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    Chi viene a me

    non avrà fame

    e chi crede in me

    non avrà mai sete

    (Gv 6,24-35)

    Giancarlo Bruni


    Il Tu nascosto nella scrittura attraverso la lettura-ascolto emerge dalla scrittura come Parola-pane che viene incontro alla fame dell’uomo e come Parola-acqua che viene incontro alla sete dell’uomo. Un incontro di illuminazione e di trasformazione ove la coscienza è risvegliata a una ineffabile conoscenza delle proprie fami e seti profonde: “Non di solo pane vive l’uomo” (Mt 4,4), del cibo di cui esse necessitano: “ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4) e di chi sia colui che lo dona: “ Il Figlio dell’uomo” (Gv 6,27). Un incontro che converte ogni giorno di più il nostro bisogno-desiderio di senso in preghiera: “Signore, dacci sempre questo pane” (Gv 6,34), “Signore, dammi quest’acqua” (Gv 4,15). Da essi dipende la mia verità, il mio divenire creatura bella e buona al tuo cospetto nel giardino della vita. E’ in questa ottica che leggiamo alcuni passaggi di Giovanni 6,24-35, una pagina dono della tenerezza del Padre.

    1. Gesù educatore della folla: discernere la ricerca
    “La folla…si diresse…alla ricerca di Gesù” (Gv 6,24). La folla è qui la metafora del cammino dell’uomo costitutivamente creatura di ricerca di presenze intuite come benedizione, come eventi in grado di dischiudere al senso il giorno dato a vivere e l’ora data a morire. Folla che ha già esperimentato nel gesto della moltiplicazione dei pani (Gv 6,1-13) la attenzione premurosa di Gesù; folla sempre tentata di eleggere a suo governatore chi gli procura il pane (Gv 6,14-15), disposta anche a vendere coscienza e libertà in cambio della sicurezza economica; folla dinanzi alla quale Gesù adempie un alto compito di educatore che merita di essere sottolineato. Educazione circa il discernimento sul cercare: “In verità, in verità vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati” (Gv 6,26). E’ questo un cercare simile a quello dei “polli che vanno dietro alla massaia per amore del becchime” (S.Fausti), tale da negarsi alla intelligenza profonda del significato sotteso al gesto del pane spezzato e di colui che lo ha compiuto. Gesù in termini negativi invita la folla a uscire da un approccio superficiale alla lettura degli eventi, la loro riduzione a una dimensione, e in termini positivi provoca a divenire popolo capace di interpretazione, dedito all’arte di entrare nei fenomeni lasciandosene investire dal messaggio e dal senso interiori, il che richiede disponibilità mai arresa a voler capire, ad andare oltre. Leggiamo: “ Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,27). A scanso di equivoci sia chiaro che Gesù, e in lui Dio suo Padre, è tutt’altro che straniero ai bisogni primari e fondamentali dell’uomo a cui si è dedicato con passione, il mangiare-dormire-giocare-amare-pensare-vivere in libertà, semplicemente apre all’uomo la possibilità di un nuovo e inedito orizzonte nei confronti del quale darsi da fare. Tale orizzonte si chiama “vita eterna”, di essa egli è il rivelatore e il datore inviato dal Padre. Dinanzi a tale dono l’opera da fare è “che crediate in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Siamo al cospetto di insegnamenti che ci riguardano molto da vicino: la parola risveglia la coscienza al coraggio di reintrodurci in cammini caratterizzati da ricerche decisive, il ridiscendere nel segreto della propria cella interiore, il cuore, a individuarvi quali fami e quali seti lo abitano, e quali domande. E ancora a individuarvi chi lo abita e quale spazio ha trovato in noi la sua presenza e quale accoglienza il suo dono.

    2. Il significato di un dono che diventa tale quando accolto
    “Donna, chi cerchi?” (Gv 20,15) e voi “Che cosa cercate?” (Gv 1,38) e perché? Guardandoci bene dentro noi cerchiamo amore e vita e presenze di amore e di vita in cui riposa il senso dell’esserci, e guardandoci bene attorno è dato di scorgere sotto il sole uomini e donne che dicono di essere stati incontrati un Tu di nome Gesù ad essi amore fino all’ultimo respiro, fino all’ultima goccia di sangue, fino al dono della propria vita perché l’uomo abbia la vita e l’abbia in abbondanza (Gv 10,10). E nel discepolo è racchiuso ogni vivente. Siamo al cuore della esperienza cristiana: Dio-vita in Cristo-vita esce dalla sua luce inaccessibile per farsi compagnia all’uomo affamato e assetato di vita, per condurlo alle sorgenti delle acque della vita che mai viene meno (Ap 7,17). Sorgente il cui nome è Dio: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17, 3); declinazione il cui nome è amore: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,13); approdo il cui nome è l’eterna compagnia del Figlio: “Vado a prepararvi un posto…perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14,2-3). Il senso di un discorso si chiarifica: all’uomo che invoca e attende amore e vita Dio dona il Cristo che apre la porta al giardino di una vita inenarrabile. Ove il vivere consiste nell’essere figli e figlie amati da Dio in Gesù, il nostro nome nascosto e svelato, nell’essere inviati e inviate da Dio in Gesù ad amare come amati, il nostro ineffabile compito, e nell’essere amati e amate di un amore eterno, il nostro ineffabile approdo. Questo il racconto cristiano: sono amato, dunque sono, sono inviato ad amare, dunque esisto bene, sono un amato per amare per sempre. Un già verso la piena fioritura del non ancora. Che fare? Credere, cioè accogliere il dono in allegra e stupita fiducia. Ove credere in Giovanni equivale ad accettare come vera la parola-messaggio di Gesù (Gv 2,22; 4,21-50; 1Gv 3,23) e ad aderire alla sua persona (Gv 2,11; 3,16.18.36; 4,39) di Unigenito Figlio di Dio (Gv 1,12; 2,23; 3,18; 1Gv 5,13). Persona che la pagina evangelica finisce per identificare con il dono stesso di Dio alle fami ontologiche dell’uomo, la nascita alla sua nascosta identità, al perché e al come del suo esserci e al suo destino ultimo: colui che ha spezzato il pane e il pane della parola è il pane che si spezza e che si dona in pasto. Questa è la conclusione del lungo dialogo Gesù-folla: “In verità, in verità io vi dico:.. è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo. Allora gli dissero: Signore, dacci sempre questo pane. Gesù rispose loro: Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai” (Gv 6,32-34). A differenza di quanto la Sapienza dice di sé stessa: “Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete” (Sir 24,20).

    3. Fame di senso e pane che apre al senso
    Concludiamo da dove siamo partiti. “ Che cosa è l’uomo” si chiede il salmista (Sal 8,5), egli è mendicante e attesa non di solo pane ma di frammenti di luce che diano una ragione al proprio esserci al mondo, al “Che ci faccio qui” (B.Chatwin). E Dio? E’ colui che se prende cura (Sal 8,5) al punto di venire incontro alla fame e alla sete di senso dell’uomo con il dono di un Tu che ha il sapore di un pane profumato da sempre atteso. L’esperienza della fede sboccia quando accade l’incontro tra l’io sono fame e l’Io sono il pane di Dio disceso dal cielo (Gv 6,33) per te, per noi, per ogni uomo, per l’intera creazione. Un incontro che apre gli occhi sulla verità di Dio, è buono come il pane; sulla verità di Gesù, è la bontà di Dio fatta pane; e sulla verità dell’uomo, nel suo segreto è fame di bontà cercato e chiamato da Gesù a divenire pane conforme a lui (Rm 8,29), a sua statura. Una illuminazione che la sua compagnia, l’andare a lui-l’accogliere lui-l’ascoltare lui-il mangiare lui, rende possibile trasformandoci a sua immagine e somiglianza: figli e figlie del Buono inviati alla terra a manifestarne la benevolenza incondizionata per ogni creatura animata e inanimata fino al dono di sé per la vita del proprio amico e del proprio nemico, fino a darsi in pasto. E la vita si dischiude a orizzonti di altissimo senso: divenire pane, acqua, olio e vino per le innumerevoli fami, seti, ferite e tristezze dell’uomo. Gli affamati di senso incontrati dal Pane che dà senso diventano pane donato alla tavola della vita trovando in questo senso pieno. Un incontro che genera un desiderio fatto preghiera, al pari di quella della samaritana (Gv 4,15): “Signore, dacci sempre questo pane” (Gv 6,34), la tua amicizia (Gv 15,14-15), le tue parole di vita eterna (Gv 6,68), te stesso. Per divenire noi stessi.


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