriremo l'inutilità e l'insensatezza.
    Questa è l'esperienza che molti fanno, per la quale molte persone si uccidono, molte si danno alla droga. Oggi possiamo giungere all'esperienza dell'insensatezza finale in tempi brevi, perché abbiamo una quantità di beni a nostra disposizione, perché l'esperienza del piacere è facilissima, perché la ricerca del benessere ha risposte continue. Per questo oggi molti giovani sono già stanchi di vivere e scoprono l'insensatezza delle scelte che pure sono chiamati a compiere. Se la dimensione spirituale non si sviluppa, l'esperienza dell'insensatezza diventa drammatica e fatale. Per questo Gesù concludeva: «Se aveste un briciolo di fede!».
    Invochiamo oggi dal Signore questo briciolo di fede, per cogliere il senso profondo di tutto ciò che viviamo, la gioia nascosta che emerge solo quando giungiamo a sviluppare la dimensione spirituale che è l'unica consistente nella nostra esistenza: il diventare figli, figli di Dio.


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