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    LETTERA 3

    Chi ha paura della morte?

    Breve escursione su pandemia, fede, preghiera e l’ultimo passaggio

    lettera 3


    Dal sussidio:
    «Di felicità, d'amore, di morte e altre storie (Dio compreso)»
    Libero carteggio tra una giovane millennial e un vecchio parroco di periferia
    Chiara - don Massimo
    https://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=17987

     


    TESTI DI AVVIO E DI APPROFONDIMENTO

    La morte è troppo denigrata, come la vita, d’altronde. Da un lato maltrattiamo la vita, perché significa maltrattarla se ne parliamo unicamente dal punto di vista economico [...]. E dall’altro lato, denigriamo la morte. Si tratta del diritto e rovescio di uno stesso errore.
    La virtù della morte riguarda l’interruzione che provoca, lo stupore che ci sorprende e la ripresa necessaria a cui ci condanna. La morte ci obbliga a vedere chi siamo. Ci obbliga ad amare ogni cellula del nostro sangue perché tutto quel colore rosso presto o tardi verrà versato nella terra. La morte è colei che interrompe grandemente, è la più grande interruzione, e le interruzioni sono per ciascuno una sorta di risveglio. [...] Questa ragazza di cattiva reputazione che è la morte porta con sé, in realtà, molte cose belle. Evidentemente è brutale ma perché noi l’abbiamo sempre respinta. Quando giunge, lo choc è frontale, nulla più del preavviso, siamo condannati all’ebetismo.
    Mentre si tratta proprio della nostra stessa vita che si rovescia su di noi chiedendoci di seguirla. Tanto più il nostro stupore è grande di fronte alla morte, maggiore è la nostra volontà di allontanarla. E più l’allontaniamo da noi, più si rivela terribile. [...] Parlando della morte, parlo necessariamente del suo doppio. Non vivo mai un giorno senza pensare alla morte poiché il mio pensiero è sempre rivolto alla vita. È la fragilità di questa vita che la illumina al meglio. [...] La morte ci parla della vita, la illumina. [...] Vivere e morire abitano la stessa casa. Sono due sorelle che escono insieme per strada. Se si incontra l’una, si incontra l’altra. [...] Sono incapace di amare la vita senza saperla mortale, nell’immediato.
    (Christian Bobin, Un azzurro che non mente più)

    Dio non ha creato la morte, e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra. ] gli empi invocano su di sé la morte con le opere e con le parole; ritenendola amica, si struggono per lei e con essa stringono un patto, perché sono degni di appartenerle.
    (Sapienza 1,13-16)

     

    LA LETTERA DI CHIARA

    da una stanzetta a Varigotti, lunedì 27 giugno 2022

    Caro don Massimo,
    scrivo un po’ al buio in una stanzetta di una casa a Varigotti, un piccolo borgo ligure che mi ha cresciuto per undici anni. Anche questa volta ti scrivo da un luogo diverso, ma come ti dicevo durante il cammino a piedi dello scorso maggio avrei dovuto spostarmi un po’ per vacanzine di qualche giorno e per qualche lavoretto. Qui a Varigotti sono con T. che mi ha regalato questi due giorni per il compleanno e io sono contenta di raccontargli tutte le storie che mi legano a queste vie.
    Ti scrivo perché mentre stavo per addormentarmi mi è balenato per la mente il pensiero della mia ultima volta qui. Era fine febbraio del 2020, era poco prima della pandemia, prima di tutto quello stravolgimento inaspettato e imprevedibile che ha toccato ogni singolo individuo.
    Onestamente non ho molto di cui parlare, non è passato ancora abbastanza tempo per permettermi di elaborare il tutto come si deve.
    Ho ancora paura, quando sento di qualcuno vicino a me che è risultato positivo, mi metto in allarme (anche se appunto qualora dovessi essere contagiata non dovrei avere troppe complicazioni), mi agito subito e ho paura. È più forte di me, non riesco proprio a controllarlo.
    Anche io, come quasi tutti, ho preso il Covid-19, il mio primo giorno di malattia è stato il 10 marzo del 2020, quello di mio padre l’8 e quello della nonna l’11 (mia madre segnava tutto su un foglietto per tenere monitorata la situazione). Così mi hanno subito isolata in una stanza e ho scontato lì la mia quarantena aspettando che i sintomi passassero.
    Sono guarita, anzi siamo tutti guariti senza registrare, grazie al cielo, alcun morto, persino la nonna ce l’ha fatta. Siamo stati fortunati, non c’è dubbio. Eppure in quelle settimane, in quei mesi il tema della morte era all’ordine del giorno, anzi era un appuntamento fisso alle 18.00 con il bollettino dei contagi e del numero di decessi.
    Qui devo fare una premessa: a casa mia il tema della morte è sempre stato trattato con molta naturalezza, concepita come una “cosa” ovviamente inevitabile. Non ho mai avuto paura della morte, che credo sia diversa dalla paura di morire, e l’ho sempre considerata come un qualcosa che prima o poi capita a tutti. Non mi fa paura o fastidio parlarne, la considero una delle cose più naturali della vita. Se ci pensi la morte, in questo caso intendo la mia morte personale, è una cosa che non mi riguarda affatto. Quando morirò, io sarò morta e quindi la questione non mi riguarda. La mia morte è solo mia, nessuno può morire al mio posto ma nello stesso tempo non mi farà soffrire. Piuttosto sono gli altri che soffriranno. Soffre chi rimane in vita, non chi è morto. Sia chiaro, credo che aver paura della morte e paura di morire siano due concetti e sensazioni differenti, nel secondo caso, la paura di morire la interpreto come un qualcosa di positivo: puro istinto di sopravvivenza animale quali noi siamo. Però, sì, l’esperienza della morte, noi la facciamo solamente attraverso quella degli altri. Assurdo no? Comprendiamo un qualcosa al quale siamo destinati solo perché qualcuno accanto a noi muore.
    Ho trovato sempre affascinante come l’uomo in qualche modo abbia sempre cercato di rifuggirla, di dominarla, di mantenere viva la presenza di chi se ne è andato all’interno della propria vita. I riti e i culti sono davvero moltissimi ma sembra che ogni popolazione, ogni comunità, ogni villaggio sia accomunato proprio da questo. Credo che i riti servono per alleviare la sofferenza.
    Il tenere in vita qualcuno che non c’è più rende più accettabile il dolore che si prova, il ricordo sembra anestetizzare la perdita subita.
    Sofferenza vera e profonda, per mia fortuna per ora non ne ho mai provata, però durante la pandemia ho associato questa sensazione al rumore delle sirene delle ambulanze. Il silenzio totale, nessuno in strada, solo il rumore continuo e straziante delle sirene, l’ululato del cane e nessuna risposta, e di nuovo il silenzio. Se devo immaginare la sofferenza me la immagino così.
    Beh questo è il poco da dire che ho in merito a questo tema, ogni mia riflessione mi sembra banale o troppo acerba per comprendere certe dinamiche. Però una cosa ora te la voglio chiedere. Ho studiato un pochetto di storia del cristianesimo e gli studi di storia in generale mi hanno lasciato un profondo se non radicale legame tra la morte e la fede, eppure io non capisco. Per prima cosa non riesco a comprendere come può essere possibile incolpare un Dio per una qualche sventura? Comprendo che trovare il “colpevole” sia fondamentale e necessario per un qualche motivo irrazionale, ma perché proprio Dio? La seconda domanda riguarda la preghiera: quando da piccola recitavo le preghiere prima di andare a letto si pregava sempre per i morti e se qualcuno era malato anche per i malati. Ora io mi domando quale sia lo scopo e il senso della preghiera? Come può una persona riuscire a trovare la pace o la serenità – escludo a priori la guarigione perché credo sia più una questione di riuscire a trovare un nuovo equilibrio piuttosto che un miracolo – attraverso la preghiera? E come si prega per poter raggiungere questo equilibrio? Ecco, sulla preghiera sono proprio pessima, non riesco proprio a comprenderne i meccanismi, i perché e i come.
    Intanto ti saluto perché mi sto addormentando davanti al computer, attendo una tua risposta e se correlata con un abc di come pregare ne farò tesoro.
    Con affetto, un abbraccio.
    Chiara.

     

    LA RISPOSTA DI DON MASSIMO

    Bergamo, martedì 28 giugno 2022

    Cara Chiara,
    l’abitudine al dialogo credo stia facendo bene a entrambi. A me di sicuro. Il piacevole compito che mi sono assegnato nel risponderti, sperando di non lasciare inevase le tue domande, obbliga a spogliarmi delle scontate certezze e dei presunti guadagni intellettuali. Devo dire, Chiara, che stavolta nominando la morte hai proprio sfoderato il tema dei temi. Non che i precedenti non fossero all’altezza, ma quello della morte su cui ti soffermi a lungo (lasciandomi patate bollenti da palleggiare tra le mani come un giocoliere da circo) è davvero la grande questione per la quale sono nate filosofie e religioni, intese non come camomille per quietare la coscienza premoderna o sedativi dell’anima credulona. La cultura contemporanea fatica a riconciliarsi con la realtà della morte (sfacciata? brutale? inospitale?).
    Filosofie e religioni maturano nella coscienza profonda delle culture per rispondere all’enigma della morte e al come morire umanamente (teniamo d’occhio il come, perché spero di poterci tornare). Gli uomini di ogni tempo, giustamente anche tu lo accennavi, hanno cercato nei riti e nei miti risposte al mistero (e alla paura che esso generava), per il quale non disponiamo di passepartout di accesso ma soltanto balbettii scomposti. L’essere umano vive il frattempo e rimangono a lui indisponibili sia la sua origine (da dove vengo?) sia la sua destinazione (dove andrò?). Ma è un tema per il quale non dobbiamo cercare immediatamente risposte: “Le risposte sono le disgrazie delle nostre domande” scrive uno degli scrittori francesi che amo di più, Christian Bobin, in un delizioso libretto-intervista che, per altro, è una lunga meditazione sulla morte: Un azzurro che non mente più. Riti e culto sono stati il tentativo di addomesticare l’enigma della morte, alleviare la sofferenza, ma non credo che possiamo derubricarli al ruolo di pii atti consolatori. Sì, d’accordo, saranno stati il modo di padroneggiare l’arcano insoluto ma nello stesso sono stati anche la maniera di provare a dare un senso a qualcosa che altrimenti genererebbe soltanto angoscia. E, infatti, in tempo di pandemia, a fronte del volume assordante della morte (sirene e ambulanze), cosa ci è mancato per davvero? La ritualità e le parole cultuali della liturgia, che non solo confortavano e provavano a circoscrivere l’angoscia per la perdita dei cari che non abbiamo più potuto accarezzare e baciare (tener loro la mano nel passaggio della morte, prenderci cura del corpo, lavarlo, vestirlo…), ma cercavano anche di dare un senso a quell’evento imponderabile che di senso sembrava non averne neanche un po’.
    Mi incuriosisce moltissimo che una giovane “frequenti” con naturalezza il tema della morte. Non mi sembra sia consuetudine del mondo giovanile che semmai cerca di vivere con maggior leggerezza la vita senza farsi tormentare da domandone così. Per la verità, non è così: i giovani pensano alla morte, e li trovo molto sensibili quando capitano eventi traumatici che mettono in discussione il senso complessivo della vita: noi adulti, i giovani, li rappresentiamo quasi sempre per comodi stereotipi. Siamo tutti figli, comunque, di una disavventura culturale che ha fatto della morte – ormai da secoli – un tabù: da una parte, bandita dalla comunicazione pubblica dove non si muore mai, al massimo si “viene a mancare”, relegata negli angoli dell’unpolitically correct (al bando chi ne pronuncia il nome), dall’altra continuamente ostesa in mille altri format culturali (dall’arte ai social, passando per le serie tv e la musica). Ci vorrebbero ancora menestrelli post-medievali alla Branduardi per restituirle quella sorta di francescana sororità e toglierle l’aurea minacciosa da memento mori tipico delle danze macabre: “Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo, / posa la falce e danza tondo a tondo: / il giro di una danza e poi un altro ancora / e tu del tempo non sei più signora” (Ballo in fa diesis minore). Francesco d’Assisi riuscì a scrivere poco prima di morire lo straordinario Cantico delle creature (o di frate Sole) dove perfino la morte era chiamata sorella: “Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale”. Francesco aveva paura della morte? Immagino di sì, come tutti, ma quello che conta è come egli si è presentato all’appuntamento ultimo (e tu qui, Chiara, con il tuo come c’entri il tema): nudo, spogliato di tutto, ma non angosciato, anzi quasi liberato (e non perché non gli piacesse vivere, anzi vivere gli è piaciuto moltissimo) e con la certezza (tremante) dell’incontro con il Maestro della sua vita di cui – si dice – abbia riportato sul corpo le tracce, come fanno gli amanti che lasciano qualcosa di sé sul corpo dell’altro e ricevono dall’altro qualcosa di lui o di lei (anche quando il qualcosa dato o ricevuto ha la figura di una ferita). Vorrei tornare su questo aspetto, perché attiene al rapporto morte-fede che ti sta tanto a cuore. Beh, sta a cuore anche a me. La tua posizione nei confronti del tema della morte mi ha ricordato una canzone dei Baustelle: “La morte non esiste più / Non parla più, non vende più / Mio folle amore / … / Credimi, morire non è niente / Se l’angoscia se ne va”. (La morte non esiste più). Non è la morte in sé, ma l’angoscia del morire quello che mette in scacco la nostra esistenza e ci lascia disarmati di tutto. Ma ora procediamo secondo l’ordine tematico della tua lettera: ci aiuterà perché il cammino sarà lunghetto.
    La pandemia, se così possiamo esprimerci, ha avuto un grande “merito”: farci (ri-)scoprire che siamo esseri mortali. Ce lo eravamo un po’ dimenticato. Così sicuri dei risultati della scienza, e ubriacati dalle promesse della medicina, noi abbiamo continuato a cicaleggiare con l’idea che la morte potevamo tenerla a bada. Sempre. Invece, un subdolo e ingannevole virus, che ha avuto la spudoratezza di non guardare in faccia a nessuno, ha messo in scacco il mondo intero.
    Ci credevamo onnipotenti e ci siamo risvegliati fragili. Fragilissimi.
    In quel periodo, uscirono alcuni brevi saggi che aiutarono molto a comprendere il “ritorno” (inedito?) della morte. O, meglio, a comprenderne l’evidenza: l’uomo aveva ricominciato a morire. Di questo tenore sono le analisi puntuali raccolte dal nostro don Giuliano Zanchi nei suoi due densi pamphlet: I giorni del Nemico. Il grande contagio e altre rivelazioni e appena dopo Qualcosa ci parla. Sussurri e grida tra una tempesta e l’altra. Mi piace ricordarli perché più di altri ci hanno restituito la verità della precarietà della natura umana: la finitudine e la vulnerabilità. Appunto, la pandemia ha brutalmente decretato la fine di una superstizione: l’invulnerabilità. Ti dirò che anche Silvano Petrosino aveva offerto una splendida meditazione – Lo scandalo dell’imprevedibile. Pensare l’epidemia – attorno agli esiti dell’umano nel tempo del Covid-19: in un colpo solo quello che era il fiore all’occhiello dell’homo technologicus veniva messo sotto scacco da un banale “scherzo della natura”. Noi maestri della previsione (scientifica, matematica, algoritmica) siamo stati messi all’angolo dall’imprevedibile che ha introdotto anche tanta morte e molta sofferenza: la morte era diventata qualcosa di non più previsto perché lontano dai radar della sensibilità moderna sicura dei propri mezzi. Hai ragione Chiara, l’esperienza pandemica che non avremmo mai voluto vivere, in realtà ha disassato i parametri dei nostri stili di vita, costringendoci a rivedere i modelli e le abitudini del quotidiano e a fare i conti con la morte, che soltanto per banalità consideriamo come un ospite sgradito, un accidente secondario, un incidente di percorso, ponendo la domanda sacrosanta: come si fa a morire in modo umano? Come possiamo vivere il nostro morire e non subire il suo arrivo come una iattura o una sconfitta dell’esistenza? Occorrerebbe – sono convinto – vivere il morire come apertura (disclosure) inedita su altro da noi sapendo che questo altro (ulteriorità) è già presente vitalmente come promessa nell’atto stesso del nostro venire al mondo. Occorrerebbe fare del nostro morire non un semplice passaggio o transito o la chiusura tragica dell’inevitabile ma un “tempo” che appartiene totalmente alla vita e che proprio per questo chiederebbe fiducia (o fede, come dici tu). La vita non avrebbe molto senso se non fosse l’iniziazione più che al morire al vivere che da sempre e per sempre l’uomo desidera. La morte, infatti, pone la domanda sul senso del vivere e non del morire. Ancora: che senso avrebbe la nostra vita se non ascoltassimo il desiderio di vita che essa contiene e che non può essere spento con la morte? Per questa ragione, credo, la morte non può essere l’ultima parola.
    L’ultima parola ce l’ha la vita altrimenti la maggior parte delle esistenze di noi umani sarebbe una inutile impresa. Invece noi siamo fatti per vivere e non per morire, siamo fatti per nascere e nascere del tutto: una volta nati continuiamo a nascere un’infinità di volte per imparare a vivere (perché già nella vita moriamo un’infinità di volte proprio per nascere all’infinito). Non smettiamo mai di nascere fino alla nascita ultima. Dovremmo imparare a dare più credito al nascere, senza considerarlo soltanto come una preparazione alla morte. L’uomo non è soltanto un essere-per-la-morte, come avrebbe detto Heidegger. È da sempre un essere-per-la-vita. Hannah Arendt si esprimeva con un folgorante aforisma: “Gli uomini, anche se devono morire, sono nati non per morire ma per incominciare ” (Vita activa). Le fa eco Neruda: “Nascere non basta. / È per rinascere che siamo nati. / Ogni giorno” (Per nascere sono nato). Tutto questo merita la nostra fiducia. Scusa, Chiara, ho già anticipato qualcosa delle tue osservazioni, rubando spunti preziosi a L’iniziazione del teologo milanese Pierangelo Sequeri (uno dei pochi che vale la pena seguire anche quando è ostico). Vedi, è dentro una visione così – non so se sta in piedi o se è tutto e solo frutto di una mia qualche ingenua suggestione – che io posso introdurre il discorso complesso (incompreso) della resurrezione. Che non riguarda la comparsa dal nulla di qualche revenant (redivivo o ritornante, come nell’omonimo bellissimo film con Di Caprio) ma l’attestazione della bontà originaria della vita, riscattata là dove è offesa, promossa là dove è stata vissuta con giustizia. Capisci: i cristiani avrebbero una parola seria da dire sulla morte e invece non riescono più a balbettare nulla su ciò che è essenziale e fa la differenza.
    Nella tua argomentazione sulla paura o meno della morte ritrovo le tracce della citatissima massima del grande filosofo Epicuro che conosci meglio di me: “Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi”. (Lettera sulla felicità a Meneceo). Non vorrei entrare troppo in merito a questioni filosofiche di cui per altro non possiedo gli strumenti. Non lascio passare inosservato l’opportuna sottolineatura della morte come esperienza che noi possiamo vivere solo perché altri muoiono e, dunque, la morte c’è quando muoiono gli altri e non quando muoio io. Eppure nella morte posso fare la differenza se io sono accanto a chi sta morendo: l’altro salutando la vita dovrebbe essere sicuro che la mia mano tenga la sua, dovrebbe avere la certezza di non essere stato abbandonato; e come qualcuno si è preso cura di lui – fin dentro il morire – così quel gesto di cura non andrà perduto. Quel gesto – nel tempo del morire – è già abbondante promessa di futuro. Quel gesto di cura è già un solido argine all’idea che ci attenderà dopo la morte solo il vuoto cosmico o il nulla entropico di un buco nero. Non siamo esistenze abbandonate al Nulla. È la mia fede, Chiara, magari ingenua, di sicuro inconsistente e non sufficientemente motivata.
    Come vedi, sono già entrato in merito al rapporto tra morte e fede.
    Ma prima vorrei con te sgomberare il campo su un assunto che spesso circola nell’opinione comune, anche dei credenti. La morte non ha come autore Dio. Non c’è legame di colpa tra la morte e Dio. Se così fosse, Dio sarebbe un cinico orologiaio che si diverte alle spalle degli uomini, trattandoli da birilli da tenere in piedi o far crollare in base alla sua dittatoriale volontà. Non ce ne facciamo nulla di un dio capriccioso che a piacere estrae dal suo grande cilindro il numero del predestinato o stabilisce l’ora del “vuoto a rendere”. Questa supposizione del dio colpevole (da incolpare), del “dio che c’entra sempre” – come osservi correttamente – nasce dall’idea piuttosto puerile di trovare sempre a tutti i costi il responsabile. È frutto dell’immaginario religioso che sotto sotto coltiva la rassicurante convinzione in un “Dio tappabuchi”, una sorta di “deus ex machina” che decide in maniera abbastanza aleatoria i destini di noi poveri umani, semplici burattini nelle mani di un dispotico e umorale Mangiafuoco. Ad avvertirci della ambiguità di questa forma religiosa di pensare Dio (francamente poco evangelica: questa sorta di “ente onnipotente” non è mai stato il Dio di Gesù e del vangelo: ricorda, Chiara, che i cristiani non sono quelli che credono semplicemente in Dio ma quelli che danno credito al Dio di Gesù e che nell’umanità di Gesù ha preso forma umana per sempre) fu un autentico genio del cristianesimo: Dietrich Bonhoeffer. Giovane e brillante pastore teologo luterano venne barbaramente impiccato nel campo di Flossenbürg il 9 aprile 1945 per aver cospirato contro la vita di Hitler. Dal carcere di Tegel scrisse lettere meravigliose – ai genitori, alla fidanzata, all’amico Bethge – poi raccolte in Resistenza e resa. Tra l’altro, da quel testo emerge una visione radicalmente nuova, liberante della fede, che non è lo scacciapensieri con cui continuiamo a infiorettare i nostri discorsi religiosi da uomini “minorenni”, bambini, infanti che non potendo cavarsela da soli invocano irrimediabilmente la presenza di un tutto fare (l’Onnipotente). Abbiamo ridotto la fede a un palliativo medicamentoso per le nostre ansie e paure o, peggio, a un sonnifero della coscienza, quando invece avrebbe dovuto essere – la fede – una questione di libertà. In qualche modo, non ho problemi a riconoscerlo, un po’ responsabili di queste distorsioni urticanti siamo anche noi preti. Vedi, Chiara, o la fede è una dimensione dell’umano che rende gli uomini adulti responsabili delle proprie scelte o non serve. Nessun uomo può vivere senza una fiducia di base nella vita. Il che ci autorizza a dire che la fede “non è un paese” per qualche nonnina (con tutto il rispetto per la fede dei nostri anziani che spesso è traboccante di verità) o per cristiani bigotti mai cresciuti. La fede è la maniera di stare al mondo riconoscendo il carico di promesse che la vita porta in dono nel momento del nostro venire al mondo. La fede o fiducia nella giustezza della vita (di quella vita che promette di essere adatta per noi, che ci calza a pennello, quella che ci serve per onorare il compito dell’essere umani) si presenta già come un primo, aurorale, atto libero di fede nei confronti di Dio. E anche quando fossimo dichiaratamente atei o agnostici noi non potremmo stare al mondo senza un minimo di fiducia. Scusa la digressione. Dunque, per tornare alla tua osservazione io direi proprio così: Dio non c’entra con gli esiti brutali di cui la vita ci fa fare esperienza (nemmeno con la morte che fa parte della vita stessa), semplicemente perché Dio non può essere responsabile. Non perché non vuole o perché sia disinteressato alle cose degli umani: non può. La ragione della sua “impotenza” è l’origine della nostra libertà. Ma, caspita, non è questo a rendere Dio credibile? Ci ha lasciato in eredità un mondo da vivere e ci lascia tutta la libertà di viverlo, assumendo tutte le responsabilità.
    Anche Dio fa un passo indietro di fronte alla nostra libertà.
    Nemmeno Dio può vivere la vita al nostro posto. Può morire in favore della vita dell’uomo, perché l’uomo abbia vita, questo sì, lo farà.
    L’ha fatto. Dio non è responsabile della morte di noi essere umani, anche quando si tratta di morti scandalose e assurde come la barbara uccisione di una madre o di una donna uccisa per femminicidio o a causa di una guerra come oggi in Ucraina. E che dire della morte dei bambini innocenti? Quest’ultima era la grande obiezione che uno dei personaggi – credo l’ateo Ivan – ne I fratelli Karamazov di Fedor Dostoevskij rivolgeva al puro Alioscia. Se Dio fosse stato responsabile della morte degli innocenti egli avrebbe restituito il suo biglietto di cittadino dell’umanità al mittente. La questione della colpa, poi, è emersa in maniera febbrile proprio dopo l’olocausto. Grandi filosofi del secolo scorso hanno cominciato ad argomentare che dopo Auschwitz Dio non poteva essere più pensato. Appunto, perché incolpare Dio? È l’enorme questione del Male. Altro enigma inscioglibile.
    Sì, Chiara, penso che ci siano questioni così grandi che l’uomo non può dipanare: la morte, il male, Dio stesso. E non di meno ci permettiamo di sostenere che siccome non le possiamo risolvere allora è inutile darci pensiero. Siamo umani proprio per imparare a pensare l’impensabile e l’irrisolvibile. La fede non ci serve per avere o dare risposte ma per rimanere umani – viventi – quando la vita ci mette alla prova, spogliandoci di ogni certezza e del coraggio di continuare a stare nella vita credendo che essa sia promessa e non maledizione anche se l’evidenza presenta un conto differente e sgradevole. Oppure quando l’enigma del Male si presenta come qualcosa di pungente e scarnificante, lasciandoci a bocca asciutta senza una risposta immediata.
    Sarebbe tutto così semplice se potessimo avere un “dio” che ci risolve i problemi e una fede che ci da tutte le risposte. Invece no, noi siamo esseri interroganti ed è questo che ci rende tutto sommato così speciali, no? La fede con la morte c’entra, Chiara. Eccome. Lo dico così: la morte è la prova più grande per la tenuta dell’umano (forse è la vera unica prova di Dio). È nella morte che si vede di che pasta è fatto l’uomo.
    Nella morte possiamo entrare con l’atteggiamento di chi crede che noi siamo semplicemente una manciata di atomi combinati (assemblati da una fortuita casualità) destinati a tornare materia dissolta nell’infinito universo, oppure possiamo ascoltare il desiderio autentico dell’uomo che è sempre un appello (inspiegabile?) affinché la morte non sia l’ultima parola sulla vita. Penso che l’uomo come ha avuto un’origine così avrà una sua destinazione. Non riesco a credere che il destino dell’uomo sia il Vuoto o il Nulla. Mi sembra che sia proprio la nostra vita a desiderare che la vita abbia futuro. È un’illusione? Può darsi. Ma perché mai il desiderio dell’uomo chiede questo futuro? Per non rassegnarsi alla brutale evidenza o perché sente che il senso della vita è la vita stessa che quando è vissuta con amore non può che chiedere vita altra? Tu non lo scrivi, ma qui è sotteso il grande discorso cristiano della resurrezione. Che è essere più che mai vivi, più vivi che mai. Rubo l’espressione francese La plus que vive a un altro bellissimo libro di Bobin nel quale ricorda la giovane compagna Ghislaine prematuramente scomparsa a 44 anni: lui la immagina così, non come morta ma come eternamente vivente perché è l’amore che lei ha vissuto e diffuso a renderla viva contro ogni evidenza. Credo che l’uomo desideri essere più vivo che mai perché questo è quello che gli ha “suggerito” l’amore con cui ha provato a vivere, per esempio mettendo al mondo figli, alleandosi nella relazione con una compagna o un compagno, lavorando per la costruzione della città dell’uomo, spendendosi per la giustizia e i diritti di tutti, onorando quel senso dell’umano che ogni uomo ha il diritto di vivere per essere quel che deve (questa è la giustizia). Siamo chiamati a entrare nella morte con la fiducia di chi ha il coraggio di credere che una vita vissuta con amore, per amore, non può essere gettata al vento. Qualcosa di quell’amore deve restare. Un resto di vita che non viene smarrito, perduto, dimenticato (la resurrezione è un resto così). Ci deve essere una Memoria che ne tenga traccia. I vostri nomi sono scritti nel cielo, dice Gesù. E mi commuove questo atto di fede del Nazareno. L’uomo non è grande perché è un grande pensatore e nemmeno per le sue spettacolari scoperte, ma perché pur nella condizione di mortalità e finitudine sa che qualcuno conserva la traccia del suo passaggio. C’è una poesia-preghiera di David Maria Turoldo che potrebbe illuminare i nostri discorsi: “È la Notte la mia luce e la mia gioia / vera fede è il non conoscerti / sapere solo che Tu mi conosci / fa di me la mia essenza” (Ripeto). Sapessi quante volte l’ho letta, riletta, imparata a memoria fin dagli anni della mia formazione seminaristica. Ebbene, sapere che Lui mi conosce, custodisce la certezza che è valsa la pena “vivere, amare, soffrire, spendere tutti i tuoi giorni passati” anche se “così presto hai dovuto partire”. (Oh, quanto abbiamo cantato Canzone per un’amica. In morte di S. F. di Guccini!) Ciò che conta è che – se esiste – Dio sappia di me. Sappia, cioè abbia perfino il sapore (dal latino sàpere) di me. Di me così come sono, piccolo essere fragile, sì, ma non senza senso. Conta che egli conservi nel suo cuore o nel suo grembo il semplice passaggio della mia esistenza. Io non sono Nulla. Non c’è il Nulla. C’è l’Essere.
    E io ne faccio parte. Non m’importa granché sapere qualcosa di Lui (che pretesa ha l’uomo di sapere qualcosa di Dio? La considero una richiesta fuori misura). Conta tantissimo che Dio non si dimentichi di me in questo passare o attraversare la morte per trovarmi più vivo che mai. Il grande filosofo francese Paul Ricoeur scrisse un bellissimo libretto Vivere fino alla morte perché, sì, si tratta proprio di non subire la morte ma di trasformare il morire anch’esso in un inno di vita. La morte non può essere un banale incidente di percorso. Interroghiamo il nascere dell’uomo per scoprire che già dalla nascita la nostra destinazione non è morire, finire, scomparire ma reggere la promessa di una vita che si compie perché compiuta ed è compiuta perché apre ad altro da sé.
    A proposito della fede nell’atto del morire mi è venuto in mente quello che diceva il cardinale Carlo Maria Martini commentando il testamento di Paolo VI e scrivendo il suo. Dialogando con Georg Sporschill l’allora arcivescovo di Milano è di una sincerità totale.
    Ammette senza pudore di avere avuto “delle difficoltà con Dio”.
    Confessa di non aver sempre compreso perché avesse fatto patire suo Figlio in croce. “Persino da vescovo – afferma – qualche volta non potevo guardare un crocifisso perché l’interrogativo mi tormentava”.
    E neanche la morte riusciva ad accettare. Si interroga, Martini, sul perché Dio non abbia risparmiato la morte agli uomini dopo quella di Cristo? La risposta è disarmante. “Senza la morte non potremmo darci totalmente a Dio. Ci terremmo aperte delle uscite di sicurezza”. Commentando il Pensiero alla morte di Paolo VI, Martini scrive parole di grande umanità e di intensità spirituale: “Mi sento assai carente. Io, per esempio, mi sono più volte lamentato col Signore perché morendo non ha tolto a noi la necessità di morire.
    Sarebbe stato così bello poter dire: Gesù ha affrontato la morte anche al nostro posto e morti potremmo andare in Paradiso per un sentiero fiorito”. E invece “Dio ha voluto che passassimo per questo duro calle che è la morte ed entrassimo nell’oscurità che fa sempre un po’ paura”. E qui Martini torna sul pensiero precedente: “Mi sono riappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle ‘uscite di sicurezza’. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio”. Ciò che ci attende dopo la morte – afferma Martini – “è un mistero” che richiede “un affidamento totale”: “Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo ad occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani” (Colloqui notturni a Gerusalemme).
    Poi, non so, io provo ad ascoltare e pregare i salmi, per quel poco che posso, e mi commuove la libertà con cui gli autori poeti si rivolgevano a Dio: “Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi, mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa. A te grido, Signore, al Signore chiedo pietà: Quale guadagno dalla mia morte, dalla mia discesa nella fossa? Potrà ringraziarti la polvere e proclamare la tua fedeltà?” (Salmo 30 [29]); oppure: “Il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa” (Salmo 16 [15]). Erano tutti degli ingenui? La loro fede nella permanenza dell’Essere contro il Nulla e il Vuoto era solo la suggestione di un popolo invasato? Non è che magari abbiamo rottamato troppo in fretta questa visione in nome della fiducia della ragione? Eppure, Chiara, mi metto spesso spesso in ascolto di buona letteratura.
    Il grande scrittore americano già citato, Cormac McCarthy, affronta il tema della morte attraverso un dialogo serrato fra due ipotetici interlocutori, il Bianco e il Nero, nel suo Sunset Limited: “Mi mostri una religione – è il Bianco che parla – che prepari l’uomo alla morte. Al nulla. Quella sarebbe una chiesa in cui potrei entrare.
    La sua prepara solamente ad altra vita. Ad altri sogni, illusioni e bugie.
    Se si potesse bandire la paura della morte dal cuore degli uomini, non vivrebbero un giorno di più. Chi sarebbe disposto a sopportare questo incubo, se non per paura dell’incubo che lo seguirà? Sopra ogni gioia pende l’ombra dell’ascia. Ogni strada porta alla morte.
    O peggio. Ogni amicizia. Ogni amore. Tormenti, tradimenti, lutti, sofferenza, dolore, vecchiaia, umiliazione, malattie orrende e lunghissime.
    E alla fine di tutto una sola conclusione. Per lei e per ogni persona e ogni cosa a cui ha scelto di legarsi. Ecco la vera fratellanza.
    La vera comunità”.
    Non voglio salutarti prima di aver abbozzato qualcosa circa la preghiera.
    Me lo chiedi. La preghiera non ha scopi immediati. Non serve a niente, di per sé, nel senso che non rientra nel regime dell’“utile”.
    Gli esseri umani hanno sempre pregato credendo che la preghiera avesse il potere di strappare dalle mani di Dio chissà quali salvezza e salute. Non si prega per far intervenire Dio qui o là, in questo o in quello. La preghiera non serve a far cambiare a Dio il parere, serve a cambiare il nostro cuore e il nostro stare al mondo. Ricordo un grande amico – don Roberto Pennati, malato di Sla per oltre quindici anni – che riusciva a dire che aveva smesso di pregare per chiedere la guarigione. Egli pregava per resistere alla tentazione di immaginare che Dio c’entrasse con la sua malattia e la sua morte. È un approccio dignitoso e coraggioso, non trovi? Pregava non per ricevere qualche bonus o lenire il senso di spaesamento ma per non soccombere all'angoscia pensando che la vita – proprio per le esperienze a volte di male, morte, offesa – fosse stata soltanto un’inutile passione e sospettando che l’esistenza non avesse mantenuto nei suoi confronti le promesse di bene che egli aveva continuamente atteso e non sempre visto (magari per un errore di prospettiva). Nemmeno Gesù ha pregato nel Getsemani per evitare il confronto con la morte ma per essere liberato dall’angoscia che la sua vita – apparentemente fallimentare – fosse stata solo uno spreco, uno sputo al vento. Ha pregato per non cedere all’idea che Dio – lui ci ha sempre invitato a chiamarlo papà – fosse indifferente alla morte del figlio; anzi, pregava per fugare l’idea che Dio avesse voluto la sua morte mentre la morte di Gesù non è il frutto di un risiko di combinazioni ma l’atto libero di un uomo che fa perfino della morte un gesto di donazione.
    Quindi, Chiara, non so se riesco a corredare le mie risposte con un abc della preghiera (qui ci sono un sacco di bravi maestri) ma posso dirti che la preghiera ha la forza di cambiare soprattutto noi (non deve cambiare Dio a nostra immagine e somiglianza) e farci stare con coraggio nella vita per continuare a fare il bene, a servire la giustizia, difendere i deboli, prendersi cura degli ultimi, cercare la verità, rimanere legati all’Origine, familiarizzare con il Trascendente (perché l’Io non si basta mai: è un’illusione crederlo). E c’è una cosa che voglio aggiungere e che mi sta molto a cuore: Gesù è un uomo che ha pregato. La preghiera è un gesto squisitamente umano e non è il ripiego di qualcuno che demanda ad altri le sue faccende. Gesù ha pregato per rimanere dentro e mantenere vivo il legame con il mistero di Dio (anche per Gesù Dio è stato un mistero, per non dire un enigma). Ti sembra poco? Non accade così a tutti gli umani che per mantenere (e manutenere) un rapporto, una relazione, imparano a parlarsi o a fare silenzio, ad ascoltarsi o ad accogliersi così come sono? Comunque, posso soltanto consigliare qualcosa di quello che ho capito della preghiera: a pregare s’impara pregando. La preghiera ha bisogno di tempo, solitudine e silenzio. Non di molte parole. Se non dell'ascolto della Parola. Il vangelo ci dice che le troppe parole e i troppi pensieri non devono sfinire Dio. Ci basta il Padre nostro. Lì c’è tutto, c’è quello che ci serve per tenere vivo il senso della trascendenza e dell’alterità (ah, dimenticavo, può pregare solo chi riconosce la presenza di un’alterità, di un’origine che non siamo noi e che non siamo noi a determinare ma alla quale appendiamo il senso della nostra origine e destinazione) e c’è quello che occorre per onorare la giustizia tra gli umani. La preghiera tiene vivo il mio legame con l’Altro da me (dimensione verticale, dal basso verso l’alto), l’altro che è in me (il Sé del mio io, dimensione della profondità e interiorità) e l’altro da me che è il fratello (dimensione orizzontale, della prossimità). La preghiera è frequentare l'abisso sconosciuto dell'Alterità, familiarizzare con quel Dio che abita nel profondo dell'Io ma è anche altro dal nostro Io e ci chiama a vivere un legame di amicizia con Lui.
    Buon cammino.
    Sempre il vecchio parroco


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