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    Il dono che disseta

    III di Quaresima A

    Luciano Manicardi



    5 In quel tempo Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». 15«Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16Le dice: «Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: «Io non ho marito». 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
    27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui.
    31Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: «Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura»? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
    I Samaritani credono in Gesù
    39Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo»
    Gv 4,5-42 (Es 17,3-7; Rm 5,1-2.5-8)

     

    Dopo la sintetica visione della storia di salvezza attraverso la memoria di Adamo (Gen 2,7-9; 3,1-7: I domenica) e di Abramo (Gen 12,1-4; II domenica) nelle prime letture delle due prime domeniche di Quaresima del ciclo “A”, le tre domeniche successive, con le immagini rispettivamente dell’acqua, della luce e della vita, presentano una tematica sacramentale legata all’iniziazione cristiana, al battesimo. Chi è stato immerso nel battesimo, uscendo dall’acqua vede la luce e inizia una vita nuova, la vita in Cristo. I temi dell’acqua, oggi, della luce nell’episodio del cieco nato che trova la vista domenica prossima e della vita nell’episodio della resurrezione di Lazzaro nella V domenica di Quaresima, costituiscono un percorso coeso.
    Quanto alla domenica odierna, il dono dell’acqua nel deserto che placa la sete del popolo durante l’esodo è segno della sollecitudine di Dio (Es 17,3-7: I lettura); nel vangelo (Gv 4,5-42) la simbolica dell’acqua evoca l’azione dello Spirito e della Parola, cioè “il dono di Dio” (Gv 4,10); il dono dello Spirito è segno dell’amore divino versato nel cuore dell’uomo (Rm 5,1-2.5-8: II lettura).
    Centrale è il tema del dono: i tre testi li possiamo cogliere come una pedagogia verso la capacità di donare ma anche di accogliere il dono. Costituiscono una sorta di introduzione all’arte di amare ma denunciano anche le resistenze che l’atto di amare può suscitare in quelle persone ferite che noi siamo. Nella prima lettura la situazione di partenza è la mancanza. “Non c’era acqua da bere per il popolo” (Es 17,1). La reazione del popolo è di insopportazione della mancanza da cui nasce una protesta contro Mosè che si accompagna alla pretesa: “Dateci acqua da bere” (Es 17,2). Voi dovete colmarci di ciò che ci manca. E la reazione diviene violenta: “Ancora un poco e mi lapideranno” (Es 17,4), dice Mosè a Dio. La reazione alla mancanza non crea responsabilità e solidarietà (perché l’acqua manca per tutti, Mosè e guide del popolo comprese) anzi, provoca disgregazione, desolidarizzazione e si manifesta come delega e come pretesa: devi pensarci tu. Il cammino per imparare ad amare e a donare è lungo e faticoso.
    Anche Gesù vive una situazione di mancanza: ha sete e chiede da bere. Qui la reazione alla mancanza è diversa. Il bisogno diviene occasione di domandare aiuto a chi lo può dare. Gesù non pretende, non accusa, non impreca, ma osa la propria povertà chiedendo da bere a una donna samaritana. La mancanza diviene apertura a un altro, anzi, in questo caso, a un’altra. E poiché il prosieguo del testo mostra che la sete profonda dei due è la sete di incontro e di relazione, tanto che la donna lascerà sul posto la brocca e se ne andrà senza attingere acqua dal pozzo e Gesù non berrà l’acqua, il testo suggerisce che la mancanza profonda e originaria che abita l’essere umano può incanalarlo nella via dell’incontro. Se la reazione del popolo in Esodo giunge alla pretesa violenta contro l’altro, qui il vuoto viene elaborato come spazio che si apre all’altro per fare strada insieme. Camminando insieme e dialogando si può scoprire che la sete profonda è sete di amore e che si può dissetare l’altro con una presenza amica, una presenza che non giudica, che accoglie, che supera le barriere erette da religione, società, cultura e politica: “I giudei non hanno rapporti con i samaritani” annota il narratore in Gv 4,9. E Gesù, l’assetato, si disseta dando da bere la sua vicinanza, la sua presenza, la sua parola, alla donna. Il testo di Gv presenta una via di uscita dall’inimicizia per entrare nell’amicizia e nella relazione di stima attraverso lo scambio dialogico, il dono reciproco della parola.
    La lettera ai Romani afferma che la mancanza del cuore, la carenza ontologica che fa dell’uomo un uomo, il vuoto che lo abita, è spazio di accoglienza, nella fede, dello Spirito di Dio. E accogliere lo Spirito è accoglienza dell’annuncio del Dio che ci ama come solido fondamento del nostro cuore. “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Certo, l’accoglienza dello Spirito di Dio passa attraverso la presa di coscienza della nostra condizione di peccatori e nemici: senza di questo noi restiamo nell’ottica del merito che è la prospettiva di chi non vuole essere amato, non sopporta la gratuità, ma vuole affermare se stesso, esibire la propria “perfezione” ed essere in questo riconosciuto. La perfezione esclude l’amare e l’essere amato. La perfezione basta a se stessa, non ha bisogno dell’altro e di altro. Al contempo, la conoscenza di sé come peccatori si accompagna alla fede di essere i destinatari dell’amore del Signore, dell’azione di Colui che ha vissuto ed è morto donando se stesso come traccia da seguire e via da percorrere, come indicazione per imparare ad amare. Imparare a ricevere l’amore come dono ci insegna anche a donare amore e a fare dell’amore una dimensione scelta, perseguita, voluta, ma di cui non siamo padroni o protagonisti (cf. Rm 5,5). L’amore è immeritato, dice Paolo in questa pagina: non vi sono titoli nell’amato per attirare l’amore di Dio, per giustificare l’amore fino a quel punto estremo. Stare nella logica del merito significa sottrarsi alla dimensione sconcertante e inquietante dell’amore, che sola può rivelarsi salvifica.
    Il passo dell’Esodo presenta una tappa del cammino di Israele nel deserto, cammino in cui il popolo conosce la stanchezza e patisce la sete; il vangelo dice che Gesù, nel suo cammino, conosce a sua volta stanchezza e patisce la sete. In particolare, il cammino del popolo nel deserto si situa tra illusione e delusione. L’Apostolo suggerisce che tra illusione e delusione occorre aprire la strada alla speranza, “la speranza che non delude” (Rm 5,5).
    Il vangelo presenta un dialogo occasionale che nasce dall’incontro fortuito tra Gesù e una donna di Samaria presso il pozzo di Sicar. Questa casualità, unita all’annotazione che Gesù “doveva attraversare la Samaria” (Gv 4,4), che parla non di una necessità geografica ma teologica, ci rinvia a quanto scrisse Anatole France: “il caso è lo pseudonimo di Dio quando Dio non vuole mettere la propria firma”. A Gesù che si espone nel proprio bisogno alla donna chiedendole da bere, la donna reagisce con perplessità, stupore, diffidenza. Reagisce ritraendosi nello spazio del consueto, del convenzionale, del permesso e del proibito: “Come mai?” (4,9). Come mai un uomo rivolge la parola a una donna? Un giudeo a una samaritana? Anzi, come lei specifica, “a una donna samaritana”. Il simbolismo del pozzo, che l’AT svela essere luogo classico di corteggiamento e seduzione (Gen 24,10-67; 29,1-14; Es 2,15-22) oltre che riferimento femminile, induce forse la donna a pensare che quell’uomo stia cercando un pretesto per esprimere un desiderio erotico? Anche la simbolica del bere conosce valenze erotiche nella letteratura sapienziale. Questo potrebbe spiegare la di per sé pleonastica specificazione della differenza sessuale da parte della samaritana. Che poi i giudei non abbiano rapporti con i samaritani (4,9), include anche i rapporti intimi, sessuali. Gesù rilancia il dialogo riorientando l’interesse della donna verso il dono di acqua viva che lui potrebbe darle. In questo incontro è presente, sottotraccia, il dinamismo del desiderio e Gesù lo orienta, gli dà una direzione che si allontana dalla sete di acqua e va oltre la dimensione erotica. La reazione della donna è intelligente e sospettosa: da dove la prendi l’acqua se non hai nemmeno un secchio? E diviene un’aperta sfida: sei più grande di Giacobbe (4,11-12)? La promessa dell’acqua che disseta e che diventa in chi la beve sorgente zampillante conduce la donna a chiedere lei stessa da bere a Gesù. Questa apertura di credito della samaritana consente a Gesù di spostare il discorso sui rapporti che la donna ha e ha avuto con diversi uomini. Al che lei risponde con sincerità e reticenza al tempo stesso: “Non ho marito” (4,17). Nessun intento moralistico o di giudizio da parte di Gesù nel rilevare la situazione della donna: nel IV vangelo “non ci sono donne guarite o perdonate come nei Sinottici, ma solo donne credenti, trasformate dalle fede” (Roberto Vignolo). Gesù semplicemente dà nome alla reale situazione della donna mostrandosi profeta, capace di cardiognosi. Anzi, ci possiamo chiedere se questa situazione “turbolenta” della donna quanto a rapporti con uomini, non sia ciò che le ha consentito l’apertura fiduciosa a Gesù. Ha scritto un monaco benedettino: “L’amore è l’unico impeto sufficientemente straripante da forzarci ad abbandonare il confortevole rifugio della nostra beneamata individualità e farci uscire gattonando nudi verso la zona del pericolo, il crogiolo dove l’individualità viene purificata per farsi persona”. Proprio qui si situa la svolta trasformante del dialogo tra Gesù e la donna. Infatti, al di là delle ulteriori battute del dialogo (4,20-26), ciò che la donna proclama ai suoi concittadini come base – in verità ancora dubbiosa – dell’identità messianica di Gesù (“Che sia lui il Cristo?”: 4,29) è: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto” (4,29). Ed è il messaggio ripetuto dai samaritani che accedono alla fede (4,39). Il racconto della sua vita da parte di Gesù l’ha restituita a se stessa: la sua identità di donna anonima viene riscattata dal suo essere conosciuta da colui che può raccontarle la sua stessa storia. Noi ci riceviamo dagli altri. La nostra identità è relazionale. Avviene nello scambio reciproco. Avviene come dono.


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