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    25. Daniele

    fabris25


    Destinatari del Libro di Daniele sono gli ebrei sottoposti alla persecuzione e costretti sotto minaccia di morte a rinnegare la propria fede.
    Il Libro di Daniele, chiamato “saggio” in Ez 28,3, e menzionato, assieme a Noè e Giobbe, tra gli uomini “giusti” dell’antichità (Ez 14,14.20), nel canone cristiano è posto tra i profeti e nel canone ebraico tra gli “scritti”. Nelle edizioni a stampa si compone di dodici capitoli, redatti parte in ebraico – Dan 1,1-2,a + Dan 8,1-12,13 – e parte in aramaico (Dan 24b-7,28). Nella traduzione greca dei “Settanta” c’è un’appendice in greco, dove si riportano la storia di Susanna e il racconto di Bel e il drago (Dan 13,1-14,42). Anche la preghiera di Azaria e il cantico dei tre giovani nella fornace fanno parte delle aggiunte della versione greca (Dan 3,24-90). Il libro può essere suddiviso così: Daniele e i giovani ebrei alla corte del re, Dan 1,1-6,29; visioni di Daniele, Dan 7,1-12,13; Susanna, Bel e il drago, Dan 13,1-14,42.

    1. Daniele interprete dei sogni-visioni

    Il protagonista del racconto in prima persona e delle narrazioni in terza persona è Daniele, un giovane ebreo, deportato in Babilonia al tempo del re Ioakim ed educato, assieme ad altri tre giovani, alla corte babilonese. I quattro giovani ebrei di nobile famiglia, dal funzionario incaricato della loro educazione, ricevono nomi persiani: Baltassar (Daniele), Sadrac (Anania), Mesac (Misaele), e Abdènego (Azaria).
    Grazie alla capacità donatagli da Dio di interpretare i sogni, Daniele ottiene un grande successo prima presso la corte babilonese e poi in quella persiana. Egli scioglie l'enigma del re Nabucodonosor, che in sogno ha la visione di una statua enorme con il capo d'oro, il petto e le braccia d'argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi di ferro ed argilla. La statua, frantumata da una piccola pietra che diventa un grande monte, rappresenta i vari regni della terra che saranno annientati nello scontro con il regno di Dio. Lo stesso tema è ripreso con il sogno-visione di un grande albero che con la sua cima raggiunge il cielo e offre riparo e ombra a tutte le bestie del cielo e della terra. La rovina dell’albero, nell’interpretazione che ne dà Daniele, rappresenta la crisi del re Nabucodonosor, che riconoscerà l’unica signoria di Dio. La terza visione interpretata da Daniele è la scrittura delle parole tracciate da una mano sulla parete della sala, dove il re sta banchettando. Il re Nabucodonosor e il suo regno, giudicati da Dio, sono destinati alla rovina.

    2. Daniele testimone della fede nel Dio unico

    Assieme ai tre compagni ebrei, Daniele supera diverse prove della sua fede nel Dio unico di Israele. Contravvenendo al decreto di Nabucodonosor, i quattro giovani giudei rifiutano di prostrarsi e adorare la statua d’oro fatta costruire dal re. Gettati in una fornace ardente di fuoco, ne escono illesi. Il re riconosce che solo il Dio di Daniele è il vero Dio. Lo stesso tema è ripreso sotto il re medo-persiano, Dario, che emana un editto per proibire di venerare altri dei. Daniele sorpreso a pregare il Dio di Israele, è gettato nella fossa dei leoni, da dove viene estratto senza lesione alcuna. Anche in questo caso il re riconosce che il Dio di Daniele è l’unico vero di Dio. È evidente lo scopo edificante e apologetico di queste narrazioni. Il redattore del Libro di Daniele intende incoraggiare la fedeltà degli ebrei della diaspora di fronte al fascino o all’imposizione dell’idolatria, e nello stesso tempo denuncia l’empietà del culto imperiale.

    3. La visione del “figlio dell’uomo”

    Nella sezione di Dan 7,1-12,13 sono raccontate quattro visioni notturne di Daniele, dove si fa ricorso al linguaggio simbolico tipico del genere letterario “apocalittico”. La visione in cui compare il “figlio dell’uomo” è scandita in tre fasi: visione delle quattro grandi bestie, che emergono dal Mare Grande, e del piccolo corno in mezzo ad esse (Dan 7,2-8); visione della sala del trono dell’Antico dei giorni e del giudizio sul piccolo corno e sulle quattro bestie (Dan 7,9-12); visione dell’intronizzazione del Figlio dell’uomo (Dan 7,13-14). Alla triplice visione segue l’interpretazione richiesta da Daniele e data dall’angelo interprete (Dan 7,15-27).
    La scena d’intronizzazione del figlio dell’uomo rappresenta l’acme del dramma: «Guardando ancora nelle visioni notturne ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino all’Antico dei giorni e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai e suo regno non sarà mai distrutto» (Dan 7,13-14). Il “figlio dell’uomo” è un’immagine antitetica alle quattro bestie della visione iniziale, che rappresentano i grandi regni della storia orientale: quello dei neo-babilonesi (leone), dei medi (orso), dei persiani (leopardo), dei greci-macedoni (bestia con dieci corna). Mentre alle quattro bestie il potere è sottratto e delimitato, al figlio dell’uomo è dato un potere totale, universale ed eterno. Mentre le quattro bestie salgono dal Mare Grande, il figlio dell’uomo viene “con le nubi del cielo”, che evocano il mondo divino. L’espressione kebar ’enāš, “come un figlio d’uomo”, ne suggerisce la valenza simbolica.
    Nell’interpretazione successiva la figura del figlio d’uomo è identificata con “i santi dell’Altissimo” e il “popolo dei santi dell’Altissimo” (Dan 7,18.27). A loro volta i santi dell’Altissimo sono vinti e oppressi dal “piccolo corno” arrogante e blasfemo, che tenta di stravolgere il calendario e la Legge (Dan 7,25). Se l’immagine del piccolo corno rappresenta Antioco IV Epifane, successore di Alessandro Magno per la Siria, il “popolo dei santi” coincide con i Giudei fedeli, da lui perseguitati e oppressi. L’intronizzazione del figlio d’uomo e il giudizio di Dio, che toglie il potere alle figure bestiali e lo dà al popolo dei santi, hanno un significato messianico implicito.
    Con queste visioni apocalittiche Daniele annuncia che Dio, re e giudice della storia, libera il popolo perseguitato e oppresso dalle potenze straniere, e gli assicura un regno definitivo. Le espressioni riferite al figlio dell’uomo: «il suo potere… non finirà mai» e «il suo regno non sarà mai distrutto», come anche la sottomissione dei popoli, evocano la promessa di Natan a Davide, ripresa nei Salmi messianici. La valenza messianica della figura del figlio dell’uomo di Daniele, sarà esplicitata nel Libro delle Parabole, capitoli 37-71, dell’apocrifo Enoch etiopico (1Enoch). Con l’espressione “figlio dell’uomo” Gesù presenta la sua identità e il suo ruolo nel dramma della passione-morte e nel giudizio finale.

    4. Origine letteraria e storica

    Nonostante il montaggio di varie tradizioni e l’uso di forme letterarie diverse – narrazioni, inni, dossologie, visioni, rivelazioni – si deve riconoscere l’unità del pensiero del redattore finale del libro di Daniele: affermare la trascendenza e l’unicità di Dio sullo sfondo dello scontro con l’ideologia e la pratica idolatrica del mondo antico orientale ed ellenistico.
    Il libro di Daniele si presenta come un testo scritto all'epoca babilonese-persiana. In realtà vi si riflette il clima della lotta dei Maccabei contro il tentativo di assimilazione greco-ellenistica della Giudea da parte dei successori seleucidi di Alessandro Magno, in particolare del re Antioco IV Epifane (II secolo a C.). Nei racconti e nelle visioni si proclama il dominio assoluto di Dio sulla storia del mondo e la sua sollecitudine per i credenti. La testimonianza coraggiosa di Daniele e dei suoi compagni smaschera l'orgoglio idolatrico di chi pretende di mettersi al posto di Dio. Destinatari del Libro di Daniele sono gli ebrei sottoposti alla persecuzione e costretti sotto minaccia di morte a rinnegare la propria fede. Con i racconti esemplari e le visioni profetiche i lettori sono invitati a rimanere saldi nella fede, anche di fronte alle minacce di morte, perché Dio non abbandona i giusti che confidano in lui.
    La redazione definitiva del libro può essere collocata in Giudea attorno al 164 a.C. Le aggiunte della versione greca dei Settanta – Dan 13-14 – sono state fatte probabilmente ad Alessandria, attorno alla metà del II secolo a.C. Una conferma dell’origine ellenistica del Libro di Daniele si ricava anche dal fatto che vi sono incoerenze e confusioni circa i nomi e la successione dei vari re medo-persiani (Ciro, Dario, Serse).


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