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    L'opzione giovanile

    nella parrocchia

    salesiana

    Juan E. Vecchi

    In R. 26 si afferma che la parrocchia affidata alla Congregazione, si distingua per il suo carattere popolare e l'attenzione ai giovani, soprattutto ai più poveri» e «consideri l'oratorio e il centro giovanile parte integrante del suo progetto pastorale».
    Richiama C. 26 «I giovani a cui siamo inviati», che dice: «Il Signore ha indicato a don Bosco i giovani, specialmente i più poveri, come primi e principali destinatari della sua missione».
    Cosa significa e come si può realizzare in una parrocchia salesiana?
    Abbiamo chiesto a don Juan Vecchi, di indicarci gli elementi qualificanti della opzione giovanile e le modalità di realizzazione in questo momento storico in una parrocchia salesiana.

    1. Premesse

    Mettiamo bene a fuoco il tema che intendiamo trattare per essere sicuri che guardiamo le cose dalla medesima prospettiva.
    Parlando di opzione giovanile della parrocchia il primo movimento può essere quello dí pensarla in forma settoriale e clericale: un aspetto o settore, quello della gioventù, in cui i sacerdoti dovrebbero sviluppare un'azione maggiormente energica e aggiornata. E poiché si tratta di parrocchia salesiana, la cosa si risolverebbe con un aumento di personale.
    È meglio chiarire subito che la logica della nostra riflessione sarà un'altra. Per esplicitarla ricordiamo brevemente, dandola come conosciuta, la configurazione che sta assumendo la parrocchia oggi.
    La parrocchia è la manifestazione minima completa, all'interno dell'organizzazione ecclesiale, della totalità del popolo di Dio. Ad essa compete formare e dare espressione visibile alla comunità cristiana che vive in un territorio, mediante la Parola, la liturgia, la comunione fraterna e il servizio alla comunità degli uomini.
    Tutto ciò diventa la sua «testimonianza» della vita nuova, che viene da Cristo, che essa confessa e annuncia come il Salvatore dell'uomo.
    Tradizionalmente questo lo si realizzava mediante la cura religiosa degli adulti (cura delle anime), l'iniziazione cristiana dei bambini (prima comunione-confermazione) e la socializzazione religiosa, che trovava i suoi luoghi tipici nella famiglia, nella scuola, nella vita della parrocchia stessa e nella cultura popolare.
    Questo modello non corrisponde più alla situazione religiosa odierna. Pertanto si sono via via venuti proponendo nuovi modelli di parrocchia, sotto l'influsso di tre fattori: l'ambiente secolarizzato e tutto ciò che implica come concezione di vita; una comprensione più profonda di ciò che vuol dire essere cristiano oggi e, dunque, l'originalità della comunità cristiana; i problemi che affronta la comunità degli uomini, all'interno della quale i cristiani vivono in solidarietà con gli altri.
    Per la nostra riflessione è utile considerare tre modelli, con le conseguenze che ne derivano:
    * La parrocchia-comunità: il popolo di Dio, più che cliente o recettore di cure, servizi e beni religiosi, è soggetto principale, attivo e responsabile, della vita e della missione ecclesiale. Secondo questo modello l'opzione giovanile non può ridursi all'organizzazione di un settore, per quanto perfettamente e completamente la si possa fare. Non si tratta di destinare un confratello per occuparsi di una «attività». Il modello comunitario richiede che l'opzione giovanile diventi obiettivo assunto, vissuto e perseguito da tutta la comunità cristiana.
    * La parrocchia-missione: la parrocchia non viene vista tanto come luogo fisico unicamente a servizio dei credenti, ma piuttosto come un insieme articolato di iniziative di evangelizzazione, dirette a tutta la popolazione, svolte in ambienti diversi, attraverso canali molteplici, che vanno da azioni compiute da tutta la comunità fino alla testimonianza e alla parola di ciascuno dei credenti. Alla radice di questo modello ci stanno il primato dell'evangelizzazione e il diritto e la capacità dì ogni cristiano a partecipare alla missione della chiesa. Secondo questo modello l'opzione giovanile intende raggiungere non solamente quelli che già vivono all'ombra della chiesa, ma tutti i giovani del territorio e specialmente quelli lontani.
    * La parrocchia-territorio: la parrocchia cessa di essere considerata responsabile della sola dimensione religioso-cristiana separata dagli altri aspetti della vita personale o sociale. Come conseguenza la comunità cristiana partecipa solidamente ai problemi della società ed esprime la sua fede assumendoseli come propri.
    È il risultato della concezione «laicale», che comporta anche una rivalutazione secolare della parrocchia. Secondo questo modello l'opzione giovanile della parrocchia non riguarderà solamente l'area religiosa, ma ogni problema che possa favorire o sollecitare la crescita dei giovani.
    Questa prospettiva è stata ampiamente sviluppata in un sussidio del Dicastero: «La comunità salesiana sul territorio: presenza e missione».
    Ciascun modello suppone forme diverse di impostare (fondare) l'azione pastorale. E in tali impostazioni giocano elementi determinanti anche per l'opzione giovanile: il modo di intendere l'evangelizzazione, la relazione tra la comunità cristiana e la società, l'immagine con cui si presenta la chiesa, il ruolo del laicato, íl modo di pensare la dimensione religiosa e la sua relazione col «secolare».
    C'è un altro blocco di osservazioni previe da fare.
    Parliamo di parrocchie salesiane. Il fatto che i religiosi abbiano delle parrocchie non lo si deve a ragioni di supplenza, perché mancano sacerdoti del clero secolare.
    Al contrario, comporta l'intenzione di arricchire la chiesa locale con l'apporto spirituale e pastorale della vita religiosa in generale e di una delle sue forme in particolare. Esprimere l'identità salesiana nella parrocchia non è, dunque, una concessione o un «permesso»; è un diritto della chiesa particolare e, per noi, una condizione di vita.
    I tratti caratteristici della parrocchia salesiana sono stati già presentati con chiarezza. Tutti influiscono sull'opzione giovanile. Però a noi interessa sottolinearne due che dànno un tono e un significato speciale a quanto diremo.
    Il primo è il criterio «educativo». I salesiani sono sempre e dovunque pastori-educatori. La congregazione è per l'educazione. Non significa: per le scuole, ma per la promozione delle persone e degli ambienti. Intendiamo la pastorale giovanile non solo come l'area ristretta dell'educazione religiosa, ma, a partire dall'Evangelo, come l'ampio servizio dí aiuto alla persona perché possa svilupparsi ed emergere da tutti i condizionamenti negativi. Per noi l'opzione giovanile comprende anche la «casa», il «cortile», le attività culturali.
    Il secondo tratto che occorre ricordare è il carattere popolare. Nostro punto di riferimento non sono quelli che già stanno dentro, i primi della classe; ma gli ultimi, quelli che non sanno a quale parrocchia appartengono, la base, i più. A costoro ci riferiamo anzitutto quando facciamo progetti, e da questo livello partiamo sempre.
    Da tutto ciò che abbiamo detto risulta una chiave di lettura per interpretare l'opzione giovanile della parrocchia salesiana. Anche se l'esprimiamo in forma semplice e stringata, non per questo cessa di essere illuminante: la nostra opzione giovanile è comunitaria, missionaria, solidale, educativa, popolare. La assume e la porta avanti la comunità, vuole giungere a tutti, assume i problemi che toccano la vita dei giovani, tende alla maturazione integrale della persona, ha come punto di riferimento gli ultimi.

    2. Come si presenta il campo giovanile della parrocchia

    La parrocchia è una «terra di missione». Ha come destinatari tutti i giovani del territorio. La religiosità di questi giovani riflette in parte quella di tutto il contesto sociale italiano. Se ne è scritto e parlato abbastanza in questi ultimi tempi. Tuttavia occorre ricordare alcuni tratti caratteristici quando si vuole riflettere sull'opzione giovanile.
    L'allargamento dell'età giovanile ha fatto diventare insufficienti le fasi tradizionali dell'iniziazione cristiana (prima comunione, perseveranza, confermazione), considerate ín altri tempi come momenti definitivi della comunicazione della fede. Le situazioni che detenni-nano l'orientamento dell'esistenza (ingresso nel mondo del lavoro, università) hanno luogo più tardi. La sintesi culturale, la presa di posizione etica sui problemi più sentiti, certe scelte di vita hanno luogo dopo l'iniziazione. Il tempo, le esperienze, i contenuti dottrinali di questa iniziazione continuano a essere importanti, ma sono ben lontani dal coprire, anche materialmente, la fase giovanile. I giovani sono abbandonati dai programmi sistematici di formazione cristiana quando si trovano ancora ín piena evoluzione.
    Il fenomeno dell'allontanamento giovanile dalla pratica religiosa che le chiese denunciano, talvolta già subito dopo la prima comunione, e quasi sempre dopo la confermazione, rende materialmente difficile la comunicazione della comunità ecclesiale con la massa giovanile e anche con gruppi ristretti di giovani. A mano a mano che si avanza verso la giovinezza, le opportunità e i luoghi di incontro, dialogo e socializzazione religiosa diminuiscono.
    La cultura della non credenza o dell'indifferenza religiosa, che i giovani respirano nell'ambiente sociale, di studio o di lavoro, determina una insignificanza sociale e vitale del religioso e dell'istituzione che lo rappresenta. I giovani elaborano la dimensione religiosa privatamente, con criteri personali, in forma frammentaria, ín funzione delle proprie esigenze. La comunità cristiana perde di importanza come riferimento obbligatorio per determinare ciò che si deve credere o assumere.
    Il linguaggio verbale che pretende di offrire contenuti logici con una spiegazione completa e coerente possiede un potere di convincimento molto relativo per determinare adesioni e opzioni vitali. Oggi parlano il gesto, l'immagine, i simboli dello status, la promessa di soddisfacimento e di felicità. Il card. Martini lava i piedi a dodici sieropositivi. E questo parla più e meglio che una lunga spiegazione dottrinale sulla chiesa. Dubcek o Sakarov possono tenere desta per ore l'attenzione di migliaia di giovani in una conversazione che, dal punto di vista concettuale, non ha contenuti diversi da quelli che gli stessi giovani non hanno voglia di ascoltare dai professori. Non sí leggono trattati, sí ricevono messaggi in codici vitali dei quali occorre possedere le chiavi.
    Gli spazi umani dove il messaggio religioso diventa significativo sembrano essere la soggettività e la solidarietà.
    La prima spinge alla ricerca di senso, di unità e consistenza per la propria persona (identità); offre un ancoraggio etico nella complessità della situazione attuale. Questi sono bisogni personali non materiali, interrogativi impliciti e intuizioni germinali che toccano profondamente la persona e non muoiono.
    Dalla chiesa ci si aspetta un messaggio di orientamento, una indicazione di salvezza, una testimonianza e una riflessione morale. Ma l'individuo si prende la libertà di accettare o meno ciò che essa dice, a seconda ,che tali messaggi rispondono alle sue domande. Si comporta come un consumatore che acquisisce ciò che gli va bene.
    La solidarietà appare come l'energia con la quale si può affrontare assieme le grandi sfide di fronte alle quali oggi l'umanità e ogni società si trovano perplesse (ambiente, pace e armamenti, povertà ed emarginazione, aids...). La testimonianza di solidarietà opera nei confronti dei giovani ín due modalità: perché sono raggiunti da essa in situazioni difficili, o perché tendono a manifestare l'impegno della fede attraverso la solidarietà.
    L'ampio spazio giovanile si presenta all'azione pastorale con alcune tendenze comuni che paiono conferirgli unità, e pertanto occorre tenere in debito conto la sua «subcultura». Però risulta anche molto diversificato in ciò che si riferisce a scelte di vita e disponibilità nei confronti della fede. Ci sono giovani impegnati, semplicemente praticanti, disponibili, vicini, lontani per diversi motivi, estranei al linguaggio e alla realtà ecclesiale.
    Altrettanto si può dire della situazione che caratterizza la crescita e lo sviluppo umano. E quindi non bisogna operare soltanto in base a generalizzazioni.

    3. Gli obiettivi della pastorale giovanile parrocchiale

    Prima di pensare a qualsiasi attività o organizzazione occorre precisare le mete della pastorale giovanile della parrocchia. La parrocchia abbraccia tutto il popolo di Dio. Come missione giovanile abbraccia tutti i giovani del territorio.
    Pertanto ordina gli obiettivi in modo diverso da come lo fanno una istituzione educativa cattolica (scuola, università), un oratorio-centro giovanile o un movimento ecclesiale. Non bisogna confondere né identificare l'opzione giovanile della parrocchia con quella di alcune di queste realtà o viceversa.
    La parrocchia missionaria si propone quattro obiettivi scaglionati nella sua pastorale giovanile:
    * che l'evangelo di Gesù giunga a tutti i giovani del territorio come «buona notizia»;
    * che coloro che si mostrano disponibili alla fede siano progressivamente iniziati al mistero di Cristo e alla vita ecclesiale mediante una catechesi organica;
    * che quelli che professano la fede si impegnino nella promozione della dignità della persona, nel permeare evangelicamente l'ambiente e nella costruzione della comunità degli uomini;
    * che la comunità cristiana giunga a essere «segno e strumento» di salvezza per tutti, ma specialmente per i giovani.
    In questa enunciazione sintetica si vuole far vedere, in primo luogo, l'estensione dell'opzione giovanile che fa la parrocchia: tutti i giovani, secondo le diverse fasi della crescita biologica (preadolescenti, adolescenti, giovani), secondo la loro situazione di vita (studenti, lavoratori, disoccupati, emarginati...), secondo la loro relazione con l'esperienza religioso-cristiana (non battezzati, lontani, disponibili, praticanti, impegnati).
    Si sottolinea al tempo stesso la necessità di diversificare gli obiettivi secondo i livelli di maturazione cristiana dei giovani per non escludere a priori quelli che possono fare solamente un primo passo, né metterli tutti sullo stesso livello.
    Si suppone che le iniziative si rinnovino continuamente a ognuno dei livelli. Il primo annuncio occorre pensarlo e farlo con la medesima assiduità, frequenza e regolarità che si usano per la prima comunione. È il problema principale che si trova ad affrontare la chiesa di oggi che vive un tempo di evangelizzazione per la quale non ha potuto predisporre un insieme di processi come li ha pr l'iniziazione cristiana.
    Perciò diventa interessante esplicitare in che cosa può consistere l'annuncio e il tipo di risposta che ci si aspetta dal giovane d'oggi in ciascuno dei cerchi o livelli sopra descritti.
    Prendiamo come punto di riferimento la gioventù (17-24 anni) e come variabile principale la sua posizione nei confronti della fede.
    Il cerchio più ampio è costituito dai destinatari del primo annuncio, quelli che si denominano «lontani». La lontananza è prodotta o fortemente condizionata da uno di questi fattori: la situazione generale di vita come l'emarginazione sociale o culturale, la precarietà, la mancanza di condizioni fondamentali di esistenza. In quelli che non sono toccati da queste condizioni intervengono la polarizzazione nell'immediato e la dispersione nel superficiale, la svalutazione della dimensione religiosa percepita soltanto sotto la forma cultuale o moralistica, il non aver avuto l'iniziazione cristiana fondamentale.
    L'ipotesi è che non si dà il giovane irreligioso, ma che in alcuni comincia a maturare una concezione agnostica dell'esistenza o una spiegazione culturale della fede.
    Quali possibilità ci sono di far risuonare il vangelo come «novità» e buona notizia in queste condizioni? La prassi di Gesù offre il modello. Egli ha degli atteggiamenti inattesi e socialmente fuori delle norme nei confronti di alcune persone: l'adultera, i pubblicani, Zaccheo. Sono comportamenti che esprimono confidenza, apprezzamento, vicinanza. Con altri ha dei gesti salvifici con effetti immediati di vita: guarigioni, liberazione da demoni. Ad altri dice parole che tolgono energicamente da situazioni dove la persona si trova ben installata perché non è consapevole del vero valore della vita. Le parole appunto aprono nuove prospettive.
    Questi sono i gesti e i segni di salvezza che la chiesa continua a compiere. Per alcuni l'annuncio sarà la vicinanza, la solidarietà, l'amicizia che provoca cambio di atteggiamento nei confronti di se stessi e della chiesa. Per altri si tratterà di farli passare dalla fissazione nell'immediato e dalla dispersione nel superficiale alla percezione dei problemi fondamentali dell'esistenza e a porsi domande di senso. Per altri diventa decisivo scoprire la ricchezza della dimensione religiosa della vita e il valore dell'esperienza cristiana come forza storica (i testimoni) o come opzione personale.
    Allora essi forse riescono a uscire dall'indifferenza, superano la distanza che si è creata rispetto al mondo religioso e si pongono interrogativi sulla fede e lo stile di vita a cui essa dà origine.
    Possiamo pure immaginare i passi che occorre proporre nel secondo cerchio.
    Gli interlocutori sono i giovani della religiosità «light», religiosità di emozioni passeggere e di convinzioni frammentarie, poco interessata alla conoscenza organica del mistero cristiano («verità della fede»!) e senza preoccupazione per la coerenza di vita. Dentro di essa ci sta tutto. Perciò non ci sono le crisi, gli entusiasmi o problemi che un tempo venivano a galla nel periodo dell'educazione. I giovani di questo cerchio non sono contrari né disinteressati ai problemi religiosi, ma «fedeli alla loro dichiarazione di indipendenza personale in riferimento agli impegni istituzionali ed etici».
    Hanno momenti di «emozione», impatto o riflessione religiosa, come folgori repentine. Sono provocati da una persona (il Papa, Madre Teresa, Roger Schulz, ...) da un evento (raduni giovanili, incontri personali, esperienze di volontariato, visita a missioni o a paesi di estrema povertà...), da un problema personale o dell'ambiente (droga, situazione di abbandono di persone, impatto etico negativo), dal ritorno di quello che si era acquisito in una buona iniziazione cristiana, da una prima riflessione matura sulla vita o su qualche problema particolare.
    La pastorale si propone di non perdere questo momento di curiosità, di impatto o interesse intellettuale e di accompagnare questi giovani verso una maggior conoscenza di Cristo, un maggior interesse per le sue parole e i suoi comportamenti, perché giungano a una adesione stabile e, alla fine, all'opzione per Cristo stesso.
    La re-iniziazione al mistero di Cristo, la conoscenza organica della fede, l'illuminazione dei problemi umani a partire dalla fede, vanno un po' alla volta consolidando un modo di pensare e di vivere cristiano (cultura cristiana!).
    La persona supera l'«eclettismo» nei giudizi e nei comportamenti e si unifica attorno alla fede. Si comincia allora a vivere nella chiesa, nella sua rete di relazioni; si fortifica il senso dell'appartenenza e si comincia a partecipare alla sua missione.
    La chiesa in questo processo assume una mediazione di straordinaria importanza. L'atteggiamento pastorale che si richiede è l'invito, l'accoglienza nei gruppi e comunità, il mostrare come la comunità cristiana valorizza e partecipa alla ricerca che i giovani compiono: vieni e vedrai.
    Il terzo cerchio, quello di chi «ci sta», dei praticanti, richiede alcuni passi di un itinerario perché la fede possa liberare tutte le sue potenzialità, la vita cristiana sia un'avventura e non un obbligo, e perché la chiesa appaia come luogo di convocazione e segno di salvezza.
    La fede e la pratica religiosa devono mutarsi in disponibilità per gli altri. Le chiese coinvolgono questi giovani in una prima prova di servizio mediante il volotariato, i servizi pastorali all'interno della comunità cristiana (catechisti, animatori), l'impegno in alcuni problemi sociali (disoccupazione, emarginazione, droga, carceri).
    Ma la disponibilità occasionale, maturando, tende a diventare «passione» per la causa dell'uomo e del Regno. Non basta aiutare. Occorre comprendere e assumere i problemi dell'uomo e del mondo in tutta la loro ampiezza e profondità. Allora si scopre che la donazione individuale e solitaria è solo relativamente utile e efficace. Si capisce che occorre inserirsi in movimenti ampi mediante la risposta a una vocazione.
    Questo porta a superare una azione puramente «entusiastica», soggettivistica, «moralistica» e a elaborare una lettura critica e organica della realtà che orienta verso forme di azione capaci di trasformare questa realtà a partire dalle cause dei dissesti. In questa direzione lo sforzo di formazione cristiana tiene in debito conto al tempo stesso la mentalità, lo stile di vita e il servizio della comunità, non puramente devozionale o caritativo ma ispirato al realismo storico.
    Una lagnanza di questi ultimi tempi è l'incapacità della comunità cristiana a generare militanti, più che per l'evangelizzazione, per la presenza «cristiana» nella società. In questo si manifesta dolorosamente la rottura tra fede e cultura, tra vita privata e impegno politi-co, per cui risulta difficile andare al di là della «pratica religiosa» e riuscire a «pensare, vivere e agire» secondo la fede.
    Il quarto obiettivo mira a uno dei punti principali della pastorale. In effetti la comunità cristiana è il soggetto dell'azione pastorale: è quella che la assume, la attua e la porta a compimento. Senza la sua testimonianza e partecipazione la pastorale non giunge a realizzarsi.
    Ma ne è anche l'oggetto: la pastorale ha come finalità quella di costruire la comunità, farla crescere, convertirla in «messaggio» e segno che colpiscono e attraggono, e in strumento di salvezza. Vuole allora fare nella e con la comunità cristiana un cammino di evangelizzazione, di maturazione nella fede, di impegno verso l'uomo.
    Di fronte all'opzione giovanile si pone la domanda sui passi che deve fare, l'immagine che deve acquisire, le trasformazioni che deve compiere la comunità cristiana nella sua totalità per arrivare a essere convocazione e annuncio, «casa» e compagnia per i giovani che intraprendono un itinerario di fede.

    4. Risorse e linee di azione

    Quali mezzi e risorse occorre attivare in una parrocchia salesiana «normale» per avvicinarsi a questi obiettivi? Verso quale direzione occorre orientare gli sforzi? Quali spazi di incontri si possono creare?.

    Una comunità con vocazione giovanile

    La prima risorsa è la comunità salesiana, con il parroco in testa: cioè che ogni membro della comunità e tutti insieme, come nucleo corresponsabile dell'animazione della parrocchia, siano «esperti», specialisti della condizione giovanile e delle risposte pastorali che bisogna dare. Tanto specialisti come lo sono quelli che si occupano delle scuole o dei centri giovanili!
    Il lavoro nella parrocchia non è un tirarsi indietro dal campo dei giovani, ma un'altra forma di stare tra i giovani. La «specializzazione» non è condizionata dal fatto di lavorare all'interno di una struttura. Ci deriva dalla vocazione stessa e dura tanto quanto la vita. «La nostra vocazione è segnata da uno speciale dono di Dio, la predilezione per i giovani: 'Basta che siate giovani perché io vi ami assai'. Questo amore, espressione della carità pastorale, dà significato a tutta la nostra vita» (Cost. 14).
    La «grazia» vocazionale sviluppa in noi un insieme di dinamismi affettivi e di atteggiamenti pratici. Sono la simpatia per il mondo giovanile, per il suo carico di spontaneità e imprevedibilità, per il suo idealismo e speranza, per ciò che i giovani rappresentano come vita e futuro, per la presenza di Dio nella loro esistenza.
    Tutto questo sbocca nella valorizzazione delle loro risorse: «in ogni giovane, anche nel più disgraziato, vi è un punto sensibile che, se opportunamente attivato dalla confidenza e dall'affetto, può convertirsi in fonte di entrgia per costruirsi». Ne risulta come conseguenza la capacità di accoglienza del giovane con i suoi processi, non certamente lineari, con le sue risorse che a volte paiono povere, con i suoi comportamenti, con il suo mondo.
    Vocazione (grazia!), atteggiamenti e dinamismi affettivi si concretizzano in una reale capacità professionale che porta ad una conoscenza seria e aggiornata della situazione giovanile: della collocazione dei giovani nella struttura della società, delle ripercussioni di questa collocazione sulla formazione della loro personalità, dei problemi che affrontano per elaborare i criteri e le scelte di vita, dei valori e stimoli che ricevono dall'ambiente, delle situazioni particolari in cui alcuni di loro si trovano. Più che di informazione si tratta di una «comprensione» della condizione giovanile in cui intervengono la conoscenza dei dati della realtà, la visione di fede e l'esperienza di vita.
    Il salesiano sviluppa questa capacità professionale con gli studi della formazione iniziale, con la pratica pastorale negli ambienti e gruppi giovanili, con il frequente scambio comunitario che aiuta a verificare e ad arricchire la propria percezione del mondo giovanile con la conoscenza che ne hanno gli altri confratelli.
    Può tuttavia succedere che questa preoccupazione sparisca dalla nostra prospettiva o per l'età o perché deleghiamo la cura della gioventù ad altre persone e istituzioni o per la routine di una pastorale che è diventata servizio religioso.
    La prima condizione per una opzione giovanile è pertanto che la comunità salesiana, responsabile dell'animazione di una parrocchia, si senta inviata ai giovani, faccia fiorire quegli atteggiamenti che sono tipici del nostro stile e mantenga aggiornata la sua competenza con lo studio, l'attenzione la riflessione comune sul fenomeno giovanile.
    Dove questo avviene, la parrocchia, anche se non può organizzare attività giovanili vistose e collettive, si trasforma in punto di riferimento per i giovani, perché i sacerdoti sanno accogliere con lo stile e il linguaggio che i giovani si attendono. Con la sola parola che si offre nella predicazione, l'accoglienza individuale, gli incontri occasionali nei luoghi più svariati, la direzione spirituale, alcune parrocchie sono più «giovanili» di altre che dispongono di grandi organizzazioni _per la gioventù.
    Le persone, anche senza strutture, incontreranno mille opportunità quotidiane, impreviste, a volte piccole, per offrire la loro parola e la loro disponibilità. Le strutture senza la presenza e gli atteggiamenti delle persone, risultano poco efficaci e a volte controproducenti.

    Una comunità cristiana educatrice

    Il secondo ambito che occorre attivare per realizzare l'opzione giovanile è la comunità parrocchiale.
    L'opzione giovanile, lo ripetiamo, non può ridursi all'organizzazione di un settore, per quanto completo e perfetto. Non si tratta solo di destinare un confratello per una certa «attività». Le cose camminano secondo criteri pastorali quando l'opzione giovanile è diventata tema di vivo interesse, obiettivo assunto, vissuto e perseguito da tutta la comunità cristiana. Il risultato più interessante è che la comunità adulta che si impegna corresponsabilmente nell'opzione giovanile, beneficia essa stessa dello sforzo educativo e del dinamismo dei giovani. Qui sta qualcosa di veramente originale! Più che uno sforzo degli adulti in favore dei giovani, l'opzione giovanile è cammino caratteristico di crescita di un'intera comunità cristiana.
    Qualcosa di nuovo accade quando la comunità accetta l'elemento giovanile come dinamizzatore di tutta la sua vita e azione. Questo lo afferma un testo salesiano: «La parrocchia salesiana costruisce la comunità parrocchiale tenendo in particolare conto i giovani. Il carisma salesiano valorizza il momento giovanile quale momento di rinnovamento, di crescita e di vitalità di tutta la comunità parrocchiale» (CG 21, n. 139).
    C'è una differenza rimarchevole tra una parrocchia «comune» con saloni per i giovani e un'altra che, anche senza saloni, assume comunitariamente e condivide in forma cosciente l'impegno di dare spazio ai giovani, di portare avanti un dialogo generazionale, accettare le sfide inedite e al tempo stesso comunicare la fede e i valori già vissuti.
    Quali sono gli aspetti che oggi occorre attivare perché si dia questa maturazione nella comunità cristiana?
    Alcuni sono quelli che si raccomandano per una buona pastorale degli adulti. Infatti il primo passo per una pastorale giovanile efficace oggi è una buona pastorale degli adulti. Gli adulti, oltre a contribuire in forma sostanziale a creare l'ambiente di crescita per i giovani (la comunità!), costituiscono un possibile modello di identificazione parziale o totale.
    Il presentare ora questi aspetti ci porterebbe per altri cammini. Li ricordiamo rapidamente: la disposizione ad ascoltare di nuovo l'evangelo come «buona notizia» di fronte a situazioni inedite della propria vita o del contesto socioculturale, lo sforzo di essere comunità cristiana, il concentrarsi sull'essenziale della fede imparando a relativizzare ciò che è secondario per vivere positivamente le tensioni, il solidarizzare con la dignità delle persone e con la giustizia nel proprio ambiente.
    Però ci sono processi che hanno relazione più diretta con la gioventù. La parrocchia che ha fatto l'opzione giovanile li programma e realizza con particolare attenzione: il far prendere coscienza della missione educatrice e abilitare a compierla nelle sue diverse forme, l'assumere i valori, le «cause» e gli atteggiamenti che i giovani sentono come «evangelici».
    Un passo più concreto consiste nel creare opportunità e forme mediante le quali si rendono possibili l'incontro e il dialogo tra le generazioni. Per questo la comunità apre spazi abbondanti all'espressione e alla corresponsabilità dei giovani nella vita parrocchiale. Gli esempi abbondano: la partecipazione negli organismi parrocchiali e nella preparazione assieme agli adulti di tutti gli eventi della comunità, l'apporto alla liturgia e alla preghiera, la responsabilità in diversi servizi alla comunità e nell'ambiente.
    Esprime più direttamente l'opzione giovanile la valorizzazione dell'attività educativa e della presenza degli educatori nella comunità parrocchiale.
    La comunità parrocchiale unifica il «ministero» dei genitori in seno alle loro famiglie, l'azione di quelli che si dedicano per professione all'educazione nelle diverse istituzioni, il servizio dei catechisti e degli altri agenti di pastorale, l'impegno dei cristiani attivi nel servizio ai giovani in organismi sociali e politici.
    Il dialogo tra queste persone e i giovani è stimolante e provocatorio. La crescita nella fede è anche un processo di identificazione con modelli. La vita affrontata insieme ha capacità di educare. Più che «prediche», la pastorale esige «pratiche» di come assumere l'esistenza cristianamente. La comunità adulta educata e disposta a educarsi continuamente aiuta a crescere secondo il detto che «si educa più per quello che si è che per quello che si dice».
    Sarebbe un errore concentrare il ministero educativo-pastorale nel luogo fisico della parrocchia o della scuola cattolica e limitarlo alle persone dei «chierici» e «religiosi». Certo, queste persone occorre valorizzarle: c'è tutto un cammino da fare perché le istituzioni cattoliche appaiano come l'espressione della capacità educativa della chiesa.
    Ma tocca alla parrocchia anche motivare, sostenere e abilitare quelli che hanno ricevuto il carisma dell'educazione. Ci sono parrocchie che questo carisma lo hanno organizzato come un dipartimento. Approfittando della sua competenza per iniziative di formazione in favore dei giovani e padri di famiglia. Lo fanno intervenire nella programmazione parrocchiale con apporti specifici e financo elaborano con gli educatori orientamenti per tutta la parrocchia. Essi sono come un radar che aiuta tutta la comunità a captare aspirazioni e problemi dei giovani.
    La parrocchia intera dunque approfondisce la prospettiva educativa ed è preparata anche per contribuire con notevoli apporti nel dibattito pubblico che alcune situazioni giovanili provocano tra gente di diversi credo e responsabilità.
    L'esempio più completo lo abbiamo visto nel piano triennale di educazione lanciato dall'Archidiocesi di Milano, con implicazione familiare e popolare ottenuta mediante forme semplici di comunicazione.
    Alcune parrocchie sono rappresentate stabilmente da questi educatori in organismi sociali e culturali del quartiere e della città, interessati alla promozione della gioventù.

    Un ambiente giovanile di educazione ed evangelizzazione

    C'è tuttavia un luogo e una istituzione dove l'opzione giovanile della parrocchia salesiana si rende visibile, dove si realizza e porta a compimento il dialogo tra le generazioni, dove si esprime in forma concentrata la preoccupazione educativa della parrocchia: è l'oratorio-centro giovanile.
    Dicono i Regolamenti all'art. 26: «La parrocchia affidata alla Congregazione... consideri l'oratorio e il centro giovanile parte integrante del suo progetto pastorale»... come «Elemento necessario e insostituibile della nostra presenza nella parrocchia», diceva il CG 21 (cf n. 139b).
    Tutte le parrocchie che privilegiano la gioventù assumono le linee di azione che abbiamo presentato prima. Cíò che è più tipico dell'opzione giovanile salesiana è la presenza immancabile dell'oratorio-centro giovanile. Esso offre in forma concentrata il progetto e lo stile per cui la parrocchia salesiana si propone di essere «casa che accoglie, chiesa che evangelizza, scuola che avvia alla vita, cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria» (Cost. 40); supera l'«immagine religiosa» della parrocchia e si presenta come servizio alla vita piena, come educatrice della persona e della comunità dalle prospettive della fede.
    La formulazione dei Regolamenti precisa due applicazioni: nell'organizzazione dell'opera salesiana, locale o ispettoriale, l'oratorio-centro giovanile deve collegarsi organicamente con la pastorale della parrocchia, più che considerarsi complemento del collegio o espressione dell'iniziativa individuale di un confratello.
    D'altra parte ogni parrocchia salesiana deve essere dotata di questo ambiente. Per la Congregazione questo è tanto importante che negli Atti del Consiglio Generale, al n. 326 si dice: «Il secondo frutto del centenario dovrebbe essere l'adempimento, caso per caso, del mandato regolamentare... Per quanto riguarda la sistemazione di quello che già abbiamo, è conveniente rivedere la situazione delle parrocchie per arricchire ognuna con le attività del centro giovanile. Per ciò che riguarda il futuro, sarà necessario accettare soltanto quelle parrocchie che per la loro collocazione geografica e sociale e per la disponibilità di ambienti e di personale ci consentono, insieme alla cura generale della popolazione, dí offrire ai giovani l'ambiente oratoriano».
    Questo potrebbe essere il nostro apporto come Congregazione all'arricchimento della pastorale parrocchiale della chiesa. In alcune diocesi l'oratorio è un obbligo per tutte le parrocchie. Lo si vede come l'unico luogo di ampia socializzazione cristiana, aperto alla massa dei preadolescenti, disponibile per gli adolescenti che cercano di compiere un cammino di crescita a cominciare dai livelli più bassi, proposto ai giovani impegnati. Diffonderlo, qualificarlo e aggiornarlo è compito dei salesiani.
    Per una riflessione completa sul valore dell'oratorio-centro giovanile nella comunità cristiana e nel territorio e sulla sua organizzazione e funzionamento, occorre riprendere tutto il materiale elaborato negli ultimi incontri sul tema, qui e in altre parti del mondo.
    Ora ci interessa ricordare solo alcune caratteristiche che hanno relazione con quello che stiamo trattando.
    L'oratorio-centro giovanile è un ambiente, uno spazio fisico che offre proposte varie ricreative, culturali, catechistiche, di impegno sociale e cristiano. Proprio per questa possibilità molteplice è aperto a tutti gli interessi dei giovani e a tutti i giovani che vogliono compiere un cammino. È al tempo stesso ambiente di accoglienza, di prevenzione, di educazione e di evangelizzazione progressiva.
    Ma più che spazio fisico e installazioni per attività, è una comunità. Non lo rappresenta bene l'immagine di un «incaricato» con molti ragazzi che giocano insieme. L'oratorio è un luogo dove convivono giovani e adulti che crescono e si impegnano insieme, articolato in gruppi per quanto aperto alla massa. Per questo si costituisce come luogo di dialogo tra le generazioni. Gli adulti partecipano nelle più svariate attività purché abbiano come finalità di convivere e condividere coi giovani: sono organizzatori, animatori, catechisti, assistenti, visitatori, curiosi,
    La selezione, la formazione professionale e cristiana, il senso dell'appartenenza ecclesiale, la capacità educativa, il lavoro come comunità degli adulti è íl primo dei compiti dell'oratorio. Più che gli edifici o le attività, gli adulti animatori danno il tono all'ambiente.
    L'oratorio-centro giovanile è una «missione aperta» per i giovani del quartiere. È dunque un centro dove i ragazzi arrivano e da dove si irradiano iniziative e messaggi verso quelli che ancora sono lontani, da dove si stabiliscono presenze in altri luoghi dove i giovani si incontrano. È concentrato in un ambiente e al tempo stesso sparso nel contesto sociale.
    Dal momento che è «missionario educativo», sí colloca come punto di incontro tra la comunità ecclesiale e la società civile, interessate entrambe al problema giovanile. Non è solo per la catechesi, o per le attività orientate alla catechesi. Si dirige a quelli che non sanno a quale parrocchia appartengono e assume tutti i problemi che toccano la vita dei giovani.
    D'altra parte r«evangelizzazione» costituisce la sua finalità. Perciò offre a tutti e continuamente l'annuncio di Cristo in diverse forme secondo i livelli dei giovani.
    È più laico della parrocchia e più religioso della società civile. Per questo la sua efficacia non si misura solo dal compimento degli obblighi religiosi da parte dei giovani, ma con il criterio più ampio dell'evangelizzazione progressiva dei ragazzi meno favoriti, la dignità che si va acquistando nell'incontro fra le persone, la capacità di suscitare interessi validi, la costruzione della solidarietà.

    Gruppi e movimenti ecclesiali

    Un'altra risorsa della pastorale giovanile organica ha relazione con l'oratorio-centro giovanile, anche se non si sviluppa totalmente all'interno della sua struttura: sono i gruppi e i movimenti ecclesiali. Ve ne sono per ambienti, per spazi geografici, per preferenza di spiritualità, per esigenze di servizi. Alcuni recepiscono diverse età e condizioni, altri sono esclusivamente giovanili, altri hanno un ramo giovanile con autonomia di programmazione. Ve ne sono di inter-parrocchiali e nazionali. Però niente impedisce che la parrocchia stessa formi i suoi gruppi.
    È chiaro che non prendiamo in considerazione i gruppi di bambini e adolescenti della catechesi abituale, ma altri raggruppamenti che sorgono in funzione dell'evangelizzazione, la comunione o il servizio della carità nella parrocchia.
    Le chiese particolari hanno dimostrato diverse preferenze: alcune favoriscono i movimenti «internazionali», altre preferiscono le comunità o gruppi che si originano dentro la comunità parrocchiale.
    C'è stata una dialettica tra le parrocchie e i movimenti, oggi in parte risolta, almeno teoricamente, dalla ChL (cf n. 29-32) e dalla «Pastores dabo vobis» (cf n. 68). È probabile che si possa giungere a una sintesi in cui ciascuna parte assuma qualcosa del nuovo che sta avvenendo nella chiesa. La parrocchia dovrà superare la mentalità di «quartiere» o di «villaggio» ed inserirsi in uno sforzo universale di spiritualità e di penetrazione del Vangelo negli ambiti a cui difficilmente giunge da sola.
    I movimenti dovranno partecipare alla vita della comunità senza pretese di «titoli di nobiltà»; e soprattutto dovranno dare un apporto specifico proprio, ma secondo i criteri e gli obiettivi che la pastorale locale ha elaborato in contatto con la realtà da evangelizzare, rinunciando a presentarsi con «direttive o consegne» speciali da parte dello Spirito o della Chiesa universale.
    Nel Documento n. 3 «Elementi e linee per un progetto educativo pastorale nelle parrocchie rette da salesiani» c'è una criteriologia sui movimenti ecclesiali (cf pp. 16-17), a cui indirizziamo per non allontanarci dal tema.
    La problematica dei gruppi giovanili è solo in parte eguale a quella dei movimenti ecclesiali generali. La formazione, strutturazione e inserzione dei gruppi giovanili nella parrocchia presentano aspetti propri e sono quelli che ci interessano.
    La pluralità è una necessità. In effetti i gruppi nascono per soddisfare urgenze personali, come la preghiera, l'approfondimento dottrinale, l'esperienza comunitaria; o per portare avanti iniziative di servizio nell'ambiente. Costituiscono il ponte tra il centro giovanile e il contesto: hanno la loro base nel centro ma agiscono con una certa autonomia nel territorio.
    La preoccupazione «pastorale» è che i gruppi arrivino a essere luoghi di crescita cristiana integrale. In tal caso dovranno affrontare la problematica di una fede adulta: cultura, etica, questioni sociali, politica. Possono scatenare tensioni ed essere focolai di conflitti. Le chiese e i pastori devono essere disposti ad accettare qualcosa più dell'«obbedienza» o della «devozione». La giovinezza è tempo di elaborazione e di prova. Occorrerà accompagnare questi gruppi moderando sbocchi negativi o tendenze non equilibrate (élitismo, segregazione, spiritualismo, radicalizzazione politica). Soprattutto occorrerà pensare più organicamente un itinerario di formazione che ordini le esperienze dei giovani e le illumini con la riflessione di fede (cf «L'animatore salesiano nel gruppo giovanile»).
    La interrelazione dei gruppi tra di loro e con la grande comunità parrocchiale, che si costruisce con orientamenti e momenti comuni, è indispensabile per evitare la «privatizzazione» dell'esperienza cristiana. In alcune parrocchie, oltre che considerarla necessaria perché il gruppo possa esistere, l'hanno formalizzata in un organismo parrocchiale.
    L'animazione dei gruppi suppone nei pastori una valorizzazione dei laici. E di conseguenza, la capacità e la preoccupazione di formarli. Ad essi effettivamente occorre affidare la responsabilità del dinamismo e della coordinazione dei gruppi. L'opzione giovanile suppone allora la capacità di coinvolgere molti collaboratori convenientemente informati e costantemente preparati.
    Finalmente i gruppi, come tutta la comunità cristiana, sono per il mondo. La pastorale stimola la loro presenza attiva nel contesto umano con un impegno conforme alla loro propria identità, ai bisogni concreti del territorio e alle opzioni della chiesa.

    La pastorale di zona

    I gruppi e i movimenti ci conducono a un'altra risorsa che conviene utilizzare per realizzare l'opzione giovanile della parrocchia: la pastorale di zona. I giovani appaiono meno identificati con le istituzioni stabilite, siano esse civili o religiose. Si uniscono d'altra parte per una certa solidarietà generazionale meno manifestata oggi che dieci anni fa, ma che rimane nella sensibilità comune verso certi valori e modalità di vita.
    Le iniziative di una parrocchia non possono fare tutto. Ci sono proposte e situazioni che richiedono di agire a livello di zona. Ce lo ricordava il Capitolo Generale Speciale:, «Oggi che i sacerdoti in cura d'anime sono sempre più chiamati a svolgere il loro servizio in forma più- collegiale (consigli presbiterali), inseriti in unità pastorali più ampie (zone, decanati, vicariati), o mandati a particolari settori (mondo del lavoro, delle migrazioni, ecc.), i salesiani devono sentirsi missionari dei giovani e degli ambienti popolari in forma più duttile» (n. 410).
    Ci sono nuovi luoghi di socializzazione giovanile e nuovi circuiti di circolazione di messaggi; ci sono nuovi processi di trasmissione delle esperienze di vita e nuove forze che intervengono nella formazione delle evidenze collettive che costituiscono la cultura. Ci sono «santuari» dell'esperienza religiosa giovanile dove si accorre da tutte le parti; ci sono «cause» per le quali i giovani si uniscono a distanza; ci sono concentrazioni massive a cui partecipano giovani di diverse parrocchie e regioni.
    La parrocchia ha smesso di essere «sufficiente» a soddisfare tutti gli interessi, anche solo religiosi, come ha smesso di esserlo «il paese» per l'educazione e, in certa misura, la stessa nazione per la cultura, gli interessi scientifici e certi progetti politici.
    Non sarebbe difficile riempire pagine per dare fondamento a questo assetto e per descrivere le sue manifestazioni quotidiane. Noi tiriamo solo tre conclusioni: è necessario osservare la realtà giovanile e studiare risposte pastorali anche in ambito ampio, inter-parrocchiale, diocesano, nazionale; è urgente che noi, sacerdoti e agenti di pastorale di parrocchie che compiono l'opzione giovanile, partecipiamo alla progettazione e realizzazione di questa pastorale ampia, considerandola una dimensione «normale» dell'azione ecclesiale oggi; è necessario aver cura della comunicazione sociale verso il mondo giovanile.
    Quest'ultimo non occorre intenderlo in primo luogo come uso dei grandi strumenti della comunicazione di massa né ridurlo all'intervento di pochi esperti, «commissionati per tale compito»; ma come la capacità dei gruppi e dell'intera comunità di far giungere messaggi all'ambiente umano mediante una presenza significativa, con un linguaggio di «fatti», gesti e parole capaci di influire sulla mentalità della gente.
    «Nel territorio che è intessuto di relazioni... lo stile di presenza e i fatti hanno una risonanza collettiva. Sono importanti non solo i risultati di una azione pastorale, ma la capacità di alcuni gesti di convertirsi in modelli di riferimento, ín 'segni' di determinati valori, in 'messaggi' che costruiscono opinione e criterio» (cf «La comunità salesiana sul territorio», p. 77).
    I fatti e il loro significato circolano e arrivano a essere comuni e condivisi mediante l'uso dei canali della comunicazione di massa. Con essi si può mobilitare un alto potenziale di influsso sociale, diffondendo idee, liberando energie di bene, facendo convergere numerose forze al servizio della comunità umana. L'opzione giovanile attiva questa risorsa, secondo le proprie possibilità, a servizio della crescita umana e cristiana dei giovani.

    5. Elementi organizzativi

    Da tutto ciò che abbiamo detto scaturiscono due conclusioni.
    Non esiste «un'immagine unica» di parrocchia, e pertanto non c'è un'unica realizzazione dell'opzione giovanile. L'uniformità è puramente esterna: una chiesa, un parroco, alcune funzioni. La pastorale concreta ci fa pensare in «campi di missione», diversi per tipi di popolazione, mezzi di cui si dispone, situazione della comunità cristiana, problemi che affronta la comunità degli uomini.
    Di conseguenza, e questa è la seconda conclusione, si avverte la necessità dí concepire la pastorale e le pastorali in forma «organica», integrando e potenziando, includendo più che escludendo ciò che fanno i vari gruppi e operatori, moltiplicando e coniugando le iniziative di cui è capace la totalità della comunità cristiana in un determinato ambito in ordine ad alcuni obiettivi fondamentali.
    È chiaro che se non si tratta di «adempiere» determinati compiti, ma di dare una risposta adeguata alla situazione, gli elementi organizzativi non sono secondari. La comunione e la missione si sono espresse e sviluppate sempre con l'appoggio indispensabile delle strutture. L'organizzazione ecclesiale è un esempio. Le strutture creano mentalità e dànno continuità.
    L'opzione giovanile che caratterizza la parrocchia salesiana sarà solo un «desideratum» (e non dico che sia inutile anche solo restare a questo livello) se non conta su di una organizzazione che dà unità e continuità alle diverse realizzazioni.
    L'esperienza ha indicato quattro elementi di questa organizzazione.
    In primo luogo una persona che nell'équipe di animatori si dedichi alla gioventù per scoprire tutte le possibilità e mettere in moto tutte le forze disponibili. Una proposta del 1971 diceva: «Direttore dell'oratorio o centro giovanile è il vicario parrocchiale incaricato del settore giovanile» (CGS, n. 432).
    Ciò suppone un certo modo di intendere l'oratorio e anche una capacità di lavorare in comunione, senza settorializzare una particolare attività con i giovani: lavorare tenendo come riferimento principale le persone e gli obiettivi, più che i ruoli e le strutture.
    Il secondo elemento è una programmazione totale dell'area giovanile. In essa si traccia la situazione giovanile della parrocchia. Le banche di dati e gli studi sociologici e pastorali aiutano in questo momento a farsi un'idea sufficientemente completa di questa situazione.
    La parrocchia stabilisce priorità tra iniziative che già sta sviluppando in favore dei giovani chiarendo bene gli obiettivi e migliorando la loro qualità. Ne programma altre che le sono possibili cercando di raggiungere i diversi cerchi di cui abbiamo parlato, privilegiando gli aspetti che possono dinamizzare la comunità.
    L'animazione di diverse attività e il coordinamento di molti sforzi di gruppo e personali richiederanno una commissione ampia di pastorale giovanile. Serve come luogo di formazione e per far convergere verso gli obiettivi le diverse aree in cui si vanno creando iniziative (annuncio, catechesi, liturgia, servizi, centro giovanile, gruppi...). Già nel 1981 era stata data questa indicazione: «Il settore di pastorale giovanile, mentre si differenzia in obiettivi, metodologia, attività e operatori, senza staccarsi dalla pastorale d'insieme, non potrà che trarre beneficio se può contare su di un consiglio, équipe o gruppo di animatori che condividono la responsabilità, studiano insieme le linee da seguire e le iniziative da sviluppare e ampliano il raggio di azione per raggiungere il numero più grande possibile di giovani» (Elementi e linee per un progetto... Documento n. 3, 1981, p. 25). È opportuno che questa commissione abbia carattere pubblico e sia parte integrante dell'organizzazione parrocchiale.
    Finalmente occorre favorire la presenza del settore giovanile nel consiglio pastorale della parrocchia. Ci sono consigli in cui l'elemento giovanile è rappresentato in vari modi: giovani, operatori nel settore dei giovani, educatori. Mediante la partecipazione al consiglio pastorale (anche se non solo!) i giovani esercitano la corresponsabilità, entrano in dialogo con gli altri componenti della comunità e dinamizzano con i loro apporti la vita della parrocchia.

    (FONTE: CISI, L'oratorio via per educare i giovani al vangelo della carita. Atti convegno 1992, pp. 49-72)


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