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    Educare alla vita buona
    del Vangelo in oratorio /1

    Marco Mori

    (NPG 11-02-43)

    Raccontare l’oratorio non è facile. Per fortuna. Ci sono troppe fantasie educative dentro le tradizioni dei nostri oratori: è impossibile ridurre in poche pagine il suo stile e le sue possibilità. Soprattutto significa che ognuno di noi porta già dentro di sé un’idea più o meno precisa di oratorio: per la sua esperienza, per come ne sente parlare, per le espressioni e le idee che il pensiero comune lega all’oratorio.

    Però un alfabeto comune lo si può rintracciare e forse oggi diventa necessario. La riflessione che intendo proporre si muove in questa direzione, cavalcando due binari: quello di una ricerca essenziale degli elementi che fanno l’oratorio (muovendosi così sul livello più teorico della sua definizione) (in questo numero della rivista) e quello di un’indicazione di alcune scelte ritenute decisive nell’oggi che possono essere fatte proprie da ogni oratorio (muovendosi sul livello di corrette prassi che costruiscono un oratorio più autentico) (nella puntata successiva). 

    L’oratorio secondo i vescovi 

    In realtà da poco tempo come mondi oratoriani possiamo riconoscerci in un’unica definizione. È uno dei regali che i Vescovi italiani ci hanno fatto negli Orientamenti pastorali per il prossimo decennio. Esattamente al n. 42 «definiscono» l’oratorio e scrivono: «esso accompagna nella crescita umana e spirituale le nuove generazioni e rende i laici protagonisti, affidando loro responsabilità educative. Adattandosi ai diversi contesti, l’oratorio esprime il volto e la passione educativa della comunità, che impegna animatori, catechisti e genitori in un progetto volto a condurre il ragazzo a una sintesi armoniosa tra fede e vita. I suoi strumenti e il suo linguaggio sono quelli dell’esperienza quotidiana dei più giovani: aggregazione, sport, musica, teatro, gioco, studio». È la prima volta che i Vescovi sentono l’esigenza di definire l’oratorio in un documento così strategico come gli orientamenti pastorali: significa che l’oratorio è un tema che interessa tutta l’Italia (e non solo una sua parte, come spesso si sente dire) e che può essere oggetto di investimento educativo da parte di ogni comunità diocesana e parrocchiale. Di elementi ce ne sono parecchi, proviamo ad analizzarli uno ad uno. 

    L’oratorio accompagna. È il verbo usato per sintetizzare l’intuizione educativa dell’oratorio: non è una scuola che insegna, non è un gruppo che simpatizza, non è una biblioteca che informa, non è un bar che socializza, non è un campo di calcio che fa giocare… è un’insieme di esperienze, di attenzioni, di persone che svolgono il servizio educativo dell’accompagnamento. Quindi l’oratorio fa tante cose (anche tutte quelle ricordate prima) ma con uno stile preciso: accogliere, affiancare, camminare insieme, non sostituirsi nel cammino, aspettare, sollecitare, responsabilizzare, rendere protagonisti, proporre, rileggere insieme.

    Tutte le declinazioni educative di un atteggiamento di accompagnamento possono essere ospitate nell’oratorio: non è luogo di insegnamento o, peggio, di indottrinamento; non è nemmeno luogo semplicemente dei ragazzi senza una presenza adulta significativa. Ma è sicuramente luogo di incontro, di scambio, di espressione, di rielaborazione, di sostegno, di ricerca del senso, di relazione tra persone e con Dio, di ricerca comune delle cose da farsi, di scoperta reciproca dei valori, di narrazione di vita, di ricerca di esperienze da poter vivere insieme e non da soli. 

    Non basta: l’oratorio accompagna nella crescita umana e spirituale. Non divide l’uomo dalla sua spiritualità, non crea scissione tra ciò che è della persona e ciò che è del Vangelo. È luogo di sintesi e di incontro anche tra le diverse dimensioni personali che nella nostra cultura vengono spesso presentate come escludenti o, almeno, indifferenti le une alle altre. La specificità dell’oratorio si gioca su questa attenzione: il rischio dell’incontro. Rischio perché accostare le dimensioni dell’uomo non è sempre operazione semplice o tanto meno scontata. Rischio perché la proposta dell’incontro è di per sé debole: non è gestibile solo da chi la offre ma richiede un consenso esplicito anche da chi la riceve, come ogni vera e incisiva educazione. È comunque un rischio bello: non si educa a compartimenti stagni e, forse, i ragazzi sono stufi di eccessive specializzazioni che non riescono mai a rimettere insieme i pezzi di vita.

    L’oratorio dovrebbe offrire questa possibilità: per questo risulta enormemente significativo là dove riesce a creare una sintesi tra vita e fede, un collegamento tra sentimenti e ragione, tra divertimento e responsabilità… Non ci mancano i percorsi educativi, forse ne abbiamo fin troppi; ci mancano i luoghi di sintesi tra i percorsi educativi: l’oratorio si muove dentro questa pretesa e assume questa sfida. Ecco perché non può essere mai ridotto ad una singola attività o ad un singolo percorso ma è l’insieme delle proposte che in una comunità vengono pensate a attuate per i ragazzi. 

    Sembrerebbe banale commentare il fatto che l’oratorio accompagni le nuove generazioni. Se non fa questo cosa dovrebbe fare? Invece vale la pena soffermarsi anche su questo particolare: nuove. È vero che le nuove generazioni sono, prima di tutto, le ultime arrivate. Dire che l’oratorio è per loro indica una volontà, da parte della comunità cristiana, di sostenere percorsi educativi pensati esattamente solo per loro, per i più piccoli, per chi sta crescendo, per i giovani. Un dato dell’invecchiamento della nostra popolazione si desume anche dalla fatica ad investire su strutture e percorsi per i più giovani: l’oratorio nelle nostre comunità è casa per loro e va mantenuta in questa direzione.

    Ma dire nuove generazioni significa anche affermare qualcosa di più del dato anagrafico: è facile intravvedere una serie di nuovi bisogni educativi che tutte le generazioni stanno vivendo. Ci sono nuovi bisogni educativi nei genitori che devono far crescere i loro figli: in questo senso l’oratorio tenta di ospitare anche questa novità. Ci sono nuovi bisogni di accoglienza di nuove povertà, nei ragazzi e anche nelle altre età: l’oratorio è luogo di incrocio per rispondere anche a queste necessità. Ci sono nuove situazioni anche perché alcune sfide le affrontiamo ora e solo una decina di anni fa apparivano lontane e nebulose: i nuovi mezzi di comunicazione elettronici, la massiccia presenza di ragazzi immigrati, gli orari della vita cambiati, la gestione di situazioni particolari nelle famiglie…

    L’oratorio è un luogo nella comunità cristiana che non ha paura di assumere tutto ciò che è nuovo: lo accoglie, gli dà spazio, si interroga su cosa fare, lo sostiene, lo incoraggia, lo cura dove è necessario. Quando un oratorio funziona bene nelle nostre Parrocchie significa che quella comunità non ha paura del nuovo, ma lo sa integrare nei propri percorsi e ne fa oggetto della propria missione educativa. In una cultura dove la diversità e la novità, se non si allinea con gli standard precostituiti, è sinonimo per lo meno di diffidenza, la comunità dell’oratorio porta avanti silenziosamente un’integrazione intelligente e costruttiva tra la tradizione e l’innovazione, tra l’accoglienza delle esigenze che si rinnovano e il mantenimento di ciò che abbiamo costruito di utile e di bello e che va trasmesso a tutti. Non è poco. 

    L’oratorio rende i laici protagonisti, affidando loro responsabilità educative. È palestra di vocazioni educative. Il protagonismo è di casa in oratorio ed è un protagonismo popolare, cioè per tutti. Ma non banale: infatti è educativo, cioè fa coincidere la soggettività di chi vuole dare tempo e fatica con la sua responsabilità nei confronti degli altri.

    La possibilità di essere soggetti attivi in oratorio coincide con la capacità di donare qualcosa di sé per gli altri, soprattutto per chi sta crescendo: ciò rende bello e affascinante l’ambiente dell’oratorio, con la possibilità di un contagio reale di questa logica soprattutto nei ragazzi, i quali diventano educatori perché vedono intorno a sé tanta gente diversa nelle storie, nelle capacità, nelle competenze ma che fa, in modi diversi, l’unica cosa necessaria che consiste nel donare agli altri. 

    L’oratorio si adatta ai diversi contesti. Significa che non esiste un unico modello di oratorio e che la cosa non è assolutamente problematica. Non c’è un’unica storia o un’unica prassi educativa che deve essere valida per tutti: non c’è supremazia per storia o per tradizione.

    Ciò rende l’oratorio attivabile in ogni situazione e, potenzialmente, dovrebbe rendere ogni oratorio unico e irripetibile: nessuna situazione è così povera da non poter avere un oratorio e nessuna comunità è impedita ad educare con lo stile dell’oratorio. Anzi: un oratorio è vero nella misura in cui non copia dagli altri strutture, ambienti o attività, ma si sforza di pensare e progettare se stesso in relazione alla situazione del proprio paese, del proprio quartiere, dei propri ragazzi o educatori. 

    La radice di questo legame con la propria territorialità, però, non è culturale o tradizionale, ma personale. Viene infatti precisato immediatamente che l’oratorio esprime il volto e la passione educativa della comunità. L’oratorio non è l’insieme delle strutture o delle cose da fare ma delle persone concrete e della loro passione: ciò è così vero che l’oratorio funziona come uno specchio della comunità, che ne mostra i lineamenti e la bellezza o i limiti. Che l’ambiente oratoriano funzioni come cartina tornasole della comunità è esperienza assolutamente reale: là dove esiste passione educativa, pur in mezzo ad una miriade di problemi, cresce la fede, la fiducia.

    Basta girare per qualche oratorio sparso sul nostro territorio nazionale per rendersi conto immediatamente di una legge inesorabile, per la quale non esistono più le mezze misure: oratori anche di grandi tradizioni semi-vuoti e magari, accanto, oratori poverissimi ma pieni zeppi di ragazzi. Non ci salva né la tradizione né il consolidamento di alcune attività né la presenza di grandi strutture più o meno innovative e complete: ci salva solo una rinnovata voglia di essere educatori con uno stile preciso fatto di coinvolgimento delle persone. Dove c’è questo si fa oratorio. La centralità della persona e la sua importanza, concetto caro alla nostra tradizione, va declinato anche a livello educativo: la prima ricchezza di un oratorio coincide con la qualità delle persone che fanno comunità educativa.

    Concretamente dove si vede la comunità in oratorio? In tanti aspetti, ma quello più cruciale è probabilmente la reale presenza di differenti soggetti educativi. I Vescovi, infatti, specificano: animatori, catechisti e genitori. È lo stile di relazione educativa fra i diversi soggetti e quindi le diverse attività che fa dell’oratorio una casa educativa: tanta della difficoltà educativa degli oratori, infatti, si gioca sul superare un malinteso senso di condominio educativo delle diverse attività. L’oratorio non è una scatola che tiene insieme più cose e più persone, ma un progetto, cioè la possibilità che ognuno trovi il proprio posto ma per costruire qualcosa di unico e insieme. Avere un progetto e farlo diventare alfabeto comune di tutti gli educatori permette a ciascuno di assumere un ruolo educativo che trasfigura la propria dignità: non importa cosa faccio, ma il fatto che ciò che compio riesce a costruire qualcosa di più grande e di più bello di me, perché nulla è inutile e tutto è prezioso. Persino le persone che ogni lunedì mattina puliscono l’oratorio sono educatrici. 

    Arriviamo così al cuore del discorso: l’oratorio serve a condurre il ragazzo a una sintesi armoniosa tra fede e vita. Qualcosa abbiamo già detto, ma qui occorre riflettere ancora più in profondità. Infatti qui viene presentato il modo con cui l’oratorio compie l’annuncio evangelico: non è un’azione particolare ma il modo con cui si riveste ogni azione che si fa in oratorio. Ovvio che ci vogliono gli incontri di preghiera, ma l’oratorio annuncia la fede perché non rinuncia a credere che la vita del ragazzo non si possa significativamente incrociare con quella di Gesù e ciò deve avvenire non solo nei momenti espliciti di preghiera.

    Interessante notare come in questa parte della definizione siano presenti due caratteristiche che sono lontanissime dalla nostra cultura: la sintesi e l’armonia. La vita dei ragazzi non cerca la sintesi, ma l’esperienza continuamente rinnovata; non cerca nemmeno l’armonia ma le sensazioni forti. Questa è la sfida dell’oratorio: dare la possibilità ad ogni ragazzo di toccare con mano che la fede non è qualcosa di noioso ma un centro vitale che può dare consistenza e senso. Ecco perché questa azione è meno preoccupata dell’ortodossia e più di un’esperienza incisiva: ci sarà tempo per sistemare tutti gli elementi della fede, ma non si può perdere l’occasione di sentirla come qualcosa di bello e affascinante, che mette ordine non perché rende la vita piatta e noiosa ma perché permette alla vita di non appiattirsi sull’inconsistente e sull’inutile. In realtà far toccare con mano la bellezza del Vangelo significa aiutare il ragazzo a dare consistenza alla sua vita: non solo scelte dettate dal momento, ma volute e desiderate per vedere la vita come la vedeva Gesù, per amare come Lui. 

    Gli strumenti e il linguaggio dell’oratorio sono quelli dell’esperienza quotidiana. Finalmente la quotidianità non è banalizzata, ma assunta come centrale. Siamo ancora un po’ figli dell’idea educativa dei grandi eventi. Che servono, non c’è dubbio. Ma che servono a poco se non sono inseriti in una logica di quotidianità. L’oratorio è grande perché è quotidiano: vicino, a portata di mano, con esperienze magari povere ma reali, calibrato sulle possibilità del proprio paese, ospitante diverse attività di volta in volta pensate insieme…

    I Vescovi sono così convinti di questa cosa che ne fanno addirittura un elenco: aggregazione, sport, musica, teatro, gioco, studio. Gli ambiti della vita dei ragazzi, appunto, con l’intenzione (mi pare) di non escluderne nessuno: tempo libero, tempo dell’impegno, tempo dell’espressività, tempo delle attività strutturate… Tutto diventa educativo e non esiste nulla, nella vita dei ragazzi, che possa essere escluso da questa attenzione. Non c’è niente in quello che loro possono fare o proporre che non possa essere degno di stima: ogni interesse è di per sé educativo e va coltivato in questa direzione. Soltanto uno sguardo miope e piccolo distingue azioni educative da altre non educative; ma di certo questo non può essere lo sguardo dell’oratorio.


    L’Autore è presidente del FOI – Forum degli Oratori Italiani.


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