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    Una testimonianza dilatata

    Pentecoste - Anno B

    Sabino Chialà

     


    In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «6Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. 12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.
    Giovanni 15,26-27; 16,12-15

    La solennità della Pentecoste è compimento della Pasqua che il dono dello Spirito apre a una nuova dimensione, protendendola fino al ritorno glorioso del Signore al termine della storia. La Pentecoste, dunque, non chiude, ma inaugura il tempo nel quale il Signore invia la sua Chiesa a testimoniare la fede nel Risorto, ad esserne segno nel mondo. E anche lo Spirito non si sostituisce al Risorto, ma ne protrae nel tempo e nello spazio le energie di vita.
    Questo è il messaggio che le letture di questa domenica e in particolare il passo evangelico scelto per l’annata “B” ci consegnano. Lo Spirito non chiude, ma dilata. Origine di tutto è la Pasqua del Signore, che ora lo Spirito irradia in ogni realtà, fino ai confini del mondo e della storia, aprendola a nuovi cammini.
    È quello che ascoltiamo nel racconto degli Atti degli apostoli (At 2,1-11), dove lo Spirito discende su una comunità ancora radunata nella memoria del Maestro, ma rinchiusa, impaurita, esitante. Avevano visto il Risorto, lo avevano ascoltato e toccato. Lo avevano sentito interpretare le Scritture e avevano spezzato con lui il pane. Infine lo avevano visto salire al Padre. Ma tutto era restato come rinchiuso all’interno di un bozzolo intessuto di paura e di stupore.
    L’irruzione dello Spirito ha rotto quei fili e ha sciolto quelle lingue inceppate, rendendole capaci di parlare nuovi idiomi, ignoti agli stessi discepoli. Li ha spinti in spazi che non conoscevano, al di fuori di ogni recinto, progetto e immaginazione, perché portassero ovunque il mistero della Pasqua. Ecco il prodigio della Pentecoste, che è dono e compito per la Chiesa di ogni tempo, resa capace dallo Spirito di esprimere l’annuncio pasquale in un modo che tutti possano intenderlo e rallegrarsene.
    Questo è anche il messaggio del brano evangelico, dove lo Spirito consolatore, che Gesù promette di inviare e “che procede dal Padre” (v. 26), non farà altro che dare testimonianza di lui: “Egli darà testimonianza di me” (v. 26). Una testimonianza che significativamente Gesù associa a quella che i discepoli daranno di lui: “E anche voi mi darete testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (v. 27).
    Non si tratta di due testimonianze distinte, ma della medesima, che lo Spirito rende possibile nei discepoli. Essi erano stati con lui, avevano visto e ascoltato. Ma quella vicenda ha bisogno dello Spirito per uscire, per farsi annuncio efficace, per irraggiare nel mondo come potenza vivificante.
    Non solo, ma lo Spirito condurrà quei discepoli anche oltre, portando a compimento la rivelazione. Gesù infatti continua dicendo: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto quello che avrà udito e vi annuncerà le cose future” (vv. 12-13). Vi sono cose che il Maestro non ha rivelato, perché i discepoli non erano capaci di portarne il peso. Lo Spirito dunque porta a compimento la rivelazione, ma di un medesimo mistero di salvezza che egli continua a disvelare.
    Un mistero che appare chiaramente come espressione sinfonica dell’oikonomía trinitaria, che nel brano evangelico di questa domenica è rappresentata in una delle sue formulazioni più sintetiche ed efficaci: “Lo [Spirito] mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà” (vv. 14-15). Non vi è dunque alcuna distanza, ma piena armonia nel desiderio di salvezza che anima le persone della Trinità.
    Ecco dunque delineata la duplice azione dello Spirito: egli è donato per dare forza alla testimonianza pasquale dei discepoli, per renderla sempre più libera ed efficace, per dilatarla negli spazi infiniti di ogni tempo e di ogni luogo; ma anche per portare a compimento la rivelazione dell’unico mistero di salvezza, che non è concluso, ma aperto a un “non ancora” ignoto, che lo Spirito continua ad ispirare e di cui la chiesa non deve aver paura.
    Nell’evento della Pentecoste è infatti indicato anche il cammino della comunità credente, della chiesa, che dall’azione dello Spirito santo riceve consistenza e senso, come ricorda Giovanni Crisostomo in un’Omelia sulla Pentecoste: “Se non vi fosse lo Spirito, la chiesa non potrebbe sussistere; se la chiesa sussiste è però chiaro che lo Spirito c'è”. Condotta dallo Spirito santo, anche la chiesa è chiamata a irradiare nel mondo il mistero pasquale, di cui ha accolto l’annuncio, rendendolo comprensibile agli uomini e alle donne di ogni tempo ed efficace nelle loro esistenze. Ma essa è anche chiamata a restare in ascolto creativo di ciò che lo Spirito desidera ancora svelare di quell’unico mistero, in una crescita mai finita, facendosi custode di una tradizione che mostra la propria autenticità in una fecondità sempre rinnovata.
    Lo Spirito mette in cammino i discepoli e sospinge la chiesa. La Pentecoste non chiude, dunque, ma apre, indicando vie sempre nuove. Lo Spirito è forza, vento, fuoco… tutte immagini che indicano movimento. Ed è potenza di vita che anima e colora in modo unico e armonico ogni esistenza e ogni cammino, come ricorda Cirillo di Gerusalemme in una delle sue Omelie catechetiche, in cui leggiamo:
    La grazia dello Spirito è detta ‘acqua”, perché grazie all'acqua si sostengono tutte le cose; perché l'acqua è la fonte della vita vegetale e di quella animale; perché l'acqua delle piogge scende dal cielo; perché scende sotto un'unica forma, ma agisce in modo multiforme. Un'unica fonte irriga tutto il giardino: un'unica pioggia scende su tutto il mondo e diventa bianca nel giglio, rossa nella rosa, purpurea nelle viole e nei giacinti, e ancora diversa e variopinta nelle varie specie di piante, e altra ancora nella palma e altra nella vite. È tutto in ogni cosa! Ha un’unica forma e non è diversa da se stessa. Senza mutazione scende la pioggia in vario modo, ma si adatta alla struttura di coloro che la ricevono, diventa per ciascuno ciò di cui ha bisogno. Così lo Spirito santo, uno, semplice e indivisibile distribuisce la sua grazia a ciascuno come vuole”.


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