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    del Nuovo Testamento:

    Gesù Cristo trasparenza

    dell'amore del Padre

    Bruno Maggioni


    L'intuizione che riassume tutta la fede dell'intero Nuovo Testamento (come si sia arrivati a questa intuizione, attraverso quali tappe... è un discorso che qui non possiamo fare) è che in Cristo si è svelata la verità di Dio, la verità dell'uomo e il senso della storia. Gesù di Nazaret - questa èla fede dei primi cristiani come è la fede della Chiesa d'oggi
    - è la trascrizione storica, umana, di Dio. Gesù è lo «spazio storico» - non solo per le parole che ha detto ma soprattutto per la vicenda che ha vissuto - per conoscere Dio e per dirlo, per sapere come cercarlo e dove trovarlo.

    Gesù rivela il Padre

    L'inno a Cristo che si legge nella lettera ai Colossesi (1,15-20), probabilmente un antico inno liturgico, inizia affermando che Cristo è «l'immagine del Dio invisibile». Cristo è colui che, nella sua persona e nella sua storia, ha reso visibile e vicino il Dio invisibile. L'invisibilità di Dio si è dissolta nell'apparizione storica di Gesù di Nazaret. Così l'antico inno liturgico sembra essere una risposta agli uomini che cercano Dio e non lo trovano: Dio non è più invisibile e lontano: egli è uscito dalla sua invisibilità e in Cristo ci è venuto incontro: ora è possibile conoscerlo e raggiungerlo. Ma la medesima affermazione può anche essere letta diversamente, e cioè come una risposta polemica nei confronti di tutti coloro che pretendono di aver raggiunto Dio e il senso ultimo delle cose. Soltanto Cristo è la storia definitiva, più trasparente, della presenza di Dio tra noi.
    Parlo ripetutamente di «storia», perché a rivelare il volto di Dio non basta la semplice incarnazione (un Dio che si fa uomo), ma occorre porre in primo piano le precise modalità storiche vissute da Gesù di Nazaret. Se il Figlio di Dio avesse vissuto una storia diversa (se avesse, per esempio, assunto le forme dell'imperatore di Roma), ancora si sarebbe potuto parlare di «vero Dio» e «vero uomo», ma completamente diversa sarebbe stata la rivelazione di Dio. Come pure è diversa la lettura dell'epifania di Dio avvenuta in Gesù, se prendiamo come centro interpretativo della sua storia i miracoli, o la sua venuta alla fine dei tempi in potenza e gloria, anziché invece la croce/risurrezione.
    Probabilmente anche il prologo del vangelo di Giovanni (1,1 - 18) era in origine un antico inno liturgico, che l'evangelista ha collocato all'inizio del suo vangelo. Gesù - perché è proprio di lui che l'inno sta parlando - è definito Parola, che da sempre è vicina e rivolta al Padre, in ascolto (1,1). È perché è in ascolto, trasparenza del Padre, che Gesù può parlarci di lui. Ma questa Parola è divenuta carne, è entrata cioè nella storia dell'uomo, condividendone sino in fondo l'esperienza (1,14). In questo farsi carne della Parola si realizza pienamente l'alleanza fra Dio e l'uomo. Il Verbo non ha rifiutato nulla di ciò che è umano, ma l'ha assunto e introdotto nella sua persona. E così l'incarnazione rappresenta un rifiuto radicale di ogni dualismo. In Cristo il mondo di Dio e il mondo dell'uomo si sono uniti, riconciliati. Il Dio di Gesù Cristo non è il Dio del dualismo, ma dell'assunzione della realtà umana e della solidarietà con la storia. Il Dio di Gesù Cristo non abbandona il mondo a se stesso né invita a farlo.
    Ma il farsi carne della Parola dice anche un'altra verità, altrettanto importante. Gesù può farsi narrazione ed esegesi di Dio (Gv 1,18), perché parola che riflette il Padre (Gv 1,1), parola in ascolto, e al tempo stesso perché parola divenuta carne dell'uomo, storia e divenire. Gesù è la parabola di Dio e dell'uomo, e perciò può parlare di Dio 'all'uomo e dell'uomo a Dio. Carne significa che la Parola, pur non perdendo lo splendore che appartiene al Figlio unigenito, non si è espressa saltando l'opacità della storia, ma al contrario servendosene.
    E così la parola definitiva rivolta da Dio all'uomo non ha ristretto lo spazio della contraddizione, che accompagna sempre la storia dell'uomo. Sembra addirittura averlo quasi allargato; ma proprio inserendosi nella contraddizione, Gesù si è posto nel punto più delicato (ma anche più vero) della storia e dell'uomo. A partire da qui ha tutto illuminato. Egli ha illuminato le sconfitte della storia rivivendole (la croce) e ha dato le risposte riproponendo la domanda («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», Mt 27,46). Così Gesù non è soltanto dalla parte del mistero di Dio di fronte all'uomo, ma anche dalla parte dell'uomo di fronte al mistero. Cristo si è veramente posto nel centro della storia, là dove Dio e l'uomo sembrano contraddirsi, trasformando la contraddizione in rivelazione.
    È noto che Gesù ha annunciato il regno di Dio. È questo il centro della sua missione. L'annuncio del regno fatto da Gesù non dice soltanto che Dio è qui e agisce, ma anche manifesta un volto nuovo di Dio. Nuova, per fare un esempio, è l'accentuazione dei tratti della misericordia e dell'universalità. Certo, anche nella società religiosa del tempo si parlava di misericordia, ma era molto più accentuato il giudizio, e in ogni caso la separazione fra giusti e peccatori. Nella predicazione di Gesù avviene alla rovescia. La sua prassi messianica - che Gesù stesso indica come espressione o specchio dell'azione di Dio - è caratterizzata dalla ricerca degli esclusi, a incominciare dai peccatori. Nella misericordia di Gesù non appare semplicemente la bontà di Dio, ma proprio l'universalità e la gratuità di questa bontà. La prassi di Gesù ha travolto lo schema del puro e dell'impuro, rompendo ogni barriera emarginante. Gesù coglie l'uomo semplicemente nel suo rapporto con Dio o, meglio, nel rapporto che Dio ha con lui.
    L'universalità del Dio di Gesù è qualitativa. Forte di questa idea, la comunità primitiva scoprirà la propria cattolicità e la natura assolutamente universale della propria missione. Ma non senza molte difficoltà e accesi dibattiti. A quanto stiamo dicendo, si aggiunga anche il fatto che Gesù non chiude - pur di fronte all'opposizione più radicale - la sua missione dentro un recinto, convinto che si affretti la venuta del regno abbandonando il mondo e isolandosi nella purezza. Nulla di tutto questo. Rifiutato, Gesù non si ritira dal mondo e non invita i suoi discepoli a farlo. Si è giustamente scritto che Gesù parlava di Dio in modo tale che è assolutamente impossibile pensare a lui senza pensare a Dio. Gesù parlava di Dio anche quando sembrava tacere su di lui. Gesù ha compreso tutto se stesso ponendosi davanti a Dio. E per lui il nome abituale di Dio era «Padre».
    Nei confronti di questa divina paternità Gesù, però, non si presenta soltanto come l'annunciatore, ma come uno che in modo del tutto particolare la conosce, la sperimenta e l'accoglie. A mostrarlo, basta la totale dedizione di Gesù alla missione di rivelare Dio come Padre, al punto che nei suoi gesti vuole esserne la trascrizione visibile: così, ancora una volta, l'accoglienza dei peccatori. Particolarmente rivelatrice, poi, è la sua invocazione - davvero insolita, comunque la si valuti - nel momento cruciale della passione, nell'orto del Getsemani: Abbà (Mc 14,36).
    Rivolgendosi al Padre e chiamandolo Abbà, Gesù svela un rapporto di grande confidenza. Una confidenza, diremmo una trasparenza, che non si manifesta nei gesti della potenza, bensì nel miracolo dell'obbedienza. Da tutto questo, anche se frettolosamente evocato, risulta che Gesù non solo ha sperimentato una singolare vicinanza del Padre, ma ha vissuto questa vicinanza dentro la più radicale obbedienza. In tutto ciò che ha detto e ha fatto Gesù ha inteso dire chi è Dio.

    L'amore del Padre per i peccatori

    La precisa storia di Gesù di Nazaret, nel suo nucleo centrale come nei particolari, è vangelo, lieta notizia, perché èla storia del Figlio di Dio, non semplicemente la storia di un giusto o di un profeta. Fosse stata semplicemente la storia di un uomo giusto, ci avrebbe soltanto insegnato, sia pure in modo esemplare, come l'uomo debba stare davanti a Dio. Ma questo lo si sapeva già. Essendo invece il Figlio di Dio, la storia di Gesù ci ha raccontato come Dio si pone davanti all'uomo.
    Per mostrare chi è Dio davanti all'uomo, Gesù ha accolto, privilegiandoli, gli emarginati di ogni genere: i poveri, i bambini, gli ammalati, le donne, soprattutto i peccatori. Anche se vi abbiamo già accennato, è bene ritornare su questa idea, che ci porta al cuore della novità del Dio di Gesù Cristo. Per Gesù l'accoglienza dei peccatori è un punto fermo, al quale non può rinunciare, nonostante le polemiche e le opposizioni. La stessa croce (una morte «per i peccatori») non sarebbe stata comprensibile senza la precedente accoglienza dei peccatori.
    I racconti evangelici non si stancano di annotare che di fronte al peccatore Gesù non vedeva anzitutto un uomo da condannare, un uomo da giudicare, ma un uomo a cui rioffrire tutte le possibilità. Di fronte al peccatore il primo sentimento di Gesù non è il giudizio, ma la cordialità. Per esprimere, poi, la direzione profonda della sua missione, Gesù ha affermato di essere venuto «a chiamare i peccatori». Chiamare è più della semplice accoglienza. Chiamare dice la solidarietà attiva, l'iniziativa e la ricerca. Un tratto, questo, illustrato molto vivacemente dalla parabola del pastore che va in cerca della pecora perduta (Lc 15,3-7). E, poi, chiamare nell'uso evangelico non è mai soltanto un chiamare al ravvedimento, bensì un invito a partecipare attivamente alla missione.
    Gesù ha incontrato anche i giusti, non solo i peccatori, e anche a loro ha rivelato il medesimo volto di Dio. Dio non ha due volti, uno per i peccatori e uno per i giusti, ma uno solo. Sappiamo che Gesù ha detto anche parole molto dure nei confronti dei giusti arroccati nella loro giustizia, ma non ha detto soltanto queste parole e, in ogni caso, le ha dette per offrire loro la possibilità di incontrare il vero Dio.
    Nella parabola del padre e dei due figli (Lc 15,11-32) è interessante il dialogo fra il padre e il figlio maggiore. Questi senza dubbio è la figura del giusto, che non comprende il Dio rivelato da Gesù e mormora perché i peccatori vengono accolti e subito perdonati. Il figlio maggiore rifiuta di partecipare alla festa per il fratello perduto e ritrovato, ritenendola ingiusta, addirittura un torto fatto alla sua obbedienza e al suo lavoro, alla sua giustizia appunto, come se tutto questo al padre non interessasse. La gioiosa accoglienza riservata al fratello minore gli dà l'amara sensazione che la sua giustizia sia del tutto sprecata: «Da tanti anni io ti servo e non ho mai disubbidito a un tuo comando. Eppure tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici» (Lc 15,29). Se il peccatore è trattato in quel modo, a che serve essere giusti? È a questo punto che si scorge quanto sia diverso l'atteggiamento del padre da quello del figlio. Per il padre non ci sono figli diversi, figli più figli. Il Padre ama i peccatori e ama i giusti. Ma al giusto vuol far capire tre cose, perché non sia invidioso del perdono riservato ai peccatori: che a lui, figlio sempre rimasto in casa, non gli è stato tolto nulla di ciò che gli spetta («ciò che è mio è anche tuo», v. 31); che lui ha potuto sempre godere della tranquilla sicurezza di stare col padre («tu sei sempre con me», v. 31); e che il figlio ritornato non è un estraneo, ma un fratello («tuo fratello», v. 32).
    Agli operai della prima ora (Mt 20,1-16), che si lamentano perché hanno ricevuto la stessa paga degli ultimi, il padrone, cioè Dio, spiega che se lui ha agito come ha agito, non è perché trascura chi ha lavorato di più, tanto meno perché pensa che il molto lavoro fatto sia servito a nulla. Il motivo che lo spinge ad agire così non è perché egli non ama i primi, ma perché ama anche gli ultimi. Lo spazio dell'agire di Dio è la bontà gratuita, non lo spazio ristretto del diritto e delle differenze. È nello spazio largo della bontà - che non contraddice la giustizia, ma la allarga - che Dio incontra l'uomo, ogni uomo, giusto o peccatore che sia. E così il Dio di Gesù Cristo è sempre sorprendente. C'è la scoperta del peccatore, che incontra un perdono impensato. C'è la sorprendente scoperta del giusto che incontra un Dio che lo porta al di là delle strettoie del diritto e delle differenze per introdurlo nell'ampio orizzonte della bontà gratuita.

    Il significato della croce

    Per comprendere il Dio di Gesù Cristo occorre soprattutto capire la verità della croce. Certo, se si riduce la croce al «prezzo» che il Figlio di Dio ha pagato al Padre per riparare i peccati dell'uomo, finendo - di conseguenza - con l'insinuare l'idea di un Dio «giusto al modo degli uomini», la cui giustizia è regolata dal tanto/quanto, allora... la croce non è più rivelazione del vero Dio. Perché la croce, proprio a partire dal suo aspetto di riparazione sostitutiva, evidenzia (questo è l'essenziale!) la solidarietà di Dio nei confronti dell'uomo. Dio si è comportato come il parente che si prende personalmente a carico la sorte del fratello. Il punto di vista corretto per osservare la croce di Gesù non è, anzitutto, quello della giustizia divina che deve essere soddisfatta, bensì quello di un Dio che è disponibile a soddisfarla per ogni uomo. La croce è la rivelazione massima, inaudita, della solidarietà di Dio. Una solidarietà ostinata, più forte dello stesso rifiuto: rifiutato dagli uomini, Gesù muore per gli uomini. La croce è la rivelazione di chi è Dio, una eccedenza di amore che va oltre lo stesso bisogno di salvezza dell'uomo. La croce è la rivelazione di Dio: ha i tratti dell'amore gratuito e smisurato.
    Ma della croce si potrebbe dire molto di più, se appena avessimo il tempo di leggere i racconti evangelici. Ai piedi della croce tutti deridono il Crocifisso. Il contrasto fra le precedenti pretese avanzate da Gesù e la sua evidente incapacità
    di scendere ora dalla croce appare ridicolo. Fa ridere la sua vantata pretesa di poter distruggere il tempio per poi ricostruirlo in tre giorni. Per i sacerdoti e gli scribi fa ridere la sua pretesa di essere Messia. Per gli uni e per gli altri l'unica prova che renderebbe credibile le sue pretese è di salvare se stesso. E questa è la sfida che lanciano contro di lui: «Salva te stesso» (Mt 27,4lss e par.).
    Gesù non accetta la sfida, perché non vuole identificarsi con il loro schema messianico, neppure per rendersi credibile. Nel rimanere di Gesù sulla croce tutti i presenti non vedono il dono di sé, ma l'impotenza, come esplicitamente dicono i sacerdoti: «Non può salvare se stesso». Non pensano che Gesù possa essere un Messia che non scende dalla croce per amore. E invece sta proprio nel «non salvare se stesso» la verità di Gesù, trasparenza della verità di Dio. Il Figlio di Dio non ha aggirato lo scandalo che accompagna la vita dell'uomo e il corso della storia, bensì vi si è addentrato più di ogni altro, facendo propria l'impotenza dell'amore che sembra mettere in discussione la verità. Se l'amore è la verità di Dio, perché troppe volte lo si sperimenta sconfitto e improduttivo? Di questo scandalo la croce è l'immagine, non la cancellazione. Ma è anche il superamento, purché si comprenda che Gesù ha salvato gli altri proprio non salvando se stesso. Il suo stare sulla croce non è impotenza, ma libero dono, e il silenzio della croce mostra che il Dio di Gesù Cristo fa i miracoli, ma non salva il mondo con la potenza dei miracoli, bensì con la generosità dell'amore, che giunge persino a dimenticarsi.


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