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    Giovani e Beatitudini /0

    Introduzione

    Luis A. Gallo


    S
    tando al racconto del vangelo di Matteo, la prima parola pronunciata da Gesù di Nazaret nel suo "discorso programmatico" fu: "beati" (Mt 5,3). E in quell'occasione l'avrebbe ripetuta per ben nove volte! Questo dato è molto significativo. Ci dice quanto la sua preoccupazione centrale sia stata la felicità concreta della gente, soprattutto di quelli che erano più infelici. È proprio per questo che il suo messaggio viene detto "evangelo", ossia, letteralmente, "buona notizia".

    "Il cattolicesimo non è una religione confortante. È una religione penosa", affermava enfaticamente poco tempo fa una conosciuta cantante e attrice cinematografica (Madonna). Non lo si può negare: più di una volta il cristianesimo è stato visto, e soprattutto vissuto, come qualcosa di triste, di penoso e mortificante. Agli occhi di non pochi uomini e donne è apparso, e appare ancora oggi, come una sorta di camicia di forza che li soffoca, o come un guastafeste che viene a frustrare le profonde aspirazioni di vita e di pienezza che si portano nel cuore.
    Anche molti filosofi hanno visto così la religione e in particolare il cristianesimo: come ostile alla piena felicità dell'uomo, e quasi come un nemico da combattere, una specie di idolo da abbattere.
    Ma un cristianesimo così è una caricatura di ciò che propose Gesù di Nazaret, il Cristo. Dai vangeli sappiamo che egli non volle né cercò altro durante tutta la sua vita se non la gioia delle persone che incontrava, una gioia vera, piena e traboccante, precisamente perché era venuto nel mondo, come si legge nel vangelo di Giovanni, "affinché gli uomini avessero la vita, e l'avessero in abbondanza" (Gv 10,10).
    Parlando con i suoi intimi, nell'ultima cena prima di lasciarli, disse loro queste parole, che in qualche modo condensano il senso di tutto ciò che egli fece e disse: "Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena" (Gv 15,11).
    È urgente, quindi, ricuperare il senso genuino del "vangelo" di Gesù. Ricuperarlo nelle idee e soprattutto nella vita. A ciò vorrebbero collaborare queste pagine, offerte alla meditazione dei giovani. L'intenzione che le ispira è quella di contribuire a farli riscoprire, in un clima di preghiera, il filo rosso che lo attraversa da capo a fondo, e cioè il grande augurio di felicità che si sprigiona dalle parole in esso contenuto. Sono parole pronunciate quasi venti secoli fa, ma che ancora oggi conservano una freschezza e una forza impareggiabili.

    PER CAPIRE LE BEATITUDINI

    Prima di passare in rassegna le singole grandi parole di felicità pronunciate da Gesù di Nazaret, è indispensabile rifarsi al quadro globale di riferimento nel quale esse si collocano e all'interno del quale acquistano senso. Prese infatti al di fuori di esso, rischiano di non essere ben capite e perfino di venire travisate.
    Questo loro quadro di riferimento non può essere altro se non il perché di fondo che animò Gesù sin dal primo momento in cui iniziò la sua attività in mezzo alla gente. Lo troviamo nitidamente formulato dall'evangelista Marco in queste parole:
    "Dopo che Giovanni [il Battista] fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea proclamando la buona novella di Dio e diceva: 'Il tempo è compiuto e il regno di Dio è già qui, alle porte; cambiate vita e credete a questa bella notizia!" (Mc 1,14-15).
    "Regno di Dio" è un'espressione che a noi oggi suona forse un po' strana e quasi incomprensibile, ma che ai tempi di Gesù era carica di senso per lui e per coloro ai quali si rivolgeva. Essa condensa ciò che occupava il posto più alto nelle sue preoccupazioni. Per il "regno di Dio" egli visse e per esso diede anche la sua vita.
    Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
    Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
    «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
    Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
    Beati i miti, perché erediteranno la terra.
    Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
    Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
    Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
    Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
    Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
    Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
    Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi» (Mt 5, 1-12).

    Cos'era quindi per lui questo "regno di Dio"? Cosa voleva dire con quest'espressione che egli non aveva inventato, ma che aveva ereditato dal suo popolo? Per capirlo bisogna esaminare cosa egli fece, più ancora di quello che disse.
    È indiscutibile che egli ne parlò perché, come asserì in qualche occasione, "dall'abbondanza del cuore parla la bocca", e il suo cuore ne era ricolmo (Mt 12,34). Non ne diede però delle definizioni concettuali, bensì utilizzò delle parabole piene di poesia e di vivacità. Disse che il regno di Dio "era come ...". Così, lo paragonò ad un banchetto di nozze (Mt 22,2-14), ad un uomo che incontra un tesoro nel campo e per la gioia vende tutto e compra quel campo (Mt 13,44), ad un seme che cresce giorno e notte senza che colui che l'ha seminato ci pensi (Mc 4,26-29), ad un po' di lievito che fa fermentare tutta la pasta (Mt 13,33), ad un seme di senapa che, pur essendo piccolissimo, arriva ad essere poi col tempo un grande arbusto, quasi un albero (Mt 13,31-32) ...
    Ne parlò dunque, certamente, ma, essendo egli un giudeo, di cultura quindi semita, espresse le sue idee sul regno di Dio soprattutto agendo. Infatti, passò il breve tempo della sua vicenda storica ponendo dei segni della sua presenza e delle sue implicanze. Gli altri dovevano prendersi il lavoro di interpretarli.
    Non tutti lo fecero adeguatamente, e anche fra quelli che li capirono non tutti furono disposti ad assecondarlo. Troppi interessi li bloccavano. Perciò alla fine lo eliminarono crocifiggendolo.
    I segni del regno Gesù li pose a due livelli, quello individuale e quello sociale. In tutti e due gli ambiti egli voleva far toccare con mano che Dio stava cominciando a regnare, e cioè ad avere la meglio nei confronti dei mali che impedivano a uomini e donne di star bene, di essere veramente felici. Perché ciò era appunto per lui il "regno di Dio". Non un luogo, non uno spazio geografico, ma una situazione. Una situazione nuova, plasmata secondo il volere di quel Dio che egli, nell'intimità della sua preghiera, aveva l'ardire di chiamare "abbà" (Mc 14,36), e cioè "babbo caro". Aveva imparato dalla lunga esperienza di fede e di speranza del suo popolo che per questo Dio regnare significava intervenire nel mondo per dare agli uomini e alle donne "shalôm-pace", ossia la pienezza di tutti i beni.
    I segni che Gesù poneva erano molto concreti. A livello dei singoli individui, la reintegrazione della salute corporale (per es. Mt 8,1-4) e spirituale (per es. Mc 2,1-6), la liberazione dagli "spiriti cattivi" (per es. Mc 5,1-15), la restituzione della pace e della serenità nel rapporto con Dio (per es. Lc 7,36-50), il ricupero della dignità e il dono di un futuro di speranza (per es. Gv 8, 1-11) ...
    A livello sociale riguardavano soprattutto i rapporti tra le persone e i gruppi. Si coglie con chiarezza dai vangeli che egli riteneva come contrarie al volere di Dio, precisamente perché producevano effetti negativi, quelle situazioni in cui alcuni erano emarginati da altri, o venivano disprezzati in ragione della loro condizione di povertà, ignoranza o basso livello sociale, oppure erano deprivati in qualche modo dalla loro dignità.
    Il suo debole per i peccatori in ragione della loro condizione di emarginazione da parte dei "giusti" (Mc 2,15-17; Lc 15,1-3), ne è una chiara dimostrazione. Altrettanto si deve dire del fatto che si mettesse dalla parte dei poveri, proprio perché li vedeva disprezzati e anche sfruttati dai ricchi (Mt 5,3; Lv 6,20), o dalla parte delle donne, in una società fortemente maschilista e patriarcale (Mt 19,19,1-6; Lc 20,27-36). Si direbbe, da queste prese di posizione, che egli non riusciva a sopportare il fatto che la vita delle persone venisse menomata da rapporti mortificanti tra di loro. Trovava che ciò offendeva Dio stesso e impediva che Egli regnasse nel mondo.
    Qualcosa di analogo succedeva nei confronti di quelle istituzioni e strutture che, invece di favorire lo star bene della gente, contribuivano a farla star male.
    Due esempi permettono di capirlo chiaramente. Il primo è il "libello del ripudio", un istituto giuridico-religioso che, traendo origine dalle prescrizioni di Mosé, permetteva agli uomini di sbarazzarsi delle loro mogli per mille motivi diversi. Naturalmente, chi ne soffriva pesantemente le conseguenze era di solito la donna, ridotta in questo modo a un oggetto alla mercé dell'uomo. Gesù reagì vigorosamente contro tale abuso, dichiarandolo contrario al volere originario di Dio: "All'inizio non fu così", perché Dio li creò uguali in dignità, rispose a quelli che gli chiedevano se era lecito farne uso (Mt 19,4-5).
    L'altra istituzione presa di mira da Gesù fu il Tempio, eretto nel remoto passato in onore del Dio della vita e della libertà come luogo di preghiera e d'incontro del popolo, e convertito ai suoi giorni in una "spelonca di ladri" dai sommi sacerdoti. Gestito a servizio dei loro meschini interessi, si era trasformato in un centro di potere che, anziché favorire un rapporto vivificante con Dio, favoriva lo sfruttamento del popolo. L'adirata reazione di Gesù, ampiamente raccontata dai quattro evangelisti (Mt 21,12-13; Mc 11,15-17; Lc 19,45-46; Gv 2,13-16), permette di captare quanto egli si sia sentito toccato da questa situazione.
    E fu precisamente questa sua reazione ad accelerare la tragica conclusione della sua vita.
    Mediante questi segni Gesù lasciò intendere cosa intendeva dire quando annunziava, con tanto entusiasmo: "il regno di Dio è qui" (Mc 1,15). Ognuno di essi era come una freccia che puntava in un'unica direzione: la creazione di una nuova condizione di vita in cui tutto rispondesse alla volontà di felicità del Padre suo per il mondo. Perché, nel suo modo di pensare, il Dio che doveva stabilire il suo regno in mezzo agli uomini era appunto Colui che egli sentiva e invocava come "abbà", e perciò come infinito desiderio di vita per tutti e ognuno degli esseri da lui chiamati all'esistenza.
    L'evangelista Giovanni esprime con parole proprie le stesse cose dette finora quando, nel discorso del Buon Pastore, riporta quella frase di Gesù: "Io sono venuto perché abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10). Con essa intende mettere a fuoco il nucleo stesso della missione di Gesù, ciò che gli altri evangelisti chiamano "il regno di Dio".
    E va notato che, come ha tenuto a far rilevare recentemente Giovani Paolo II nella sua Enciclica Evangelium Vitae, la vita di cui si parla in questa frase è senz'altro anzitutto la comunione filiale con Dio, ma sono anche tutte le altre dimensioni e aspetti dell'esistenza umana, a cominciare dalle più elementari, quelle che hanno a che fare con lo star bene corporalmente (n.1).
    In nessun momento, infatti, Gesù si dimostra "spiritualista", nel senso di occuparsi solo di ciò che riguarda l'interiorità dell'uomo, o "religiosista", nel senso di occuparsi solo di ciò che interessa il suo rapporto con Dio. Per lui, il regno di Dio, ossia la vita in abbondanza, riguarda tutto l'essere umano in tutte le sue dimensioni. Egli vuole tutti sani, liberi, gioiosi. Vuole che tutti e ognuno "stiano bene" nel senso più pregnante dell'espressione. Specialmente quelli che stanno meno bene, quelli che di vita ne hanno di meno.
    Occorre ancora aggiungere che quando Gesù, appena lanciato il suo proclama, iniziò a convocare uomini e donne attorno a sé, lo fece proprio spinto da questa motivazione di fondo: il "regno di Dio". La chiamata dei primi quattro discepoli resta paradigmatica al riguardo. Egli li vede affaccendati nel mestiere dei pescatori, e propone loro di seguirlo, aggiungendo questa chiarificazione: "Vi farò pescatori di uomini" (Mc 1,17). Ed essi, lasciate le reti, lo seguirono, indubbiamente affascinati da questa sua proposta di lavorare per la pienezza di vita degli uomini.

    PER IL LAVORO PERSONALE E DI GRUPPO

    Leggi con attenzione il vangelo di Marco da 1,14 a 3,12 cercando di cogliere:
    1) la motivazione di fondo con cui agisce Gesù di Nazaret;
    2) i segni che va ponendo nella direzione di ciò che cerca.

    Preghiera

    O Gesù,
    tu hai vissuto con passione incontenibile
    la preoccupazione per il regno del Padre tuo,
    ossia per la vita in abbondanza
    di tutti e ognuno degli esseri umani.
    Fa' anche di me, come hai fatto dei tuoi discepoli,
    e di tanti che lungo il tempo hanno creduto alla sua parola,
    un "pescatore di uomini"
    per la pienezza della vita.
    Amen.


    T e r z a
    p a g i n A


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