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    Gesù

    e il giovane ricco

    (Mt 19,16-22)

    Carlo Broccardo 

    Fin dai primi secoli, l’episodio del giovane ricco ha avuto interpretazioni molto diverse [1]. Secondo alcuni, per esempio, Gesù suggerisce due modi differenti di vivere la fede: la via normale di chi si sforza di osservare i comandamenti e la via «perfetta»di chi invece sente risuonare un invito speciale a lasciare tutto e seguire più da vicino il maestro («Se vuoi essere perfetto…», dice Gesù al giovane).
    C’è anche però chi non è assolutamente d’accordo con questa interpretazione e ritiene che l’invito di Gesù sia rivolto a tutti, dal momento che tutti i credenti sono chiamati a seguire il Signore. Non c’è purtroppo intesa, tra chi sostiene quest’altra ipotesi, sul come interpretare le parole di Gesù: bisogna prenderle alla lettera o ammorbidirle in qualche modo? Perché non è proprio la cosa più semplice del mondo vendere tutte le proprie sostanze, a motivo della fede…
    Noi non ci addentreremo nel dibattito, che dura da quasi duemila anni e non è ancora concluso. Lo eviteremo non per pigrizia o per paura, ma per la convinzione che sia più opportuno anzitutto leggere il testo di Matteo; confrontandolo con i racconti paralleli di Marco e Luca (cf. Mc 10,17-22 e Lc 18,18-23), ci accorgeremo di quanto il primo Vangelo sia più semplice degli altri e tutto sommato chiaro. Come dire che già Matteo, quando ha letto il testo di Marco, si deve esser posto le nostre domande; e vi ha pure risposto, a modo suo, cioè modificando il racconto di Marco quanto basta per aiutarci a comprenderlo [2].

    I comandamenti di Dio

    Matteo inizia la sua narrazione in modo un po’ brusco, senza spendere più di una parola per presentare il personaggio nuovo e tralasciando completamente di specificare luogo e tempo in cui avviene il fatto; con una costruzione tipica del suo Vangelo, dice semplicemente che qualcuno «si avvicina» a Gesù. Marco e Luca rivelano qualche dettaglio in più, dicendoci rispettivamente che quest’uomo si prostra e che è un notabile; Matteo invece rimane generico: sappiamo solo che un tale ha una domanda da porre a Gesù, tutto il resto viene dopo. Ma leggiamo i primi versetti:
    Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso» (19,16-19).
    La prima parte del botta-risposta tra questo tale e Gesù può sembrarci un po’ strana: uno si avvicina e gli fa subito una domanda così radicale, su questioni fondamentali quali la vita eterna, senza neppure salutare. Non dimentichiamo che siamo nel mondo ebraico del primo secolo d.C., in cui è normale che i discepoli pongano ai rabbini (non per nulla Gesù viene chiamato «maestro») questioni del genere. Un giorno, per esempio, i discepoli interrogarono Rabbi Eliezer (morto circa nel 90 d.C.): «Rabbi, insegnaci le vie della vita, affinché su di esse raggiungiamo la vita del mondo futuro» [3].
    Ma torniamo alla domanda rivolta a Gesù: di per sé non è poi così difficile rispondere. Come dice Gesù, solo Dio è buono; dunque «fare ciò che è buono» equivale a «fare la volontà di Dio», e la volontà di Dio è rivelata nella legge che egli ha dato al suo popolo. Come dice il profeta Michea: «Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio» (Mi 6,8). Quella che viene posta a Gesù non era in fin dei conti una domanda difficile: ogni buon ebreo sarebbe stato in grado di rispondere.
    Ma allora, occorreva proprio farla, una domanda del genere? Anche Gesù, prima di rispondere, fa notare che la questione è ovvia: «Perché mi interroghi su ciò che è buono?». A tutti è noto ciò che è buono: Dio [4]! Noi ci vergogneremmo nel porre una domanda ovvia; i discepoli di un rabbino no: fa parte del gioco, se così possiamo dire. È tipico del mondo rabbinico, infatti, progredire nell’insegnamento attraverso una serie di domande-risposte; si comincia dalla più elementare, poi si avanza nella riflessione, approfondendo ogni volta di più.
    La seconda domanda infatti è più precisa: «Quali comandamenti?». Se tutti erano d’accordo sul fatto che per entrare nella vita occorresse osservare i comandamenti, c’erano opinioni diverse su quali fossero le norme veramente indispensabili. Troviamo una traccia di tali discussioni anche nel quesito che un dottore della legge porrà a Gesù, a Gerusalemme: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?» (Mt 22,36). Secondo la tradizione rabbinica, la legge contiene 613 precetti: quali sono quelli necessari per avere la vita? Qui la risposta non è più scontata: ogni maestro ha un suo modo di vedere, rifacendosi ad altri rabbini prima di lui o contrapponendosi a loro.
    In tal proposito Gesù ha una sua opinione: fra i molti precetti di Dio, i più importanti sono i comandamenti dati a Mosè sul monte Sinai; tra questi dieci, poi, in modo particolare quelli che riguardano il comportamento verso le altre persone (omette invece i doveri dell’uomo verso Dio). È una scelta chiara, sottolineata dall’aggiunta del precetto contenuto in Lv 19,18: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Questo, secondo Gesù, è il cuore della legge; il comportamento buono che occorre mettere in pratica per avere la vita è l’amore del prossimo.

    Al di là della questione teorica

    Fino al v. 19, dunque, il dialogo tra questo tale e Gesù assomiglia molto alle dispute rabbiniche; il fatto poi che Matteo non ci dica perché mai egli si avvicini a Gesù (desiderio di apprendere o tentativo di metterlo in difficoltà?) né chi sia questo personaggio misterioso che fa tante domande, tutto questo contribuisce a fare della discussione in corso una questione puramente teorica. Fino al v. 19 compreso, in altre parole, abbiamo davanti agli occhi due tali che discutono dei massimi sistemi.
    Con il v. 20 però la musica cambia. Anzitutto Matteo comincia a delineare meglio il personaggio: è un giovane e ha sempre osservato la legge di Dio; così per noi che leggiamo non è più uno sconosciuto; se non ha un nome, ha almeno un volto. E poi ci lascia intendere che la questione non è per lui pura accademia, ma qualcosa che lo riguarda di persona.
    Una traccia era già visibile prima, a essere precisi; perché non aveva chiesto a Gesù: «Che cosa bisogna fare», in generale, ma: «Che cosa devo fare». Ora però il suo coinvolgimento personale diventa manifesto: ricevuta la risposta di Gesù, egli non continua la discussione per approfondire ancora la questione a livello teorico (per esempio: riflettendo sul rapporto tra amore del prossimo e amore di Dio, come accadrà al c. 22). Piuttosto, fa subito una riflessione sulla sua vita. Leggiamo il testo, sino alla fine:
    Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Udito questo, il giovane se ne andò triste, poiché aveva molte ricchezze (19,20-22).
    È bello notare come Gesù lasci l’iniziativa al giovane: non gli chiede subito di seguirlo, dopo la prima domanda. Alla domanda generica, Gesù risponde in modo generico; quando però colui che lo interroga si espone in prima persona, allora anche Gesù scende sul campo personale: «Vieni e seguimi» non è una spiegazione teorica, ma un invito che tocca la vita.

    Qualcosa manca ancora

    Dopo aver notato il livello meno astratto di questa seconda parte del brano, è necessario che torniamo ad approfondire alcuni dettagli. A cominciare dalla domanda del giovane: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?» (v. 20). Fin dall’antichità, la prima parte della frase ha fatto sdegnare non pochi lettori del Vangelo; sembrerebbe un po’ troppo presuntuoso uno che afferma di aver sempre osservato i precetti di Dio! L’unica attenuante è la sua giovane età: si sa, i giovani tendono a esagerare… Ma il cosiddetto Vangelo dei Nazareni, uno scritto apocrifo del II secolo, non concede giustificazioni di sorta: «Come puoi dire: Ho osservato la legge e i profeti?» [5].
    Ragionando così però entriamo in questioni che Matteo ha abilmente evitato; e dunque perdiamo tempo. Ancora una volta, infatti, egli modifica il testo di Marco semplificandolo. Secondo Marco è Gesù che fa la precisazione: «Una cosa sola ti manca» (Mc 10,21; cf. Lc 18,22); secondo Matteo, invece, è lo stesso giovane che si rende conto che gli manca qualcosa. Quando dice di aver osservato tutti i comandamenti, non lo fa dunque con la presunzione di chi ritiene di essere a posto, ma al contrario ben sapendo che qualcosa ancora gli manca.
    Dalle parole del v. 20 conosciamo meglio il personaggio e riusciamo finalmente a intuire perché si fosse avvicinato così bruscamente a Gesù, rivolgendogli domande sulla vita eterna: seppure giovane, era già arrivato a comprendere che per avere la vita è necessario osservare la legge di Dio; di più, era consapevole dell’importanza dell’amore al prossimo come fondamento di ciò che è buono. Di più ancora, tutto questo lo aveva non solo capito, ma anche messo in pratica. Eppure non gli basta. Conosce la via per la vita eterna, anzi si è già incamminato, ma è ugualmente inquieto. Va da Gesù perché cerca qualcosa di più. Sa che gli manca, spera di trovarla.

    Povertà e sequela

    «Che cosa ancora mi manca?». Questa è la domanda. Prima erano solo schermaglie, riti introduttivi; ora la questione vera che lo ha portato a Gesù. La risposta non si fa attendere: «Vendi tutto e seguimi». Una proposta semplice e complicata al tempo stesso: facile da capire ma non da mettere in pratica per il giovane a cui è rivolta; difficile anche da interpretare per noi che leggiamo. Procediamo pertanto con calma, annotando in proposito tre riflessioni.
    La prima: al giovane che cerca di più, Gesù chiede di vendere tutto, di dare il ricavato ai poveri e poi di seguirlo. Potremmo discutere sulla fattibilità di un comando del genere, non certo sulla sua chiarezza; è un invito radicale, senza mezze misure: «Vendere e dare tutto ai poveri equivale a bruciare i ponti dietro di sé, partire senza possibilità di ritorno» [6]. In altre parole, Gesù gli chiede esplicitamente una scelta di povertà totale e irreversibile. Qualcosa di analogo lo avevamo incontrato al c. 10, quando manda i dodici apostoli in missione assolutamente privi di mezzi, «perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento» (10,10) [7]; ma lì si tratta di un certo modo di annunciare il vangelo, qui invece è in ballo una scelta che coinvolge tutta la vita.
    Una seconda riflessione riguarda l’altro invito: «Seguimi». Non è la prima volta che Gesù chiama qualcuno a seguirlo; ma è la prima volta che pone come condizione previa il lasciare tutto, anzi vendere tutte le proprie sostanze e distribuirne il ricavato. È vero che i primi quattro discepoli di fatto lasciano barca, padre e quant’altro e subito seguono Gesù (cf. 4,18-22); lo stesso si può intuire di Matteo il pubblicano, che all’invito di Gesù risponde alzandosi e mettendosi a seguirlo, sull’istante (cf. 9,9); qualcosa di simile con il discepolo anonimo del c.8, al quale Gesù dice: «Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti» (8,22) [8]. Il confronto con questi racconti di chiamata mette bene in luce che sempre seguire Gesù è una scelta radicale; mai però come nell’episodio del giovane ricco questo aspetto viene sottolineato e detto in modo tanto esplicito – e, specialmente, richiesto dallo stesso Gesù.
    Al giovane che lo avvicina, Gesù chiede dunque due cose: vendere tutto quello che ha e seguirlo. Non solo l’una, non solo l’altra; lo capisce bene l’interessato che – non volendo rinunciare ai molti beni che possedeva – declina pure l’invito a seguire Gesù: «Udito questo, il giovane se ne andò triste» (19,22). La conclusione del racconto introduce una terza riflessione, a proposito del legame indissolubile (così ci viene presentato) tra povertà e sequela. Posta in modo fin troppo banale, la domanda risuona così: ma il ricco, alla fine, si salverà lo stesso? Non ha seguito Gesù, è vero, ma ha pur sempre osservato i comandamenti… Posta in maniera più strettamente esegetica, la questione è in quale rapporto stiano le due frasi ipotetiche dei vv. 17 e 21:
    – se vuoi entrare nella vita,osserva i comandamenti (v. 17);
    – se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto (…), poi vieni e seguimi (v. 21).
    Entrare nella vita (o, per usare le parole del giovane, ottenere la vita eterna) ed essere perfetto: sono dunque due cose distinte? Come dire: chi vuole si ferma al primo gradino, chi aspira a qualcosa di più si slancia per raggiungere il secondo? Il parallelo tra i due versetti sembrerebbe dire di sì: a un tale che già osserva i comandamenti (e quindi è sulla via giusta per entrare nella vita) Gesù chiede di fare qualcosa di più. Ma se così fosse, entreremmo in un corto circuito teologico; sarebbe come affermare che entrare nella vita è solo il primo gradino…
    Se infatti il giovane ricco sta già facendo la cosa giusta, se è già incamminato sulla via che conduce alla vita eterna, si può realmente dire che gli manca ancora qualcosa? Che cosa potrebbe mai essere superiore alla vita stessa di Dio? In cosa potrebbe consistere tale perfezione, da essere qualcosa di più alto della vita eterna? Queste le domande che un lettore di oggi potrebbe farsi; hanno tutte però un errore di fondo, e precisamente un concetto sbagliato di cosa voglia dire osservare la legge ed essere perfetti.

    Sul concetto di perfezione

    Oltre al testo che stiamo leggendo, solo un’altra volta in tutto il Vangelo secondo Matteo ritorna l’aggettivo «perfetto» (téleios); proprio nel discorso della montagna, in un contesto dunque in cui Gesù parla tantissimo di come bisogna mettere in pratica la legge di Dio. Più precisamente, dopo aver detto ai suoi ascoltatori che la loro giustizia (cioè il loro modo di vivere la legge, di fare la volontà di Dio) deve essere superiore a quella degli scribi e farisei, Gesù fa sei esempi concreti (le cosiddette «antitesi»: 5,17-48); conclude affermando:
    Siate voi dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste (5,48).
    Entriamo più nel dettaglio, servendoci di due articoli sul tema, presenti nel secondo fascicolo di Parole di vita di quest’anno, dedicato interamente al discorso della montagna. A proposito dell’invito a essere perfetti come il Padre, Carbone scrive così:
    Questa formula sostituisce il ritornello del codice di santità della legge («Siate santi, perché Io sono santo» Lv 19,2). Mentre nella torà il concetto di santità è soprattutto un concetto statico, basato sulla separazione da ciò che è profano, nel Nuovo Testamento è un concetto del tutto dinamico, basato su una perfezione finale (teleiosis) che si raggiunge con uno sforzo continuo di discernimento per essere sempre in linea con la volontà di Dio rivelata in Gesù [9].
    Più avanti Scaiola, precisando meglio l’affermazione di Carbone, riflette su come anche nell’Antico Testamento praticare la volontà di Dio sia un concetto dinamico; non si tratta solo di mettere in pratica alla lettera un cumulo di precetti. In questa scia si pone Gesù, quando invita i suoi discepoli ad avere una giustizia superiore:
    C’è un’osservanza che appare letterale, ma può anche uccidere, e c’è un compimento che disorienta perché non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un dinamismo tendenzialmente infinito. In questo cammino paradossale, però, abbiamo dei punti di riferimento imprescindibili e rassicuranti: la Scrittura e l’esempio di Gesù [10].
    Alla luce di queste due riflessioni riusciamo a comprendere meglio la situazione del giovane ricco. Era veramente esemplare: stava percorrendo la strada giusta per raggiungere la vita eterna! Ma non tanto perché era bravo a mettere in pratica nel dettaglio tutti i comandamenti; e neppure perché aveva capito che il cuore teologico della legge è l’amore al prossimo. L’aspetto migliore del suo modo di fare era, paradossalmente, proprio il non sentirsi a posto e quindi il continuare a cercare; ciò che lo rendeva un ottimo praticante era il non accontentarsi della pura osservanza dei precetti, il coraggio di disturbare Gesù per chiedergli: «Che mi manca ancora?».
    In questo contesto riusciamo a capire meglio anche la risposta di Gesù: non gli propone un punto di arrivo, ma gli chiede di continuare la strada. Lo invita a camminare dietro di lui, il maestro; e non più o meno, ma sul serio: tagliando completamente i ponti con tutto il resto. Gesù gli propone questo, se vuol essere perfetto. Purtroppo il giovane non ha accettato l’invito e se ne è andato triste; lui che desiderava essere perfetto, ha preferito fermarsi e accontentarsi. Troppo costoso continuare a camminare.

    I primi, gli ultimi e la bontà di Dio

    Alla fine dunque non c’è differenza tra entrare nella vita ed essere perfetti: perfetto è chi continua a camminare sulla via che conduce alla vita. Non c’è dunque contrapposizione neppure tra osservare la legge e seguire Gesù: chi segue la via della legge sarà sempre per strada, nella continua ricerca di cosa vuol dire oggi amare il prossimo come se stessi; e per Matteo non c’è dubbio che chi percorre questa strada incontra Gesù, il maestro.
    Nella teologia di Matteo, essere discepoli non è dunque la chiamata di pochi, ma l’invito che Gesù rivolge a tutti. Lo possiamo intuire dalle riflessioni che abbiamo fatto sull’episodio del giovane ricco; e poi sarà detto esplicitamente da Gesù risorto, che darà agli undici apostoli un mandato preciso: «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (28,19).
    Ma allora, se tutti siamo chiamati a essere discepoli, significa che è «obbligatorio» per tutti vendere ogni cosa per seguire Gesù? E quei discepoli che non possono farlo? È una domanda che ci permette di ammirare una delle qualità più belle di Matteo, che è la sua precisione nel costruire architetture letterarie. Diamo uno sguardo rapido al contesto, in particolare agli episodi che seguono il nostro racconto: Matteo ci invita a leggerli insieme, poiché si illuminano a vicenda.
    Subito dopo che il giovane se ne è andato triste, ecco una riflessione di Gesù: le ricchezze sono un ostacolo serio per chi vuol seguire la via della vita. Dunque: bene per i discepoli che hanno lasciato tutto, avranno in eredità la vita eterna (proprio quello che il giovane cercava)! Però attenzione: perché «molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi» (19,30). Che vuol dire? La parabola degli operai dell’ultima ora lo spiega (cf. 20,1-16: e infatti come conclusione della parabola ritorna la stessa frase di 19,30): alla fine il Signore Dio darà a ciascuno un denaro, tanto a chi fin da subito ha sgobbato nella sua vigna quanto a chi si è aggiunto solo all’ultimo. Chi lascia tutto lo fa per seguire Gesù, non per guadagnarsi il premio; e non c’è da essere gelosi se egli è buono e dona la vita anche a chi non ha lasciato tanto quanto noi [11].

    NOTE

    [1] Per una sintesi ordinata delle varie ipotesi, cf. V. Fusco, Povertà e sequela. La pericope sinottica della chiamata del ricco (Mc. 10,17-31 parr.), Paideia, Brescia 1991, 18-37.
    [2] Qui diamo per presupposto quanto ormai comunemente accettato, e cioè che Marco sia stato il primo Vangelo a essere scritto; e che Matteo e Luca abbiano utilizzato il racconto di Marco come fonte per scrivere il loro Vangelo.
    [3] Il testo è preso da J. Gnilka, Il Vangelo di Matteo, II, Paideia, Brescia 1991, 244.
    [4] È diversa la questione nei passi paralleli di Marco e Luca, in cui il ricco chiede a Gesù: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»; e Gesù reagisce dicendo: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo» (Mc 10,17-18; Lc 18,18-19). Lì sembra accennata una problematica di tipo teologico, che non è così facile da decifrare; Matteo semplifica la questione: non vuole che ci perdiamo ad affrontare un tema secondario.
    [5] Il testo è riportato da Gnilka, Il Vangelo di Matteo, 247.
    [6] Fusco, Povertà e sequela, 57.
    [7] A tal proposito si può vedere l’articolo di C. Broccardo, «È sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro (Mt 10)», in Parole di vita 53/3 (2008) 25-32.
    [8] Per un approfondimento dei racconti di vocazione in Matteo, si veda l’articolo di A. Guida, «I racconti di vocazione e sequela in Matteo», in Parole di vita 53/3 (2008) 18-24.
    [9] S. Carbone, «Nuova giustizia nei rapporti con il prossimo. Le “antitesi” (Mt 5,17-48)», in Parole di vita 53/2 (2008) 18.
    [10] D. Scaiola, «Secondo le Scritture. Una giustizia superiore», in Parole di vita 53/2 (2008) 42.
    [11] La parabola finisce con le parole del padrone: «Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure sei invidioso perché io sono buono?» (20,15). E così Matteo (a differenza di Marco e Luca) si riallaccia alla prima risposta di Gesù al giovane ricco: «Uno solo è buono» (19,17). Per qualche dettaglio in più cf. A. Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, Magnano (BI) 1995, 350.

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