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    Bruno Forte

     

    papafranc

    Quattro parole mi sembra rendano preziosa per tutti l’omelia che Papa Francesco ha tenuto durante la celebrazione eucaristica di inaugurazione del suo servizio di vescovo di Roma, successore di Pietro. Si tratta di quattro termini incastonati in un discorso dalla luminosa semplicità, pronunciato col tono di chi parla dal cuore al cuore, come pastore che cerca, ama e abbraccia quanti Dio ha voluto affidargli e chiunque volesse ascoltarlo.

    La prima è la parola “custodia”. Il Papa l’ha spiegata riferendosi al ruolo di San Giuseppe in rapporto a Maria e Gesù: egli ne è il “custode” ed “esercita questa custodia con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende”. Custodire vuol dire stare accanto agli altri con attenzione d’amore, prevedendo, provvedendo, rispettando e accogliendo l’altrui cammino nella profondità del cuore e della vita. “Custode” (“shoter” in ebraico) è, peraltro, il bellissimo termine che l’Antico Testamento usa più volte in riferimento al Dio della storia della salvezza: “Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra” (Salmo 121,4-5).

    Analogamente a come l’Eterno custodisce il suo popolo, Giuseppe custodisce la santa famiglia, e il suo atteggiamento diventa modello di altre “custodie”, cui siamo tutti chiamati: la “custodia” del creato, quella del prossimo, quella del Dio venuto fra noi e per noi. “Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!”. Lo sguardo di questo umanissimo Papa si allarga qui all’intera famiglia umana: “La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene”.

    Proprio così l’idea del custodire rimanda a un secondo termine usato da Papa Francesco: la “tenerezza”. Questa significa non semplicemente l’atto del donare, ma il dare con gioia che suscita gioia. Chi dando crea dipendenze, non è libero e non rende liberi. Chi dona con gioia e rende l’altro felice del dono e consapevole che ogni dono è un reciproco scambio di bene, rende l’umanità più vera, più serena, più bella per tutti. “Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza… Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!...

    Anche il Papa deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli”. Sono parole che hanno il sapore di quelle dette da Giovanni XXIII nell’indimenticabile “discorso della luna”, la sera dell’11 Ottobre 1962, giorno dell’inaugurazione del Concilio Vaticano II: proprio così, è il volto di una Chiesa amica degli uomini che si affaccia, non della cittadella fortificata preoccupata di difendere i bastioni, ma del lievito nella pasta, del sale della terra e della luce del mondo, donati per il bene dell’intera famiglia umana. S’illumina così anche il senso della terza parola dell’omelia di Papa Francesco che vorrei sottolineare: “servizio”.

    “Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce”. Servire è dare la vita per gli altri, come ha fatto Gesù. Servire è ritenere il bene di tutti più importante di ogni possibile interesse di parte, fino a dimenticarsi di sé. “Custodire Gesù con Maria, custodire l’intera creazione, custodire ogni persona, specie la più povera, custodire noi stessi: ecco un servizio che il Vescovo di Roma è chiamato a compiere, ma a cui tutti siamo chiamati per far risplendere la stella della speranza”. Servo dei servi di Dio, il Vescovo di Roma fa appello a tutti e a ciascuno, per condividere con tutti la responsabilità, la sfida, la promessa e la gioia del servizio. Non è un sovrano, ma un servo, un amico, qualcuno a cui guardare con fiducia, liberi da ogni paura, certi di essere rispettati e accolti sempre, comunque.

    Giungiamo così all’ultima delle quattro parole che ho voluto ricordare della bellissima confessione di Papa Francesco (“omelia” significa confessare la fede che arde, illumina e nutre il cuore di chi crede e con la parola e la vita annuncia la gioia della sua fede): la “speranza”. Il servizio del vescovo di Roma, a cui tutti sono invitati a partecipare nella misura del dono dato a ciascuno da Dio, tende precisamente a questo: “far risplendere la stella della speranza”. È convinzione dell’attuale Successore di Pietro che potrà riuscirci chiunque saprà custodire “con amore ciò che Dio ci ha donato!”. La barca di Pietro ha un timoniere umile e forte, tenero e fermo: a tutti l’invito a navigare con lui sui mari della vita e della storia, anche quando essi si annunciano tempestosi, non solo sperando, ma anche organizzando la speranza, e organizzandola insieme per la forza di un servizio fatto di tenerezza e di custodia, rivolto a ciascuno, accogliente per tutti.

    (Il sole 24 ore, 20 marzo 2013)


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