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    Se la scuola aperta è culla di democrazia


    Se la scuola aperta

    è culla di democrazia

    Massimo Recalcati

    L’ennesimo passo falso per poi ritornare indietro? La spinta a riaprire la Scuola nonostante l’impennata di contagi sarà destinata a naufragare ancora una volta? Ma perché proprio adesso, in piena quarta ondata? Non sarebbe meglio prolungare, come alcuni governatori hanno autonomamente deciso di fare, la sua chiusura? Dall’inizio della pandemia il problema della chiusura e della apertura della scuola si è riproposto insistentemente. Tre brevi considerazioni in occasione di questa ennesima ripartenza. La prima riguarda il problema della sicurezza: abbiamo imparato che la Scuola in quanto tale non è affatto il luogo elettivo per la trasmissione del contagio. Esattamente il contrario: la sorveglianza degli allievi e del rispetto delle misure di sicurezza all’interno di un contenitore regolato lo elegge a uno dei luoghi più sicuri. La seconda considerazione riguarda le nuove generazioni: i nostri figli esigono con sempre maggiore (e legittima) insofferenza di tornare a vivere in piena libertà.
    Per questa ragione non esistono no vax tra le giovani generazioni, se non in percentuale limitatissima e per lo più condizionata dalle decisioni dei loro genitori. Ma perché non esistono no vax tra i giovani?
    Perché non esiste cultura del sospetto, del complotto, perché non esiste timore nei confronti della vita, o, se esiste, questo timore non è sufficiente a frenare la spinta alla vita.
    Gli adolescenti non temono affatto il vaccino perché temono assai più del vaccino le effettive restrizioni della libertà provocate dal loro eventuale rifiuto. La terza considerazione riguarda la Scuola in senso stretto: l’apertura della Scuola è sempre più necessaria in un paese come il nostro che si è rivelato in questi tempi così difficili culturalmente arretrato, ideologicamente superstizioso, ancora attraversato da una pervicace retorica populista. L’esistenza di insegnanti no vax è, da questo punto di vista, una assoluta contraddizione in termini. Ne abbiamo avuto una prova recente in quella aberrazione collegata all’utilizzo della sigla del Comitato di liberazione nazionale, storicamente legata alla grande stagione della resistenza partigiana contro l’occupazione nazifascista, per definire le ragioni politiche e culturali del movimento no vax. L’estinzione del sentimento della vergogna nella vita politica è ormai di vecchia data ma fa sempre impressione quando l’uso irresponsabile di categorie che riguardano la nostra memoria collettiva avviene così bruscamente e spavaldamente, senza la benché minima cura per le persone che hanno dato la vita per quegli ideali. È questo un orrore che solo la vita culturale della Scuola può frenare.
    Bisogna, dunque, riaprire la Scuola, tornare a studiare, ricacciare i mostri, generare cultura autenticamente democratica. È probabilmente una emergenza assai più grande, se mi è permesso, di quella dell’emergenza sanitaria. Senza una Scuola degna di questo nome un paese cancella la propria identità. Non solo. Sappiamo quanto la cultura dell’odio faccia sempre la sua necessaria apparizione nei tempi di maggiore crisi e smarrimento. A questa cultura è necessario ma non sufficiente rispondere con la cultura del dialogo e della tolleranza. Una cultura del dialogo e della tolleranza che rinunciasse ad assumere responsabilmente delle decisioni che pongano fine al dialogo e alla tolleranza per marcare differenze inconciliabili contraddirebbe se stessa. È lo spirito dei nostri tempi. Accade anche nelle famiglie dove la retorica del dialogo offre l’alibi ai genitori per non assumere decisioni che potrebbero renderli meno amabili agli occhi dei loro figli. Ci vuole una Scuola che funzioni a spiegare che la libertà è qualcosa di più di un diritto individuale, che senza pensiero della comunità non c’è vita collettiva possibile. Coloro che rivendicano il diritto alla loro libertà individuale come un diritto assoluto, privo di vincoli, dovrebbero tornare a Scuola, dovrebbero tornare a studiare. La vita comunitaria della Scuola insegna, prima ancora che sul piano culturale, che nessuno può prescindere dai regolamenti che ne ordinano la vita. Non si tratta qui tanto di dispositivi autoritari ma della palestra fondamentale della democrazia. Riapriamo la Scuola per insegnare ai nostri figli che la democrazia implica l’esistenza di un bene comune che non può prescindere dalla responsabilità di ciascuno.

    (La Stampa - 13 gennaio 2022)


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