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    LETTERA 5

    L’arte di riparare gli oggetti

    Il peso della responsabilità, l’esperienza del fallimento
    e quel desiderio di rinascita che ci fa sempre nuovi

    lettera 5


    Dal sussidio:
    «Di felicità, d'amore, di morte e altre storie (Dio compreso)»
    Libero carteggio tra una giovane millennial e un vecchio parroco di periferia
    Chiara - don Massimo
    https://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=17987

     


    TESTI DI AVVIO E DI APPROFONDIMENTO

    Ring the bells that still can ring
    Forget your perfect offering
    There is a crack in everything
    That's how the light gets in.
    Suona le campane che ancora possono suonare
    Dimentica la tua offerta perfetta
    c'è una breccia in ogni cosa
    ed è da lì che entra la luce
    (Leonard Cohen, Anthem)

    Ecco in cosa può risiedere la fecondità del dolore: in quell’intima rivelazione dell’essere a sé e al mondo che non dipende né dalla grazia né dalla volontà esercitata, ma da ciò che, muovendosi dall’una all’altra, sboccia come una possibilità.
    (Catherine Ternynck, La possibilità dell’anima)

    In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
    Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
    (Vangelo di Giovanni 12,24-25)

    Bisogna esporsi (questo insegna
    il povero Cristo inchiodato?),
    la chiarezza del cuore è degna
    di ogni scherno, di ogni peccato
    di ogni più nuda passione
    (questo vuol dire il Crocifisso?
    sacrificare ogni giorno il dono
    rinunciare ogni giorno al perdono
    sporgersi ingenui sull’abisso.)
    Noi staremo offerti sulla croce,
    alla gogna, tra le pupille
    limpide di gioia feroce,
    scoprendo all’ironia le stille
    del sangue dal petto ai ginocchi,
    miti, ridicoli, tremando
    d’intelletto e passione nel gioco
    del cuore arso dal suo fuoco,
    per testimoniare lo scandalo.
    (Pier Paolo Pasolini, La crocifissione)



    LA LETTERA DI CHIARA

    Bergamo, lunedì 4 luglio 2022

    Caro don Massimo,
    dopo averti scritto la scorsa volta sono andata a riguardare per l’ennesima volta la serie di Zerocalcare, Strappare lungo i bordi. Credo sia una delle mie serie preferite di sempre, ogni volta che la riguardo non smette di stupirmi e non smetto di ritrovarmici. Alcuni meccanismi del protagonista, se non tutti, sono gli stessi che metto in atto anche io. Basta pensare che per qualsiasi appuntamento di sicuro esco e mi preparo con largo anticipo perché so di sicuro (so benissimo che è una superstizione inutile ma io credo davvero che sia così) che altrimenti potrebbe succedere qualsiasi tipo di catastrofe che mi potrebbe fare arrivare in ritardo.
    Il passaggio che più mi emoziona e in cui mi immedesimo è proprio quando Zero bambino pensa di aver deluso la maestra. Prendendo un brutto voto, tutte le soddisfazioni che in quel momento aveva dato alla maestra e per cui si risentiva responsabile vengono cancellate. Mi ci ritrovo in pieno. Anche io vivo come un peso l’essere responsabile. Pensare cioè che le mie scelte possano influire e influenzare la vita degli altri.
    Certo, ovviamente alcune sì, visto che magari comprendono loro ma ho sempre pensato che anche le mie vittorie e sconfitte potessero causare gioia e soprattutto delusione negli altri.
    Lo ammetto, che potessi provocare felicità o gioia negli altri grazie ai miei traguardi raggiunti non mi è mai passato troppo per la testa, diciamo che principalmente avevo l’ansia di deludere. Deludere chi? Beh tutti direi. Non solo i miei genitori ma anche i miei amici, T., parenti vari, adulti che mi conoscono da sempre e persino professori dell’università, che non sapevano nemmeno chi fossi. Il sostenere un esame universitario mi ha sempre creato problemi, non tanto per la mole di cose che avrei dovuto studiare, ma per l’idea di dovermi sedere davanti al professore e deludere non solo lui ma il mondo intero. Lo so, è un atteggiamento abbastanza arrogante pensare che il mondo intero avesse delle aspettative su di me e anche io ne ero consapevolissima e quindi anche per questo motivo mi vergognavo e mi sentivo in colpa e in ansia per tutti questi pensieri che in loop continuavano a susseguirsi. Sarò sincera: fino alla fine dell’ultimo esame della mia carriera universitaria ho sempre pensato così. L’esperienza non mi è servita, non sono riuscita a farne totalmente tesoro. Sono però migliorata, ogni esame che superavo mi permetteva di dirmi “vabbé, se al prossimo vengo bocciata non è la fine del mondo, sono già stata bocciata altre volte e sono comunque arrivata qui”. È stato un percorso difficile, di sicuro il lavoro che devo fare su di me è ancora molto ma ho imparato a gioire delle piccole e minuscole conquiste che sono avvenute negli anni.
    Mi sento quindi carica delle aspettative degli altri. Come dicevamo la scorsa lettera io sono una giovane e di conseguenza dovrei spaccare il mondo, essere piena di energia e grinta e voglia di fare, eppure ogni tanto non è così, ogni tanto ho anche le mie giornate “che oggi proprio no” e questa cosa mi fa sentire fuori luogo. Mi fa sentire come se stessi deludendo qualcuno, a volta persino la società intera (che poi alla fine di me se ne frega abbastanza, di sicuro è così… lo so) e quindi non posso fallire. Non posso permettermi il fallimento perché ne andrebbe della felicità di qualcun altro. Sembro presuntuosa lo posso capire, e forse lo sono ma non lo accetto, ma io traduco tutto questo come una responsabilità.
    Mi sento responsabile di ogni cosa e di ogni mia azione ma è un tipo di responsabilità che non ammette errori. Non so proprio da cosa nasca questa mia convinzione, forse perché sono sempre stata considerata una ragazzina responsabile e matura e forse questo ha creato in me un’aspettativa eccessivamente alta. Non lo so davvero, però con il tempo ho imparato a conviverci e a comprendere che molte volte sono io che ingigantisco le cose e negli anni ho acquisito un po’ di strumenti per poter ridimensionare queste mie paranoie. Tutto questo è avvenuto crescendo, solo con uno sviluppo maggiore della mia consapevolezza ma soprattutto accogliendo le mie fragilità e perdonandomi gli errori commessi. Solo troppo tardi forse ho capito che non c’è nulla di più umano nell’errore e nella fragilità e che davvero chi ti ama e chi ti vuole bene non ti chiede in alcun modo di essere perfetto. Ti chiede semplicemente di essere te stesso, di essere unico.
    Come dicevo, con il tempo questa ansia è un po’ diminuita, forse anche grazie al fatto che ne sono arrivate di nuove, che hanno preso il suo posto.
    Pensandoci bene però, questo senso di responsabilità che mi sento gravare addosso proviene anche dall’interrogarmi sul tipo di persona che voglio essere. Mi spiego meglio. Come scrivevo in precedenza siamo sempre chiamati a fare una scelta e questa scelta determina la persona che siamo. Le scelte formano il nostro modo di abitare e di stare nel mondo. Sono un po’ come le parole che noi utilizziamo per presentarci, ciò che diciamo permette all’interlocutore di farsi un’idea di come siamo.
    Un’idea superficiale per carità, però getta le basi della nostra persona.
    Così credo che avvenga anche per le scelte. Le scelte che io faccio dicono che tipo di persona voglio essere e come voglio stare all’interno di questo mondo. Tu parlavi nella scorsa lettera di valori, ecco è proprio qui che voglio arrivare. La responsabilità che sento nei confronti dell’Altro risiede proprio nella scelta di valori che io intendo abbracciare e di cui essere testimone. Quali sono quindi le mie responsabilità di giovane? In un periodo storico in cui categorizzare o incasellare in tipologie è abbastanza fuori moda io ho bisogno ancora di punti di riferimento.
    Che tipo di giovane voglio essere per il mondo all’interno del quale vivo? Quale è la mia responsabilità nei confronti degli altri e di chi ha delle aspettative, forse, su di me? Ho sempre esordito che io sono figlia della mia comunità (Hegel diceva che ogni uomo è figlio del suo tempo) e che quindi la mia vocazione, la mia testimonianza e responsabilità affondano le loro radici in questo quartiere e in questa comunità con tutti i suoi pro e contro. La mia testimonianza di donna per una vita degna di essere vissuta prova a partire dai valori dell’uomo di Nazareth, quelli di quel Dio che ha scelto di diventare uomo accettandone le fragilità e gli errori. I valori di un credo che ha come base il verbo che si fa carne.
    Credo sia un argomento abbastanza tosto e forse è meglio dedicarci una lettera a parte, ma come hai potuto notare un po’ da tutto quello che ti ho scritto è imprescindibile dal mio essere e intrecciato alla mia quotidianità.
    Per ora ti saluto, ma volevo sapere se anche tu ti fossi mai sentito inadeguato davanti a responsabilità che consideravi più grandi di te, se sì come hai fatto per superarle? Con l’avanzare degli anni presumo che le responsabilità aumentino, si riescono comunque ad affrontare grazie all’esperienza?
    Un abbraccio,
    Chiara

     

    LA RIPOSTA DI DON MASSIMO

    Bergamo, martedì 5 luglio 2022

    Carissima Chiara,
    le tue lettere mi tengono un po’ di compagnia in questo tempo estivo di quarantena forzata. Non riesco a negativizzarmi, e sarebbe una delle poche volte che negativo vuol dire positivo (e viceversa: misteri del linguaggio).
    Il virus estivo del Covid non se ne vuole andare costringendomi a rimanere in casa e a rinegoziare con la realtà i miei impegni. Anche quella biologica è una fragilità con la quale fare i conti. Non è tutto da buttare via. Abbiamo a che fare con il nostro corpo che non è solo un semplice involucro o contenitore; è molto di più. Come ci insegna l’approccio fenomenologico noi non abbiamo semplicemente un corpo, noi siamo il nostro corpo, lo abitiamo e ci abita. Il corpo è più del corpo: dobbiamo metterci in ascolto dei segnali che ci invia. La sosta obbligata mi consente di prendere ancor più in seria considerazione i tuoi scritti.
    Che per altro trovo sempre molto stimolanti.
    Ho avuto modo anch’io di vedere lo scorso inverno la serie Netflix Strappare lungo i bordi di Zerocalcare cui fai riferimento. È molto ben fatta e dipinge con chirurgica precisione il mood giovanile dei millennials (giusto?): le loro ansie e le loro paure, i desideri e i sogni. Credo di intuire perché ti riconosci in quella narrazione. Abbiamo deciso di corredarci il carteggio epistolare. Ci sono alcuni passaggi, per esempio quello del filo d’erba (per altro il riferimento è dichiaratamente biblico: “Come l’erba sono i giorni dell’uomo! Come un fiore di campo, così egli fiorisce” [Salmo 103]), che testimoniano quanto una delle cifre stilistiche dell’uomo contemporaneo sia proprio la fragilità esistenziale accompagnata forse da quel certo senso di inadeguatezza di cui anche tu, Chiara, ogni tanto dici: cioè quel sentirsi fuori luogo o fuori fuoco, mai all’altezza delle attese, quel dovere sempre dimostrare chi si è, essere sul pezzo, quella paura del giudizio degli altri e dei loro occhi perennemente puntati su di noi… Tutto questo mette a disagio, crea un fastidio emotivo, un malessere da Calimero, alimenta la sindrome da brutto anatroccolo: non è così? Siamo nuovamente precipitati nella trappola che l’ansia da prestazione cuce addosso alle nuove generazioni – ma direi non solo a loro – come fosse una seconda pelle. Un’ansia che invece di spronare, soffoca, inibisce e intristisce. Non si può vivere sempre con una spada di Damocle pronta a sciabolare patenti di idoneità sulla testa.
    Questa volta parto dalla coda della tua lettera là dove mi interpelli direttamente.
    E ti rispondo con sincerità. Certo che anch’io mi sono sentito in più di un’occasione inadeguato. Non ritengo, però, sia un sentimento sempre negativo. Se vissuto con misura. Non penso che dobbiamo provare vergogna nel percepirci inadeguati. Insomma, capiamoci subito, perché sarei tentato perfino di esibirmi in una sorta di ode all’inadeguato (che non è ode all’essere pavido). A volte è perfino sano non sentirsi sempre all’altezza. A patto di non scadere in quell’umiltà pelosa, tipica di chi si finge inadeguato solo per ricevere un’investitura più ampia e solenne (con tutti gli applausi di rito). Scelgo di parlarti dell’inadeguatezza ma sul versante dell’umiltà. Sì, perché l’umiltà è amore della realtà. Mi spiego. L’inadeguatezza può rivelare la serietà con cui noi approcciamo i compiti o le responsabilità che ci vengono assegnate nella vita. Inadeguato non vuol dire necessariamente essere fuori posto ma riconoscere di non avere le giuste competenze, la sufficiente professionalità, i necessari requisiti. Chi è davvero all’altezza dei compiti assegnati? Ci vuole sempre una bella dose di rischio per buttarsi a capofitto nell’impresa umana che intendiamo intraprendere (del resto senza un minimo di sana follia chi si arrischierebbe in imprese?). Quindi l’inadeguatezza è anche l’attitudine di chi ha una corretta consapevolezza di sé (questa è l’umiltà): si conosce, sa dei propri limiti, chiama per nome le proprie opportunità, non fa lo sbruffone a tutti i costi, non esibisce mostrine per sedurre e raccogliere consensi, è capace di stare al proprio posto senza tirarsi indietro quando la vita chiama a stare in prima linea. Sto descrivendo la figura dell’umile, colui che falca il passo giusto che la gamba gli consente. Bisogna avere anche il coraggio di dire di no a incarichi o compiti o ruoli: non è pavidità e non è fuga dalla vita. Ritengo sia, appunto, umiltà. Vocabolo bellissimo (dovremmo sempre affidarci alla sapienza etimologica). Deriva da humus. L’umile è un essere di terra, colui che sa (ha il sapore) di terra, colui che sa quello che davvero è e quello che vale senza credersi chissà chi. È l’opposto dello spaccone, dell’arrogante. Mi capita spesso di recuperare il salmo biblico mandato a memoria da giovane studente di teologia. Lo rispolvero quando capisco che in me sta venendo meno l’umiltà e monta la superbia: “Signore, non si esalta il mio cuore, né i miei occhi guardano in alto; non vado cercando cose grandi, né meraviglie più alte di me” (Salmo 131). E, poi, riascolto la sapienza del maestro che avverte: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: ‘Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro’” (Luca 14,28-30). Chiamiamo le cose con il loro nome, per rimanere tutti più sereni.
    Di contro, una falsa lettura dell’inadeguatezza inibisce le sinapsi del coraggio, ingabbiandoci nell’apatia se non addirittura nell’ignavia. Un’interpretazione scorretta dell’essere inadeguati, che non c’entra nulla con l’umiltà di cui sopra, ci rende subito passivi esseri della rinuncia: la volontà viene messa sotto scacco. Con la scusa di non sentirsi mai all’altezza – tanto c’è sempre un motivo per cui non si è quello che gli altri vorrebbero noi fossimo per cui è meglio non farsi avanti, meglio ritirarsi nelle retrovie e rinunciare, onde evitare brutte figuracce – si retrocede nella vita e non si osa mai rischiare. Invece è importante anche il rischio. Dobbiamo credere in quello che siamo e non perché ce lo dicono gli altri. Se uno ha fede in quello che è non attenderà il consenso del contorno sociale che quasi sempre alla fine usa, tradisce, compatisce.
    Per cui molte volte ripeto pure a me stesso: non seppellire il talento che hai e che sei. Proprio come nella parabola matteana (Matteo 25,14-30).
    Immagino tu la conosca, è famosissima anche se noi la leggiamo alla maniera di quel doverismo kantiano che non fa bene a nessuno (né a te né a me; siamo entrambi kantiani, Chiara?). La parabola mette in scena un padrone o un re (semplicemente un uomo) in partenza per un viaggio che decide di consegnare ai suoi tre servi dei talenti (prontamente tradotti con “monete” come nel miglior vocabolario economico-finanziario): cinque, due e uno con l’impegno di investire il dono ricevuto.
    L’ultimo dei tre servi nasconde il talento – per ammissione dello stesso il testo sottolinea “per paura” – ripresentandolo tale e quale al padrone che glielo aveva elargito affinché lo facesse fruttare. Il servo credendo di fare la volontà del padrone (e il bene per sé) interra il talento, ma in questo modo non seppellisce soltanto il dono-talento ma con il dono tutto se stesso. Crede di proteggere il talento ma seppellisce la vita. Il terzo servo non ha fiducia nella sua capacità di far fruttare il dono, sceglie di giocare la carta più comoda del non fare nulla, dell’aspettare gli eventi, rimane bloccato nell’idea di un padrone così esigente davanti al quale si è sempre inadeguati. Ma l’uomo in viaggio non è uno sprovveduto contabile: non esige dai tre servi che i talenti fruttifichino per rimpinguare le casse dell’azienda familiare. Il Donatore vuole solo che il Dono-Talento faccia crescere il destinatario del Dono (il Donato). Il talento è la vita, e non conta quanti talenti hai, cinque, due o solo uno; conta solo che quel talento – che sei tu con la tua vita e con tutto il corredo di bellezza e ricchezza che la vita mette a disposizione di ciascuno di noi – accolga l’invito di spendersi, rischiando se necessario il tutto e per tutto. Questa era la vera richiesta del signore in viaggio: far fruttare la vita, non tenerla per sé, perché ogni volta che si tiene la vita per sé, credendo di salvaguardarla (ma è un’illusione), la si perde. Irreversibilmente. C’è soltanto una maniera di “guadagnare” la vita: non tenerla per sé. Suona paradossale ma è un paradosso vitale. Ogni volta che trattieni la vita per te, in te, con la scusa – magari legittima – di conservarla, preservandola dalle intemperie del mondo o proteggendola da chissà quale agente contrario, puoi stare certo che quella “tua” vita è perduta. Ogni volta che metti in gioco la vita come un dono – perché questa è la regola aurea alla quale non è possibile sottrarsi (è la nostra condizione di umanizzazione) – la vita si moltiplica. È la strana matematica dell’esistenza: più sottrai, dividi e condividi, più la vita si moltiplica, amplificandosi all’infinito. Bisogna agire come il chicco di grano che se non cade per terra e non muore non può dare frutto, se invece muore dà molto frutto (Giovanni 12,24). Bisogna agire come nell’episodio miracoloso della moltiplicazione dei pani: si moltiplica solo il pane che si decide di dividere e condividere. Non conta quanti pani e pesci hai, se tanti o pochi, conta solo se li hai condivisi (Marco 6,34-44). E il maestro è formidabile nel richiamare la responsabilità dei suoi amici: “Voi stessi date loro da mangiare”. Non date da mangiare altro se non voi, date voi come se foste pane per la fame di questa umanità per la quale provare infinita compassione. Non lo trovi convincente? Ecco, il talento, il pane sono la vita e la vita è una sola. Non promuoverla, non investirla, non spenderla, non giocarla con passione rischiando il tutto per tutto è già perderla, è già sprecarla. Dunque, come vedi, c’è modo e modo di intendere quel senso di inadeguatezza che a volte è solo inappetenza, non volontà di vita, non-volontà-di-volere.
    Non vorrei sembrare troppo severo con questa posizione, perché sono anche convinto che noi siamo chiamati a fare soltanto quello che riusciamo a fare. Togliamoci dalla testa che ci sia qualcuno – anche nel più alto dei cieli – pronto a valutare la vita in base alle nostre prestazioni. Nemmeno Dio ci chiede qualcosa. Siamo noi che infantilmente non riusciamo a spogliarci dell’idea che ci sia qualcuno in cinica attesa delle nostre prestazioni. È una visione malsana, che non sta in piedi. (Tra l’altro, se si trattasse davvero di Dio, un dio così io lo respingerei subito al mittente).
    In questo senso dobbiamo anche sgravarci dal peso che le nostre scelte “contaminino” in maniera irreversibile la vita degli altri. D’accordo, un po' sarà anche così (e non è un male, ci sono contaminazioni generative), ma non è forse, presuntuoso o, come scrivi tu, arrogante credere di essere sempre così necessari alla realizzazione altrui? L’essere umano, il nostro essere nel mondo, lo stare nella vita è un mistero.
    E come dici bene tu, noi abbiamo a che fare con le nostre fragilità, le nostre ambiguità, i nostri fallimenti. Dobbiamo fare i conti con quello che siamo senza pretendere di essere quello che non saremo mai e che probabilmente nessuno ci ha mai chiesto di diventare. Siamo noi che proiettiamo nella nostra mente il lungometraggio dei must sociali o dei mille dover essere. A forza di voler essere quello che crediamo ci venga chiesto ci dimentichiamo chi siamo veramente. Ho una convinzione, Chiara, perché nemmeno la mia vita è stata vissuta nel segno di un specchiato successo. Ho anch’io, come tutti, conosciuto spiacevoli battute d’arresto, progetti abortiti o rassegnati, obiettivi mai centrati. Che cosa avrei dovuto fare? Passare il mio tempo a rimpiangere quello che non è stato perché non è potuto accadere o non sono stato in grado di realizzare? Mi sembra francamente sterile e puerile. Forse perché sono in quell’età in cui si comincia a fare bilanci. La convinzione che mi sostiene e che rende – spero – autentica la mia esistenza è che il vero colpo da maestro nella vita è sapersi riconciliare con le fratture e le ferite che abbiamo vissuto (e a volte subìto) credendo – ecco un nuovo altro atto di fede – che le ferite non lasciano sul corpo soltanto cicatrici né sono galloni guadagnati di cui fregiarsi, possono persino essere buone opportunità per rinascere e vivere la vita con il sapore della promessa e non della sconfitta. “Il passaggio attraverso le proprie ferite e i propri traumi offre la possibilità di dare una forma nuova alla vita, non nonostante quelle ferite e quei traumi, ma proprio grazie a quelle ferite e a quei traumi” (Recalcati, La legge della Parola).
    Il grande poeta e cantore canadese di origini ebraiche, Leonard Cohen, ha un verso meraviglioso e illuminante tratto dal suo Anthem (1992).
    Basterebbe come risposta complessiva alla tua lettera (e alle mie domande): “C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce” (There is a crack in everything / That’s how the light gets in). Scusa l’inciso: prima o poi bisognerà scrivere qualcosa di questo cantautorato americano post bellico tutto imbevuto di testi sacri. Alludo, certamente, a Cohen (quello di Halleluja, per intenderci), ma anche a Bob Dylan, Bruce Springsteen e tra le donne ricordo l’immensa Joni Mitchell (altra canadese doc). Le ferite – sussurrava don Tonino Bello, un altro poeta innamorato della vita e del vangelo – sono sempre anche feritoie. La luce entra se non fai delle ferite banali reliquie né se fai di tutto per cancellarle con fini operazioni estetiche. C’è perfino un’estetica della ferita, quando la ferita non è però un mediocre trofeo di guerra da esibire agli amici del pub davanti a un boccale di birra ma il segno profondo e incancellabile di una lotta. E quindi assume un alto valore etico. Nemmeno il maestro ha voluto apparire ai suoi dopo la morte senza i segni delle ferite. Non ha temuto di chiedere al discepolo Tommaso (Giovanni 21) di mettere le sue dita e la sua mano nelle piaghe e nel costato. È dalle ferite della carne che si capisce che Gesù è il risorto. E la resurrezione non cancella certo la morte scandalosa e ingiusta della crocifissione. Una sciocchezza anche solo pensarlo. Caravaggio ha intuito tutto quando nel 1600 dipinse L’incredulità di Tommaso. E cosa insegna la lotta di Giacobbe con l’angelo nella notte sullo Iabbok quando un uomo del Signore, in fuga, si trova a guadare il fiume incontrandosi (e scontrandosi) con l’angelo di Dio? Quella lotta porta in dono un nuovo nome – Israele – per l’uomo che ha osato sfidare l’angelo, e una ferita all’anca. Il nome di Dio rimane indisponibile (come impossibile è conoscere tutto il sapere dell’albero del bene e del male) ma Giacobbe riceverà proprio dall’angelo il nome nuovo di una nuova vita (Genesi 32). Le ferite fanno soffrire, sono la traccia di un passaggio traumatico che fa male, il segno di una sconfitta eppure si presentano con tutta la sfacciata bellezza di una benedizione.
    Giacobbe esce dalle acque del fiume rigenerato, come in una nuova nascita o resurrezione. La ferita all’anca allude a una morte dolorosa e insieme necessaria, ma solo così Giacobbe rinasce e può assumere una nuova identità e un nuovo nome. La lotta di Giacobbe con l’angelo è perfino un abbraccio e forse un parto come Chagall la dipinge nel Message Biblique di Nizza (ricordi che lo abbiamo visto insieme anni fa?).
    Non suona tutto questo un po’ paradossale? Ciò che ci salva umanamente non può mai essere la nostra spasmodica ricerca di perfezione (e nemmeno la mortificante autoflagellazione per inadeguatezza) ma sono le nostre ferite. Dunque, lasciamo lì i nostri discorsini moralisti e spiritualoidi sulla perfezione. Perfezione è la categoria matrice di un certo ascetismo prometeico (anche cattolico): dovremmo bandirla anche se oggi è stata brillantemente riciclata in quel doverismo tipicamente social che pretende la presentificazione impeccabile, godibile, accettabile. Il nuovo dovere etico è l’accettabilità estetica, la consacrazione del nostro Ego al grande pubblico, la sostenibilità e gradevolezza del corpo. Ciò che ci salva, invece, è la riconciliazione con le nostre ferite: impariamo a considerarle come occasione di crescita. A proposito: come potrebbe istruirci la ferita-nascita di Eva da Adamo (Genesi 1)? Di sicuro non assecondando la patetica lettura della sottomissione del femminile al maschile, della donna all’uomo, quanto semmai la lezione universale per la quale l’uomo nasce a se stesso soltanto per separazione-da-sé e riconoscimento-di-altro-da-sé (la donna separandosi costringe l’uomo a misurarsi con la sua alterità differente da sé). Si nasce soltanto quando la presenza dell’altro ci strappa dal nostro ripiegamento egoico, ponendo la differenza. Si nasce per differenza dall’altro e non per osmosi o fusione (che ha sempre dell’incestuoso). L’altro è sempre uno strappo doloroso, una lesione, una ferita… è la mancanza necessaria al nostro nascere. Più che necessaria. Quindi Eva non è il banale riempitivo di Adamo o il suo completamento (come già dicevamo), ma la necessaria condizione di mancanza perché Adamo nasca umanamente (non è Eva che nasce dalla costola di Adamo; è Adamo che nasce per separazione o separtizione da Eva come dicono gli esperti). Eva è la ferita necessaria perché Adamo nasca e finalmente sia a immagine e somiglianza del Creatore. La condizione affinché gli uomini diventino umani ha a che fare con i loro esili, con le uscite dalla terra patria, con gli abbandoni delle comfort zone che proteggono invece di esporre. Si diventa umani proprio perché ci si espone. Esposti sull’altro, indifesi, disarmati, nudi.
    Esposti sull’infinito abisso. Noi facciamo di tutto per proteggerci e invece dobbiamo imparare ad esporci rischiando che l’incontro con l’altro ci cambi, ci modifichi, ci rigeneri e ci faccia nascere. Pier Paolo Pasolini, di cui celebriamo quest’anno il centenario della nascita, era riuscito a rileggere tutta la vicenda dell’uomo di Nazareth con questa intuizione.
    Nella poesia Crocifissione (1949), quindici anni prima del capolavoro Il vangelo secondo Matteo scriveva: “Bisogna esporsi (questo insegna / il povero Cristo inchiodato?), / la chiarezza del cuore è degna / di ogni scherno, di ogni peccato / di ogni più nuda passione / (questo vuol dire il Crocifisso? / sacrificare ogni giorno il dono / rinunciare ogni giorno al perdono / sporgersi ingenui sull’abisso)”. Si diventa umani perché esponendoci corriamo il rischio di essere feriti. L’altro ci ferisce. E ferendoci ci mette al mondo.
    Come vedi, ci tengono ancora compagnia in questa cavalcata epistolare le intuizioni dei già citati Recalcati (La legge della Parola) e Stoppa (La costola perduta). Quindi, finché non ci riconcilieremo con un’idea così noi vivremo (e sopporteremo) la nostra vita come un’opera musicale perennemente “incompiuta” e ci sentiremo sempre fuori luogo, sfocati.
    Inadeguati, appunto, e tremendamente tristi. Non possiamo permettercelo.
    Quindi, torno con maggior forza a ridire che, contrariamente a una certa predicazione religiosa, non siamo chiamati alla perfezione.
    La perfezione non è mai stato il nostro core business, ed è un errore di prospettiva anche solo immaginare l’ipotesi. Il capolavoro con le nostre esistenze è accoglierle così come sono con le loro fragilità e fallimenti, sapendo trarre tesori indicibili e insospettabili. Noi abbiamo soltanto la responsabilità di essere umani, non di essere perfetti. Hai ragione da vendere e mi trovi totalmente d’accordo quando mi scrivi che “non c’è nulla di più umano nell’errore e nella fragilità e che davvero chi ti ama e chi ti vuole non ti chiede in alcun modo di essere perfetto. Ti chiede semplicemente di essere te stesso, di essere unico”. C’è dell’umano anche nella nostra capacità di accoglierci e perdonarci. Il perdono è l’arte della resurrezione. E soltanto la potenza dell’amore di chi ci ama è in grado di rimetterci in piedi e in viaggio. Senza chiederci nulla in cambio ma solo per il piacere di vederci bene, vedere che stiamo bene, vedere il bene addosso a noi. Non ho trovato definizione migliore sul perdono di quella che ha rilasciato lo scrittore Éric-Emmanuel Schmitt (La Stampa-Tuttolibri, 21 aprile 2018). Alla domanda: “Cos’è per lei il perdono?”, lo scrittore risponde: “Dire all’altro: non ti riduco al male che mi hai fatto. Restituirgli la sua vera umanità, ma anche a me stesso, perché entrambi siamo capaci del peggio e del meglio, fino alla fine dei nostri giorni”. Ricordo che in una delle ultime quaresime andai con la comunità a incontrare alcuni carcerati del penale in via Gleno. Fu un’esperienza bellissima. Portai loro questa definizione e mi parve di leggere sui loro volti, trafitti dalla colpa e dal dolore, uno sguardo di vita e di gioia: non tutto era perduto. Anzi, tutto poteva ricominciare anche dagli abissi dell’umano.
    La mia risposta non deve precipitarci nella tentazione doloristica di guardare al lato sofferto della vita con una sorta di autocompiacimento.
    Perché la sofferenza e il dolore non sono mai il fine delle nostre esistenze.
    Né vanno cercate. Certo, ammetto che nell’esperienza della sofferenza che attraversa la vita c’è qualcosa di misteriosamente generativo. Difficile da spiegare. Prendo atto. Ma mi fido di chi scrive della “fecondità del dolore” (Catherine Ternynck, La possibilità dell’anima). Mi fido del grande Léon Bloy quando afferma che “nel suo povero cuore l’uomo ha dei luoghi che ancora non esistono e dove il dolore s’insinua affinché ci siano”.
    Conosci la favola indiana del vaso rotto? C’era una volta nella lontana India, un contadino che raccoglieva l’acqua e la portava al mercato.
    Ogni giorno si recava al ruscello con due grandi vasi posizionati alle estremità di un palo che portava sulle spalle. Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l’altro era perfetto. Quando arrivava al mercato, il vaso integro conteneva tutta l’acqua raccolta e gli fruttava la paga quotidiana, mentre il vaso rotto ne faceva fuoriuscire la maggior parte, quindi la paga era dimezzata. Per anni ed anni il contadino ripeté questo schema tutte le mattine. Il vaso perfetto assolveva il compito per cui era stato costruito e ne era orgoglioso, il vaso crepato si vergognava del proprio difetto, e non capiva perché il contadino continuasse ad usarlo quando poteva prenderne un altro dalla sua riserva. Un giorno decise di chiedere al contadino come mai continuasse ad usarlo visto le perdite di soldi e materiale che ne conseguivano. La risposta dell’uomo fu sorprendente “Ho sempre saputo del tuo difetto, e così ho piantato semi di fiori lungo il sentiero dal tuo lato e, ogni giorno, mentre tornavamo, tu li annaffiavi.
    Grazie a te ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la mia tavola e, senza il tuo essere semplicemente come sei, non ci sarebbero quelle bellezze ad abbellire la mia casa”. La variante giapponese, forse più conosciuta, racconta che in Oriente invece, per la precisione, in Giappone, quando un oggetto in ceramica si rompe, lo si ripara con l’oro, perché un vaso rotto può divenire ancora più bello di quanto già non lo fosse in origine. La tecnica di riparare gli oggetti in ceramica si chiama kintsugi, che significa: “kin” (oro) e “tsugi” (riunire, riparare, ricongiungere), letteralmente, “riparare con l’oro”. La tecnica kintsugi, inventata attorno al XV secolo, evidenzia le fratture, ma al contempo, le impreziosisce aggiungendo valore a ciò che si ripara. Gli oggetti rotti non si perdono e conservano la loro bellezza, vengono trasfigurati. Questa è l’arte della riconciliazione.
    Nell’ultima parte della lettera parli di valori in cui credere, di responsabilità delle scelte di cui essere per altro testimone, di identità da abbracciare, di ricerca di punti di riferimento. Per credere che la vita sia una promessa desiderabile che merita l’investimento del meglio di noi abbiamo bisogno di qualcuno che praticamente ce la mostri affidabile.
    Chi pratica una buona vita incoraggia anche noi a desiderare di viverla nella stessa direzione. Parliamo giustamente di testimoni. O, perché no, di profeti. Ci vuole sempre qualcuno più avanti di noi che sappia disegnare prospettive e scenari inediti, proponendo percorsi percorribili.
    Qualcuno che mostri la vita come un’avventura affascinante, che la renda innamorabile. La vita non è un’avventura in solitaria ma comunitaria.
    Lo scrivi, e sono molto d’accordo. Siamo figli del plurale. Figli del noi. L’inganno del nostro tempo è la consacrazione narcisistica del self made man, la hybris dell’uomo che non deve chiedere mai, l’ipersoggettivismo, la “fede” che spinge a bastarsi senza sentire il bisogno di tendere le mani verso qualcun altro, la libertà come ab-soluta da ogni limite e misura. Assistiamo da più parti al “crollo del Noi” (Vincenzo Paglia), allo smantellamento dei legami sociali, delle relazioni umane che ci fanno essere quello che siamo. Preferiamo una società monadica, viviamo come se fossimo su un arcipelago di isole incomunicanti, navighiamo in un mare di scialuppe isolate senza più mete comuni, e condivise, lontani da ogni speranza nel destino comune dell’umano. Perfino Francesco deve rispolverare la nota metafora africana dell’uomo che non diventa tale senza un villaggio attorno. Il papa venuto dalla fine del mondo è rimasto quasi l’unico condottiero a ribadire che l’umanità è un corpo solo e che noi piccoli esseri fragili siamo davvero “tutti sulla stessa barca” perché “nessuno si salva da solo” (ricordi la sera del 27 marzo 2020, quando in piena pandemia era rimasto come l’unico intercessore in una Piazza San Pietro innaturalmente deserta?). L’unico a sottolineare nelle sue due splendide encicliche – Laudato si’ e Fratelli tutti – quello che il grande filosofo francese oggi centenario Edgar Morin ha coniato e proposto in quasi tutti i suoi lavori come “comunità di destino” (qui ci basta l’ultimo suo libretto scritto nel tempo pandemico: Cambiamo strada. Le 15 lezioni del coronavirus). Perciò la tua definizione di “figlia della comunità” è molto di più di una definizione, è un progetto corale, è la professione di una identità che nessun io può darsi da sé se non dentro il noi più ampio – non costringente o soffocante – della fraternità umana. Il Noi non annichilisce l’Io. Lo esalta e lo libera da ansie prometeiche. Trovo tutto questo liberante.
    Che questa comunità di Longuelo sia stata il grembo che ha generato anche le tue convinzioni religiose, i tuoi valori, la tua passione nei confronti dell’uomo di Nazareth, mi sembra una bella apertura di credito verso il “noi” del quartiere e la famiglia dei credenti longuelesi.
    Ti auguro di poter incontrare autentici testimoni capaci di farti imboccare la via di una vita che trova il suo senso nel dono gratuito e disinteressato di sé.
    A presto. Un abbraccio. Il vecchio parroco

    PS: attendo l’annunciata lettera che introdurrà ai temi della fede e dell’esperienza cristiana. E credo che sarà proprio l’ultima del nostro dialogo. Magari no.


    T e r z a
    p a g i n A


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